Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Vita in città

CAPITOLO 3: Vita di città

 

Era un pomeriggio abbastanza freddo, gli uomini e le donne preferivano restare chiusi in casa o in bottega, se era possibile, ed uscire solo se necessario, invece i bambini e i ragazzi scorrazzavano per le strade, quasi increduli nel vedere così pochi adulti: la città era loro!

Dora era riuscita a farsi portare dal fioraio, nonostante la stagione rigida, alcuni fiori come le prime stelle e rose di Natale, oltre che a rametti di pungitopo e agrifoglio con bacche colorate; ora la giovane era intenta nel disporli in vetrina in modo elegante, in decorazioni sofisticate che s’intonavano perfettamente con gli abiti e con le stoffe esposte: petali, mazzi, fogliame e vesti parevano un tutt’uno.

La campanella sopra la porta della boutique tintinnò: arrivava un cliente. Dora si alzò e gli andò incontro, salutando cortesemente e domandando che cosa desiderasse.

“Io ho un tabarro da rifoderare.” rispose distaccato l’uomo.

“Certamente. Se me lo lascia, provvederemo al più presto, fra tre giorni al massimo sarà pronto; ha qualche preferenza riguardo al colore?”

“No, quello che ho già può andar bene, ma se non l’avete disponibile mi accontenterò di qualcosa di simile.” il tono era sempre uguale, fisso nel suo esser direttoriale.

Dora storse il naso per quelle maniere poco garbate, ma non disse nulla e prese il mantello.

L’uomo, scosso da un pensiero improvviso, si frugò in tasca dicendo sbrigativamente: “Inoltre, venendo in qui, mi si è scucito un bottone.”

“Provvedo immediatamente, venga.”

La sarta rimaneva sempre cortese, anche cogli acquirenti più misantropi. Tra l’altro le sembrava che quell’uomo fosse il tutore di Albina, ma lo aveva visto di sfuggita solamente una volta e dunque non poteva esserne sicura.

Il cliente si avvicinò e porse il bottone alla ragazza che lo guardò un attimo: “Più che scucito, mi pare strappato. Il filo è rotto… aspetti un attimo che prendo l’ago e un po’ di filo.”

Dora si mise subito al lavoro e di nuovo osservò: “Va ad una serata importante? Quest’abito è di gran pregio, ricordo bene quando lo confezionammo.” era serena e voleva solo mostrarsi cordiale.

L’uomo seccamente rispose: “I miei affari non ti riguardano.”

“Mi scusi.” replicò la donna, senza lasciar capire quanto fosse scocciata da quei modi bruschi, e continuò a cucire.

L’uomo si guardò intorno rapidamente, finché non trovò lo specchio e osservò il proprio riflesso; notando che i capelli non erano in perfetto ordine, si passò alcune volte una mano sulla testa, fintantoché non ottenne un risultato che lo soddisfacesse.

Dora finì il lavoro: “Ecco fatto, può andare. A che nome segno il tabarro?”

“Bellerio Silvestro.” rispose, pronunciando il proprio nome come volendogli conferire grande importanza forse un poco offeso per non essere stato riconosciuto.

Uscì con incedere deciso e sicuro, quasi senza salutare.

Dora appuntò tutto su un foglietto e sul registro, poi decise di terminare le decorazioni della vetrina prima di mettersi al lavoro. Adorava preparare composizioni floreali e, più in generale, si divertiva in ogni attività creativa, disegnava per passare il tempo, oppure spesso cantava, la sua voce era sublime, non solo perché intonata e melodiosa quando solfeggiava, ma anche perché carica di emozione quando recitava.  Molte volte Dora e Albina si ritrovavano assieme e organizzavano intrattenimenti per le serate con gli amici, preparando dialoghi tratti da famosi testi teatrali, oppure duetti musicali: la sarta cantava, la libraia suonava il violino. Altre volte, invece, s’incontravano solo per perdersi in chiacchiere ricamando o lavorando a maglia.

 

Albina era seduta al bancone della libreria e, come al solito, tra un cliente e l’altro, era assorta nella lettura di un libro. Questa volta stava rileggendo per l’ennesima volta il passo che prediligeva della Farsaglia, un poema epico storico del latino Marco Anneo Lucano, di età neroniana. I suoi versi preferiti si trovavano nel secondo libro, quello in cui era riassunta e descritta drammaticamente, la prima guerra civile, quella tra Mario e Silla.

