Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: La Società del Pito

CAPITOLO 1: La Società del Pito

 

Un freddo cane.
Erano solo gli ultimi giorni di novembre, eppure l’inverno gettava già il gelo nelle ossa, facendosi beffe del tabarro e degli strati di stoffa e lana. Punto dalla gelida aria, l’uomo batteva i denti: era l’unico rumore per tutta la piazza.
Il solitario sessantenne giocherellava con l’elegante bastone da passeggio, ogni tanto sfiorava il proprio pugnale cruciforme, nascosto alla vista, ma pronto per essere estratto.
Era seccato per l’attesa: sbuffò. Non si vide il caldo fiato uscire dalla bocca, poiché si confuse immediatamente con la fitta nebbia che ammantava l’intera città: un glaciale bagno turco.
L’uomo aveva desistito dal tentativo di scorgere l’amico che aspettava, tanto la bruma impediva la vista. Si sedette sugli scalini alla base della statua che aveva alle proprie spalle ed attese. Si trovava nella piazza del Comune, la grande scatola da scarpe veniva chiamata, per la sua forma rettangolare e le poche vie che vi si aprivano.
L’uomo, pur non vedendo nulla, sapeva che alla propria sinistra vi era il duomo, a destra, in un edificio giallo, c’era il Caffè più vecchio della città che cambiava nome in continuazione, in quel periodo si chiamava Giglioli ed era uno dei ritrovi preferiti di internazionalisti, comunitardi e sediziosi d’ogni genere che cercavano solo pretesti per dare vita ad agitazioni: feccia da estirpare. O almeno questo era ciò che riteneva quell’uomo.
Poco più avanti, sotto dei portici, vi era il Caffè Borsa della Volta, un locale decisamente più frequentabile per le persone come lui, infatti là si ritrovavano i mediatori a discutere d’affari durante le ore di mercato.
Entrambi i locali erano chiusi poiché quello era stato un giorno di festa, quella di San Prospero, il patrono della città.
Davanti a sé l’uomo sapeva esserci, in fondo alla piazza, il municipio, con le sue colonne e il suo vestibolo che già sfoggiava alcune targhe dedicate ai locali eroi del Risorgimento. Per quanto fosse soddisfatto per l’Unità di Italia, l’uomo non era certo che esaltare così apertamente atti di ribellione fosse una buona cosa: poteva lasciar intendere che l’insorgere contro le autorità fosse sempre legittimo e quindi incoraggiare fattacci come la Comune di Parigi.
D’altra parte non lo stupiva che internazionalisti e consimili trovassero terreno fertile a Reggio Emilia, città che si era ritorta contro il Duca prima dell’arrivo di Napoleone, seguendo istinti rivoluzionari e democratici. A ricordare ciò, varcato l’ingresso del Comune, superata la statua nera di Marco Emilio Lepido, il fondatore della città, e saliti lungo una scala, ci si trovava nella Sala Tricolore, ora che l’Italia era unita era consentito chiamarla così. Infatti, proprio in quel luogo, ottanta anni prima, i deputati della Repubblica Cispadana, provenienti da Reggio, Modena, Bologna e Ferrara, avevano creato il primo vessillo tricolore ufficiale.
L’uomo continuava ad attendere sempre più irritato. Sentì dei passi; scorse una flebile luce, si alzò in piedi.
“Erio, ci sei?” bisbigliò seccamente il sopraggiunto.
“Sì, son qui sotto il Crostolo.”
Si stava riferendo alla fontana che aveva alle proprie spalle, sulla quale si ergeva una statua che rappresentava la personificazione del fiume della città. Aggiunse: “Sei in ritardo! Nella tua condizione non ti conviene irritarmi, non credi?”
“Chiedo venia!” rispose, ironico, l’altro.
“Ebbene? Cos’hai deciso?” Erio era molto severo nel tono, sbrigativo ed imperioso. Lanciava qualche occhiata rapida attorno, come per paura che potesse passare qualcuno e notarli.
