Fiabe

Jackfruit

C’era una volta un giovane di nome Jack che viveva coi suoi genitori, i fratelli e le sorelle in un piccolo villaggio in mezzo alla campagna. Gli abitanti vivevano in casette basse, coi tetti di foglie di palma; allevavano capre e galline e coltivavano i campi; quando avevano sete, dovevano attingere l’acqua all’unico pozzo che avevano scavato assieme, oppure arrampicarsi su una palma e raccogliere un cocco per poi aprirlo e berne il dolce latte. Erano poveri e lavoravano tutto il giorno, ma non erano tristi: ognuno aiutava gli altri come meglio poteva: c’era chi coltivava, chi badava agli animali, chi cucinava, chi si preoccupava dei vestiti e di costruire utensili. Tutti facevano qualcosa per aiutare gli altri come in un’unica grande famiglia: il cibo e le bestie non appartenevano a nessuno, ma erano di tutti, così come ogni altra cosa.

Jack si occupava di badare alle capre e aiutava a raccogliere i cocchi quando erano maturi. In generale dava sempre una mano a chi ne aveva bisogno, così poteva capitare che portasse pesanti vasi d’acqua, aiutasse a tenere i lunghissimi fili per imbastire i telai, accendesse un fuoco e molto altro ancora.

In quel villaggio, benché avessero poco, erano felici poiché si volevano bene e non si preoccupavano di mille cose, quasi sempre inutili o poco importanti, come avviene spesso tra di noi. La loro unica apprensione era quella di avere da mangiare, un abito, un posticino riparato dove dormire: tutto il resto era considerato superfluo, un di più che poteva far piacere avere, ma la cui assenza non provocava malumori.

Jack, la sua famiglia e i suoi amici e compagni del villaggio vivevano serenamente, contenti del poco che avevano. Un anno, però, durante la stagione dei monsoni, infuriarono grandi venti e piogge torrenziali che si abbatterono sulle piante, spezzandone i rami e poi sradicandole; anche quasi tutte le case erano state distrutte.

Nel periodo dei monsoni, Jack e gli altri abitanti del villaggio si rifugiavano sempre in una piccola grotta, un poco distante, dove radunavano provviste per resistere a quelle settimane di tempesta. Quando dunque la pioggia cessò e loro fecero ritorno alle loro case, nonostante si aspettassero di doverle riparare come al solito, rimasero stupiti nel vedere quanti danni il vento e la pioggia avevano provocato: c’erano solamente macerie e tutti gli alberi erano stati abbattuti e trascinati chissà dove.

Gli abitanti del villaggio cominciarono a disperarsi: le case potevano facilmente ricostruirle in pochi giorni, ma gli alberi? Avrebbero dovuto piantare nuovi semi e aspettare a lungo che germogliassero, crescessero e solo dopo anni dessero frutti. Che fare, allora? Non potevano certo rimanere anni senza frutta. Era necessario trovare la maniera di procurarsi cocchi, banane e il resto da qualche altro villaggio, facendo degli scambi: ma che cosa potevano offrire loro? Tutto ciò che avevano, lo possedevano anche i loro vicini.

Gli uomini e le donne erano dunque molto tristi e preoccupati per il futuro: temevano che avrebbero dovuto abbandonare il loro villaggio, separarsi e cercare di trovare ciascuno un nuovo posto.

Vedendo i suoi amici così sconfortati e non volendo nemmeno lui abbandonare il villaggio dove lui e i suoi antenati avevano sempre vissuto, Jack prese coraggio e disse: “Amici, non arrendiamoci, non subito almeno. Restate qui, iniziate a ricostruire le nostre case, piantate nuovi semi, fate pascolare il bestiame. Io partirò per cercare nuovo cibo per i prossimi tempi. Se entro tre mesi non sarò tornato, andate pure a cercare un nuovo posto, se volete, ma fino ad allora non separatevi, vi prego. Non permettiamo che quel che è accaduto ci distrugga: non basta un temporale per disperderci e toglierci le nostre case e le nostre vite. Datemi tempo tre mesi e troverò la soluzione per il cibo. Le provviste che avevamo messo da parte per i monsoni non sono finite, usate quelle nei prossimi tempi e aspettate.”

I compaesani si rianimarono per quelle parole e promisero a Jack di attendere il suo ritorno.

