Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Il Morto

CAPITOLO 2: Il morto

 

Dora si svegliò di buonora come tutti i giorni, sebbene fosse domenica. Abbandonò a malincuore il caldo del proprio letto, si diresse verso la finestra e aprì gli scuri: la luce del Sole entrò nella stanza. La giovane gettò un’occhiata verso la strada e notò che c’era più fermento del solito, ma non vi fece molto caso; tirò le tende per cambiarsi. Aprì l’armadio in noce, osservò gli abiti appesi e, alla fine, optò per quello azzurro che si era confezionata un paio d’anni prima, aveva le maniche lunghe, con pizzo bianco intorno al colletto, ma soprattutto era in lana pesante e quindi era l’ideale per non far gelare il suo flessuoso corpo snello. Raccolse in una treccia parte dei biondi capelli riccioli che le scendevano lungo tutta la schiena; aveva occhi nocciola, carnagione pallida, un che di felino nel complesso del viso.

Dopo essersi ben preparata, fece una rapida colazione con una tazza di latte caldo con i biscotti che aveva cucinato il giorno prima per la festa di San Prospero. Scese in bottega, i suoi genitori erano già al lavoro: mancando un mese a Natale, le commissioni alla boutique erano notevolmente aumentate e questo costringeva la famiglia di Dora a lavorare anche di domenica.

Ella diede cortesemente loro il buongiorno, poi uscì per recarsi alla messa, ma prima ne avrebbe approfittato per sbrigare quache commissione.

Una volta mescolata ai passanti per la via Emilia, si rese conto che davvero l’agitazione, la fretta e il chiacchiericcio tra le persone erano decisamente anormali: tutti avevano un passo rapido e parevano confabulare assieme.

Un’irrefrenabile curiosità prese la giovane: voleva scoprire che cosa mai fosse accaduto per provocare un simile scompiglio. Stava per chiedere ad una vecchietta che conosceva appena, quando si sentì stringere alle spalle: improvvisamente, due forti braccia le avevano stretto la vita e un paio di labbra le baciarono il collo. Si voltò. Sorrise.

Un ventiduenne, non robusto ma d’aspetto forte, dai lineamenti netti, capelli lunghi fin sotto alle spalle, biondi e lisci, iridi scure: ecco chi l’aveva abbracciata. Ivano, fabbro e maniscalco, il suo fidanzato.

“Buongiorno, amore!” disse lui, tenendola ancora stretta tra le sue braccia.

Dora strizzò gli occhi, rispose al saluto e lo baciò, incurante di cosa potessero pensare i passanti; poi lui sciolse l’abbraccio, si diedero la mano e s’incamminarono verso Piazza Del Monte, che divideva al centro il tratto della via Emilia un tempo circoscritto dalle mura.

“Tesoro, sai per caso cosa sia capitato? Come mai c’è tutto questo fermento? La festività era ieri…” chiese la sarta, incuriosita, con voce leggera.

Il giovane la prese sottobraccio e la portò verso il marciapiede che presentava già qualche crepa, nonostante fosse stato costruito solo pochi anni prima.

“Non l’hai saputo? È stato trovato un cadavere.” rispose con perfetta tranquillità Ivano.

Un ragazzetto, passando di corsa, urtò il fabbro, ma era così preso dalla fretta che non si voltò neppure a chiedere scusa.

“Un cadavere?!? Me lo dici così?!?” Dora era basita “Piuttosto si sa chi sia?”

“Può darsi, non me ne sono interessato più di tanto, ma se ti va possiamo andare in Piazza del Duomo a dare un’occhiata.” sollevò il braccio e indicò la direzione “Il corpo è stato trovato proprio sotto la statua del Crostolo, sembra.”

“Sì, per favore, andiamo, almeno per sapere chi sia e com’è morto. Dobbiamo sincerarci che non si tratti di un nostro conoscente. Ma è morto per un malore improvviso, oppure è stato ucciso?”

“Ho sentito alcuni parlare di un assassinato, ma sai che la gente straparla e, quando non sa, inventa. Meglio verificare di persona.”

Si affrettarono anche loro e si mescolarono con la folla che fluiva verso un’unica direzione.

Che delusione, una volta arrivati nella piazza principale!

I carabinieri avevano già recintato la zona e tenevano la gente a distanza, impedendo a chiunque di avvicinarsi, di gettare un’occhiata e non lasciavano trapelare nulla circa l’identità del defunto. Infatti, il cadavere era già stato coperto con un telo, tuttavia si riusciva ad intravedere un rivolo di sangue per terra e questo soddisfaceva parte della curiosità: si trattava di un omicidio e ciò animava ancor di più la popolazione.

