Games of Diadochi

Cassandro (Games of Diadochi)

Le mie mani sembrano diventare un po’ più di bronzo ogni giorno che passa. Sono partito più di un mese fa che ero pallido come l’erba e adesso sono dello stesso colore di un contadino che lavora sotto i raggi di Elio in ecatombeone, forse anche più scuro.

Non ho mai patito tanto caldo come in questi giorni, neppure quell’estate in cui il grano si era seccato prima che potessero mieterlo e in tutta la Macedonia i fuochi si accendevano da soli, nei campi e nei boschi, come se Prometeo avesse deciso di scagliare il fuoco agli uomini e non di donarlo gentilmente. Quanto pregammo Zeus per una pioggia, un bel temporale!

Non ci ascoltò per molti mesi, forse era troppo impegnato ad ammirare, come chiunque altro, le gesta di questo suo presunto figlio: il più folle di ogni uomo.

Alessandro, sei sempre stato ambizioso, ma ti credevo più savio. Ti ammiravo, tantissimo.

Eri già un re, nel nostro piccolo, e non perché eri figlio di Filippo. Sapevi conquistarti la fiducia di tutti e conoscevi bene l’equilibrio tra punizione e ricompensa. Combattevi meglio di chiunque altro negli allenamenti, fosse il pancrazio, il pugilato coi cesti o l’uso della spada. Quante volte ho visto mio fratello Plistarco con lividi e graffi da te procurati, ma nemmeno per un momento lo vidi amareggiato o indispettito per questo, così come nessun altro dei giovani si rattristava nell’essere superato da te.

Eccellevi spesso, eppure eri capace di non suscitare l’invidia altrui; anzi, più primeggiavi, più tutti ti ammiravano ed erano disposti ad ascoltarti ed obbedirti. Perché?

In effetti, forse il fatto che fossi figlio di Filippo un poco ci influenzava. Sapevamo già che tu saresti stato il nostro re: non ci sarebbe stata una contesa per il trono e dunque vederti primeggiare ci rassicurava, ci rendeva certi che davvero il potere sarebbe andato al migliore.

Un primus inter pares, ecco quello che saresti dovuto essere. Noi tutti eravamo filoi, heitairoi: amici e compagni, nessuno superiore agli altri e unanimi nel concordare che tu saresti stato la nostra guida. Noi consiglieri per rendere servizio a te e alla Macedonia e tu condottiero capace di prendere la decisione giusta, di affrontare le situazioni con fermezza. Allo stesso tempo eri e non eri uno di noi; eravamo una cosa unica, inscindibile, eppure qualcosa ci differenziava: noi il corpo e tu il cuore.

Eri la Terra e noi le stelle e i pianeti che le girano attorno.

Tu il re, noi gli Eteri.
Lo eri e avresti dovuto continuare ad esserlo fino a quando Atropo non avrebbe reciso il tuo filo o i nostri. Ora sarò io a sollecitare le cesoie della Moira, sperando che anche Lachesi sia d’accordo con me.

Me. No, è troppo presuntuoso, non sono io che ho deciso, benché sia d’accordo con mio padre e la maggior parte dei nostri amici che ormai dicono di non riconoscerti più.

Chissà se anch’io non riuscirò a vedere in te il vecchio amico, se così posso chiamarti. Se ti vedrò come un altro uomo, però, sappi che ciò non è dovuto al tempo, la lontananza e la guerra che hai condotto, benché mi renda conto di quanto possa segnare lo spirito di un uomo l’incontrarsi con Polemos ed Enio. Sono, però, gli uomini comuni, quelli che normalmente vivono col commercio o nei campi, che vengono impressionati dalle spade insanguinate e dai corpi trafitti da lance. Noi no. Noi siamo guerrieri e competiamo con gli Spartani, ma non quelli ormai fiacchi e indeboliti che abbiamo sottomesso da tempo, mi riferisco ai trecento che con Leonida resistettero e morirono contro quel nemico che ora tu hai soggiogato. Noi siamo nati per combattere, ma non solo per questo e tu evidentemente non lo hai capito.