Adorava quei versi così pieni di forza e, in un certo senso, violenti: Non puoi toccare il capo di costui: deve molte morti alle leggi della storia prima della sua…. L’impeto stesso del furore trascina e cercare una vittima colpevole è lentezza… L’unica speranza di salvezza è baciare tremando quella mano lordata di sangue. Anche se mille spade obbediscono a nuovi segnali di morte, o popolo degenere, non sarebbe degno di uomini guadagnare in tal modo lunghi secoli di vita, tanto meno una vergognosa breve vita in attesa di Silla…. Perirono i colpevoli quando ormai solo i colpevoli potevano sopravvivere….

La libraia si stava lasciando emozionare da quelle parole che le parevano vive, cariche di un’energia sublime, la emozionavano ogni volta! Fu richiamata alla realtà, quando la porta del negozio si aprì. Albina, allora, alzò gli occhi per vedere chi fosse il cliente, se era uno abituale oppure uno sconosciuto, così da sapersi regolare circa l’atteggiamento da tenere. Come il suo sguardo si posò sul sopraggiunto, un sorriso le illuminò il volto, scattò subito in piedi e gli andò incontro con gioia.

“Silvestro! Ciao! Sei venuto a trovarmi o neppure ricordavi che lavoro qui e sei passato per caso?” esclamò contenta.

“No, no, sono venuto proprio per vedere la mia cuginetta.”

L’uomo si accomodò su una sediola, guardò un attimo la fanciulla e le chiese: “Allora, dimmi come va. Ti sei divertita l’altra sera? Io sì.”

“Non è che ci fosse da divertirsi, comunque è stato piacevole.” rispose distrattamente, tanto era felice di vedere il parente.

Avvicinandosi a lui, poi, un po’ ironicamente, chiese: “Tu come stai? Sei sempre oberato di lavoro?”

“Al solito. Sono direttore di un giornale, è implicito che io sia spesso impegnato.”

Teneva le mani sui braccioli in nudo legno, pronunciò quelle parole dandosi grandi arie, si notava sempre la differenza tra quando parlava di sé o di altro.

“Un mio amico lavora per te, si chiama Duccio.” gli ricordò Albina, mentre si sedeva a terra accanto a lui.

“Ah, sì, ce l’ho presente; gli ho affidato l’incarico di interessarsi di tutti gli articoli riguardanti l’omicidio o il suicidio del Sassi.”

Silvestro gettò un’occhiata per il negozio, sperando di trovare qualcosa in cui specchiarsi, ma rimase deluso.

“Suicidio? Non sapevo si fosse considerata anche quest’ipotesi.”

“Io stesso ne ho sentito discorrere il Colonnello Giancarlo Bini oggi. Ho saputo che risulta che il pugnale rinvenuto nel petto della vittima era il suo personale.”

Mentre parlava, quell’uomo poteva sembrare distaccato, assente, assorto in altri pensieri, ma non lo era per nulla.

“Per cui io ritengo lecito ipotizzare che possa essersi tolto la vita da solo, benché le circostanze siano alquanto insolite. Ohibò, mi chiedo perché uccidersi in mezzo ad una piazza? Io non lo farei.” accarezzò un attimo la testa della cugina “Inoltre, non vi sono, almeno al momento, indizi che possano giustificare un simile gesto. Ad ogni modo, questo caso ha sensibilmente ingrossato le vendite del mio giornale, in barba all’analfabetismo.” a parte l’ultima affermazione palesemente ironica, tutto il discorso era stato serio e fermo.

Tirò fuori da una tasca una pipa di pregiata fattura, sembrava essere stata costruita da una maestranza straniera, forse austriaca, probabilmente gli era stata regalata da un qualche conoscente titolato.

“Ho una perplessità” disse Albina, ricordando d’improvviso le parole di Duccio “Ci sono alcuni che dicono che la Società del Pito prosperi in odore di Massoneria…”

“Scempiaggini.” troncò rapidamente il discorso Silvestro con un sorriso, accompagnando le parole con un cenno della mano, volto proprio ad allontanare quell’insinuazione, poi accarezzò il viso alla giovane, come per distrarne l’attenzione.