Subito tutti iniziarono a formulare ipotesi: chi diceva che era stato ucciso dall’amante della moglie, chi supponeva avesse debiti di gioco, alcuni sostenevano che si trattasse di un suicidio dimostrativo, altri che fosse un forestiero che aveva cercato invano di fuggire a misteriosi persecutori, qualcuno che aveva saputo della piccola protesta contro la tassa sul macinato additava già gli Internazionalisti come i colpevoli; i più fantasiosi erano convinti che si trattasse di una sorta di agente segreto, ucciso perché portava informazioni troppo preziose.

Ecco alcune delle congetture formulate dalle fervide immaginazioni del popolino, sempre affamato di notizie, di un brivido, di un’emozione, di un qualcosa che lo distragga dalla propria monotona vita o che lo rassicuri circa la propria moralità.

“Dai, andiamocene, tanto è inutile stare qua.” propose cortesemente Ivano, infastidito dalla marea di persone accalcate le une alle altre.

“Hai ragione. Peccato, volevo saperne di più. Dall’agitazione, mi pareva potesse essere qualcuno di famoso… Guarda, c’è addirittura il Colonnello Bini, di solito lui si scomoda solo per casi importanti.”

Dora era vagamente delusa ma poi, tra la folla, scorse un diciottenne dai lunghi capelli neri, un po’ mossi, raccolti a coda di cavallo, magro, dall’aria un po’ dimessa. Un brivido d’allegrezza la scosse e, indicandolo, disse al compagno: “Ehi, guarda! C’è Duccio!”

Anche il giovane li aveva notati e si avvicinò subito, salutandoli con un sorriso.

“Ciao, amici, sono appena arrivato e non so dirvi nulla, però oggi pomeriggio passo, non dal solito caffè, ma dal Milano, e vi racconterò tutto in esclusiva, prima ancora di mandare in stampa l’articolo, va bene? Aspettatemi là, intorno alle sedici.”

I due fidanzati acconsentirono e si congedarono dall’amico giornalista, fiduciosi in lui, e tornarono alle proprie consuete attività.

Nel giro di qualche ora, la situazione si era normalizzata, la segretezza delle informazioni aveva fatto scemare la morbosa curiosità della popolazione circa l’omicidio, tutti attendevano la successiva edizione del giornale locale, L’Italia Centrale, in tranquillità.

Dora sedeva ad un tavolino dentro al caffè Milano, in via Emilia Santo Stefano. Era riuscita a convincere i propri genitori a lasciarle almeno un paio d’ore libere il pomeriggio, le avrebbe recuperate nei giorni successivi.

La sarta, dunque, era rimasta in boutique finché non era passata la sua cara amica Albina con cui si era recata poi al caffè, in attesa degli altri due compagni. Ordinarono entrambe un tè caldo e subito iniziarono a parlare.

“Allora, com’è andata ieri sera?” domandò immediatamente Dora con viva curiosità nella voce.

Le due giovani erano amiche da tantissimo tempo, si erano conosciute da piccole, quando giocavano con altri bambini per le strade attorno alla chiesa di Santa Teresa ed erano rimaste sempre legate. Condividevano assieme ogni esperienza e ogni emozione, si confidavano sempre quando erano in difficoltà, certe che avrebbero trovato reciproco conforto e aiuto. Quand’erano state bambine, avevano creato una sorta di codice per trasmettersi messaggi o esprimere emozioni, tramite particolari sbattimenti delle palpebre e lo avevano continuato ad usare nel corso degli anni, senza mai abbandonarlo.

“Mah, non lo so, credo bene.” rispose Albina incerta, poi proseguì, col tono stanco di chi non sa cosa raccontare: “C’erano molte persone, tutte vestite elegantemente, in modo impeccabile.”

“Tutti abiti cuciti dalla mia famiglia.” dichiarò la sarta con una punta d’orgoglio.

“Le stoffe delle tende, delle tovaglie o dei rivestimenti dei divani erano tutte pregiatissime.” volle dileggiarla Albina.

“Opera dei miei cugini, certamente.” stette allo scherzo l’amica.

