Eco nei millenni

Eco nei millenni: capitolo 2

Irma era stata occupata tutta la settimana nel suo nuovo lavoro e non aveva avuto il tempo di indagare sulle antiche leggende di Goa. Tutte le ricerche che aveva fatto erano state solo per acquisire informazioni che l’aiutassero ad identificare al meglio gli oggetti nel magazzino. La parte più difficile era stata quella relativa ai vasi, ne aveva trovate diverse decine e aveva dovuto disegnarli, capirne la funzione e risalire al nome in lingua locale, il Konkani; la datazione era poi quasi impossibile, dal momento che per secoli erano stati in un uso gli stessi modelli per la ceramica e la maggior parte di essi non aveva disegni, incisioni o altro che potessero ricondurli ad un’epoca precisa: potevano avere secoli o di essere appena di un centinaio di anni prima.

Irma arrivava a sera stanca e senza voglia di mettersi ad indagare altri argomenti, per cui preferiva rilassarsi e soprattutto far riposare gli occhi.

Era arrivato il fine settimana, si era concessa un paio di ore di sonno in più e poi era andata nella cucina comune. Il pomeriggio prima, appena dopo il lavoro, aveva inforcato la bicicletta ed era andata nel paese a fare le provviste per il sabato e la domenica, in cui avrebbe dovuto arrangiarsi per mangiare; aveva comprato soprattutto verdura, da un ortolano a bordo strada, dietro a un banco di legno, su cui campeggiavano colori vivaci.

Si era però comprata anche cereali e latte per la colazione e quindi, quel sabato mattina, si sedette sul muretto della veranda con una tazza bella piena. Scendeva ancora della pioggia, ma era molto fine e leggera. Successivamente si dedicò alla pulizia della camera e al bucato: non aveva voglia di andare dal lavandaio, poiché non voleva spendere soldi. Al termine di queste faccende, era arrivata l’ora del pranzo e quindi la giovane si mise a cucinare.

Finalmente Irma poté cominciare la sua ricerca, innanzitutto guardando se nel Ramayana o nel Mahabharata ci fossero riferimenti a Goa. Quella terra era nominata col suo antico nome, ma non era stata teatro di fatti particolari; l’unico riferimento che aveva trovato era che lì ci fosse stata una delle tante battaglie tra Krishna e Jarasandha, ma questa non era un’informazione particolarmente utile.

La giovane si ricordò, allora, di avere chiesto, giorni prima, al direttore del museo se ci fossero miti e leggende legati a Goa. Vairochana aveva risposto che ce ne era solamente uno, relativo alla nascita di quella terra: Parashurama, sesto avatara del dio Visnu, in cerca di un nuovo luogo in cui stare, aveva scagliato la sua ascia verso il mare e, quando si era conficcata sul fondale, le acque attorno si ritirarono, lasciando così emergere una nuova terra.

Parashurama aveva poi portato dieci sacerdoti per celebrare un grande sacrificio per Agni, il dio del fuoco.

Vi era poi una leggenda che diceva che a Goa i Saptarishi avevano condotto una penitenza al termine della quale erano stati benedetti da Shiva. I Saptarishi erano sette saggi, tra i più illuminati e protettori del Dharma e delle leggi divine; ogni Manvantaram aveva i suoi sette saggi e tra i meritevoli di ciascuno di questi periodi, venivano individuati i sette che sarebbero sopravvissuti alla distruzione per diventare i Saptarishi dell’epoca successiva.

La cosmocronia induista non è di immediata comprensione e tra nomi e numeri è facile confondersi. L’unità di base sono gli Yuga, ve ne sono quattro di durata e qualità morale decrescente: il Satya Yuga, il Treta Yuga, il Dvapara Yuga e il Kali Yuga. Queste quattro ere formano un ciclo cosmico chiamato Chaturyuga, terminato il quale il mondo sarà devastato da cataclismi e dalla battaglia tra Kalki e Kali, finché il primo non avrà il sopravvento e così avrà inizio un nuovo ciclo con il suo Satya Yuga.

Settantuno Chaturyuga formano un Manvantaram, ossia un regno di Manu, che sarebbe l’uomo primordiale che crea il mondo quando è il momento, gli dà le leggi e lo sostiene. Alla fine del regno di ogni Manu, dunque, c’è una sorta di distruzione e ricreazione, ma essa non è totale.