Il giovane si mise in cammino il giorno successivo, solo con una capretta per poter bere del latte di quando in quando. Marciò per alcuni giorni e attraversò diversi villaggi, senza però trovare nessun buon affare. Giunse, infine, in un paesino sul mare. Jack allora pensò che se sulla sua terra non aveva trovato nulla che potesse aiutarlo, forse doveva cercare ancora più lontano. Dopo aver ragionato qualche ora, perché il viaggio verso l’ignoto un poco lo spaventava, decise che avrebbe tentato ogni cosa per salvare il proprio villaggio e avrebbe affrontato qualsiasi pericolo. Parlò con alcuni pescatori e barattò la propria capretta per una piccola barca, con la quale iniziò ad attraversare il mare, senza avere una bussola e senza avere idea di quale direzione lo avrebbe portato verso una nuova terra. Aveva con sé un grosso vaso d’acqua e una semplice canna da pesca per procurarsi qualche pesce da mangiare crudo, durante il viaggio.

Dopo un paio di giorni, però, il cielo divenne grigio e grossi nuvoloni si addensarono sopra la testa di Jack. Presto scoppiò un grande temporale, le onde del mare si fecero alte ed agitate. La piccola imbarcazione non poteva nulla contro quelle muraglie di acqua. Il giovane era spaventato: remare era inutile. Tutt’attorno non vedeva nulla, era completamente bagnato, doveva tenersi aggrappato al legno per non essere sbalzato via dal vento e dalla corrente. Un’altissima onda, però, travolse la barchetta, Jack rimase stretto al suo mezzo, ma venne travolto, finì sott’acqua e svenne.

Il giovane si svegliò su una spiaggia. Non aveva idea di come fosse arrivato fin lì e addirittura vivo. Era stata sicuramente la corrente a trascinarlo fino a riva, ma come fosse riuscito a non annegare era un mistero.

Jack si sentiva piuttosto stanco e si sforzò per mettersi in piedi e camminare per cercare di capire dove fosse arrivato. Percorse la spiaggia, sperando di incontrare qualche pescatore, ma non trovò nessuno e dopo un paio d’ore si accorse di essere tornato nel punto dove la corrente lo aveva scaraventato. Si consolò pensando che almeno aveva scoperto di essere su un’isola. Poco prima aveva trovato la foce di un piccolo fiume e, risalendola un poco, aveva trovato acqua dolce con cui si era dissetato. Decise di tornare lì e camminare lungo l’argine, sperando di trovare un villaggio. Iniziò così ad addentrarsi fra la ricca vegetazione dell’isola: c’erano piante molto alte e rigogliose, con una miriade di orgogliose foglie verdi e fiori dai colori sgargianti, macchie di blu, rossi, viola arancioni che spandevano profumi che penetravano prepotentemente nelle narici di Jack, stordendolo un poco. In mezzo a tutto ciò, però, non vi era l’ombra di un frutto.

Esausto per il naufragio e per la fame, vedendo che il Sole era ormai al tramonto, il giovane si lasciò cadere a terra e si addormentò.

Oltre alle prime luci del mattino, a svegliare Jack fu una strana sensazione di solletico che sentì prima sotto le piante dei piedi, che poi passò sul petto e infine sotto al naso. Il ragazzo, infastidito, aprì gli occhi e vide accanto a sé una scimmietta che lo accarezzava con la sua coda. Jack si mise a sedere, guardò l’animale senza provare più rabbia e gli disse: “Tu sei dunque l’unico abitante di quest’isola? Vivi proprio in un posto strano. Come fai ad essere così bello robusto? Dove trovi  da mangiare? Io sono affamatissimo e penso proprio morirò di fame perché qui  non c’è niente da mettere nello stomaco. Potrei mangiare te, ma rimanderei solo di poco la mia morte, visto che sono bloccato qui, per cui sta pur tranquillo che non ti farò male.”

La scimmietta lo aveva ascoltato, guardandolo in volto, come se stesse davvero prestando attenzione e capisse quelle parole; dopo di ciò, con una zampa afferrò una mano di Jack e iniziò a tirarlo da un lato, mentre lanciava qualche verso un po’ impaziente e agitava l’altra zampa.

Il ragazzo dapprima rimase sorpreso, poi domandò: “Vuoi che ti segua?”

La scimmia annuì. Jack allora si disse che, per come gli stavano andando le cose, non aveva nulla da perdere nel seguire un animaletto e quindi si lasciò guidare. Si allontanarono dal fiume e si addentrarono ancora di più tra la fitta vegetazione.