“Poi, ognuno aveva quattro bicchieri differenti: aperitivo, acqua, vino, vino dolce, non so quante posate e piatti, mi pareva di essere in un altro mondo.” il suo tono si fece vago, come se stesse cercando di ricordare un sogno “Era così differente dal solito, né migliore, né peggiore, semplicemente diverso. Un ambiente raffinato, colto, ma formale e freddo, quasi da sembrare impersonale…”

Poi tentò di trovare una motivazione, quasi le dispiacesse di deludere le aspettative dell’amica, che si era entusiasmata più di lei, quando l’aveva saputa invitata a quella cena.

“Forse sarà stato solo perché non conoscevo nessuno e mi sono sentita un po’ tagliata fuori.”

“Vedrai che se continui ad andarci ci farai l’abitudine.”

“Può essere, ma perché dovrei frequentare quegli ambienti?” borbottò, a disagio, la libraia che non aveva seriamente contemplato la possibilità che si potesse ripetere una serata come quella appena passata “Cosa c’entro io con loro? Nulla. Non so nemmeno perché Gabriele mi abbia invitata ieri.”

Bevve una lunga sorsata dalla tazza che aveva davanti.

“Secondo me dev’essere divertente.” sentenziò Dora, sbocconcellando un biscotto, dopo aver pensato un poco “Deve essere buffo vederli nel loro habitat naturale, pomposi e snob come sono.”

Fece una smorfia e una risatina, ma cambiò immediatamente il tono, che diventò aspro e un po’ arido: “Saranno anche la fonte di ricchezza della mia famiglia, cara te, ma io non li sopporto proprio. Vengono alla boutique, ci guardano dall’alto al basso, palesemente seccati dal dover venire a contatto con noi, come se non fossimo degni di stare al loro cospetto, come se noi dovessimo sentirci onorati dalla loro presenza… Presuntuosi!” pareva quasi che li stesse maledicendo “Uh, ce ne sono alcuni che proprio non riesco a sopportare!”

Albina sorrise, chiedendosi se Gabriele fosse consapevole della differenza di classe sociale che c’era tra loro. Pensava fosse evidente che appartenessero a ceti diversi, ma forse lui non se ne era reso conto e per questo l’aveva invitata.

“Comunque è inutile che tu finga di non capire che cosa voglio sapere. Dimmi di Gabriele! Allora, è simpatico? Come si è comportato? Cara te, volevo portare le carte per leggerle e vedere che cosa prevedono per voi … Pazienza, intanto raccontami tu!”

Le due amiche non poterono trascorrere molto tempo parlando della serata precedente e per Albina fu decisamente meglio così, infatti presto giunsero Ivano e Duccio, i quali si erano incrociati per strada e quindi ne avevano approfittato per fare due passi assieme, prima di raggiungere le due ragazze. Non appena anche i giovanotti furono seduti al tavolino ed ebbero ordinato qualcosa da bere, tutti gli occhi furono puntati su Duccio che, senza farsi pregare, iniziò a raccontare: “Cielo d’Alcamo, tenetevi forte: il morto è Erio Sassi.”

“Chi? Il politico?” domandò il fabbro.

“Sì, era uno dei più stretti collaboratori del sindaco Gian Francesco Gherardini. Sembra che fosse intenzionato ad andare a una cena della Società del Pito, di cui era uno dei fondatori, che si è tenuta ieri: lo hanno dedotto dall’abito da sera e dalla classica spilletta che portava al bavero.”

Preso, poi, da uno spirito più personale che professionale, iniziò a dire animatamente, un po’ tra sé e sé, un po’ rivolto agli altri: “Tutti Massoni sono quelli! Ve lo dico io. Altro che la Vecchia Camarilla[1], sono molto peggio e più subdoli… Non ci saranno le prove ma è palese, è sotto gli occhi di tutti…! Non mi stupirei affatto se si scoprisse che l’assassino è uno di quella Società.”

Si accorse poi dello sguardo perplesso con cui lo stavano fissando i tre amici, per cui si diede un contegno e riprese il resoconto con taglio giornalistico: “È stato ucciso con una sola pugnalata ben assestata, non sanno ancora bene se sia stato leso un organo vitale, oppure se sia morto dissanguato, fatto sta che il decesso deve essere avvenuto nel giro di poco: nessuno ha udito grida, o lamenti.” riprese fiato un attimo e bevve un sorso, perché gli si era seccata la gola “Il pugnale, per quel che ho potuto vedere, è molto particolare, è cruciforme ed ha l’elsa decorata con molti simboli vari. A mio parere, non sarà difficile individuare l’assassino: sarà sufficiente chiedere ai fabbri se si ricordano per chi lo hanno forgiato, un’opera simile, un artigiano non la dimentica, vero Ivano?”

