Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: il Direttore

CAPITOLO 4: Il Direttore

 

Qualche giorno dopo, il trenta di novembre, erano ormai cinque giorni che L’Italia Centrale pubblicava, quasi esclusivamente, notizie riguardanti l’omicidio del Sassi, argomento che aveva monopolizzato il quotidiano fin dalla giornata immediatamente successiva al rinvenimento del cadavere.

Vi erano poi stati alcuni altri trafiletti in cui erano stati riportati con dovizia di dettagli il non procedere delle indagini e, soprattutto, la vita privata del povero Sassi. Si era dunque venuti a scoprire che l’uomo frequentava il bordello, che aveva diversi debitori, che era un tipo manesco quando beveva un bicchiere di troppo, che in passato aveva giocato d’azzardo, che comprava le scarpe solo da un particolare calzolaio, che aveva un barbiere di fiducia, che era solito trattare bruscamente i garzoni e i domestici e che la domenica precedente era stato in campagna.

Nell’edizione che doveva andare in stampa quella sera, sarebbe stata pubblicata l’intervista che Duccio aveva appena fatto a un collaboratore di Erio, almeno questa era la speranza del diciottenne. Erano passate le cinque pomeridiane ed era più di mezz’ora che attendeva di presentare il pezzo al Direttore; sedeva su una panca davanti all’ufficio del principale e riguardava il proprio lavoro, era un po’ seccato al pensiero di doverlo ricopiare a macchina dopo l’orario di chiusura, se Silvestro non si fosse sbrigato a controllare ed approvare l’articolo.

La porta dell’ufficio si aprì e un uomo uscì; camminava all’indietro, stringeva tra le braccia vari fogli svolazzanti, chinava ripetutamente la testa dicendo: “Certo signor Direttore… provvedo subito, Direttore, non si preoccupi…” parlava a scatti, ansando, era remissivo, servile, un po’ intimorito.

“Un’altra cosa.” lo ammonì, da dentro la stanza, la perentoria voce di Silvestro “Fammi portare un caffè. Subito.”

Il dipendente annuì e si allontanò a passo svelto. Duccio, prima di entrare, attese che il suo superiore dicesse: “Il prossimo!”

Il ragazzo si alzò e fece rapidamente il suo ingresso, sapeva che al Direttore non piaceva perdere tempo: infatti, lo trovò che consultava delle carte sulla scrivania.

L’ufficio, che si trovava al terzo piano di un edificio lungo la via Emilia, era abbastanza ampio e ben illuminato da una grande finestra che si apriva alle spalle del Direttore, le tende verdi erano legate con nastri ai lati. Le pareti erano nascoste da scaffali di legno, risalenti ad almeno due secoli prima, traboccanti di libri, documenti e carteggi vari e qualche prezioso soprammobile regalato da chissà chi. Per esempio, c’era un orologio in ottone dorato, decorato con rilievi floreali, donatogli anni prima da Pietro Manodori; una statuetta a forma di mastino napoletano seduto, la cui testa poteva essere svitata, rivelando così che la scultura altro non era che un particolarissimo boccale: era stato certamente prodotto in Germania, era stato regalato al Direttore dal Barone Raimondo Franchetti; vi era poi una graziosissima maiolica offerta dall’insigne professor Prospero Viani; un vaso in vetro di Murano inviatogli dal Sormani, da un anno prefetto di Venezia; una piccola tavola di un vedutista che rappresentava la zona dei fori imperiali a Roma, che gli era stata donata dall’ex primo ministro Minghetti in persona. Molti altri erano gli oggetti, regalati dai concittadini più illustri o di altri uomini autorevoli, che facevano mostra di sé in quell’ufficio.

Il soffitto, invece, era affrescato, vi era rappresentato un semplice cielo azzurro, abitato da putti musicisti adagiati su soffici nuvole in compagnia di giovani e delicate fanciulle che erano le personificazioni delle arti del trivio e del quadrivio. Al centro della scena, attorniata da tutte le altre, vi era quella che rappresentava la geometria: era bionda, con occhi verdi, formosa, col petto nudo, un panno color dell’erba le copriva le gambe, nella mano destra teneva una squadra, nell’altra un compasso, ai suoi piedi erano adagiati un righello, una corda e altri strumenti di misurazione.

“Buonasera.” esordì Duccio, rimanendo in piedi e non sapendo se osservare il proprio capo, il tavolo, la finestra o cos’altro.