“Ho ragionato a modo e ho accettato l’unica soluzione possibile.”
“Oh, bene, ti accorgerai che è meglio così, sbruffoncello.” usò un tono arrogante ed irrisorio, poi domandò seccamente: “Allora hai portato ciò che ti ho ordinato?”
“Tranquillo. Ti darò ciò che ti spetta.”
Erio sorrise e fece cenno all’altro di consegnargli tutto. L’uomo appoggiò la lampada che teneva in mano sugli scalini della base della statua del fiume. Estrarre un pugnale cruciforme e conficcarlo sotto lo sterno di Erio fu l’affare di pochi istanti.
“Questo è il giudizio della mia personale Santa Vehme.” mormorò l’assassino all’orecchio della propria vittima.
Il moribondo tentò di attaccarsi al suo aggressore, lo afferrò per la giacca, ma non servì a nulla.
L’omicida frugò il cadavere che si era accasciato al suolo, sentì il caldo sangue macchiargli i guanti; afferrò qualcosa e a passi svelti si diresse verso la via della chiesa di San Giorgio.

Don-Don. La campana suonò le venti e trenta.

Le finestre del giallo palazzo Rangone, affacciato sulla piazzetta del Cristo, erano illuminate: c’era una festa. Era una cena dell’alta società: il giovane Conte Carlo Rangone aveva deciso di ospitare nella propria dimora lussuosa, il consueto ritrovo mensile dei membri della Società del Pito, ossia una sorta di club, fondato venti anni prima da una ventina d’uomini benestanti e di spicco, per lo più altoborghesi e possidenti, ma anche un paio di nobilotti. I fondatori, col tempo, avevano invitato altra gente bene ad aggiungersi e ora erano arrivati a contare parecchi membri. Ovviamente avevano tutti un altissimo reddito e svolgevano mestieri importanti: avvocati, notai, politici, banchieri, dirigenti di vario genere ma anche uomini di cultura; vi era perfino il parroco della chiesa di San Prospero, don Ronzoni, il quale, tra l’altro, era tra i fondatori.
Per riconoscersi, ogni membro di questo circolo assai esclusivo indossava una spilletta con incastonata una giada. Generalmente si trovavano in piccoli gruppi, settimanalmente, per discutere d’affari, intrecciare legami o semplicemente conversare, poi, ogni mese, organizzavano una cena a cui portavano le mogli e i figli. Si divertivano ma le sguaiataggini e le scipitaggini non erano tollerate.
Si erano conferiti il nome di Società del Pito in quanto avevano l’abitudine di trovarsi ogni anno, a Natale, al ristorante Pesce D’oro, in via Toschi, a mangiare tacchino che, appunto, in dialetto reggiano viene chiamato pito. In realtà si ritrovavano a gustare tale animale anche in altre trattorie e in teatro, durante le rappresentazioni, facendolo cuocere nei retropalchi.
Nonostante l’agiata condizione, l’anfitrione non aveva una stanza che potesse accogliere una così grande tavolata, per cui aveva fatto predisporre quattro sale dove sarebbe stata servita la cena e altri salotti in cui si sarebbe potuto chiacchierare con più tranquillità e in privato, sorseggiando e sgranocchiando quel che preferivano tra un’ampia offerta.
Al momento, si trovavano tutti seduti a tavola, erano appena stati serviti gli antipasti. Una delle stanze era stata riservata per i giovani sotto i trent’anni che erano meno di una ventina tra soci ed ospiti.
Albina era una delle invitate. Era una ragazza poco più che diciannovenne, capelli color castano ambrato, occhi di un marrone scurissimo, carnagione chiara, non altissima, in carne ma con le forme ben definite e un sorriso che mostrava poco, ma bellissimo e dolce. In quel momento le sue labbra erano strette con cipiglio severo, lasciando trasparire che non si sentiva del tutto a proprio agio e dunque si controllava nei gesti e nelle parole.