Sono certo che non sia stata la guerra a cambiarti, che cosa lo abbia fatto non lo so. Non posso neppure essere certo che tu sia davvero ormai un altro uomo, come tutti affermano.

È da quando sei partito per questa follia che non ti vedo. Avevo quattordici anni, avevi da poco iniziato tu stesso a impartirmi un addestramento speciale, ma non era abbastanza per seguirti sui campi di battaglia. Invidiavo Plistarco che ha potuto accompagnarti per tutta l’Asia, ma ora mi rendo conto che è stato meglio rimanere indietro, con mio padre Antipatro, a vegliare sulla Macedonia di cui sembri esserti praticamente dimenticato.

Sei partito oltre dieci anni fa e non hai più fatto ritorno, invii lettere a tua madre, impartisci ordini a mio padre ma sembra che non ti importi nulla della terra in cui sei nato e cresciuto, né dei tuoi amici che ti hanno aiutato e seguito per farti contento, ma che ormai da anni vorrebbero rivedere le proprie case.

Ti paragoni ad Achille, ma è evidente che assomigli maggiormente ad Odisseo. Non il carattere di quando vuole semplicemente tornare alla sua Itaca, bensì quello di alcuni anni dopo, quello che si era già manifestato quando volle conoscere i Ciclopi, che lo spinse ad attraversare le Colonne d’Ercole e morire. È questo quello che accade a chi osa spingersi troppo lontano, oltre i confini posti dagli dei. I limiti sono necessari per il mantenimento dell’ordine e per il benessere degli uomini, di ogni creatura e del mondo intero. Che cosa accadrebbe se il Elio decidesse di non sorgere? Oppure pensa a quando i fiumi si gonfiano ed escono dai loro argini e inondano le terre circostanti distruggendo ogni cosa e annegando chiunque.

Ah, ma sono certo che, allora, tu dirai di essere come il Nilo il cui straripare è di vitale importanza per l’Egitto.

Vanità … vanità! Ti dico che gli egizi subiscono danni comunque, ogni anno, a causa del loro fiume sacro e che sono ben più saggi i popoli che costruiscono dighe, bacini e canali per controllare l’acqua.

Infrangere le regole significa portare il caos e il caos è solo dannoso, per questo tu, come Odisseo, sbagli nel voler andare oltre i confini e ti macchi di ubris, ritenendoti figlio di Zeus.

Oh, novello Fetonte che tieni le redini di un carro non adatto agli uomini, portando distruzione sulla Terra, anziché il dovuto benessere.

In realtà, il gran problema di questa tua follia che ti trascina non è tanto la disobbedienza e il male che te ne verrà, bensì il fatto che costringi decine di migliaia di uomini a seguirti così che la tua rovina sarà anche la loro. Questo è ciò che non posso perdonarti: se le tue azioni portassero danno solamente a te stesso, non te le impedirei, ma tu hai già innaffiato col sangue macedone tutta l’Asia di cui hai concimato i campi coi corpi dei nostri compagni e ancora non sei soddisfatto e altra morte desideri.

Tu, giustamente, sei disposto a morire per la gloria, ma non ti preoccupi di quelle persone a cui chiedi continuamente di sacrificarsi per portar lustro al tuo nome e non al loro.

Hai conquistato il più grande degli imperi non da solo, ma con il sostegno e la morte di migliaia e migliaia di uomini di cui il Lete ha già cancellato la memoria.

Non sei più un sovrano, ma soltanto un generale. Ti proclami Re dei Re del più vasto impero e ancora lo vorresti espandere, ma non sei affatto in grado di governare. Sei diventato un tiranno, non di quelli che sono stati necessari per risollevare le sorti delle città, ma come Pisistrato o Dionigi, quelli aspramente rimproverati dal nostro maestro Aristotele. Vuoi un regno ma non te ne vuoi prendere cura, pensi unicamente a te stesso e dimentichi le tue responsabilità e i tuoi doveri.

