Eco nei millenni

Eco nei millenni: capitolo 1

La pioggia batteva scrosciante da ogni lato. Era impetuosa ma tranquilla, come una cascata che da secoli precipita nello stesso punto, trascinando centinaia di ettolitri di acqua, ma senza violenza: una forza solida e non dirompente.

Deve essere stata così la discesa del Gange sulla terra. Non mi stupirei se questo fosse l’effetto di Shiva che si strizza i capelli per portare sulla terra un nuovo fiume.

Questo era ciò che pensava una giovane donna, non ancora trentenne, seduta a gambe incrociate sopra il muretto di una piccola terrazza a livello del terreno, riparata da una tettoia in legno.

Il Sole era già tramontato, lei si era sistemata in quel punto un poco arieggiato per allontanarsi un poco dal caldo umido in cui si era ritrovata, teneva con la mano sinistra un piatto con del riso condito con verdure, mentre con la destra ne raccoglieva un poco e se lo portava alla bocca: cenava.

Cenava e intanto osservava quel nuovo panorama: un giardino sconosciuto, assai verde, con piante rigogliose e forse un poco ammassate, strette tra i lati dell’edificio.

Si sarebbe abituata presto a quello scenario, sarebbe stata la sua vista per molte sere. Non le dispiaceva, era semplicemente strano. Era da troppo tempo che Irma non andava in India senza sentirsi a casa. Adesso finalmente era successo: non più i profili famigliari del Tamil e l’accoglienza dei conventi. Non c’era nulla di male in ciò, anzi la giovane era sicuramente contenta di quella nuova opportunità e non vedeva l’ora di mettersi in gioco. Di quella esperienza, faceva anche parte il rapportarsi con un nuovo ambiente.

Goa aveva certamente mille sfumature che la differenziavano dal Tamil e da altre regioni dell’India. Irma era appena arrivata e ancora non conosceva nulla, ma era pronta ad imparare, anzi, molto curiosa; si mescolavano in lei l’eccitazione della scoperta e della voglia di fare e il timore di non essere all’altezza del compito. La paura, però, era davvero poca e soprattutto legata alla sua natura un poco ansiosa e tendente al perfezionismo: pretendeva da sé stessa risultati eccellenti, più che dagli altri, e non si accontentava mai di una modesta riuscita.

Non era da sola e non aveva un ruolo di responsabilità, ma questo la tranquillizzava solo in parte: non voleva deludere il suo professore.

Irma ricordava perfettamente il giorno in cui il professore Erberti le aveva telefonato per informarla: “Un mio vecchio collega, il dottor Vairochana, ha di recente aperto un museo a Goa, ne è proprietario e direttore. Sta ancora cercando e selezionando personale indiano e al momento si trova sotto organico. Mi ha quindi interpellato, chiedendo se posso inviare una qualche valida risorsa dall’Italia per aiutarlo a far fronte al periodo estivo. Sai parlare bene l’inglese, vero? Ecco, perché io voglio che vada tu. Hai già esperienza nel lavoro e in India, ti ho vista sul campo e penso che tu sia adatta a questo. Non è uno scavo, ma sono comunque cose di cui si occupano quelli come noi e poi serve nel curriculum, per cui fai le valigie che si parte presto!”

Così Irma si era ritrovata coinvolta in quella nuova esperienza e non aveva nemmeno ben chiaro quale sarebbe stato il suo ruolo.

Davvero aveva avuto poco tempo per organizzarsi e partire, ma lo aveva fatto ed era certa che qualsiasi cosa sarebbe successa, le avrebbe fatto bene.

Nel viaggio dall’aeroporto al museo, dove avrebbe alloggiato, aveva ritrovato la lontananza dell’orizzonte indiano che ben conosceva e si era meravigliata nel vedere tante ville, in vari stili, ma tutte con colori sgargianti, affacciarsi sulla strada. Doveva essere un luogo di residenza per i benestanti: mai aveva visto case del genere in Tamil!