La giovinetta si guardava intorno, un po’ spaesata, si sforzava di sembrare il più possibile disinvolta, tuttavia non poteva nascondere completamente il disagio di trovarsi per la prima volta in un simile ambiente e ciò la rendeva taciturna e coloriva il suo atteggiamento con la timidezza.
Non era ricca e non era mai stata in mezzo a sconosciuti dell’alta società e, sebbene fosse stata invitata e avesse già frequentato in passato qualche altolocato, in quel momento non riusciva a comportarsi con naturalezza, infatti, spesso con una mano si strofinava le punte dei capelli, per sfogare la tensione.
Accanto a lei sedeva il giovane che l’aveva invitata, un ventiseienne che lavorava in banca, esperto in economia e finanza: Gabriele Rovesti. Non spiccava in altezza, aveva capelli scuri, ricci e molto folti, non erano lunghi ma erano stati lasciati crescere un poco; portava inoltre un paio d’occhiali con la montatura dorata.
L’unico altro commensale che la ragazza conosceva era Goffredo, un aspirante avvocato poco più grande di lei, il quale coltivava una passione per le letterature germaniche e inglesi, ma ultimamente aveva sviluppato un forte interesse per il movimento della scapigliatura.
Albina gestiva una piccola libreria sotto Broletto in cui spesso Goffredo si recava per fare acquisti. In un alcune occasioni, non avendo altri spazi a disposizioni, il giovane aveva organizzato degli incontri da salotto letterario all’interno del negozietto a cui aveva invitato diversi amici.
All’ultimo incontro aveva partecipato anche Gabriele che aveva notato Albina per la prima volta: l’aveva vista dietro al bancone e poi l’aveva sentita leggere ad alta voce alcune pagine e ne era rimasto colpito, senza sapersene spiegare la ragione. Dopo che Goffredo aveva dichiarato conclusa la conversazione letteraria, Gabriele si era accostato alla fanciulla e le aveva parlato, non si erano detti molto in realtà, a causa del poco tempo a disposizione.
Un paio di giorni dopo, il giovane era andato nel negozietto col pretesto di cercare un certo volume e aveva nuovamente attaccato bottone, infine si era congedato invitandola a quella cena a cui ora si trovavano.
Albina, per l’occasione, aveva comprato un nuovo abito dalla sua amica Dora, era una sarta i cui genitori erano proprietari della più prestigiosa boutique della città, negozio che regolarmente prestava servizio ai membri delle classi più agiate, compresi i partecipanti a quella cena. Sfoggiavano tutti quanti abiti di gran pregio, ottenuti dalla lavorazione delle stoffe più raffinate, importate dall’estero o provenienti da qualche famoso centro tessile italiano.
I vestiti delle dame erano piuttosto semplici, senza troppi fronzoli al di fuori dei pizzi, mentre i colori erano molto vari, i più frequenti erano l’azzurro, il giallo e il verde. Per quanto riguardava gli uomini, invece: camicie, panciotti, pantaloni e giacche erano impeccabili, con bottoni e gemelli di gran valore e, a dar maggiore eleganza al loro aspetto, tutti gli uomini avevano orologi da taschino opera dei migliori orologiai ed orefici, pipe preziose e, appesi al fianco, più per bellezza che per bisogno, portavano elaborati pugnali. Andava di gran moda, quell’anno, portarsi uno stiletto appresso, ovunque ci si recasse.
Quella sera, i membri giovani della Società del Pito, da gentil uomini quali erano, si erano già tutti presentati ad Albina, con formali strette di mano e sorrisi preconfezionati e presto si erano scordati della sua presenza.
La giovane, invece, non era riuscita a memorizzare tutti quei nomi e dunque non sapeva bene come rivolgersi a loro; avrebbe potuto provare ad inserirsi in una qualche conversazione, ma fin da subito, a monopolizzare l’attenzione della tavolata era stato niente di meno che il presidente della Società del Pito: un ingegnere che aveva da poco superato i trent’anni e che preferiva rimanere in mezzo alla gioventù piuttosto che mescolarsi con uomini di mezza età.