“Aspettami!” esclamava Jack di quando in quando “Io non posso saltare da un ramo all’altro come te! Lo vedi che sono a terra?!”

La scimmia si era infatti arrampicata su un albero e passava velocemente da una pianta all’altra, mentre il povero ragazzo faticava a starle dietro, dovendo divincolarsi tra arbusti, basse fronde, grandi e spesse foglie. Dopo aver proceduto per quasi mezz’ora, arrivarono in un punto in cui la vegetazione si fermava all’improvviso; superata l’ultima pianta, Jack vide una radura circolare, dove cresceva solo erba, tranne che al centro dove sorgeva un albero enorme: dieci persone assieme non avrebbero potuto abbracciare il suo tronco.

Jack rimase basito: non aveva mai visto un albero simile! Si avvicinò incuriosito, mentre la scimmietta gli camminava di fianco. Arrivato sotto la folta chioma, il giovane notò quali strani  frutti pendessero, molto più grandi di qualsiasi altro frutto avesse visto in vita sua, erano oblunghi, quasi ovali, completamente verdi. La scimmia si arrampicò sul fusto e ne fece cadere due. Jack ne raccolse uno e si accorse le la superficie non era liscia, ma come ricoperta da tanti pallini un po’ pungenti.

Come si mangiava quel frutto? Si stava chiedendo il giovane, vide allora la scimmia che apriva l’altro: dentro era ancora più strano, in mezzo a filamenti bianchi si trovavano altri frutti gialli e liscissimi.

La scimmia prese le parti gialle e cominciò a mettersele in bocca e masticare. Jack la imitò e si accorse che il frutto era dolcissimo e molto buono. Affamato com’era, il giovane mangiò molto rapidamente e la scimmia gli procurò un altro di quei frutti.

Jack era molto contento di essersi finalmente saziato e pensò che quell’albero avrebbe potuto salvare il suo villaggio. Peccato che non sapesse dove si trovava e quindi se fosse possibile raccoglierlo e portarlo facilmente e rapidamente a casa, oppure se la lontananza fosse eccessiva. Inoltre non aveva idea di come fare a lasciare l’isola: era senza una barca e senza strumenti per potersene costruire una, benché la materia prima non mancasse.

Era pensoso, alla ricerca di una soluzione, quando sentì una voce esclamare: “Eccolo! Guardate! Ecco il ladro.”

Jack, sorpreso, si guardò attorno e vide sbucare dalla finestra alcune decine di buffi uomini, non più alti di un metro e trenta e cicciottelli, indossavano solo un gonnellino, avevano grossi baffi neri e capelli arruffati. Brandivano delle lance e avanzavano con grande rabbia verso il giovane che li guardava incredulo e spaventato. In un paio di minuti fu circondato da quegli esseri che lo scrutavano minacciosamente e gli puntavano contro le armi.

“Ladro! Ladro!” gli gridavano.

Uno di loro, poi, si fece portavoce per gli altri e disse: “Tu, miserabile mortale, come osi rubare i frutti degli Yaksha?!”

“Cosa?!” esclamò Jack, sbigottito “Io sono naufragato qui, avevo fame e ho trovato solo questo …”

“Ah, quindi ammetti la tua colpa. Pagherai con la vita il tuo furto!”

Il giovane, che era ancora maggiormente stupito, anziché spaventato, cercò di difendersi: “Io non sapevo che questo albero avesse un padrone. Io ero affamato e, appena ho trovato del cibo, l’ho mangiato. Vi chiedo scusa; se avessi saputo che era vostro, vi avrei chiesto il permesso.”

“Tu hai mangiato il nostro cibo e noi adesso mangeremo te!” esclamò uno degli Yaksha.

“Cosa?! Ma che vi salta in mente!” Jack si mise a farfugliare, spaventato “No, no, suvvia, ragioniamo, deve pur esserci un’altra soluzione!”

“Avresti dovuto ragionare prima di rubare il nostro frutto!”

“Insomma, mangiarmi non ha senso, non lo vedete come sono magro? Sicuramente ho un sapore orribile: nemmeno le zanzare mi pungono mai!”

“È da tanto che non mangiamo carne di umano, ci andrà più che bene.”

“Non posso morire, ho il mio villaggio da salvare! Farò qualsiasi cosa, ma lasciatemi vivere.”