Non erano mancate, poi, le grandi scritte pubblicitarie sulle pareti di case più umili o lungo muretti d’ignota funzione. C’erano pochissime auto e i clacson si sentivano raramente.

Irma era arrivata al museo piuttosto tardi ed era stata subito accompagnata nella stanza assegnatale; non aveva avuto modo di osservare l’edificio che, di primo acchito, pareva un poco labirintico. Aveva sistemato i suoi abiti nell’armadio e tirato fuori dalla valigia i libri e le cose da tenere sempre a portata di mano; le capitarono sotto gli occhi i regali che alcuni carissimi amici le avevano fatto prima di partire: una cintura con cerniera per nascondere il denaro, un pratico zainetto, minuscoli asciugamani che si sarebbero ingranditi a contatto con l’acqua e una borraccia in grado di depurare l’acqua non potabile. Ecco, di quest’ultima sperò vivamente di non avere bisogno.

Si era fatta una bella doccia e poi era andata a cena. Aveva trovato il riso in quella che le era stata indicata come stanza comune. In comune con chi non era chiaro. Aveva mangiato sulla veranda e ora continuava a guardare la pioggia e a procrastinare l’andare a dormire, sebbene fosse molto stanca. Non poteva fare a meno di ripensare all’ultima volta che era stata in India, quasi due anni prima, a quel che aveva scoperto e a ciò che aveva affrontato.

Se aveva superato indenne e a testa alta la vicenda di due anni prima, perché doveva temere di aiutare in un museo per qualche mese?

La domanda che la solleticava e che non aveva il coraggio di porsi era però un’altra: e se fosse accaduto di nuovo qualcosa come ciò che già era capitato? Scoperte sensazionali, interessanti, ma che non aveva potuto condividere e che, soprattutto, l’avevano portata a rischiare la vita per salvare il mondo.

Non aveva più visto i suoi amici, dopo che la spedizione archeologica di due anni prima era finita. Si erano scritti email per augurarsi buon Natale, Pasqua, compleanno, ma non avevano fatto più menzione di ciò che era accaduto … non che fosse argomento da trattare per email.

Irma comunque non aveva detto a nessuno di loro di essere ritornata in India, seppure in un altro stato; non lo sapeva Jerolam, né Yacqomin, Shijan, Chinnayan e neppure Savariapam che in quella faccenda non era stato invischiato.

Irma voleva pensare solo al museo e nulla più. Alla fine andò a letto, non vedendo l’ora che arrivasse il mattino per poter finalmente esplorare quel nuovo luogo e cominciare a lavorare. Era molto stanca e si addormentò facilmente, nonostante sentisse in lontananza strani versi, probabilmente d’animale. Si era abituata, in passato, a dormire con i versi di tacchini e altri volatili da cortile che le rimbombavano nella testa, quindi non le fu difficile neppure ignorare quei versi lamentosi.

Il mattino seguente, Irma si alzò per essere pronta per la colazione alle ore 8, così come le era stato indicato la sera prima da Ajaya, la bellissima moglie del proprietario del museo, quando l’era andata a prendere in aeroporto. Si recò nella sala comune e finalmente scoprì con chi l’avrebbe condivisa: due giovani indiani.

La donna si presentò immediatamente alla nuova arrivata: si chiamava Bhavani, era originaria del Karnataka, si stava laureando in storia dell’arte e da due mesi abitava in quel museo per svolgere il proprio tirocinio. Indicando il ragazzo, che si era seduto in un angolo a mangiare, spiegò che il suo nome era Ramon, nativo di Goa, dove erano abbondanti i nomi derivati dall’occupazione portoghese; pure lui era un tirocinante, ma non lo si vedeva mai nel museo e non aveva mai dato una vera risposta, quando gli si era chiesto quale fosse il suo progetto.

Irma si sentì sollevata nel rendersi conto che il suo inglese non era poi così pessimo come aveva temuto inizialmente … per lo meno riusciva a capire quello che le era detto, il parlare forse sarebbe stato un poco più difficile, almeno fino a quando non si fosse un poco abituata. Nella propria mente ringraziò Peter, un suo amico madrelingua, per aver accettato di conversare con lei in inglese alcune volte, pochi giorni prima della partenza, per allenarla nella comunicazione.