Albina lo ascoltava, assieme agli altri, e nel frattempo lo osservava: il viso aveva una forma particolare, lungo, dai contorni ben marcati, le guance non rotonde ma come linee rette e anche il mento dritto e duro; era come se il suo volto fosse stato costruito su di un trapezio con la base minore in basso e quella maggiore in alto, coperto da folti ma corti capelli di uno strano biondo grigio topo, un grigio che, però, non lo invecchiava per nulla; inoltre, la pelle chiara che copriva i muscoli in tensione non aveva neppure un accenno di ruga. In quel volto così strano nei dettagli ma armonioso nel complesso, ciò che colpiva maggiormente la giovane erano gli occhi grigio-azzurri, intensi, inquisitori, le parevano sempre pronti a giudicare e la facevano rabbrividire.
Albina non poteva però negare che fosse un bel giovane. Sapeva anche che il suo nome era noto a chiunque in città: Giangiove Casali.
Perfino la ragazza lo aveva sentito più volte nominare, l’ultima volta era stata qualche mese prima, quando il suo tutore le aveva detto che non avrebbe potuto incontrarla, poiché impegnato a presenziare al matrimonio dell’ingegnere.
Tutti i commensali stavano ascoltando il presidente, quando passò per la stanza un altro uomo ben conosciuto: Silvestro Bellerio, il direttore del quotidiano locale, L’Italia Centrale.
Anch’egli risultava tra i fondatori della Società del Pito, poiché il padre ne era stato uno degli ideatori e l’aveva coinvolto. Aveva sfiorato i quaranta anni, solo, senza una moglie, era di costituzione molto esile, ma lo sguardo, i lineamenti decisi e i suoi modi di fare lo mostravano come uomo forte e di carattere, era sempre molto impegnato e, quando non lavorava, partecipava all’uno o all’altro evento.
Non in ultimo, era cugino della madre d’Albina, nonché tutore della ragazza, ma questo non era noto a nessuno.
“Direttore!”
Molto spesso le persone, indipendentemente da quanto lo conoscessero, si rivolgevano a lui,  chiamandolo semplicemente con tale titolo.
“Dov’eravate finito? Siete sparito!” esclamò Gabriele vedendo Silvestro.
Giangiove rise e disse: “Scusa se ti ho privato della sua presenza, amico. Dovevo parlargli. L’ho lasciato cinque minuti fa, prima di mettermi a tavola.” tacque qualche secondo senza motivo, era sua abitudine fare pause ingiustificate nel mezzo dei discorsi “Ohibò, non lo potevo accompagnare in bagno.” prese un sigaro che aveva nel taschino “Ad ogni modo, Silvestro, rimaniamo d’accordo come s’è detto, giusto?”
“Precisamente.” rispose l’uomo.
Poi il suo sguardo cadde sulla parente, la riconobbe e si stupì di vederla in quel luogo; infatti, subito le domandò: “Io sono sorpreso di trovarti qui, Albina, a cosa devo la tua presenza?”
La ragazza avrebbe voluto rispondere: Non lo so, mi hanno invitata, ma non ebbe il tempo di pensare ad una frase più cortese, poiché immediatamente s’intromise Gabriele: “L’ho portata io, per questa sera è la mia dama. Vi conoscete?”
“Sì, è la mia cuginetta. Ora, chiedo venia, ma devo lasciarvi, attendono me nell’altra sala: buon appetito.” concluse Silvestro, flemmatico, e se ne andò.
Prima di uscire, guardò un attimo il proprio riflesso in uno specchio appeso accanto alla porta, per controllare di essere in perfetto ordine: ci teneva ad ostentare la propria classe.
Uno dei giovani seduti al tavolo, gioviale e austero allo stesso tempo, mentre il Direttore usciva, commentò sottovoce: “Dovrebbe essere dittatore di qualcosa: il suo egocentrismo e la sua superbia, qui, sono sprecati!”
I convitati ripresero a pasteggiare e a discorrere tra loro, immediatamente Gabriele si volse verso la giovane e, a metà tra lo stupito e l’offeso per non averlo saputo prima, domandò: “Perché non me l’hai mai detto?”