“ ’Sera.” rispose seccamente Silvestro senza alzare lo sguardo dai vari scritti, prese in mano i fogli, senza guardare il dipendente, appoggiò comodamente la schiena snella alla poltrona, foderata di seta verdina, fece cenno di sedersi al giovane e comandò disinteressato: “Dimmi.”

Duccio si sentiva a disagio, non si era ancora abituato ai modi di fare del suo principale, si schiarì la voce e, cercando di mantenere un tono calmo, prese a dire: “Sì, dunque, come da voi suggerito, ho intervistato il signor Tozzi, uno strettissimo collaboratore del defunto Erio Sassi.” s’interruppe per capire se le sue parole fossero ascoltate oppure no.

“Ti sento.” disse Silvestro senza staccare lo sguardo dalle carte che teneva tra le mani e che continuava a sfogliare.

“Ecco, ho fatto domande un po’ sulle abitudini della vittima, ho chiesto se negli ultimi tempi avesse relazioni con persone diverse dal solito o se si fossero incrinati dei rapporti. Non credo sia nulla di rilevante, ma ai lettori piacerà.” sul finale recuperò un poco la sicurezza di cui lo privava sempre la presenza di quell’uomo così distaccato.

“Bene.” sentenziò quasi annoiato il Direttore, poi finalmente distolse l’attenzione dai fogli che stava consultando, si guardò intorno, scrutò Duccio, poi chiese bruscamente: “Dov’è il mio caffè?”

Il giovane sgranò gli occhi perplesso, poi si scosse e rispose: “Non lo so. Non l’ha chiesto a me…”

“Giusto, giusto.” annuì l’uomo, rituffandosi nelle carte.

Dopo qualche attimo, chiese sovrappensiero: “Vi è altro che devo sapere? Qual è la cosa più interessante riferita da Tozzi?”

“Mah” borbottò Duccio sorpreso e consultò rapidamente il proprio scritto prima di rispondere: “Dice che da diversi anni Sassi aveva l’abitudine di uscire a tarda notte, tuttavia non sa dove si recasse. Capitava in modo più o meno sporadico a seconda dei periodi… Lo sa perché abita nell’edificio di fronte all’abitazione di Sassi e dunque lo vedeva uscire.”

“Come mai lui lo avvistava?” domandò il Direttore dubitando di tale affermazione.

“Beh, se ne accorgeva quando doveva lavorare fino a tardi e dunque…”

“Ho capito, ho capito.” lo interruppe seccamente Silvestro che pareva ancora assorto nei suoi documenti; poi aggiunse: “Tozzi come interpreta questo fatto?”

“Ipotizza si tratti di società segrete o Massoneria.” affermò Duccio, orgoglioso di avere un argomento con cui intrigare i lettori.

Silvestro alzò il capo e lo guardò, dopo pochi secondi iniziò a ridere divertito. Terminato il riso, si limitò ad ordinare: “Taglia quest’assurdità. Lascia le uscite notturne, ma evita di infastidire i miei lettori con questa fola della Massoneria. Ogni elemento destabilizzante deve essere eliminato.”

“Ma come giustificarle, allora?” s’interrogò il diciottenne.

“Andava al bordello, no? Lo si è già detto.”

Silvestro teneva un sorrisetto che lo faceva sembrare ancora più giovane.

“Sì, sì” ribatté Duccio imbarazzato e un poco preoccupato nel contraddire il suo Direttore “Tuttavia, credevo che i lettori avrebbero apprezzato…”

“No, no” Silvestro scosse il capo bonariamente nell’interromperlo “Intuisco che sei alle prime armi e non hai la mia esperienza. I tempi sono cambiati, la Massoneria non fa più notizia, anzi, annoia le persone, le nausea. Ormai se n’è sentito fin troppo discutere, meglio non menzionarla, se voglio continuare a vendere approfittando della morte del Sassi.” soffocò un altro riso “Se proprio devo disquisire di congiure, so che la gente preferisce sentir chiamata in causa la nostra Vecchia Camarilla.”

In quel momento si sentì bussare alla porta.

“Chi è?” domandò un poco imperioso Silvestro.

Una debole voce rispose da dietro l’uscio: “Caffè.”

“Avanti, allora, avanti.” spronò, improvvisamente di buon umore, il Direttore.

Un uomo minuto, mestamente, attraversò l’ufficio e appoggiò sulla scrivania una tazzina sopra a un piattino.

“Eccovi il vostro caffè, Direttore. Amaro, come piace a voi.”

“Grazie. Che ora è?” era affabile.