Parlarono ancora, ma non molto, Albina era sempre felice di vedere il cugino, che era anche il suo tutore da qualche mese, ma egli era sempre freddo, non si lasciava voler bene, non dava soddisfazioni. Dopo molte parole di circostanza e frasi convenzionali, come sempre, la fanciulla aveva iniziato a raccontare di sé e di quel che faceva. Narrava tali cose perché sperava di attirare l’attenzione, la stima e quindi la benevolenza di Silvestro. Infine si era giunti ad un silenzio quasi imbarazzante; per fortuna a rompere tale situazione pensò un cliente, almeno così credette per qualche istante la ragazza, in realtà, il giovanotto appena entrato era Gabriele, per nulla interessato ai libri.

Il giovane bancario era entrato col desiderio di far visita alla donzella, tuttavia, non appena aveva visto il direttore de L’Italia Centrale, i suoi interessi erano mutati e, dopo un rapido saluto ad Albina, si rivolse subito all’uomo: “Buongiorno Direttore Silvestro, come state?”

“Io sto molto bene, grazie, tu?” probabilmente non rammentava il suo nome, tuttavia l’uomo rimase calmo e disinvolto come al solito.

“Non c’è male.” Gabriele era entusiasta di parlare con il Direttore.

“Ricordami, dov’è che lavori?”

Silvestro conosceva tantissime persone e non poteva certo ricordarsi alla perfezione di chiunque avesse incontrato.

“Sono tra i dirigenti della Cassa di Risparmio, il vecchio Monte di Pietà.”

Gabriele, orgoglioso, si sistemò gli occhiali.

“Ah, la banca fondata e gestita saviamente dall’ex sindaco Pietro Manodori. Pace all’anima sua!” Silvestro si fece improvvisamente interessato.

“Proprio così, mi aveva assunto lui personalmente, modestia a parte, mi teneva in gran conto.” Gabriele si pavoneggiò “È stato un duro colpo, la sua scomparsa, tuttavia, ora, è già tutto passato nelle mani del Marchese Gian Marco Gherardini, il padre dell’attuale sindaco, e anch’egli mi reputa un assai valido collaboratore.”

“Ma davvero? Interessante, raccontami, raccontami….”

La porta si aprì nuovamente, Albina fu ben lieta di lasciare i due uomini a quella conversazione che la escludeva, per andare a servire il cliente.

Poco dopo, Silvestro uscì salutando appena, quando ancora non era stato concluso l’acquisto; una volta che il cliente fu soddisfatto e se ne andò, la fanciulla tornò al bancone e vi trovò Gabriele ancora lì che l’aspettava.

“Pensavi mi fossi dimenticato di te?”

La stava guardando, ma puliva le lenti dei propri occhiali. Albina sorrise, ma non rispose, tenne lo sguardo basso e mise il denaro dentro un cofanetto.

L’uomo continuò: “Come stai? Mi concederesti di accompagnarti in un Caffè?”

Il tono era vispo e si sentiva che domandava per formalità, certo che avrebbe ricevuto in risposta un sì.

“Oh, grazie per l’invito” disse Albina lusingata, un poco arrossendo “Tuttavia devo declinarlo, non posso abbandonare la libreria.”

“Allora potremmo fare questa sera.” insistette rapidamente il giovane.

“Mi spiace, ma sono già impegnata, inoltre non so se ben convenga…”

“Sabato pomeriggio e non ammetto repliche.” decretò irremovibile Gabriele “Ti passerò a prendere a casa per le sedici.”

“Vedrò di esserci.” cedette infine Albina.

L’uomo se ne compiacque, la salutò nuovamente e se ne andò. La giovane rimase ferma al bancone, incerta, da una parte si sentiva lusingata per quel nuovo invito, dall’altra aveva timore.

 

All’imbrunire del dì seguente, tenendosi a braccetto, lungo i vialetti del novello parco pubblico, andavano camminando Dora e Ivano.

Sei anni prima, nel 1871, una delibera comunale aveva finalmente dato inizio alla realizzazione dei giardini pubblici, là dove fino a un ventennio prima si ergeva la medievale cittadella. In quel periodo si era iniziato ad abbattere le mura di Reggio e fu completamente distrutta quella piccola e misera roccaforte dove, in altri tempi, aveva dimorato e governato quel nobile e poeta che fu Matteo Maria Boiardo.