Quattordici Manu si susseguono al potere fino ad ottenere così un Kalpa, ossia un giorno di Brahma, al termine del quale ogni creatura e ogni cosa nell’universo, ma non l’universo stesso, si dissolve nella notte di Brahma, anch’essa lunga quanto un Kalpa; durante questa stasi dove l’universo è ridotto allo stato di potenza, senza essere in atto, il grande dio Visnu dorme sul suo serpente, avendo registrato nella sua mente ogni cosa e ricordando i meriti karmici di ognuno, in modo che il nuovo giorno di Brahma possa riprendere là dove è stato interrotto.

Secondo i testi, attualmente siamo nel settimo Manvantaram.

Irma conosceva abbastanza bene l’argomento dei Saptarishi in quanto, due anni prima, aveva conosciuto un uomo dall’età improbabile ed estremamente saggio che era stato scelto, sotto i suoi occhi, per essere uno dei sette saggi dell’ottavo Manvantaram, quindi si era documentata al riguardo.

Ad ogni modo non pensava che fossero questi Saptarishi ad essere i protagonisti dell’evento a cui aveva accennato Iravan, per cui andò avanti con le ricerche. L’unica informazione che ottenne in più fu che Shiva aveva trascorso del tempo a Goa, dopo un litigio con la moglie Parvati.

Nulla da fare, ancora non emergeva nulla di interessante. Decise, allora, di approfondire le sue conoscenze su Parashurama.

Era la sesta incarnazione di Visnu, era nato da uno dei Saptarishi e da Renuka, la quale era una parziale incarnazione della grande dea Shakti. Il padre fu ucciso da un nobile kshatrya, casta che aveva iniziato ad opprimere i brahmani. Parashurama era dunque diventato un devoto di Shiva e un abilissimo guerriero e con la sua ascia uccise numerosissimi kshatrya fino a ripristinare la supremazia della casta sacerdotale. Era un immortale, anche lui scelto come futuro Saptarishi e sarebbe stato il maestro d’armi di Kalki, alla fine del Kali Yuga.

Vi erano poi altri aneddoti, ma nessuno connesso con Goa.

Irma allora decise di provare ad indagare i culti locali e così scoprì che lì erano venerate in particolare cinque divinità: Devi (grande dea, declinabile in moltissime forme), Rudra (lo Shiva più antico, il terribile e temuto urlante di cui si parla nei Veda), Ganesh (il dio con la testa da elefante),Keshava (anche detto Narayana, una versione universale e più vasta di Visnu) e Aaditya (Visnu nella sua forma di Sole, ricordata nei Veda).

Oltre a questi cinque dei, ce ne erano altri locali, in particolare Ravalnath, considerato un protettore del luogo dai disastri climatici, la stregoneria e i morsi di serpenti. Questo tipo di divinità erano chiamate Kshetrapala ed erano venerate anche in generale, senza un’attribuzione specifica.

Alla fine di questa ricerca, Irma fu incuriosita da come fossero rimaste radicate le forme più antiche di Visnu e Shiva e anche dal fatto che fossero tenute in grandissima considerazione i generici protettori. Forse questo attaccamento poteva essere un retaggio di un antichissimo trauma subito, ma questa era solo un’ipotesi. Di fatto non aveva trovato nulla che potesse riferirsi ai fatti ancestrali e tremendi a cui aveva fatto riferimento Iravan.

Il fine settimana era terminato e lei doveva ricominciare a lavorare, il mattino seguente.

Giorno dopo giorno, il magazzino assumeva un aspetto più ordinato, gli oggetti avevano sempre meno segreti ed erano raggruppati secondo la tipologia e, quando era possibile, sistemati cronologicamente.

Il venerdì pomeriggio, Irma e Bhavani avevano preso le biciclette per recarsi al market del paese vicino e fare la spesa. Era praticamente la seconda volta che l’Italiana usciva dal museo, a causa della pioggia praticamente costante che aveva caratterizzato quelle giornate. La giovane si era rivolta aIndra di ritirare le sue nuvole qualche ora, sul far della sera e lasciare un poco di spazio a Surya, così che lei potesse uscire, senza rischiare di inzupparsi dalla testa ai piedi. Effettivamente il bel tempo era venuto per due o tre ore, ma lei non avrebbe saputo dire se fosse stato un caso o se effettivamente il deva l’aveva ascoltata.

Le due giovani, oltre ai viveri, dovevano comprare alcune altre cose, per le quali erano state incaricate dal museo, per cui girarono per diversi negozietti.

A Irma il paesino sembrava più famigliare della zona del museo, che rimaneva comunque uno splendido connubio tra natura e antropizzazione.