Irma si presentò e spiegò come fosse capitata da quelle parti e quanto poco le fosse ancora chiaro che cosa avrebbe dovuto fare.

Bhavani la rassicurò, dicendo che Vairochana le avrebbe presto spiegato tutto e che si sarebbe trovata molto bene; dopo poco si congedò, dovendo andare ad occuparsi del proprio lavoro.

Irma si guardò attorno per scambiare qualche parola anche con Ramon e si accorse che l’uomo si era dileguato. Finì la propria colazione a base di latte e frutta, poi uscì per cercare il direttore del museo. In un primo momento non vide nessuno finché non passò attraverso uno stretto vialetto tra due edifici che conduceva a una sorta di bivio: da una parte una specie di gazebo in muratura, dall’altra un campo in cui alcuni uomini stavano abbattendo piante.

Irma chiese a uno dei lavoratori se sapesse dove fosse Vairochana e così scoprì che il direttore non si trovava al museo quella mattina: si era dovuto assolutamente recare in un villaggio di pescatori, ma il bracciante ne ignorava il motivo.

La giovane, allora, decise di fare un giro completo del complesso per imparare ad orientarsi. Alla fine non era così labirintico come aveva avuto l’impressione appena arrivata. Gli edifici sorgevano ai lati di una strada serpentiforme che terminava in una piazzetta su cui si affacciava la casa dei proprietari e un’ala del museo e da cui partiva il vialetto che aveva percorso in precedenza. Si rese anche conto che il gazebo era proprio di fronte alla veranda della sala comune; oltre di esso c’era un vasto campo, in piccola parte recintato e all’interno di quel settore c’erano alcuni uomini che strappavano l’erba.

Passò vicino ad un porticato in cui erano esposti alcuni oggetti di uso comune come il vasellame e poi ad un edificio chiuso da cui sentì provenire gli strani lamenti uditi nella notte; diede una sbirciata all’interno dalla porta e si sentì un’idiota nel vedere un paio di caprette belanti: come aveva fatto a non pensarci prima!

Poi finalmente vide un gruppetto di turisti e con essi una guida che stava finendo la visita. Rimase a osservarli da una certa distanza poi, quando i visitatori si furono avviati all’uscita, lei si avvicinò all’impiegata. Era una donna di mezza età dall’espressione molto simpatica e cordiale. Irma si presentò, spiegò la situazione e domandò se potesse illustrarle il museo. Brescia, così si chiamava la signora, accettò volentieri.

Cinque erano le ali, esclusa quella sotto il porticato: una era dedicata al periodo preistorico, una all’epoca in cui si succedettero stirpi indiane fino a quella dei Vijayanagara, poi una sala per il periodo dell’occupazione portoghese, una per la dominazione inglese e infine quella che accoglieva oggetti sacri, provenienti da templi e chiese, e che contava la maggior parte di reperti artistici e non semplicemente connessi alla vita quotidiana.

Irma fu molto soddisfatta di quella visita e si ripeté che il professore Erberti le aveva fatto un grande favore, segnalandola per quel lavoro, e che avrebbe avuto l’opportunità di imparare molto.

Mentre era assorta in questi pensieri, incontrò Ajaya che la invitò a seguirla fino all’ampia veranda della casa padronale, dove c’era un tavolo con alcune sedie. Lì la donna chiese alla giovane se avesse dormito bene e se le fosse piaciuto il museo, poi iniziò ad elencarle le regole che vigevano all’interno del complesso, indicando gli orari dei pasti, quello di chiusura del cancello, come era gestita la pulizia, quali atteggiamenti erano consentiti e altro ancora. In realtà nulla di dispotico o irrazionale, anzi, semplicemente un vivere civile ed educato.

Giunsero le ore 13 e nella veranda arrivarono anche i due tirocinanti e un uomo la cui età poteva oscillare tra i quaranta e i cinquanta, capelli grigi, lisci, lasciati crescere leggermente, un grosso paio di baffi. Ecco, molto probabilmente lui era Vairochana.