“Non ce n’è stata l’occasione e comunque non mi pareva una questione importante, perché?”
“Cara te! Tuo cugino è il Direttore Bellerio! Tuo cugino è un uomo d’altissimo valore! Lo ammiro moltissimo. Scrive articoli ed editoriali così mordaci! Non ha paura di dire la verità. Certo, è un Moderato e quindi dalla parte di quella che era stata la maggioranza fino a poco tempo fa, certo nel nostro comune i Progressisti non hanno ancora preso il potere, ma ciò non significa che non occorra coraggio per parlare contro di loro. Si sa che, Moderati e clericali a parte, tra i militanti politici c’è sempre molta aggressività e tuo cugino non ha mai avuto paura di parlare schiettamente, anche a costo di attirarsi l’ira delle fazioni più belligeranti. Come si può non ammirarlo? Si è fatto molti nemici, ma ha anche un grande seguito. Qui dentro lo conosce chiunque e pure fuori è assai noto…” era entusiasmato, si tolse gli occhiali e, tenendoli per un’asta, iniziò a farli ruotare “È uno che o lo si stima o lo si detesta, non ci sono vie di mezzo. Vi vedete spesso? C’è un buon rapporto tra di voi?”
“Diciamo, che non ha mai abbastanza tempo per voler bene a qualcuno.” sospirò Albina, che provava un grande affetto per il cugino e si doleva di non riceverne in cambio.
Per un periodo si era illusa che egli potesse diventare per lei un secondo padre, una sorta di genitore intellettuale. Ella era la più istruita nella propria casa, amava molto leggere e scrivere e proprio per questo aveva colto l’occasione di poter gestire una libreria che, anche se non ufficialmente, era in pratica sua. Aveva spesso avuto desiderio di dar amorevolezza a quel parente così solo e privo di tenerezza, ma non le era mai stato possibile.
Albina scacciò quei pensieri e si accorse che ora l’attenzione dei presenti era rivolta verso tale Naborre Campanini, l’uomo che aveva fatto il commento poco prima, aveva ventisette anni, fronte alta e spaziosa, capelli mossi e scuri, una folta barba bipartita.
La sua loquacità era evidente e infatti era stato quello che aveva parlato più a lungo di sé, quando si era presentato alla ragazza, raccontandole che aveva studiato Giurisprudenza secondo il volere del proprio zio, ma alla fine era diventato un professore e, a tempo perso, un archeologo, per di più si dilettava a comporre poesie, ispirandosi al grande maestro dell’epoca: Giosuè Carducci, di cui era stato allievo. Qualche mese prima, in occasione delle nozze proprio del Conte Rangone, aveva scritto una lirica, Il Cavallo del Tempo. Inoltre, componeva spesso dei bei versi per celebrare i matrimoni dei suoi amici e guadagnare qualche danaro in più.
In quel momento, stava raccontando degli appena inaugurati lavori di recupero avviati presso la rupe di Canossa da Don Gaetano Chierici, direttore del museo civico: “Pericle appestato! Non potevo assolutamente permettere che mi sfuggisse una simile occasione: avremo l’opportunità di riportare alla luce la residenza di Matilde e chissà quali reperti troveremo, chissà cosa potremo scoprire! Doveva sentirsi così, quello che ha scoperto la Domus Aurea. Pensate: soltanto nel fare il sopralluogo, abbiamo già trovato due colonne di marmo, una bianca e l’altra rosa. Mica come due anni fa sulla pietra di Bismantova, lì non si è trovato praticamente nulla.”
“Come mai sei stato coinvolto?” domandò Giangiove e si portò il sigaro, acceso, alla bocca.
“Innanzitutto faccio parte della Deputazione Storia Patria. In secondo luogo, sono lì tra i volontari del CAI” specificò dandosi bonariamente qualche aria “Don Chierici ha preteso che ci fossero esperti escursionisti, sapete, arroccati là, su quella rupe, è meglio che ci sia chi di montagna e scalate si intende, altrimenti si rischia di fare la fine di Teseo o della povera Tarpea!”