“Mah, non so” borbottò l’interpellato, per poi giustificarsi “In realtà i ricchi sono molto stravaganti e fanno spesso richieste particolari… inoltre potrebbe essere stato forgiato in un’altra città.”

“D’accordo, ma poi?!” chiesero quasi all’unisono le due amiche che immediatamente si guardarono e scoppiarono a ridere.

“Nient’altro.” rispose sconsolato il giornalista “Purtroppo il Colonnello dei Carabinieri, Giancarlo Bini, ha tenuto tutto sotto il massimo segreto, infatti non si sa ancora se si tratti di un regolamento di conti personale, oppure di un attacco all’ordine costituito: tutte le piste sono aperte.” si portò il bicchiere alla bocca “Da quello che ho scoperto, non sono state trovate tracce sulla scena del delitto: un lavoro pulito, sangue a parte non vi è nulla. Infatti, i Carabinieri sperano molto di trovare un qualche testimone, oppure di scoprir qualcosa frugando nell’agenda e nelle carte private del povero Sassi.”

Tacque qualche secondo, poi tirò fuori carta e penna e si scusò: “Perdonatemi se ora non sarò molto di compagnia, ma il Direttore Silvestro vuole l’articolo in stampa entro sera, quindi devo affrettarmi.”

Non rimasero molto sull’argomento, anche perché non vi era nulla di più da dire, almeno finché non fossero stati rilevati indizi con cui divertirsi a formulare ipotesi più o meno credibili. Non vi erano molti passatempi in città e fantasticare era la cosa che riusciva loro meglio. Le loro chiacchiere al caffè si risolsero con argomenti vari, in allegria senza più preoccuparsi del delitto.

 

Era sera, nella sala da bigliardo della prestigiosa Società del Casino, la cui sede si trovava all’interno del magnifico Teatro Municipale, si erano trovati a giocare e a bere i giovanotti della Società del Pito, c’erano Giangiove, Naborre, Gabriele, quei tali Antonio e Ruggero ed anche Andrea Balletti, il professore che la sera prima si era detto malato. Goffredo non partecipava, era di almeno cinque anni più giovane rispetto agli altri e ancora non era loro amico, né faceva parte di quella compagnia.

Si ritrovavano in quel luogo e non piuttosto in uno dei tanti Caffè, poiché il coprifuoco imponeva che i locali pubblici chiudessero alle dieci e trenta. Per continuare le loro conversazioni avrebbero dovuto dunque recarsi in una delle tre farmacie, poiché esse erano aperte ad ogni ora ed era là che, solitamente, si ritrovavano a discorrere i borghesi dopo un certo orario. Al contrario, nel teatro, nella sede della Società del Casino, quegli uomini abbienti che ne avevano la possibilità, potevano ritrovarsi per ore senza essere disturbati da estranei.

I giovani presenti quella sera si erano divisi in tre squadre per sfidarsi sul tavolo verde, Antonio e Ruggero rimanevano seduti in attesa che la partita in corso terminasse per prendere il posto della squadra sconfitta e giocare a propria volta; per ingannare il tempo, stavano facendo una partita a ramino, il medico si era pure caricato la pipa e si stava facendo una fumata in tranquillità. Giangiove, invece, si accontentava di un sigaro che serrava tra le labbra, quand’era il suo turno di colpire la palla bianco. Naborre stringeva gelosamente un bicchiere di cognac e si era fatto lasciare la bottiglia dal cameriere; ogni tanto il suo caro amico Balletti tentava inutilmente di togliergliela di mano o almeno di capire perché mai, quella sera, il professore volesse familiarizzare così tanto con l’alcol. Gabriele, invece, era rilassato, si dedicava al bigliardo sereno e con leggerezza, scherzando con gli altri.

“Andrea” disse Campanini, mentre il bancario studiava da quale angolazione gli convenisse colpire il boccino “Ieri stavo ragionando: se noi accettiamo per vero il motto cartesiano: cogito ergo sum, diamo valore di reale solo al pensiero e ai suoi prodotti, per cui possiamo tranquillamente affermare che solo ciò che pensiamo è vero ed esiste.”

“Non dimenticare” disse l’altro, grattandosi le enormi basette, mentre i folti baffi gli danzavano sotto il naso “Che il pensiero può essere ingannato. Anzi la realtà di noi è data dalla consapevolezza di poter essere ingannati, di conseguenza è più giusto dire: dubito quindi sono.”