Le ragazze si erano fermate in una piccola botteguccia, formata da un unico stanzino, dentro cui stava solamente il venditore, poiché il banco si affacciava direttamente sulla strada; le pareti erano coperte da scaffali traboccanti di tessuti, nastri e passamanerie multicolori.

Le giovani avevano scelto alcune delle cose da prendere, Bhavani allora domandò se avesse anche dei piatti di carta. Il proprietario rispose di no, ma chiese quanti ne servissero; avuta la risposta, telefonò ad un suo amico e cinque minuti dopo, spuntò un altro uomo con un gran sacchetto di plastica blu, ne tirò fuori un pacchetto di piatti e li mostrò alle clienti per sincerarsi che fosse ciò che cercavano. Bhavani li esaminò ed accettò di acquistarli.

Il venditore del negozietto diede loro il suo biglietto da visita, raccomandandosi di rivolgersi a lui per qualsiasi bisogno, in più chiese se sapessero che la domenica ci sarebbe stata una festa in paese e le invitò ad andarci.

Le ragazze ringraziarono e si allontanarono, ragionando sul fatto che sarebbe stato interessante partecipare alla festività: avrebbero chiesto maggiori informazioni al direttore del museo.

Ripresero le biciclette e iniziarono a pedalare velocemente: volevano rientrare prima che si facesse buio e da quelle parti il tramonto era molto rapido, Irma non poteva evitare di pensare, decontestualizzandolo, al verso “Ed è subito sera”.

Avevano già attraversato la zona con le villette e stavano per entrare nel territorio completamente naturale che circondava il museo per oltre un paio di chilometri; sentirono dei latrati. Non vi diedero importanza, pensando a qualche cane che abbaiasse a una mucca o un qualche altro animale. Presto, però, cinque o sei cani spuntarono sul margine della strada, ringhiando inferociti. Cominciarono a inseguire le biciclette.

Le due giovani pedalarono più velocemente, per distanziarli, ma quelli correvano rapidamente, senza smettere di guaire. Presto se ne aggiunsero un altro paio che venivano da più avanti e dunque si lanciavano verso di loro, occupando il centro della strada.

Irma era spaventata: che accidenti volevano da loro? Solitamente non aveva paura dei cani, anche perché magari qualcuno le aveva ringhiato contro, ma mai era stata inseguita.

Sì, sapeva che, almeno teoricamente, i cani sentono l’odore della paura e dunque bisognerebbe fermarsi e al più provare ad intimidirli, ma temeva troppo che, se anche solo avesse rallentato, quelle fauci l’avrebbero afferrata.

Sentiva il cuore battere più rapidamente, le sue orecchie erano colme solo dei latrati; guardava fisso davanti a sé ma le pareva di non vedere nulla o, per meglio dire, la sua mente era così presa dalla preoccupazione che tutto il resto era passato in secondo piano e ogni contorno era sfocato nella coscienza.

Era già andata avanti di alcune centinaia di metri, ma i cani continuavano a tallonarle. Si decise a cercare con lo sguardo Bhavani, sperando che lei avesse idee più chiare, ma anche l’indiana pedalava dritta, senza curarsi del resto. Irma allora voltò la testa per capire se fosse riuscita a distanzia re i cani e ne vide uno bianco estremamente vicino alla sua caviglia. Quell’immagine bastò a scaricare in lei una tale adrenalina da aumentare forsennatamente la velocità; se prima lamentava la fatica per il non potere cambiare marcia, ora Irma filava talmente rapida da far invidia a Nibali.

Si fermò soltanto arrivata davanti al cancello del museo. Non si sentiva più abbaiare. Poco dopo arrivò anche Bhavani che non sembrava particolarmente scossa, anzi spiegò che ormai era abituata. Apprendendo ciò, Irma non era più tanto sicura di voler uscire dal museo. Andò nella propria stanza dove si fece una bella doccia prima della cena.

Il mattino seguente, la giovane un poco indugiò a letto, sotto le pale del ventilatore; non doveva lavorare e quindi poteva permettersi di essere un poco meno mattiniera del solito. Nonostante si fosse concessa un poco di riposo in più, alle nove era comunque pronta per recarsi nella sala comune a fare colazione. Ramon era seduto con un libro in mano, ma non pareva lo stesse leggendo, la informò che qualche animale, nella notte, aveva rovistato tra i sacchi dell’immondizia che tenevano in veranda, spargendone in giro il contenuto. Presto sarebbe arrivato Prabhu, il tutto fare del museo, a ripulire, ma per il momento la veranda non era agibile. Irma allora si preparò una tazza coi cereali e andò a mangiarla, sedendosi sulle panchine che si affacciavano sulla stradina interna. Non le piaceva granché stare lì, dove i visitatori potevano passare e vederla, ma aveva troppa voglia e necessità di stare all’aperto: insomma, dopo avere passato cinque giorni in un magazzino, aveva bisogno di aria fresca (… o per lo meno non polverosa) e dei raggi del Sole.