Si erano tutti radunati lì per il pranzo, che sarebbe sempre avvenuto con quella modalità, tranne nei fine settimana. Ajaya introdusse al marito la nuova arrivata e poi Irma fu incoraggiata a presentarsi, spiegare i tipi di studi che aveva intrapreso e quali esperienze lavorative aveva già avuto.

Vairochana ascoltò molto attentamente, senza dire una parola; alla fine, però, si dichiarò compiaciuto da quel curriculum e informò l’ospite che avrebbe iniziato a lavorare dal mattino successivo, che sarebbe dovuta andare nel suo ufficio dopo la colazione per ricevere istruzioni e che, intanto, per quel pomeriggio poteva esplorare il villaggio e i dintorni; addirittura diede il compito a Bhavani di accompagnarla e indicarle che cosa poteva trovare nei paraggi e dove potesse andare in caso di bisogno.

L’Indiana le chiese se avesse già una bicicletta e, alla risposta negativa, la indirizzò alla reception dove avrebbe potuto richiederne una.

Irma percorse la stradina serpeggiante fino ad arrivare al grande cancello dell’entrata che era spalancato e in mezzo era seduto un uomo anziano, con la camicia azzurra e i capelli bianchi; lì accanto cera una guardiola in cui si trovavano la signora che le aveva fatto da guida e un uomo appena uscito dalla giovinezza.

Non sapendo a chi rivolgersi, la ragazza spiegò nella maniera più cortese possibile dove potesse trovare una bicicletta. L’uomo nella guardiola aprì un cassetto, tirò fuori una chiave e poi uscì, dicendo all’Italiana di seguirlo, allontanandosi con passo zoppicante. Ripercorsero la strada interna fino ad arrivare di fianco a un edificio piuttosto grande ma che sembrava chiuso e non solo al pubblico, tuttavia aveva una tettoia sotto cui erano riparate le biciclette. L’uomo ne indicò una alla giovane e le mostrò come aprire e chiudere il lucchetto, poi le lasciò la chiave: quella sarebbe stata la sua bicicletta per tutto il tempo del soggiorno.

Irma tornò da Bhavani e partirono. C’era una strada asfaltata che portava al museo, ma per due o tre chilometri, in entrambe le direzioni, non c’erano altro che grandi piante e tanta vegetazione che cresceva in maniera più o meno disordinata. Andando verso sinistra, dopo aver pedalato alcuni minuti, si vedeva una villa a due piani, piuttosto grande per gli standard del luogo, era sobriamente dipinta prevalentemente di bianco, con le infisse, le grondaie e altre parti in rosso, si notava anche per il portone dalla forma rotonda che richiamava sia una ruota che il Sole.

Da quel punto in poi il panorama verde, sempre rigoglioso, mostrava tante villette, sparpagliate e senza che si affacciassero direttamente sulla strada, tutte dai colori sgargianti: azzurro-blu, arancione, viola e ogni varietà della scala cromatica. Era strano da vedere: abitazioni moderne e di famiglie benestanti, completamente immerse nel bosco e senza seguire nessun piano regolatore. Non c’entravano nulla con il contesto, eppure sembravano a proprio agio.

Irma notò una stradina di terreno battuto che si inoltrava tra gli alberi e domandò se portasse da qualche parte e Bhavani rispose che non lo sapeva. Passata poi un’altra zona dove le case tra le piante si alternavano a quelle che sembravano risaie o, almeno, campi da coltivare, il paesaggio cambiava bruscamente: la vegetazione praticamente spariva e si ergevano tante casette e botteghe, basse, ai lati della strada, mostravano uno stile di vita molto più povero rispetto a quello delle ville. C’erano alcuni negozietti che a Irma risultarono famigliari, evocandole i ricordi del tempo trascorso in Tamil, e anche alcune bancarelle di frutta e verdura dai colori e profumi invitanti.