Probabilmente solo Albina colse il riferimento all’antica romana che, innamorata di Tazio, re dei Sabini, lo aveva guidato attraverso un passaggio nascosto del Campidoglio dal quale, poi, era stata precipitata.
“Dilla tutta” lo riproverò scherzosamente Gabriele “Don Chierici si è inventato questa scusa perché voleva far fare qualcosa al suo CAI di cui è presidente da un anno, ma per il quale non ha ancora organizzato nulla di rilevante.”
“Perché vi state dedicando proprio a Canossa? Apprezzo il valore storico: lì è dove l’Impero si è sottomesso al Papato e la cosa può farmi solamente piacere, tuttavia ormai non è più che un cumulo di macerie di cui non importa più nulla a nessuno.” intervenne Antonio, un altro commensale, il quale esercitava la professione di medico.
“Se è così disadorno e ridotto ad un rudere, è colpa delle spogliazioni effettuate dai nostri antenati. Pericle appestato! Dovremo ben farci valere contro la Germania!” il suo parlare si era fatto animoso “Lo sapete, vero, che nel ’72, quando c’erano problemi tra la Prussia e la Curia, Bismarck ha dichiarato: Nach Canossa gehen wir nicht. Ossia: Non andremo a Canossa. Molti viaggiatori, specie tedeschi, si sono lamentati dello stato miserevole in cui si trova la rocca! Quel castello che un tempo fu il luogo più sicuro d’Italia! Inoltre, mi ha dato tutta la sua approvazione Andrea.” poi aggiunse per specificare meglio: “Balletti.”
“Oh, Avvandrea, l’altro professore, ma bene! A proposito, qualcuno sa, dove sia?” chiese la moglie di Giangiove.
Qualcuno rispose: “Penso sia malato, l’ho incrociato ieri pomeriggio, stava andando a casa perché era raffreddato e non si sentiva molto bene. O forse sua moglie non se la sentiva di uscire, dovrebbe essere all’ottavo mese di gravidanza, giusto?”
“Stanno parlando di mio cugino.” bisbigliò Gabriele alla sua invitata “È il miglior amico di Naborre. Si interessa di economia, ma puramente a livello teorico, non è un esperto come me.”
“Perché lo hanno chiamato Avvandrea?” domandò Albina, incuriosita.
“Eh ha studiato giurisprudenza e può fregiarsi del titolo d’avvocato. Nonostante non eserciti la professione, quando si firma, non omette mai la sigla avv. davanti al proprio nome. Un giorno, Giangiove, per scherzare, ha letto la scritta come un’unica parola: Avvandrea. Suona così bene che ora quasi tutti lo chiamiamo così.”
Entrarono tre camerieri con un carrello, tolsero le stoviglie sporche e servirono una calda crema di patate e funghi. La cena continuò tra le chiacchiere composte di tutti e il silenzio di Albina, che ascoltava ogni parola, ma non parlava, solo qualche volta le avevano rivolto delle domande a cui aveva risposto, tuttavia senza riuscire a far nascere una conversazione. In particolare la intimoriva Giangiove, il cui tono della voce e aspetto erano tremendamente sentenziosi; ovviamente ogni tanto Gabriele le concedeva qualche attenzione.
Giangiove aveva nuovamente monopolizzato la conversazione che, ormai, la si poteva definire, semplicemente, come un suo monologo: tutti lo ascoltavano attentamente, senza mai interromperlo.
“Ero, quindi, andato con questi miei amici al ricevimento dei Tirelli.” bevve un sorso di vino “Eravamo fuori città. Verso Cavriago. Splendida festa, certamente. Ci siamo molto divertiti. Tra la cena, il danzare e il chiacchierare, passa la mezzanotte e neppure ce ne accorgiamo. Ci rendiamo conto di quanto sia tardi, solo allorché un orologio a cucù suona le due.” prese in mano un altro sigaro e iniziò a cercare i fiammiferi “Ci pare opportuno tornare a casa. Sorge il primo problema. Non troviamo più il cocchiere.”