Oh, il Sole! Il dio Surya … le risvegliavano il ricordo del suo caro padre Jerolam, chissà come stava … e chissà come stavano anche Yacqomin eSavariappam.

Forse avrebbe dovuto contattarli … anzi, sicuramente. Sì, aveva una gran voglia di vederli, abbracciarli e parlare con loro ed era stata un sacco sciocca a sentirsi a disagio per ciò che era successo due anni prima. Iravan aveva assolutamente ragione!

Li avrebbe contattati, più avanti, magari verso la fine del contratto di lavoro e si sarebbe accordata per passare a trovarli in Tamil.

Era assorta in questi pensieri, quando le si avvicinò un giovane sui trenta anni, indiano abbastanza scuro, ma non nerissimo, capelli e barba lasciati crescere in una maniera un po’ sbarazzina, ma non casuale. Irma si accorse di lui solo quando il sopraggiunto esordì con un Sorry. In un fluente inglese il ragazzo le domandò se sapesse dove trovare il direttore del museo e lei glielo spiegò garbatamente. Lo seguì con lo sguardo e si sentì un poco in imbarazzo per essersi fatta cogliere in un momento sovrappensiero, probabilmente sembrando un po’ rintontita. Certo non si sarebbe sentita così se il giovane fosse stato un po’ meno attraente per lei. Aveva lineamenti ben definiti e volitivi ma armonici; i suoi occhi, per quei pochi secondi che li aveva incrociati, le erano sembrati energici come fulmini crepitanti.

Pazienza se non aveva fatto una buona impressione, si disse Irma, tanto quello era solo un visitatore del museo o qualcosa di simile e non lo avrebbe rivisto.

Finita la colazione, lavò tazza e cucchiaio e si mise a fare un po’ di esercizio fisico nella sala comune, per compensare il lavoro sedentario che stava svolgendo. Ramon era tornato nella propria stanza, mentre Bhavani si era svegliata e si stava preparando la colazione con uova, cipolle e patate.

Dopo un’oretta circa, fece capolino sulla soglia Varoichana, appena dietro c’era il giovanotto che aveva chiesto di lui.

Il direttore salutò le due giovani e le informò: “Lui è mio nipote Dhvana, è un musicista ed esperto di meditazione. Ci darà una mano per alcune settimane, di quanto in quanto. Si occuperà di supervisionare la costruzione della nuova ala, sperando che nei prossimi giorni piova meno per poter procedere coi lavori che stanno andando a rilento.”

Il nuovo arrivato salutò con la mano e sorridente.

Irma notò il contrasto tra il volto spensierato, quasi felice del ragazzo, e l’espressione seriosa dello zio. A bene pensarci, l’archeologa non aveva mai visto il suo capo così formale, almeno in quelle due settimane, pareva come se non fosse contento della presenza del nipote.

Varoichana continuò con le presentazioni: “Lei è Bhavani, viene dal Karnataka ed è tirocinante, si occupa delle visite guidate e il mantenimento delle buona qualità delle esposizioni. Lei, invece, è Irma, me l’hanno prestata dall’Italia per qualche mese, sta stilando un inventario del magazzino. Infine lui è Ramon che … no! Non c’è … Sapete dove sia? Pazienza, quando vi incontrerete vi presenterete.”

Dhvana prese la parola: “Piacere di conoscervi, signorine. Non so se avremo molte occasioni di incontrarci, dal momento che saremo in settori parecchio differenti, tuttavia spero che avremo modo di conversare di quando in quando … sicuramente durante i pasti, credo, nei giorni che sarò qui.”

“Certo, volentieri.” rispose Bhavani, che sarebbe arrossita con una carnagione più chiara, evidentemente anche lei scossa dal bel porsi del giovane.

“Oggi hai intenzione di fermarti, oppure sei solo di passaggio?” domandò Irma, chiedendosi come quelle parole fossero uscite dalla sua bocca.

“Pensavo di restare questo fine settimana per ambientarmi e poter iniziare il lavoro lunedì. Vi disturbo?”