Nel 1851, ancora in epoca asburgico-estense, il Duca Francesco V aveva stabilito che a quella modesta città non occorrevano fortificazioni, più teatrali che utili, per cui aveva decretato che tutte queste costruzioni fossero abbattute per dare a Reggio un’aria più moderna ed artistica. Dopo aver smantellato le vecchie strutture, per volere del Podestà Carlo Ritorni, iniziarono i lavori per erigere un nuovo Teatro Municipale.

Il teatro vecchio del 1740, progettato da Antonio Cugini, aveva subito notevoli danni a causa di un incendio che aveva distrutto il palco e la sala più antica, proprio quell’anno, e quindi si era deciso di usarlo come magazzino e di costruirne uno nuovo, migliore, che potesse competere con la Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli o La Scala di Milano.

Nel 1857 i lavori per il teatro erano terminati, però restava una vasta area vuota, senza alcuno scopo; tre anni dopo, quando il ducato era stato ormai annesso al Regno Sabaudo, si costruì un piccolo ippodromo, circondato da tre file di superbi platani.

Infine, si erano iniziati a realizzare i giardini. La composizione circolare su cinque grandi aiuole ad arco con un disegno a stella nel centro, era stata progettata dal Milanese, ingegner Balzaretto, ed era ricca di cedri del Libano, sofore del Giappone e, appunto, platani.

Chi si trovava nel largo della via del teatro e guardava verso i giardini, poteva dunque vedere alla loro sinistra la Caserma dedicata al Generale Carlo Zucchi, fautore dei moti rivoluzionari del 1831: in origine doveva trattarsi del Foro Boario, un luogo per il mercato dei bovini, poi si era deciso di chiudere le arcate e renderlo un edificio militare.

Alla propria sinistra, invece, c’era il vecchio teatro abbandonato; a destra, accanto al parco, vi era il nuovo teatro Municipale che si affacciava sulla vecchia piazza d’armi, ora dedicata a Camillo Benso, Conte di Cavour, sulla quale si ergeva anche la chiesa di San Francesco con il suo vecchio chiostro, parte del quale era da non molto diventato il museo civico, diretto da don Gaetano Chierici, socio della Deputazione di Storia Patria.

Alle proprie spalle, infine, lo spettatore aveva l’isolato della Santa Trinità.

I due giovani innamorati stavano dunque tubando nel bel parco, mentre il Sole calava, lasciando il cielo di un intenso e malinconico color grigio blu; parlavano, amoreggiavano, erano tranquilli e felici assieme, ma questo non poteva durare, non quel pomeriggio.

Arrivava di corsa, in quel momento, un ragazzo di diciassette anni o giù di lì, si precipitò verso i due, si guardò indietro nervosamente un paio di volte, poi arrivò presso la coppia e disse col fiato corto e assai preoccupato: “Ivano, Dora, vi prego: nascondetemi!”

“Cosa?” si meravigliò il fabbro.

“Luigi!” lo richiamò, invece la donna.

“Io mi getto tra questi cespugli, voi sedete, se qualcuno vi chiede di me, non mi avete visto, oppure mandateli da un’altra parte.” detto ciò, si precipitò tra gli arbusti.

I due giovani, un po’ sbigottiti, ma non troppo, poiché da Luigi Parmigiani ci si aspettava qualsiasi cosa, si accomodarono sulla panchina indicata loro e ripresero a discorrere.

Meno di un minuto dopo, correndo a rotta di collo, giunsero un paio di omaccioni, che si guardavano attorno irati e maledicendo qualcuno, scorsero la coppia, si fermarono e si diressero verso di essa, chiedendo a gran voce : “Ehi voi, avete per caso visto un ragazzetto più o meno alto così?” indicò con la mano la propria spalla “Capelli corti, ispidi, spettinati, neri, ricci, gli occhi piccoli e marroni, bocca larga, spalle robuste, vestito da straccivendolo, correva verso di qua.”

I due innamorati indugiarono un attimo, come se cercassero di ricordare, poi Ivano disse: “Mi pare di aver visto qualcuno andar di gran corsa verso l’ippodromo.”

“È senza dubbio lui!” esclamò uno dei due.

L’altro riprese a correre farfugliando rabbioso: “Non ci sfuggirà. Questa volta non la farà franca!”

Si allontanarono rapidi e svelti e presto furono fuori vista.

Passò un minuto.

“Esci, si sono allontanati abbastanza.” mormorò Dora.

Luigi balzò fuori, ringraziò e stava per darsi alla macchia, ma il fabbro lo trattenne: “Fermo, fermo. Spiegaci un po’: perché quei simpaticoni ce l’avevano tanto con te?”