“E quindi? Come avete fatto?” chiese Antonio.
“Lo cerchiamo in ogni dove, per almeno un’ora. Sapete dov’era? Dormiva, ubriaco fradicio, sotto un albero.” diede due boccate di fumo “Non c’era verso di svegliarlo! Ci rimane una sola cosa da fare. Lo lasciamo lì. Saliamo in carrozza e tengo io le redini.” tacque un attimo senza motivo “Risultato: arrivo a casa alle quattro. Ore otto, sono perfettamente operativo in ufficio.”
I convitati fecero cenni di ammirazione.
Mentre erano già al secondo, Ruggero, un giovanotto coetaneo di Gabriele, si rivolse alla fanciulla e le chiese cosa avesse studiato e di cosa si occupasse ora.
“Ho avuto la fortuna di studiare molto, sia a scuola che con insegnanti privati. Adesso gestisco una libreria, così ho modo di leggere senza problemi tutte le opere degli antichi, sia greci che latini, i miei autori preferiti sono lo storico Erodoto e il filosofo Seneca.”
“Allora saresti dovuta venire alla conferenza di due settimane fa sui Romani.” disse Ruggero, prima di portarsi alla bocca un pezzetto di carne grigliata.
“Oh, ma io c’ero.”
“Come?! Non ti ho vista!” esclamò meravigliato Gabriele, che stava pulendo le lenti dei propri occhiali.
“Ancora non ci conoscevamo, è normale che tu non abbia fatto caso a me.”
Non indugiarono oltre su quell’argomento. La cena finì circa a mezzanotte e ognuno tornò alla propria abitazione in carrozza, Gabriele offrì un passaggio ad Albina, ma ella rifiutò: non era molto lontana e in meno di cinque minuti a piedi sarebbe stata al proprio appartamento, posto sopra alla volta dell’Osteria del Burattino, all’inizio di via Toschi.
Si era incamminata lungo la via della chiesa di San Giorgio, non era sola poiché altri dei partecipanti alla cena stavano rincasando, passando per quella strada. Albina stava già ripensando alla serata, incerta sul se definirla gradevole, ma sicuramente era stata interessante. Inoltre aveva conosciuto molte persone, forse troppe, probabilmente avrebbe confuso nomi e facce, se li avesse incontrati di nuovo.
Non aveva idea circa se Gabriele l’avrebbe invitata nuovamente, ma sperava che qualcuno si sarebbe ricordato del suo negozio, la prossima volta che avesse voluto comprare un libro; almeno quel tale Naborre, che era un professore, avrebbe dovuto essere interessato ad una libreria.
Una persona che, invece, la giovane sperava non varcasse mai la soglia della sua bottega era Giangiove: lo trovava inquietante e rabbrividiva, se pensava al suo sguardo. Degli altri non aveva idea di cosa pensare.
“ECCOLI!!!” una voce d’uomo si era levata tra la nebbia, proveniva da sotto l’arco che precedeva la piazza del duomo.
Albina si scosse dai propri pensieri e si guardò attorno confusa, notando che anche gli altri erano sorpresi e perplessi.
Si scorsero le sagome di alcune persone sbucare da sinistra, dalla piazzetta della frumentaria e le si udirono gridare: “Basta tassa sul macinato! Governo ladro! Fuori il fisco dai mulini! Tassate l’oro non la farina!”
Era un coro più o meno coordinato che urlava tali rivendicazioni.
I membri della Società del Pito borbottavano indignati, ma nessuno osava avanzare.
“Sciagurata Lega del Chiasso, sempre fastidiosa ed inopportuna!” aveva commentato un signore, scuotendo il capo con disappunto.