“No, no, era solo per sapere … perché i pasti, oggi e domani, li cuciniamo in autonomia qui e dunque dobbiamo organizzarci.” Irma aveva farfugliato e sperò fortemente che sembrasse dovuto a una difficoltà nel parlare inglese, benché la frase fosse semplice e l’avrebbe saputa dire perfettamente in altre circostanze. Sperò anche che Dhvana fosse antipatico, così da smorzare ogni interesse ed evitare che lei facesse altre figure da idiota.

“Saremmo in quattro a cucinare ognuno un pasto diverso?” si sorprese il giovane “Sembra dispersivo … Perché non prepariamo un’unica cosa per tutti?”

“Beh, io vi lascio alle vostre constatazioni” intervenne Vairochana “Io torno ai miei affari, a stasera, buona giornata.”

Più tardi, Dhvana e le due ragazze cominciarono a cucinare tutti assieme: chi tagliava la verdura, chi controllava le pentole. Il risultato fu una sorta di insalata di riso, con gli ingredienti reperibili nel frigorifero. Irma non era troppo entusiasta di mangiare riso anche quel giorno, dato che lo avevano sempre a pranzo e a cena durante la settimana, ma non disse nulla.

Mentre il riso bolliva, arrivò Ramon a cui fu presentato il nuovo collaboratore e fu molto entusiasta nell’apprendere che fosse un esperto di meditazione.

“Sono un appassionato di meditazione” spiegò “Anche se in realtà non ho molto tempo per praticarla, tra lo studio, la famiglia, qualche lavoretto saltuario … Ma tu quale scuola segui? Ci sono molte varianti e filosofie.”

“Lo so bene e ne ho sperimentate diverse ma, devo dire, che quella che mi ha affascinato maggiormente e in cui mi sono specializzato, è la meditazione del suono. La conosci?”

“Solo superficialmente. È quella che coadiuva gli esercizi di concentrazione tramite l’ascolto di suoni, vero? Non ne comprendo molto il funzionamento.”

“Si basa su una scuola di pensiero che ritiene che il suono sia alla base di tutto. L’universo stesso e ogni creatura sono suoni, ognuno vibra in questa immensa cassa armonica. Ciascuno ha la propria frequenza, distinguibile da ogni altra, è come uno specchio dell’anima: ogni esperienza lascia la sua traccia e le emozioni la possono alterare temporaneamente. Allo stesso modo interagiscono con essa paure, tensioni, stress e moltissime altri fattori. La relazione, però, non è univoca, anzi! È possibile usare la musica per armonizzare ciò che non va e per aiutare le persone a stare meglio, addirittura a risolvere i problemi. Certo ci vuole tanta pratica oppure l’auto di un esperto.”

Irma ricordava di avere studiato l’argomento durante il primo anno di università, aveva un vago ricordo di un discorso sulle parole, la valenza delle lettere, il domandarsi se le lettere mutassero in un qualche modo, quando combinate con le altre ed era stato anche spiegato perché fosse così importante la parola AOM. Nella sua memoria si agitavano pochi pensieri e confusi: era stato un argomento molto difficile e che l’aveva pure annoiata. Il concetto in sé era interessante, ma era stato affrontato in maniera molto tecnica e quasi cavillosa.

“Mi piacerebbe provare.” affermò Ramon “Credi che avrai il tempo di insegnarmi qualcosa?”

“Il tempo non manca mai … il problema del tempo non è mai la quantità, bensì la qualità. Se vuoi sperimentare qualcosa, sarò ben lieto di guidarti. Ehi, ragazze, interessa anche a voi?”

“Sì, certo!” esclamò Bhavani.

“Perché no?” replicò Irma.

“Perfetto. Allora potremmo fare oggi pomeriggio stesso, se non avete impegni. In macchina ho qualche strumento: non esco mai senza.”

Pranzarono e poi si divisero, ognuno assorto nelle proprie faccende, ma alle diciassette, tutti e quattro si ritrovarono nella sala comune per la meditazione.

Dhvana aveva steso a terra tre stuoie, mentre lui era seduto a gambe incrociate su una pelliccia d’animale. Invitò gli altri a sedersi come lui e spiegò che quella sessione sarebbe stata divisa in due parti. Nel corso della prima era necessario rimanere seduti e seguire le varie istruzioni.