Gli Yaksha parvero calmarsi e iniziarono a confabulare tra di loro; infine, quello che era il loro capo disse: “Ultimamente qui ci sono dei problemi che non riusciamo a risolvere da soli. Se tu sarai in grado di risolvere tre prove e quindi portarci benefici, allora ti lasceremo andare via da quest’isola, altrimenti sarai la nostra cena.”

“D’accordo, grazie, farò del mio meglio. Ditemi di cosa avete bisogno e lo farò.” rispose Jack, rincuorato, deciso a fare qualsiasi cosa pur di salvarsi.

Il capo degli Yaksha spiegò: “C’è un laghetto dove spesso andavamo a fare il bagno e ci divertivamo molto a nuotare. Adesso non possiamo più bagnarci lì poiché è infestato da serpenti velenosi e, appena immergiamo anche un solo dito nell’acqua, quelli si avventano verso di noi e ci mordono. Sono morti molti di noi a causa di quei serpenti, quindi vogliamo che tu li scacci e renda il nostro lago un posto di nuovo sicuro.”

Jack ebbe un fremito nel sentir parlare di serpenti velenosi (ve ne sono alcuni che lasciano solo pochi secondi di vita, dopo il morso), tuttavia non ebbe paura e si disse pronto ad affrontare la prova. Alcuni degli Yaksha lo condussero presso il laghetto e lo lasciarono solo, dicendo che sarebbero tornati il mattino seguente per sottoporlo al nuovo compito, se fosse riuscito a sopravvivere e completare il primo.

Rimasto solo, il giovane decise di mettersi subito al lavoro. iniziò con lo strappare alcune canne che crescevano sulla riva e intrecciò pazientemente un piccolo canestro a maglie molto larghe che legò ad un bastone, in modo da poterlo usare come un retino. Ora sorgeva un nuovo problema: come fare a pescare i serpenti, senza essere morso? Non c’era neppure una barchetta su cui salire.

Jack stava pensando a una soluzione, quando la scimmietta si avvicinò a lui e iniziò a fare avanti e indietro trai i suoi piedi.

“Che cosa vuoi?!” la rimproverò il giovane “È colpa tua il guaio in cui mi trovo … ah, certo altrimenti sarei morto di fame, quindi non so cosa sia peggio.”

La scimmia gli afferrò un lembo del dhoti e iniziò a tirarlo, portandolo verso la riva. Jack, capendo di non avere altra scelta, assecondò l’animale che con un balzo si tuffò in acqua, nuotò un poco e subito fu morso da diversi serpenti.

Vedendolo precipitarsi in acqua, il ragazzo aveva esclamato: “No! Fermo!” per avvisarlo del pericolo e, ora che lo vedeva ormai spacciato, si dispiaceva.

La scimmia, però, nuotando tornò a riva senza problemi, vispa come prima e sanissima. Jack era sorpreso e non credeva ai propri occhi, poi notò che l’animale portava attorno al collo una cordicella con appeso un talismano circolare; prima non lo aveva. Il giovane intuì allora che quella non era una scimmia normale e che, probabilmente, avrebbe dovuto fidarsi di lei. Indicò il medaglione e chiese: “Protegge dal veleno?”

Il primate non rispose, ma si tolse l’oggetto e lo infilò al collo dell’umano. Jack non era del tutto tranquillo, ma decise di fidarsi, prese coraggio e immerse il piede destro nell’acqua, poi il sinistro, fece qualche passo e sentì i serpenti viscidi passargli tra le gambe e poi affondare i loro denti nei suoi polpacci; nonostante ciò, sentiva a stento il dolore e non percepiva nessun effetto del veleno. Rincuorato, il giovane cominciò a immergere il retino e prese su il primo serpente, tornò all’asciutto, lo sbatté a terra e gli diede una bastonata per ucciderlo; fatto ciò, ritornò in acqua e  prese un altro serpente e così via fece per tutto il giorno e la notte: fuori e dentro dal lago, prendendo i rettili e uccidendoli, con la scimmietta che lo osservava.

Finì poco prima dell’alba, si appoggiò a un tronco per riposare, chiuse un attimo gli occhi e si addormentò. Non riposò molto, poiché la luce lo svegliò presto. Si guardò attorno e si accorse che la scimmia non era più lì e che probabilmente si era portata via il talismano, visto che non lo aveva più lui al collo.