Bhavani le indicò il supermercato, la farmacia, la banca e un negozio di telefonia, nel caso avesse voluto attivare qualche promozione sulla sua scheda sim indiana.

Le due giovani girarono un poco in quel tratto di strada; Irma notò che nessun uomo indossava il dhoti e che molte donne vestivano pantaloni e magliette, ne vide solo poche con il camicione che arrivava al ginocchio e nemmeno una con il sari.

Ebbe voglia di chai: da quando era arrivata in India non ne aveva ancora bevuto uno. Sì, era lì solo da poche ore, ma non poteva fare a meno di quel te speziato, mescolato col latte e una gran quantità di zucchero. Lo cercò in vari posti, ma non ne trovò, una domanda un po’ ironica e un po’ seria le attraversò la mente: in quale sperduta parte dimenticata da Dio dell’India era capitata?

Il cielo si era fatto molto grigio: presto sarebbe ricominciato a piovere. Le due ragazze decisero di tornare indietro. Questa volta Irma notò che ai lati della strada c’erano delle canalette per raccogliere l’acqua e farla defluire; mentre passarono vicino al sentiero di ignota destinazione, lei allungò o sguardo e le parve di vedere, in lontananza, gli stessi tetti in foglia di palma che aveva visto nelle capanne Tamil. Arrivate davanti al museo non si fermarono, procedettero per alcuni minuti per andare a vedere dove si trovava la lavanderia.

Già un paio di centinaia di metri prima si vedeva una grande macchia di colore vicino alla strada e, avvicinandosi, si distinguevano i numerosi abiti appesi ad asciugare all’aperto e, poco più in là, un edificio in mattoni e lamiera.

Irma sorrise: anche quel genere di architettura le era abbastanza famigliare. Si aspettava di trovare, dietro di esso, un piccolo laghetto o un fiume con delle donne intente a lavare. Avvicinatasi, vide dei ragazzini che stavano staccando il bucato dai fili, per non farlo bagnare dalla pioggia. Passarono poi dentro alla lavanderia, poiché Bhavani doveva ritirare alcuni abiti, e vi trovarono innumerevoli tavoli su cui erano appoggiati tantissimi indumenti, tanto da superare in altezza la testa di una persona comune. In fondo questo stanzone, una lavatrice da venti chili si agitava pigramente, evidentemente partecipe dei tempi indiani. Irma la fissò, un poco delusa per la mancanza di un fiume, le sembrò comunque vecchia, ma in realtà non aveva idea di come fossero le lavatrici industriali e quindi non poteva fare un paragone.

Nei pressi della lavanderia c’era qualche casa modesta e si vedevano scorrazzare molti animali, compresa una grufolante famiglia di maialini rosa e neri.

Bhavani ritirò il proprio pacchetto e pagò. Le due giovani rientrarono al museo attorno alle diciotto, giusto in tempo per mettersi al riparo dalla fragorosa pioggia che cadde giù dopo pochi minuti e che proseguì fino al mattino, concedendosi brevi intervalli.

Dopo una colazione consumata in compagnia degli altri due tirocinanti e dopo aver visto Ramon uscire nel cortile, a dispetto del fango, e camminare in tondo, mormorando fra sé parole inudibili agli altri, Irma si presentò davanti all’ufficio del direttore in perfetto orario. Vairochana, invece, tardò di un quarto d’ora e quasi si stupì nello scoprirsi atteso. Fece accomodare la giovane e iniziò a dirle in inglese: “Tutto quello che hai visto oltre il cancello d’ingresso è opera mia. Da trenta anni mi dedico allo studio dei miei compaesani e mi impegno per preservarne e tramandarne la cultura alle future generazioni. Ho investito il patrimonio della mia famiglia per costruire le mura, ogni edificio, ogni singolo mattone di questo luogo, senza il finanziamento del governo o di privati. Allo stesso modo ho raccolto e comprato ogni oggetto che vedi esposto. Ho ricevuto vari riconoscimenti per ciò che ho fatto e ho vinto alcuni premi per l’ottimo lavoro che svolto. Il mio impegno non è finito, sono sempre in moto e all’opera per nuove creazioni ed espandermi. Avrai sicuramente notato che ho avviato i lavori per edificare una nuova ala, anche se sono solamente al principio e sto facendo sistemare il terreno per iniziare a gettare le fondamenta. Ho già accumulato non pochi oggetti che vorrei esporre al suo interno … o, per meglio dire, ho in magazzino molti reperti e manufatti che devono essere esaminati e catalogati; una volta che avrò ben chiaro che cosa ho a disposizione, deciderò come collocarli all’interno della mia collezione e a cosa destinare la nuova ala. Il tuo compito è proprio questo: guardare cosa c’è nel magazzino, classificarlo, descriverlo … insomma, creare un catalogo con le informazioni basilari su ogni oggetto, dunque che genere di strumento è, l’uso, il periodo, magari una descrizione sommaria con le misure. Nel frattempo puoi anche dividerli per categoria, man mano che li studi, così da averli già raggruppati e trovarli più facilmente. Tutto chiaro?”