Un re che non si comporta come tale, non può continuare a governare.

Perché lo fai? Che cosa ti spinge? Che cosa ha devastato la tua mente?

Per Odisseo erano la curiosità e la sete di conoscenza, ma qual è il tuo motore? Non lo capisco.

La ricchezza no di certo, perché con tutti i tesori che hai conquistato potresti dare anche cinquanta mine ad ogni uomo e ancora te ne avanzerebbero abbastanza per far apparire poveri, al tuo confronto, sia Creso che Mida.

Neppure la brama di potere ti muove, ne sono sicuro, visto che non ti curi minimamente di esercitare quello che hai e, anzi, deleghi ad altri.

Plistarco scrive che sei ossessionato dal creare un’unica civiltà, mescolando Macedoni, Greci, Egizi e Persiani tutti assieme; racconta che hai abbandonato gran parte dei nostri usi e che vesti come un barbaro e che nei banchetti non distingui i conquistatori dai vinti. Non credevo a tutto questo, non credevo che avessi permesso ad alcuni re orientali di mantenere il potere, ma quando l’anno scorso mi è giunta la notizia della grande cerimonia nuziale a Susa in cui hai sposato la figlia di Dario III (seconda donna barbara con cui ti unisci!) e hai obbligato i tuoi generali e i tuoi soldati a sposare donne persiane … sono rimasto sconvolto. Mi pareva assurdo, insensato e quando mi convinsi che era accaduto davvero, capii molto meglio le preoccupazioni espresse da mio fratello.

Nessun nobile macedone avrebbe mai mischiato il proprio sangue a quello di donne barbare, se non fosse stato costretto da te. Non ti vergogni?! Imporre così la tua follia?! Usare la tua autorità per sovvertire l’ordine, anziché governare con giustizia?!

Non posso sopportare che il mio re si comporti in una simile maniera e questo è ciò che pensiamo tutti, sia in Macedonia, sia tra gli uomini che ti sono stati vicini in questi anni e che hanno cercato di consigliarti al meglio.

Un buon amico dovrebbe sempre indicare l’errore e cercare di raddrizzarlo. Un amico soffre nel vedere il compagno che patisce o si fa del male da solo e tenta in ogni modo di aiutarlo. Così si donano volentieri denari all’amico che si trova in povertà, si aiuta a camminare quello leso ad una gamba e si riconduce alla ragione chi è offuscato dai vizi.

Hai molti amici attorno a te, Alessandro. Tutti hanno cercato di aiutarti e non perché ti hanno seguito in battaglia, ma poiché hanno cercato di fermarti. Alcuni per paura o troppa benevolenza sono stati miti nel consigliarti e tu li hai ignorati, mentre quelli che più fermamente esponevano davanti ai tuoi occhi ciò che è giusto, tu li ha fatti uccidere. Così è successo al buon Filota, di cui ti liberasti con un’accusa di tradimento, alla quale associasti pure mio cognato.

Non cospiravano contro di te, ti contraddicevano per il tuo bene e tu li hai ripagati con la morte. A tal punto Ate si è impossessata di te che più non riconosci gli amici e consideri un attacco a tuo danno tutto ciò che si oppone alle tue idee. Non ti metti in discussione e credi che gli altri parlino solo per codardia o pigrizia.

Hai costretto i tuoi amici a divenire adulatori, altrimenti non avresti permesso loro di starti accanto. Gli Eteri sono diventati servi. Non vuoi consigli ma solo un cieco assenso.

TU! Tu hai infranto il nostro equilibrio, tu hai ucciso il nostro organismo, tu hai voluto crederti superiore, calpestandoci. TU!