“Oh, sai, sono di quelli che se la prendono per ogni piccola cosuccia e si arrabbiano come bestiacce che sentono il puzzo di sangue, se solo tardi a dargli qualche soldo.” minimizzò Luigi, semiserio.

“In che guai ti stai cacciando?” domandò severamente la ragazza, ammonendolo con lo sguardo felino.

“Nulla, nulla di che… Robette da poveracci, non c’entrano con voi borghesi.” ribatté il ragazzo, irritato e gesticolando con le mani per sottolineare come essi fossero estranei alla faccenda.

“Riguarda noi: i tuoi amici.” puntualizzò Ivano “E poi non siamo borghesi.” aggiunse con un pizzico di stizza.

“Non fatevi problemi, non vi preoccupate, c’ho già chi mi guarda le spalle.”

Luigi, più che tranquillizzare la coppia, si lamentò.

“Cara te, fa proprio un buon lavoro, visto come sei braccato. Sono forse i tuoi amici Internazionalisti?” constatò, con ironia, l’altro.

“Uff, che due piedi! Non sono loro, sono altri, di altre cose.” si affrettò a spiegare seccato e agitato il ragazzo, poi si lagnò: “E poi gli Internazionalisti non sono per niente cattivi. Non fatevi cosare pure voi dagli articoli dell’ Italia Centrale e del suo stramaledettissimo Direttore.”

Luigi guardò gli amici che continuavano a fissarlo severamente, per cui si affrettò a giustificarsi: “Non lavoro da solo, faccio le cose per qualcuno, sono in un’organizzazione…” ribatté con ribalderia, poi si morse la lingua e aggiunse, tagliando corto: “Ma non fatemene parlare, non posso. Non fatevi problemi e lasciatemi stare.”

Voltò le spalle, fece per andarsene, ma poi si rivolse nuovamente agli amici: “Uh, stavo dimenticando, l’altro giorno, alla taverna vicino al ponte di San Pellegrino, ho visto Patroclo.”

“Cosa? Non prenderci per il naso, se fosse tornato, ci avrebbe avvertito.” sentenziò Ivano esterrefatto dalla fandonia che aveva appena udito.

“Non credermi, se vuoi, ma giuro che l’ho visto e c’ho parlato. Giura, giura, puleinta dura, rosp infiè, mè a j’o bèle giure[1]. ”

“Per quel che vale la tua parola…”

Luigi sbuffò seccato, si girò e questa volta se ne andò davvero.

“Stai attento!” si raccomandò premurosa Dora.

Il ragazzo alzò un braccio e l’agitò per salutare ma non aggiunse altro e continuò per la propria strada.

Ivano scosse il capo e borbottò: “Non arriverà ai trent’anni; lo ammazzeranno prima.”

Non vi era amarezza in quelle parole, era chiaro che stesse scherzando.

“No” lo contraddisse la sua fidanzata “Il mio sesto senso mi dice che farà fortuna all’estero e, quando tornerà, sarà benvoluto da tutti.”

“Fortuna all’estero? Cara, mi sa che le tue previsioni per una volta hanno torto. Che mai potrebbe fare uno scavezzacollo come lui?”

“Non lo so di preciso, ma sono certa che avrà a che fare con l’arte. Riempirà di statue questi giardini.” fu la sicura e vivace risposta della bionda giovane.

“Mah, se lo dici tu…, però io poco ci credo.”

 

Non mancava molto all’ora di cena, seduti a un tavolo del Caffè Camminati, sotto i portici dell’isolato della Santa Trinità[2], di fronte alla chiesa di San Giacomo Maggiore, stavano in chiacchiere Naborre e il caro amico Andrea. Parlavano di letteratura, delle poesie del grande Carducci, il quale era adorato da Campanini, che andava sempre ripetendo che presto o tardi lo avrebbe convinto a partecipare a una qualche celebrazione o iniziativa a Reggio. Avevano davanti a loro due caffè fumanti, si riempivano le narici di quel forte profumo.

Balletti stava sfogliando L’Italia Centrale, sbuffando la depose: “Tre pagine per il Sassi e una di pubblicità: sono veramente deluso.” si accarezzava le basette mentre parlava “Pensavo che il Direttore Silvestro fosse una persona…”

“Non prendertela con lui” lo rimproverò l’amico “È costretto a pubblicare quello che la gente vuole leggere. Noi sappiamo che dai nostri concittadini non possiamo aspettarci granché. Pericle appestato! Nulla a togliere ai Reggiani, per carità!” esclamò “Tuttavia, per quanti pregi possano avere, noi intellettuali siamo una stretta cerchia.”