Irma rispose di sì; non specificò che non si aspettava un compito del genere, soprattutto perché le sue competenze erano in ambito artistico e dunque supponeva di trovarsi in difficoltà davanti ad oggetti d’uso comune e strumenti di lavoro, tuttavia era felice perché le avrebbe dato la possibilità di espandere le proprie conoscenze. Era soddisfatta, dunque, e si lasciò condurre al magazzino.

Era lo scantinato della casa padronale, con un ingresso indipendente. Era molto vasto e lungo le pareti, su scaffali e su tavoli erano deposti molti oggetti, quasi tutti avvolti in carta di giornale.

Irma strinse in una mano un pennarello, sotto l’altro braccio il computer e fu pronta per cominciare.

L’aria nello stanzone era molto più calda che fuori e l’umidità era opprimente, quindi furono immediatamente accese le ventole sul soffitto per far muovere un poco l’aria affinché fosse un po’ più respirabile. Le pale, però, girando, alzarono la polvere depositata ovunque, ma questo era più sopportabile.

La giovane scelse uno scaffale da cui cominciare; prese un pacchetto oblungo e lo scartò trovandovi poi dentro una coppia di candelabri in metallo, decorati con fiori di loto. Probabilmente potevano essere considerati oggetti induisti, sebbene il loto non avesse una connotazione puramente religiosa, ma culturale ed era visto come simbolo di purezza anche dai cristiani. Provò a cercare se ci fosse qualche incisione o impresso un marchio che potesse aiutarla con la datazione, ma non trovò nulla del genere. Si limitò dunque a descrivere la coppia di candelabri, indicando che non poteva riconoscere il materiale in cui erano fatto, me riportò le misure e assegnò loro un numero di inventario. Col pennarello, poi segnò il numero anche su un’etichetta che allegò ai due oggetti prima di risistemarli nel cartoccio di carta.

Sullo scaffale trovò altri arredi simili: vasi di varie dimensioni, posacenere, un treppiede e un catino. Quel che la colpì maggiormente fu uno scrigno di legno anonimo che all’interno conteneva dei bronzetti a testa di animale che probabilmente un tempo erano usati per tenere ferme le imposte delle finestre aperte.

Dopo aver censito ogni oggetto dello scaffale, Irma decise di bere, ma si rese conto di non aver portato la borraccia; uscì dunque dal magazzino per andare nella sala comune dove l’aveva lasciata, dopo averla riempita al depuratore di acqua. Camminando per la stradina interna, si rese conto che c’era una certa agitazione tra alcuni uomini che, probabilmente, lavoravano lì. Li vide correre agitati da una parte e dall’altra. Riuscì a fermarne uno e a domandargli che cosa stesse accadendo. L’uomo spiegò che era stato visto un cobra strisciare fuori dalla zona dei campi e muoversi gli edifici e dunque lo stavano cercando: nel frattempo lei avrebbe dovuto stare attenta.

Irma ringraziò per l’informazione e tra sé sperò che il serpente non fosse trovato e potesse allontanarsi tranquillamente.