Dovevamo essere i tuoi amici e compagni, essere un gruppo di eguali come è sempre stato in Macedonia: il re e i suoi compagni in parità. La tua ambizione, tuttavia, ti fa odiare il considerarti come noi, vuoi esserci al di sopra, vuoi essere come l’imperatore persiano, di cui ti dici successore, e forse sei anche peggiore di lui!

Tu hai infranto la nostra armonia quando hai deciso di non essere il conquistatore della Persia, ma semplicemente il suo nuovo sovrano. Avresti dovuto importi sui vinti, invece hai ceduto alle loro tradizioni, ti sei lasciato inebriare dall’idea di essere un sovrano divino e hai voluto assecondare la tua insaziabile fame di conquista al solo scopo di dimostrare la tua potenza. Vuoi solo sottomettere chiunque per provare al mondo, e forse soprattutto a te stesso, che tuo padre è veramente Zeus, come vai blaterando continuamente. Dannazione all’oracolo di Amon che ha incentivato il tuo delirio!

Il Re persiano, almeno, si considerava semplicemente incaricato dal suo dio a governare, ma non si riteneva egli stesso una divinità.

Hai letto troppi miti. Hai visto la decadenza di Atene, Sparta e Tebe; credendoti figlio di un dio hai sperato in un qualche modo di poter riportare il mondo all’età dell’oro, ma ormai sono passati più di mille anni da quei tempi che non torneranno mai più.

Inoltre quest’idea di omogeneizzare le culture è raccapricciante. Dici che lo vuoi fare affinché una non prevalga sulle altre e ci sia comprensione e rispetto. Ti informo, però, che l’uguaglianza così intesa non è né comprensione né rispetto. Vuoi uccidere tante tradizioni affinché ce ne sia una unica, che razza di rispetto è questo?

Per di più non ho bisogno di rispettare chi la pensa come me, né ho bisogno di capirlo. È quando ci troviamo davanti al diverso che abbiamo la possibilità di essere aperti e disponibili. Non è sacrificando noi stessi o accettando tutto da parte degli altri che eviteremo incomprensioni e guerre. Il rispetto sta nel vedere la diversità e non considerarla un male.

Mi dicono che ormai è tardi per farti ragionare. In molti hanno tentato e tu non li hai ascoltati. Hai preferito vederli come nemici, anziché ammettere il tuo errore.

Ormai la Persia è la tua casa e, da quel che mi dicono, ti sta comunque stretta. Sei come una lamia: mai sazio di sangue.

Ti sei dimenticato delle tue origini e dei tuoi amici, ci disprezzi e dubiti costantemente di noi. Noi ti abbiamo reso Grande, senza di noi saresti solo Alessandro, nessun Magno accompagnerebbe il tuo nome. Tu guardi tutti noi con sospetto, soprattutto da quando è morto Efestione. Confidi più nei barbari piegati dalla forza che in noi con cui sei cresciuto. Credi che chi abbassa la testa lo faccia per ammirazione e devozione, invece è solo la paura che fa chinare quei capi.

Ci temi perché non vogliamo assecondare la tua follia. Hai già mietuto le prime vittime e presto la tua furia colpirà tutti quanti noi e ci farai uccidere dai tuoi nuovi sicari, se non saremo noi ad agire per primi.

Tutti ne siamo consapevoli e la situazione non ci piace, ma tu non ci hai lasciato altra scelta.

Plistarco mi ha riferito che ormai tutti i Macedoni che ti hanno seguito o sono caduti in disgrazia, o hanno imparato a tacere e fingere di approvare la tua follia. Credevamo che l’insano di mente fosse tuo fratello e invece …

Abbiamo provato a salvarti, ma tu stesso ti sei condannato.

Mio padre ha servito degnamente il tuo e ti è sempre stato fedele. Tu l’hai nominato stratego d’Europa e gli hai affidato la nostra Macedonia. Ha governato quelle terre di cui tu ti sei scordato e ha fatto i tuoi interessi e ha sedato le rivolte di chi voleva, giustamente, rivendicare autonomia rispetto ad un re assente. Ha difeso le tue conquiste più volte, primo fra tutti da Agide di Sparta.
Ogni cosa che ha fatto è stata per il bene tuo e del regno. È spesso in disaccordo con tua madre, certo, ma chi non lo è?