Da lì a poco sopraggiunsero gli Yaksha che furono stupiti di vedere tutti i serpenti morti sulla riva e l’umano ancora vivo e vegeto. Per accertarsi che avesse disinfestato davvero del tutto il loro laghetto, gli intimarono di immergersi e nuotare, per non correre loro il rischio di essere morsi da qualche bestia sfuggita alla mattanza. Jack eseguì e dimostrò che aveva svolto diligentemente il compito.

“Molto bene” disse il capo degli Yaksha “Hai portato a termine la prima prova, ma te ne mancano ancora due, quindi sta’ pur certo di non esserti ancora salvato dalla nostra vendetta, ladro.”

“Ditemi cosa volete che faccia ora.” li esortò Jack, senza timore.

“Su quest’isola c’è un grande sperone di roccia, le sue pareti sono liscissime, impossibili da scalare. Quasi in cima è stato scavato un tempio, non sappiamo quando o da chi. I nostri antenati, però, ci hanno tramandato la storia che al suo interno si trovi una gemma preziosa; vogliamo dunque che tu entri in quel tempio e ci porti il suo tesoro.”

Ancora una volta Jack accettò, senza mostrare incertezze, e si fece accompagnare ai piedi dello sperone di roccia e poi rimase solo. Aveva di nuovo solo un giorno e una notte a disposizione. Osservò la parete liscia, come se fosse stata levigata apposta per impedirne la scalata. Come fare allora?

Mentre il giovane ragionava e cercava attorno a sé qualcosa da poter utilizzare per scalfire la pietra e crearsi degli appigli, ecco che la scimmietta si presentò nuovamente vicino a lui, portando con sé una grossa foglia di palma, la più larga che Jack avesse mai visto. L’animale agitò la foglia, facendo capire che voleva che il ragazzo la prendesse. Lui l’afferrò e chiese: “Ora che devo farci?”

La scimmia sollevò le braccia. Jack allora con la mano destra afferrò un’estremità della foglia e con la sinistra l’altra, le alzò sopra la propria testa ed ecco che sentì un vento forte ma dolce gonfiare la foglia e sollevarlo pian piano verso l’alto fino ad adagiarlo all’ingresso dell’antico tempio.

Il giovane, tenendosi ben stretta la foglia, cominciò a camminare nella grotta e la trovò completamente scolpita con figure di divinità e anche di scimmie, proprio la statua più grande, al centro della stanza, rappresentava un’alta scimmia su due zampe, con una mazza nella mano sinistra e quella che pareva la cima di un monte nell’altra.

Jack fu molto incuriosito e si disse che tutto ciò confermava la sua ipotesi che l’animale che lo stava così tanto aiutando non era certo comune. Si ricordò presto di doversi occupare di trovare una gemma e, quindi, riprese ad esplorare il tempio: guardò in lungo e in largo, ma non trovò nulla.

Preoccupato per la sorte propria e del suo villaggio, il giovane iniziò a cercare una soluzione: doveva portare una pietra preziosa agli Yaksha, tuttavia essa non esisteva.

Mentre rifletteva, guardò con maggiore attenzione le figure scolpite nella roccia e si rese conto che in una scena erano mostrati degli uomini che gettavano a terra delle pietre apparentemente normali ma che, rotte, si aprivano e rivelavano un tesoro al proprio interno. Jack allora si ricordò di essere passato davanti ad una nicchia che conteneva quelli che sembravano sassi comuni; tornò a recuperarne uno, lo afferrò e lo sbatté sul pavimento con tutte le sue forze. La pietra si ruppe e rivelò al proprio interno un quarzo stupendo dalle sfumature di tutto l’arcobaleno. Jack fu molto felice: non sapeva se quella fosse una gemma preziosa, ma era sicuramente una rarità e sperò con tutto se stesso che potesse essere sufficiente per gli Yaksha.

Tornò all’ingresso del tempio, afferrò la foglia come prima e saltò giù; di nuovo il vento soffiò in modo da non farlo precipitare ma portarlo tranquillamente a destinazione.

Il giorno dopo, gli Yaksha furono assai stupefatti nel trovare il giovane con la più bella pietra su cui avessero posato i loro avidi occhi.

“Finora sei stato fortunato” gli disse il capo degli Yaksha “Ti abbiamo chiesto cose che un umano dotato sarebbe stato capace di fare. La tua ultima prova, però, consisterà in qualcosa che solo un essere straordinario può compiere.”