Illustrò poi i tre strumenti che aveva con sé: una campana tibetana, ossia una scodella di metallo che suonava allorché una bacchetta di ferro fosse stata fatta scorrere sul suo bordo; c’era poi un ghatam ossia un tamburo in terracotta simile in tutto e per tutto ad un vaso; infine uno strano oggetto simile ad un esagono tridimensionale, non era nemmeno ben chiaro di quale materiale fosse, le dita battute su di esso producevano un suono che pareva provenire da un’arpa; Irma non era riuscita a capire il nome di quest’ultimo, benché fosse quello che la intrigava maggiormente.

Cominciarono la sessione. Innanzitutto fecero un esercizio di respirazione per liberare la mente e iniziare a concentrarsi, dovevano respirare da una sola narice per volta., aiutandosi con una mano a tappare l’altra.

Irma riuscì ad eseguirlo, si sentiva molto rilassata e le mente era calma e silenziosa.

Il secondo esercizio prevedeva nel rimanere sempre con le palpebre abbassate e intonare a bocca chiusa alcune note, seguendo quelle emesse daDhvana.

Irma riuscì a fare anche quello, poiché c’era un’azione da eseguire; pensò fosse molto bello risuonare tutti insieme, infatti sembrava essere un’unica persona a mormorare e non tante separate.

Il terzo esercizio, invece, fu alquanto difficile. Dhvana avrebbe suonato e loro avrebbero dovuto concentrarsi nel sentire l’energia attraversare i propri palmi. Qui iniziavano i problemi per Irma: ogni volta che in Italia aveva partecipato a lezioni di meditazione, si sentiva sempre in imbarazzo al momento finale di condivisione delle esperienze. Tutti gli altri raccontavano di aver sentito la tal cosa o la tal altra, di aver percepito questo e quello, mentre lei non sentiva mai nulla. Si diceva che ciò era molto strano perché ricordava ancora nitidamente gli effetti della meditazione con Narada e Yacqomin, ma dopo quella vicenda, non era più riuscita a rivivere l’esperienza.

Si perse tra questi pensieri e alla fine dell’esercizio non era riuscita a svolgerlo, poiché si era distratta.

Dhvana annunciò che era giunto il momento per la seconda fase che sarebbe stata unitaria: dovevano sdraiarsi, rimanere concentrati sul respiro e ascoltare, sempre tenendo gli occhi chiusi.

Irma ne fu contenta, iniziava a sentire la schiena affaticata e le gambe le si erano addormentate a rimanere incrociate per oltre mezzora. Per fortuna ora si sarebbero stesi, perché lei avrebbe avuto seri problemi se avessero dovuto alzarsi in piedi.

Irma si sdraiò come gli altri, stese le braccia lungo i fianchi e chiuse gli occhi. Era già molto rilassata dagli esercizi precedenti, provò a concentrarsi sul respiro o sul suono.

Dhvana aveva iniziato a suonare, non pareva esserci ritmo o melodia, erano come singole note, estremamente delicate, che si propagavano nell’aria. Riecheggiavano con discrezione, come domestici che non vogliono farsi notare dagli ospiti, che fanno il loro lavoro senza che li si veda.

Presto per Irma fu come non sentire nulla, essere sprofondata in un silenzio caldo e accogliente, come se lei stesse vibrando sulla stessa frequenza di quelle note e quindi non le udisse semplicemente perché ne faceva parte. Non sentiva il proprio corpo, ma non se ne accorgeva. Tutta la sua attenzione si era ritratta nella sua mente. Iniziò a vedere immagini. Non erano pensieri di cui aveva il controllo, non erano sue riflessioni. Figure e forme le attraversavano la testa, come in un sogno … eppure non stava dormendo e nemmeno si trovava tra la veglia e il sonno.

Le immagini si fecero più nitide e non svanivano in un paio di secondi, ma restavano più a lungo e si evolvevano in scene. Vide cadaveri straziati, sentì l’odore del sangue riempirle le narici, udì lamenti. Vide un villaggio di capanne, uomini possenti e splendide donne, sfoggianti ornamenti preziosi, passare in mezzo a gente di più modesta condizione che li riveriva; avvertì la paura. Vide fauci sbranare carne umana.

Sebbene quelle immagini, normalmente, avrebbero suscitato in lei orrore e inquietudine, in quella situazione lei continuava a rimanere calma, il suo cuore non aveva accelerato nemmeno un battito.

Vide uomini gettati nel fango, sentì risate sprezzanti, suppliche strazianti, lamenti e grida.

Scoppiò una guerra. Cavalli correvano trascinando i carri da cui guerrieri scoccavano piogge di frecce, mentre altri cozzavano le spade, sangue e metallo rivestivano la terra come un tappeto.