“Buca!” esclamò d’improvviso Giangiove interrompendo bruscamente il dialogo.

Quando la squadra di quest’ultimo e Gabriele aveva acquistato un discreto vantaggio, ecco che l’ingegnere suggerì: “Propongo” fece una lunga ed inspiegabile pausa “Un minuto di silenzio, per il caro defunto Erio.”

Il massimo riserbo circa l’omicidio era stato tenuto solo per il volgo, gli altolocati, i membri della Società del Pito, possedevano quel prestigio, quel potere, quelle conoscenze che permettevano loro di scoprire tutto ciò che desideravano. Così, chi perché in confidenza con Silvestro, chi perché amico del Colonnello Bini, erano tutti riusciti a scoprire in anteprima l’identità dell’assassinato e qualche dettaglio.

Tutti tacquero alcuni attimi, ma pochi istanti dopo scoppiarono in riso sia l’ingegnere che Antonio. Andrea li guardò stortamente e li rimproverò: “Suvvia, non era una gran brava persona, ma non mi pare consono ridere. Un poco di rispetto per i morti, insomma!”

“Scusateci, ma era così ilare pensare di far un minuto di rispettoso silenzio per quel briccone.” si giustificò Antonio e aggiunse: “Quel figlio di un cane era più corrotto di un testo greco ricopiato da una serie di cenobiti analfabeti e presbiti… Certo gli volevano tutti molto bene per questo: gli si allungava del denaro e concedeva ogni cosa, non mi stupirei di certo se si fosse fatto nemici in questo modo.”

“Dei morti non bisogna dir male.” sbuffò Naborre, prima di buttare in gola un altro lungo sorso di liquore.

“Hai ragione.” ammise il medico “Faccio ammenda per il mio peccato. L’eterno riposo dona egli, Signore, risplen…”

“Ma smettila!” lo interruppe, distratto e divertito, Ruggero, quasi a rimproverarlo.

“Da morti, tutti gli uomini diventano bravi. Leggendo le lapidi, pare che siano stati tutti buoni. Viene da chiedersi dove vengano seppelliti i cattivi.” contestò Giangiove “Al funerale, potremo anche essere ipocriti e pronunciare un commovente elogio funebre” tacque qualche secondo “Ma alla polizia, quando ci interrogheranno, dovremo pur dire la verità.” puntualizzò, secco ed aspro, ma comunque rilassato, nella mano sinistra teneva la stecca da bigliardo, tra l’indice e il medio della destra, stringeva il sigaro.

“Oh, allora racconterai al Bini che tu e Sassi avete litigato qualche giorno fa, perché voleva dare ad un altro l’incarico circa la nuova linea ferrovia e gli interventi in stazione?” lo attaccò con scherno il medico, lasciò cadere le carte da gioco un po’ sul tavolo, un po’ sul pavimento.

“Certo, Antonio; non ho problemi a rivelarlo. Non è un segreto.” diede una boccata di fumo “Inoltre, ieri, ero alla cena con voi. Lo sapete bene.”

“Ma il politichetto è stato ucciso prima che ci mettessimo a tavola, altrimenti avrebbe fatto in tempo a raggiungerci.” specificò, con un’ironia isterica, l’altro e proseguì con un tono punzecchiante “Se non mi sbaglio, tu sei arrivato in anticipo, ma poi non ti sei fatto vedere per un po’.”

“Ho parlato con Silvestro.” si difese, sdegnoso, l’ingegnere, domandandosi come mai l’amico avesse iniziato ad essere così aggressivo.

“Qualcuno vi ha visto a te e al Direttore?”

Antonio era fuori controllo, non era andato del tutto in escandescenze, ma era notevolmente agitato e continuava a lanciare, forse non troppo celate, accuse: “Certo, poi c’è il nostro caro Avvandrea che è magicamente guarito in una notte; mentre Naborre non solo ieri è giunto in ritardo, ma per di più oggi è attaccato a quella bottiglia.”

“Pericle appestato, finiscila!” sbottò d’improvviso Campanini molto irritato “Uno non può avere i propri problemi? Ad ogni modo, ti sfido a trovare un movente! Io neppure conoscevo il Sassi! Piuttosto, ho sentito dire che tu gli hai dovuto chiedere di insabbiare alcuni decessi sconvenienti avvenuti trai tuoi pazienti, chissà quali favori ti avrà chiesto in cambio!”