“Chiedi dunque.”

“Da molto tempo la pioggia non bagna quest’isola, vogliamo che tu faccia piovere.”

“Va bene” rispose Jack “Non c’è problema. Lasciatemi solo e provvederò.”

Gli Yaksha si stupirono della sua sicurezza: erano certi di avergli affidato l’impossibile; comunque si allontanarono. In realtà Jack non aveva la minima idea di come fare a causare la pioggia, ma non aveva voluto mostrare paura di fronte ai propri nemici, aveva cercato di prendere tempo e sperava che la sua amica scimmia lo aiutasse anche questa volta. La sua fiducia non fu delusa, poco dopo l’animale arrivò, questa volta trascinando una grossa e pesante mazza di bronzo. Jack non capiva come quell’arma avrebbe potuto aiutarlo, comunque la afferrò con entrambe le mani e la sollevò a fatica.

“Ebbene? Che cosa devo fare adesso?”

La scimmia mimò il gesto di chi fa vorticare un oggetto e poi lo scaglia. Jack, che non aveva altro a cui affidarsi, per quanto assurdo gli sembrasse, eseguì ciò che l’animale gli aveva consigliato. Raccolse tutte le proprie forze e si impegnò al massimo per vorticare la mazza per darle maggior spinta possibile e poi scagliarla verso l’alto. Credeva gli sarebbe ricaduta subito in testa, invece la vide salire sempre più in alto, a gran velocità, verso le nuvole, fino a sparire dalla vista. Pochi momenti dopo, le gocce iniziarono a scendere dal cielo, sempre più copiose.

Gli Yaksha si misero a festeggiare e presto raggiunsero il giovane.

Jack, allora, felice di aver conquistato la propria salvezza, disse: “Ho superato le tre prove da voi richieste, ora lasciatemi andare.”

Gli Yaksha, però, non sempre leali e non volevano lasciarsi sfuggire l’occasione di banchettare con carne umana, per cui il loro capo replicò: “Non abbiamo certezza che sia stato tu a far piovere. Ci hai fatti allontanare, quindi non sappiamo se il merito sia tuo o se sarebbe piovuto lo stesso. Non consideriamo la prova superata, quindi preparati per essere il nostro pranzo.”

“Non è giusto!” protestò il giovane “Io ho rispettato l’accordo, dovete fare altrettanto!”

Inutile. Gli Yaksha lo stavano circondando con le loro rozze armi in pugno, per ucciderlo. Fu allora che la scimmietta aumentò le proprie dimensioni, diventando tre volte un umano; sollevò la mano destra e afferrò la mazza di bronzo che stava ricadendo dal cielo verso terra.

Gli Yaksha furono confusi e alcuni urlarono spaventati, mentre altri tentavano di attaccare la scimmia che, però, li scacciava con la coda.

Infine il grosso animale parlò: “Io sono Hanuman, il vero signore di quest’isola su cui ho accolto voi Yaksha, senza chiedervi nulla per l’ospitalità. Siete stati meschini con un povero naufrago, negandogli il cibo e costringendolo a risolvere i vostri problemi e ora venite meno alla parola data. Restate pure qua, ma non torcerete un capello a questo umano, né godrete più dei frutti del mio albero: lo porterò da chi ha un cuore più grande.”

Detto ciò, Hanuman aumentò ancor di più le proprie dimensioni, con due dita afferrò Jack e se lo mise su una spalla, poi con un passo raggiunse la pianta dagli strani frutti, affondò la mano nel terreno e sollevò l’intera zolla con l’albero e le sue lunghe radici. Andò sulla riva del mare e spiccò un balzo che lo portò sul continente e accompagnò Jack fino al suo villaggio d’origine dove tutti lo attendevano con impazienza. Arrivarono di notte, mentre tutti dormivano, Hanuman decise di trapiantare lì il suo albero e andare via subito, senza farsi vedere da nessuno.

Il mattino dopo, gli abitanti del villaggio si sorpresero nel vedere l’enorme pianta. Jack allora si mostrò, offrì loro i frutti del nuovo albero e raccontò tutta la propria vicenda. I suoi compaesani furono molto contenti e orgogliosi di lui e riuscirono a far rifiorire il loro villaggio commerciando quei frutti che, per via di chi li aveva portati a loro, furono chiamati Jackfruit.Jackfruit

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