Si rimise al lavoro e gioiva ogni volta che riusciva a trovare qualche simbolo o figura conosciuta, oppure quando riusciva a decifrare qualcosa prima sconosciuto, grazie a qualche ricerca in rete. Sì, cercare informazioni su internet non era certo il massimo della professionalità, ma al momento doveva fare un rapido inventario, la parte di analisi sarebbe stata successiva.

Catalogò incessantemente tutto il giorno, fermandosi solo per il pranzo. Andò a mangiare con gli altri tirocinanti, il direttore del museo e sua moglie; chiese se il cobra fosse stato trovato. Le risposero di no, poi Vairochana le spiegò che, anche se lo avessero trovato, non lo avrebbero ucciso: i cobra erano considerati come guardiani e protettori … ma di certo non li avrebbero voluti aggirarsi tra le sale del museo e quindi volevano essere certi che fosse tornato nei campi.

Arrivata a sera, Irma era soddisfatta del proprio operato ma vedeva bene che le sarebbero servite diverse giornate, prima di finire di censire tutto il magazzino.

Era già ora di cena e quindi si recò nella sala comune dove trovò gli altri due tirocinanti, Ramon era fermo a fissare una parete. Arrivò l’inserviente con il cibo e lasciò sul tavolo una grande scodella con del riso bianco e alcune ciottoline con salse diverse, tra cui una ottenuta con ananas e curry.

Irma prese un piatto e lo riempì, mangiò con le mani e parlò con Bhavani, infine lavò il piatto e il bicchiere e se ne andò nella propria stanza: era stanca e aveva bisogno di una doccia!

Entrò in stanza, chiuse la porta, si tolse i sandali per non sporcare, poi si avvicinò all’interruttore e accese la luce; fece qualche passo e vide, arrotolato su se stesso, sul suo letto, un cobra.

La paura durò solo un istante perché lo riconobbe immediatamente. Si sedette accanto a lui e gli carezzò la testa, sussurrando: “Iravan, lo so che sei tu.”

Il serpente si tramutò in un essere umano e rispose: “Certo che sai che sono io! Mi arrabbierei se non mi riconoscessi! Sono stato nella mia forma di naga per evitare che la gente si arrabbiasse nel vedere un uomo nella tua stanza.”

Era un giovane che pareva avere meno di trenta anni, la sua carnagione non era delle più scure, aveva capelli neri che gli scendevano sulle spalle; era a torno nudo tranne che per un largo gilet rosso aperto, mentre sotto aveva stretto un dhoti.

Irma lo abbracciò, contenta, dicendo: “Oh, come sono felice di rivederti! Mi sei mancato!”

“Anche tu, sorellina.” replicò lui, sorridendo “Ma se è vero quel che dici, perché non mi hai fatto sapere che saresti tornata in India?”

“Ho forse modo di contattarmi? Non mi risulta tu abbia un telefono.”

“Questo è vero, ma non credi che Yacqomin avrebbe saputo come informarmi?”

“Beh, mi pari molto informato lo stesso. Non lo hai detto agli altri, vero?”

“Non ancora. Ho pensato che, se non hai detto nulla, probabilmente avevi ragioni per farlo e non sia stata una distrazione.”

“Però eccoti qua … Non che mi dispiaccia, anzi …”

“Perché sei venuta di nascosto?” la interruppe lui.

“Va bene come risposta: non mi sono ancora ripresa dall’ultima volta?”

“Due anni fa? È stato divertente, abbiamo salvato il dharma e il mondo, abbiamo aiutato Visnu. Io dico che non c’è nulla per cui essere traumatizzati.”

“Beh, sono sicura che la cultura naga e la mia siano piuttosto differenti. Non fraintendermi, sono fiera di quello che abbiamo fatto … ma se ricordo quei giorni mi sembra quasi siano stati un sogno e poi … Non ho più ricontattato nessuno, a malapena ho fatto loro gli auguri di Natale, Pasqua e compleanno … sono spaventata all’idea di rincontrali e non so perché.”