Qual è la ricompensa per il suo zelo e la sua lealtà? Essere convocato davanti al tuo tribunale a Babilonia!

Eccolo il caos: ricompensi i nemici e punisci chi ti sostiene.

Questo è stato troppo. La tua epistola non è stata l’unica recapitata ad Antipatro, ci è giunto anche il parere della tua stretta cerchia che, sì, ormai fai bene a temere. Ti hanno sempre amato, ma adesso ti temono.

Tu hai tradito la Macedonia. Tu hai tradito tutti noi.

Ecco, vedo le porte blu di Babilonia: tra poco ci incontreremo.

Mio padre non è stato così stupido da venire al tuo sommario processo.

Costeggio l’Eufrate con la mia scorta e finalmente giungiamo dentro la città. L’accoglienza dovrebbe essere sobria, ma gli usi dei persiani, coi loro colori e il loro cerimoniale, la fan sembrare chiassosa. Ci sono Tolemeo e Seleuco a scortarmi a palazzo, ovviamente non possiamo parlare di ciò che abbiamo in mente, ma i loro sguardi sono loquaci: sanno per cosa sono venuto.

Arrivo a palazzo e mi fanno accomodare in una stanza, in attesa che il Gran Re possa ricevermi: attualmente è impegnato con una delle sue mogli barbare. Non ha alcun rispetto.

Tolemeo e Seleuco restano con me e la loro tensione è evidente; si sono tolti i vistosi mantelli persiani che avevano in città e ora mostrano un classico chitone greco, molto più appropriato.

Arriva mio fratello e fa allontanare i servitori: finalmente soli.

Ci stringiamo in cerchio e parliamo a bassissima voce.

“Finalmente sei arrivato, iniziavamo a temere che Alessandro ti avesse fatto uccidere da sicari, durante il viaggio.” mi dice Seleuco.

“Quello sarebbe capitato sicuramente a mio padre.” replica Plistarco.

“Non perdiamo tempo: potrebbe arrivare qualcuno in qualsiasi momento.” ci richiama Tolemeo “Come hai intenzione di farlo?”

“Lo capirete.”

“Non avrai bisogno di noi?”chiede Seleuco perplesso.

“Non avete avuto il coraggio di far nulla, finora, quindi agirò da solo. Se dovessi fallire, sembrerà una mia spontanea iniziativa e sarò l’unico a pagarne le conseguenze: voi sarete salvi e potrete escogitare qualcos’altro.”

“Grazie e che gli dei ti assistono.” mi augura Tolemeo.

Tolomeo che era uno degli amici più cari ad Alessandro. Ricordo quando Filippo, per punire il figlio, aveva esiliato Tolomeo.

Tolomeo che è uno dei somatofylax di Alessandro, ma ormai non vuole più difenderlo.

Sono sicuro che si sentano sollevati dal fatto di non essere coinvolti direttamente nell’azione. Non so se la loro sia semplicemente paura di fallire o non abbastanza paura del traditore. Hanno combattuto per anni fianco a fianco e, anche se hanno visto la degenerazione dilagare, forse ancora la situazione non è abbastanza disastrosa per vincere l’affetto che li lega al condottiero. Forse è per questo che si sono rivolti a mio padre e a me. Noi siamo rimasti in Macedonia, i sentimenti non ci impediranno di salvare il regno.

Non mi dispiace affatto di essere protagonista di questo momento, anzi ne sono fiero.

Sento al musica di tamburi e flauti avvicinarsi. Gli altri spezzano il cerchio. Una delle porte si apre ed ecco avanzare Alessandro, in abiti persiani, si è perfino fatto crescere la barba alla moda di questi barbari.