“Sono l’unico al di sopra di ogni sospetto!” esclamò per celia e per sdrammatizzare, Ruggero.

Era un giovane sempre sorridente; tuttavia il suo sorriso aveva qualcosa di strano: non era finto, era naturale, ma non era di felicità, bensì di abitudine.

Giangiove si era rimesso a giocare a bigliardo, nonostante fosse solo.

“Per forza!” ribatté il medico, facendosi per qualche attimo gioviale “Sei capace di pensare solo alle donne, tu. Non saresti in grado di architettare un omicidio.” tornò subito a farsi serio e inquisitorio “Tuttavia, io credo che…”

“Ragazzi, un po’ di moderazione, ohibò!” lo interruppe Gabriele, cercando di placare gli animi, si stava pulendo le lenti degli occhiali “Siamo amici da tantissimi anni: perché mai ci stiamo lanciando accuse a vicenda? Mi sembra così sciocco, non credo che qualcuno di noi sia capace di uccidere una persona, lasciamo perdere questa faccenda, non vedo perché avvelenarci la serata.”

“Hai ragione. Non pensiamoci più.” confermò Giangiove, sorridendo, dopo aver mandato un’altra palla in buca.

Antonio si scusò: “Vogliatemi perdonare, non so cosa mi sia preso, non avrei mai dovuto scagliare la prima pietra. È, però, un periodo in cui sono alquanto nervoso e l’idea che in giro ci sia un assassino, mi agita maggiormente.”

Il medico, poi, si affrettò a raccogliere le carte e a mescolarle.

“Ce ne siamo accorti. Vuoi prendere il mio posto a bigliardo?” domandò Andrea accarezzandosi le basette “Io, ora, devo accomiatarmi: Irene mi aspetta a casa e non posso far aspettare la mia neosposina.”

“Come sta?” si informò Gabriele allegramente “E quando nasce l’erede?”

“Mah, manca ancora un mese pieno, forse anche di più.” rispose Balletti, riponendo la stecca.

“Avete già scelto il nome?” chiese Giangiove, spegnendo il mozzicone di sigaro che gli rimaneva, dentro il posacenere.

“Francamente, speriamo entrambi sia una femmina da chiamare Barbara.”

I presenti si guardarono un po’ perplessi, non entusiasmati da tal nome, solo Naborre sorrise e disse sottovoce: “Capisco…!”

Barbara era il nome del primo amore di Andrea, morta due anni prima di un triste male, nonché era pure la sorella di Irene. Era stata Barbara a far promettere ad Andrea di sposare Irene, quando lei fosse spirata.

Campanini scosse la testa e disse all’amico: “Ti accompagno, almeno per un tratto di strada, neppure io mi posso trattenere oltre qui.”

Fu preso da un inspiegabile fretta e lasciò quasi cadere la stecca a terra per precipitarsi all’attaccapanni, si voltò verso Giangiove e disse: “Diamo forfait!”

Andrea rispose: “Volentieri, Nino” spesso lo chiamava affettuosamente in questo modo “Fammi, però, il favore di lasciare qui la bottiglia, per favore, non ne hai bisogno.” lo pregò.

“No!” scattò con furia Naborre “Che ne sai tu di cosa ho bisogno?!” poi si calmò “Scusa. Il cognac, però, viene con me e poi ho già pagato tutta la bottiglia.” cercò di giustificarsi “Inoltre non mi ubriaco mica, semplicemente mi fa essere più allegro, sciolto e spontaneo.”

“Come se ce ne fosse bisogno.” commentò, sottovoce, il medico.

“Nino” replicò Balletti “In vino veritas, non in cognac!”

“Dove devi andare a quest’ora?” volle informarsi Giangiove, dopo aver consultato l’orologio da taschino; il tono pacato lasciava tuttavia trapelare del sospetto.

“Ho un incontro…” mormorò lentamente, quasi da sembrare incerto, l’altro “Devo vedermi con Don Chierici…”

I due amici uscirono, mentre gli altri ripresero a giocare tranquillamente.

[1] Così veniva chiamata la Consorteria, l’insieme chiuso dei Moderati Reggiani che si dividevano le maggiori cariche amministrative, sia all’interno del Municipio, sia per i vari istituti come il Monte di Pietà, le Opere Pie, l’Ospedale degli orfani etc…etc… Può essere paragonata a quella che oggi viene chiamata La Casta.970645_185989741577214_1095806087_n

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