D’improvviso, però, la terra sparì, la battaglia era nel cielo, tra carri volanti che attraversavano le nuvole. In lontananza un’isola galleggiante nell’aria.

Infine un’ultima immagine: gente felice che passeggiava in una città d’oro.

La voce di Dhvana richiamò lei e gli altri alla realtà. La meditazione era finita.

Ramon cominciò a raccontare come si era sentito durante gli esercizi, le sue impressioni e così via. Bhavani, poi, riferì a propria volta come aveva vissuto tale esperienza. Quando fu il suo turno, Irma parlò poco, rimanendo sul vago, di certo non voleva condividere con loro le visioni che aveva avuto.

Ne era certa: ciò che aveva visto non era stato frutto della sua fantasia. Non era stato un sogno e nemmeno un ricordo di una vita precedente (o almeno, in passato, le memorie di Dushala le erano affiorate in maniera differente), non sapeva che come definire tutto ciò se non semplicemente chiamandole “visioni”. Era certa che tutto ciò che aveva visto fosse accaduto realmente in passato ma non aveva idea di come mai nella sua mente si fosse aperta una finestra su secoli remoti.

Più tardi, quella sera, rimasta sola, provò a cercare su un motore di ricerca “golden cities India”. Capire a quale leggenda appartenesse la città d’oro che aveva visto, poteva essere un buon punto di partenza e, d’altra parte, era l’unico indizio che avesse. Purtroppo l’unico risultato che trovò fuJaisalmer, in Rajasthan, chiamata così per il giallo delle sue sabbie e dei suoi edifici, trovò un riferimento ad Amritsar in Punjab, ma era anche in quel caso un nome più o meno recente. Lei stava cercando una città mitologica, non una attualmente esistente.

Le venne in mente che la città di Ravana, l’Asura nemico di Rama, era descritta come fatta d’oro e teoricamente era collocata sull’isola di Lanka. Era però certa che ce ne fossero altre, doveva solo avere pazienza nel spulciare le varie leggende.

Guardò il bracciale che Iravan le aveva regalato. Doveva contattarlo? Avrebbe dovuto raccontargli ciò che aveva visto? No, lo avrebbe allarmato e basta. Lui si stava preparando per il matrimonio e lei non voleva farlo preoccupare e distrarre con quella faccenda.

Quella domenica era anche la festa di San Giovanni il Battista, molto sentita a Goa che, per via della lunga occupazione portoghese, contava molti cristiani trai propri abitanti.

Irma e Bhavani si ricordarono della festa di paese di cui aveva loro parlato il venditore, due giorni prima, quindi cercarono Vairochana per chiedere se fosse possibile andarci. Il direttore del museo accettò e disse che sarebbero andati verso le quattro del pomeriggio.

L’Italiana si aspettava una celebrazione come quelle a cui aveva assistito in Tamil e dunque aveva indossato uno degli abiti indiani che aveva comprato negli anni passati; era blu con ricami in oro, le piaceva moltissimo.

Andarono con l’automobile. Vairochana guidava, accanto aveva il nipote, mentre gli altri tre erano seduti sui sedili posteriori. Per strada incrociarono la processione: una colonna di nemmeno venti persone, vestiti in maniera normale, alcuni avevano strumenti a fiato o a percussione e li suonavano, altri portavano dei sacchi, altri ancora di quando in quando lanciavano dei petardi.

Per le vie, poi, si vedevano molte persone con in testa ghirlande di foglie e fiori.

Arrivarono alla spiaggia e scesero. La striscia di sabbia che separava la terra dal mare era piuttosto stretta, forse poco meno di quelle che si vedono in riviera romagnola, ben diversa dalla spiaggia chilometrica di Marina Beach a Madras. Non c’erano nemmeno banchetti o giochi per bambini; forse a causa della stagione delle piogge.

Dovevano aspettare lì l’arrivo della processione. Irma allora decise di passeggiare lungo il bagnasciuga. Il Sole non era più alto nel cielo, ma mancava ancora del tempo, prima che si tuffasse in mare; il vento era più forte che altrove ed era ristoratore.

Era piacevole sentire la sabbia sotto i piedi e in quel momento la giovane riusciva davvero a non pensare a nulla e rilassarsi; se avesse voluto pensare, sarebbe stato uno sforzo, e quindi la sua mente rimaneva quieta.

Dopo alcuni minuti, Dhvana la affiancò e le chiese: “Stai bene?”