“Mi pareva che fossi stata felice di avere un segreto da condividere solo con noi e che lo sentissi come un modo per essere più affiatati, invece ti sei allontanata. È stato traumatico rivedermi?”

“No. La verità, penso, è che devo fare ancora chiarezza in me e capire alcune cose su me stessa. Penso di non poter affrontare gli altri, se prima non ho la sicurezza di cui necessito.”

“Stiamo parlando di amici, non di avversari. Se non puoi fidarti di loro, di chi allora? Comunque per il momento non insisto. Lavori al museo, giusto? Per quanto tempo?”

“Tutta l’estate.”

Iravan stava riflettendo e disse ad alta voce quello che pareva essere solo un pensiero: “Bene, questo significa che potremo rivederci e parlare di nuovo.”

“Lo spero.” rispose Irma, ma capì che qualcosa turbava l’amico, per cui gli domandò: “Vuoi dirmi qualcos’altro, vero? Ti ascolto.”

“Sì.” si decise a spiegare “Ho saputo che eri qui perché ho visto in sogno Dushala a Goa. Ho pensato che significasse che tu saresti venuta da queste parti e quindi ho allertato naga e serpenti e altri alleati di informarmi se ti avessero vista. Volevo rivederti, passare del tempo con te, invitarti al mio matrimonio …”

“Cosa?!” esclamò Irma, felice “Tu e Shunaka vi sposate finalmente? È meraviglioso! Allora la potrò conoscere.”

“Sì, ma non è questo il punto, lasciami finire. Io volevo appunto incontrarti semplicemente per condividere qualche fraterno momento, però, quando ho saputo in quale zona di Goa ti trovassi …” stava cercando le parole da usare “… mi sono preoccupato.”

“Perché?” domandò Irma, molto seriamente.

“Ecco, in realtà non volevo fare preoccupare te. Sicuramente è solo un eccessivo scrupolo mio, ma questo posto non ha una bella reputazione … No, non è quello che intendevo dire. Da queste parti, molti secoli e millenni fa sono accadute cose … dopo è stato tranquillo, credo, o per lo meno non ci sono stati problemi particolari … sì, un po’ di fama sinistra retaggio dell’antichità, si raccontano cose, ma probabilmente sono per lo più leggende … di prove non mi risulta ce ne siano …”

“Però pensi che qui io non sia al sicuro.” concluse Irma, volendo toglierlo da quel balbettio confuso.

“È solo che mi sento molto protettivo verso di te, lo sai. Non voglio rovinarti quest’esperienza e quindi ti ho portato un regalo.”

Nella mano di Iravan apparve un serpente dorato con un occhio verde e uno rosso. Lo appoggiò sul polso della donna e lo strano animale si arrotolò attorno tre volte e si irrigidì, diventando di metallo, mentre gli occhi si mutarono in pietre.

“Ecco, con questo potrai metterti in contatto con me ogni volta che vorrai.” spiegò il naga.

“Davvero? Ma è meraviglioso! Grazie mille e non preoccuparti, non mi accadrà niente.”

“Puoi usarlo anche se non ti senti in pericolo.”

Si abbracciarono nuovamente.

“Dai, intanto che sono qui, raccontami qualcosa. Come ti trovi da questa parte dell’India?”

“Beh … mangiano con le posate, non si tolgono le scarpe prima di entrare in un edificio, le strade non sono sporche e ho visto al massimo due mucche in giro … Non sembra nemmeno India!”

Risero entrambi. Rimasero poi a parlare per alcune ore, finché Iravan non decise di ritrasformarsi in un cobra e strisciare via.

Irma si era mostrata tranquilla e quasi indifferente a ciò che l’amico le aveva detto sulla fama di quel luogo poiché non voleva che lui si agitasse, tuttavia lei era rimasta parecchio incuriosita. Non aveva paura, ma desiderava conoscere quali avvenimenti fossero accaduti in tempi remoti; avrebbe cominciato le ricerche nell’epica e nella mitologia induista, chissà dove ciò l’avrebbe portata.

 

 

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