“Non credere che accada solo qui.”

Andrea si decise finalmente a sorseggiare il proprio caffè, poi continuò: “I dotti sono sempre in minoranza e purtroppo sempre più spesso molti di loro vengono traviati dalla mentalità del popolaccio.”

Probabilmente avrebbe voluto continuare il suo discorso, maledicendo la gente comune, influenzabile, priva di un proprio carattere, priva di spirito critico, sempre pronta a omologarsi alla massa e a sopraffarsi a vicenda per qualche spicciolo o un briciolo di fama.

Andrea avrebbe senza dubbio pronunciato un discorso di questo tipo, se non fosse stato che, proprio in quel momento, passarono quei due brutti ceffi che inutilmente avevano cercato Luigi: ormai rassegnati, camminavano vicini, spalla contro spalla e borbottavano, gesticolando, chissà di che cosa.

Naborre li seguì con gli occhi segnati da vistose occhiaie; uno di loro si accorse di lui, diede una gomitata al compare e gli indicò il professore; da lontano lo salutarono con tono vigoroso dicendo: “Buona serata, Fustigatore, contiamo su di te per dopodomani!”

Proseguirono per andare a cenare in chissà quale squallida bettola.

“Fustigatore? E cosa dovresti fare tra due giorni?” chiese tra lo stupito, il preoccupato e l’irritato Balletti.

“Ah, non so… Devono avermi scambiato per qualchedun altro, un po’ come la storia di Sosia.”

L’amico non era del tutto convinto, ma non insistette. Ripresero la chiacchierata, ma appena un cameriere passò accanto al tavolino, Naborre si affrettò a chiedere un bicchiere di grappa bianca, morbida, la più forte che avessero. Andrea lo fissò con severo disappunto.

“Che c’è?” si lamentò l’altro, seccato da quell’inquisizione.

“Si può sapere che ti prende?”

Il giovane professore era davvero stupito e sconsolato per il nuovo vizio dell’amico.

“Prima eri praticamente quasi astemio e invece, adesso, sei diventato un seguace di Dionisio.”

“Pericle appestato, ancora con questa fola?! Che fastidio ti da’ se bevo un po’?” si lamentò Campanini.

“Bere liquori in questo modo, fuori dai pasti e senza misura, non fa bene, dicono. Chiedi ad Antonio e vedrai che mi darà ragione.” ribadì solo per premura Andrea che era semplicemente preoccupato.

“Se anche fosse?”

Naborre si comportava in modo sfrontato.

“Nino, tu stai celando qualcosa! Per favore dimmi: se hai difficoltà, ti aiuterò! Credevo di essere il tuo migliore amico, credevo ti fidassi di me.”

Naborre lo guardò per alcuni istanti, forse indeciso, ma poi agitò la mano e sospirò come per allontanare la questione e ribadì: “Non ti devi crucciare e, soprattutto, non drammatizzare. Sono conscio della guisa in cui agisco.” tacque pochi istanti “Piuttosto, non doveva arrivare tuo nipote, il figlio di Enrico? Non dovresti prenderti cura di lui, questa sera?”

“Non ti sopporto quando fai così. Darò disposizione ai miei genitori di non versarti neppure una goccia di vino, nel loro locale. Ad ogni modo sì, Ettore ci raggiungerà qui a momenti.” si rassegnò Balletti.

“Bene, bene, quanti anni ha adesso?” cercò di essere vivace Campanini.

“Quattordici, è del ‘63”

“Ah, un post-unitario, è vero, mica come noi che leggevamo col fiato sospeso le notizie di guerra sui giornali e che abbiamo visto scacciare il duca… Che cosa studia ora?”

“Chi? Il duca?”

“Ma no, Ettore!”

“Ah, giusto! È all’Istituto Tecnico, pare gli piaccia molto la ragioneria.”

La conversazione continuò su questi toni finché non giunse il ragazzo, allora i due amici si salutarono e si separarono.

[1] “Giuro, giuro, polenta dura, rospo gonfiato, io ho già giurato”

[2] oggigiorno trasformati nell’isolato San Rocco

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