Albina non poté trattenersi dal replicare: “La Lega contro la tassa del macinato ha pieno diritto di protestare. È gente povera che ha sofferto molto per il rincaro dei costi del pane, la pasta e molto altro ancora e la maggior parte di loro non ha neppure diritto al voto per poter scegliere rappresentanti che facciano sentire la loro voce in parlamento: il deputato Basetti può far poco da solo. È giusto quindi che mostrino il loro malcontento a chi ha la possibilità di votare e mutare la situazione.”
“Io apprezzo che almeno abbiano smesso di organizzare bande armate sui monti.”
Era stato Silvestro a parlare, avvicinandosi alla cugina, forse per evitarle discussioni o forse solo per caso. Continuò: “Sono pronto a scommettere che là in mezzo si celi anche Gaetano Davoli: è sempre stato animoso e violento. Conosco bene le sue imprese, tra cui attentare alla vita del mio predecessore, don Volpe.” si guardò attorno, cercando qualcuno, poi disse ad alta voce: “Conte Palazzi, vi prego, potete convincere i vostri amici filo repubblicani a disperdersi? Ho sentito ribadito a sufficienza il loro sdegno, ora possono anche lasciarci rincasare tranquillamente.”
Qualcuno si mosse, si udirono distintamente i suoi passi. Seguirono dei mormorii e alla fine una voce rassicurò tutti quanti, garantendo che i manifestanti non avrebbero alzato un dito contro alcuno.
Gli uomini, leggermente titubanti, avanzarono dapprima lentamente, poi a passo più svelto: prima che i manigoldi cambiassero idea!
Albina sperò di poter fare l’ultimo tratto di strada in compagnia del cugino, ma Silvestro si era già allontanato rapidamente. La giovane continuò a camminare da sola e, passando sotto l’arco, notò alcuni uomini appoggiati alla serranda chiusa della liquoreria Canovi. Si soffermò a guardarli, esitò, poi fece un paio di passi nella loro direzione e disse: “Per quel che vale, penso voi abbiate ragione. La tassa sul macinato è iniqua e non importa se è stata necessaria per colmare il debito pubblico. Adesso che con Minghetti è caduta la destra, sono sicura che sarà abolita: Depretis non ci deluderà.”
“Fa piacere sentirlo dire.” ringraziò l’uomo più massiccio.
Un altro, che l’aveva squadrata attentamente, nonostante la nebbia, intervenne, domandando: “Sei per caso la figlia di Artemio che ora sta in Svizzera?”
“Sì … lo conoscete?” Albina era un poco sorpresa.
“Abbiamo combattuto assieme, quando lottare per un ideale non era reato. Quando gli scrivi, digli che Gaetano Davoli e Angelo Manini lo salutano.”
“E dillo a tutti che noi internazionalisti non siamo cattivi e che, anzi, siamo i soli a pensare al bene della gente comune, anziché dei ricchi.”
Albina sorrise e replicò: “Se sarà possibile … Arrivederci!”
La giovane affrettò il passo verso casa: ormai era tardissimo e lei avrebbe dovuto lavorare il giorno seguente!
Arrivò all’appartamentino, si tolse rapidamente il vestito e si gettò sul letto, addormentandosi con un sorriso sulle labbra.

2 risposte a "Sotto gli occhi del Crostolo: La Società del Pito"

  1. Il racconto mi piace. Almeno fin qui. E’ impostato bene, i personaggi hanno già un loro carattere fin dal primo capitolo, o almeno si può notare qualcosa di ognuno. Il fatto che sia storico arricchisce il tutto: belle le descrizioni dettagliate della città, della storia e della storia d’Italia, appunto. Bello anche il linguaggio ricercato e raffinato; si vede che c’è stata una ricerca e uno studio approfondito alla base, soprattutto della società e dell’alta società dell’epoca, con il suo tanto esaltare ed esagerare situazioni e persone che non esistono.

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  2. Complimenti, trovo questo inizio di romanzo decisamente interessante. I riferimenti storici sono accurati: la società del Pito e i suoi membri. Le cene di questi personaggi altolocati e subito dopo l’incontro/scontro con il gruppo di internazionalisti che protestano per la tassa sulla farina. Sono curioso di sapere come va avanti

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