Irma si stupì della domanda e rispose: “Certo, sto benissimo. Perché?”

“Beh, gli altri sono seduti là e tu ti sei allontanata …”

“Non mi andava di stare seduta, preferisco camminare. Surya veglia su di me, Vayu mi accarezza e Varuna lambisce le mie caviglie … come potrei stare meglio?”

“Ah, conosci i Deva.” replicò l’uomo, freddamente.

“Li ho studiati, sono la mia materia.” spiegò Irma, evitando di aggiungere il fatto di aver anche parlato ad alcuni di loro.

“Quindi sei proprio specializzata in cultura indiana?”

“Sì, sono un’archeologa orientalista. Il mio interesse principale è l’India, secondariamente e strettamente legato viene la Persia Antica, poi anche Mesopotamia ed Egitto.”

“Come mai?”

“Ho sempre amato l’India, fin da bambina … mi hanno influenzata molto le letture.”

“Quali?”

“Principalmente il Mahabharata.”

“Davvero lo hai letto? Ormai tra i giovani indiani non è più un must come lettura.”

Irma allora spiegò come avesse incontrato quel poema e come ne aveva cercate versioni sempre più approfondite.

Continuarono a parlare per un poco, finché non sentirono le musiche della processione avvicinarsi.

Tutti i presenti si radunarono in un punto e lì presto arrivò la colonna di persone. I sacchi furono depositati a terra e svuotati, rivelando così che erano colmi di noci di cocco.

Un uomo, vestito esattamente come gli altri, pronunciò una frase e poi tutti si fecero il segno della croce. Un attimo dopo, diversi uomini stavano prendendo alcuni cocchi e li portarono in riva al mare; avevano in mano anche lunghi bastoni, Irma non aveva visto da dove li avessero presi, iniziarono a colpire ripetutamente i cocchi fino a che non si spaccavano; allora li raccoglievano e li portavano agli altri per mangiare assieme.

Dopo che i primi cinque o sei ebbero fatto, seguiti con grande attenzione da tutti quanti, al situazione si fece un po’ più disordinata.

Un sorriso illuminava il volto di Irma e commentò: “Prendere a bastonare noci di cocco in riva al mare … ecco perché amo questo paese. C’entra con San Giovanni? Devo chiedere a tuo zio qual è il significato di questo rituale.”

“Oh, non credo che lui lo sappia.” replicò Dhvana “Lui non è di queste parti, si è trasferito qui dopo aver sposato mia zia Ajaya. Te lo spiego io. È un’usanza recente. Circa centocinquanta anni fa ci fu un’epidemia e la gente non sapeva cosa fare. Gli anziani del villaggio si consultarono e deliberarono che per allontanarla si sarebbero dovuti rompere cocchi in mare il giorno di San Giovanni e si sarebbe dovuto continuare a farlo ogni anno per evitare che la piaga tornasse.”

“È meraviglioso!” commentò Irma, estasiata.

Il giovanotto rise a bocca chiusa e osservò: “Sembri molto affascinata; vuoi provare?”

“Da matti! Ma posso? Vedo solo uomini che lo fanno …”

“Non c’è problema. Prendi un cocco.”

Irma non se lo fece ripetere, andò dove si trovavano i cocchi, ne erano rimasti pochi, e ne prese uno. Raggiunse il ragazzo che si era procurato un bastone lungo poco più di un metro.

Sistemarono la noce di cocco tra la sabbia, poi la ragazza strinse il bastone e prese la mira. Il primo colpo finì sulla spiaggia e così anche il secondo, ma dal terzo batterono solo il frutto. Irma era determinata, vedeva solo il cocco. Sollevava il bastone e poi lo abbatteva con forza. Il cocco a volte rotolava via a causa del colpo subito, ma lei subito lo inseguiva o lo fermava col piede o con il bastone. Sentiva in sé di non poter rinunciare, voleva andare fino in fondo. Dentro di sé si sentiva pervasa da una strana sensazione selvaggia. Sferrava un colpo dopo l’altro senza sosta: non si sarebbe fermata fino a che non avesse rotto quel cocco. Non vedeva niente e nessuno, solo la noce di cocco e la sabbia attorno ad essa. Sembrava stesse brandendo una spada, si destreggiava alla stessa maniera.

Infine la noce di cocco si ruppe, dopo meno di un paio di minuti che erano sembrati interminabili.

Irma la sollevò felicemente e soddisfatta andò verso il gruppetto del museo per mostrare la buona riuscita.

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