Non aspetto che mi chiami a sé e mi avvicino: siamo amici e compagni.

Non mi inginocchio al suo cospetto, ma inclino solo lievemente il capo: è solo il primus inter pares.

Non distolgo lo sguardo: i suoi occhi, uno azzurro e uno marrone, sono gli occhi di un uomo e non di un dio.

Ci salutiamo. Inizia a dire che è dispiaciuto che mio padre non sia venuto di persona come richiesto.

Ti dispiace così tanto non ucciderlo ingiustamente?

Mi dice di seguirlo e parla, parla, parla. Descrive il suo impero, le sue spedizioni fino in India, dove giunsero in precedenza solo Eracle e Dioniso, racconta di quanto sono grossi gli elefanti e di come si possano utilizzare per la guerra. Poi finalmente mi chiede della Macedonia: dopo oltre due ore da quando sono arrivato, si ricorda di informarsi di cosa accada nel nucleo originario del suo regno.

Mi tratta abbastanza amichevolmente: perché?

Forse mi sta studiando, oppure non vuole farmi insospettire, in attesa che un sicario spunti fuori; o magari odia semplicemente mio padre e progetta di mandare me in una qualche sperduta zona di quest’impero barbarico per tenermi lontano da dove il potere conta; o forse spera solo di lusingarmi e convincermi a seguirlo in una nuova impresa chissà dove. Già, dev’essere così, starà cercando di organizzare un’armata con una nuova generazione da mandare a morire tra i barbari dell’estremo oriente. Non glielo permetterò.

Finalmente arriva la sera. Siamo a banchetto e ovunque vengono passate coppe di vino schietto. Noi Greci non siamo così volgari da bere vino puro, anche nei momenti di massima tristezza lo mesciamo con almeno una parte di acqua. Alessandro ha preso proprio tutto dei persiani, dimenticando ogni moderatezza del nostro mondo.

Ne assaggio un goccio per accertarmi che almeno sia speziato: sì, lo è.

C’è confusione attorno a me. Non sono solo i musici e le danzatrici, ma tutti i convitati stanno parlando a gran voce, mezzi ubriachi se non già del tutto. Posso agire indisturbato. Prendo una coppa e la faccio colmare di vino nero, poi da sotto le vesti sfilo rapidamente il sacchettino che porto con me dall’inizio di questo viaggio. Mi guardo attorno per essere certo di non essere osservato: direi che i commensali sono impegnati in tutt’altro che guardare me.

Rapido verso l’elleboro bianco contenuto nel sacchetto dentro alla coppa di vino e aspetto.

Aspetto che il grande Alessandro, che a stento si regge in piedi, chieda dell’altro vino. Appena lo fa, mi avvicino e gli porgo la coppa preparata appositamente per lui.

Mi sorride, l’afferra soddisfatto e se la scola rapidamente senza sapere che in essa vi è la sua morte.

L’elleboro non è rapido come la cicuta, impiega diversi giorni ad uccidere e lo fa con febbri e gran dolori.

Mi dispiace aver inferto quest’ultima sofferenza al mio amico, ma in questo modo gli effetti del veleno possono essere scambiati per i sintomi di una malattia, la stessa di Efestione, e non si penserà ad un assassinio.

Il popolo non saprà che sono stato io ad uccidere Alessandro il Grande, non mi importa. Non me ne voglio vantare. Basterà a me la consapevolezza di avere salvato la Macedonia, di aver impedito che la barbarie trionfasse. Mio fratello, Seleuco, Tolemeo e altri amici e compagni sapranno quello che ho fatto per noi, per la Macedonia …

Spero non lo dimenticheranno. Quest’assurdo impero farà la fine che merita: essere smembrato. Quando sarà il momento di spartirsi questo mondo e se ci saranno contese in futuro, spero che i miei amici non scorderanno chi è l’artefice di tutto ciò, chi ha ucciso Alessandro Magno: Cassandro.

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