“Quasi le diciassette e trenta.” rispose cortesemente l’uomo.

“Ottimo, se hai finito il tuo articolo, sei libero di andare a casa.”

Mentre l’uomo usciva, Silvestro prese la tazzina, rimase un attimo sognante guardando la nera bevanda, bevve qualche sorso, poi come accorgendosi d’improvviso di non essere solo, sorridendo disse cortesemente: “Duccio, su sbrigati, non vorrai rimanere in ufficio fino a tardi? Taglia quella sciocchezza della Massoneria, ricopia l’articolo per la stampa e poi passalo a Ferretti e infine va’ a casa. Ci si vede domani.”

Duccio, esterrefatto dal repentino cambio di umore del Direttore, salutò sbrigativamente ed uscì dalla stanza.

Silvestro rimase a organizzare le carte che aveva sul tavolo per una ventina di minuti: le leggeva rapidamente, le divideva, le archiviava, si scriveva appunti su un foglietto con una grafia bella ed elegante. Aveva finalmente terminato quest’operazione, aveva chiuso tutti i cassetti e riposto penna e calamaio, quando sentì nuovamente bussare. Domandò automaticamente chi fosse: lo faceva decine di volte al giorno.

Una voce famigliare, profonda ma squillante, si annunciò: “Giangiove!”

Silvestro si rallegrò e, alzandosi in piedi, disse: “Entra pure, io ho finito giusto ora.”

L’ingegnere si fece avanti, ma attese sull’uscio l’amico che, afferrata la borsa in cuoio, prima si diresse all’attaccapanni per indossare il tabarro e il cilindro, si legò il pugnale alla cintura, prese il bel bastone da passeggio, si osservò nello specchio vicino alla porta e fu soddisfatto della propria classe. Varcò la soglia per uscire e Giangiove lo seguì.

“Allora cosa mi racconti, hai incontrato Gian Francesco? Come sta?” chiese Silvestro mentre scendevano le scale del palazzo in cui si trovavano gli uffici de L’Italia Centrale.

“Il Sindaco sta benone. È un po’ amareggiato per la scomparsa del suo valido collaboratore. Se la caverà.” rispose ironicamente l’altro che con leggerezza proseguì: “Dovrei averlo convinto a assegnarmi l’appalto per il rinnovo della stazione e della ferrovia.”

“Ottimo, buon per te.” attese che l’ingegnere gli aprisse il portone.

Appena sulla via Emilia, non fecero in tempo a muovere due passi che un paio di passanti, da sotto i portici dal lato opposto della strada, agitando i cappelli, dissero: “Buonasera Direttore!”

Un uomo sulla cinquantina, Gianferrari, forse il più entusiasta tra gli estimatori di Silvestro, aggiunse: “Complimenti per il vostro ultimo editoriale: eccezionale come sempre!”

Il Direttore ricambiò il saluto poi, proseguendo il cammino, domandò al compare: “Posso offrirti qualcosa per festeggiare?”

“Ne abbiamo il tempo?” si stupì l’altro, mentre si accendeva un sigaro “Credevo rischiassimo già di essere in ritardo.”

Silvestro alzò un sopracciglio, assumendo un’espressione interrogativa, poi prese il proprio orologio da taschino, guardò l’orario e mormorò: “Diamine! Hai ragione. Meglio affrettarci allora.”

 

Albina lesse con un sospiro malinconico l’ultima frase del libro, dispiaciuta che la storia fosse finita e di dover, quindi, uscire da quel mondo che l’aveva tanto emozionata. Ripose il volume sullo scaffale, era una delle raccolte di racconti del terrore di Edgar Allan Poe, aveva letto gran parte dell’opera di quell’autore che sapeva trasportarla in un ambiente speciale, che era in grado di accenderle tantissime emozioni. Quelle novelle non la spaventavano, semplicemente la tenevano in tensione. A colpirla particolarmente erano quelle storie di vendette, spesso senza una reale giustificazione.

Guardò il vecchio orologio a pendolo che aveva ereditato dal nonno e si accorse che mancavano venti minuti alle sedici.

“Cristo Santissimo!” pensò la ragazza “Tra poco arriverà Gabriele, ho completamente perso l’ora! Diamine e dire che è la seconda volta che leggo quel libro, potevo anche smettere prima… Pazienza, sbrighiamoci a prepararci.”

Quando parlava con sé stessa, la giovane usava spesso il plurale maiestatis. Si precipitò in camera, aprì l’armadio e prese il primo abito carino che vide, lo indossò rapidamente, poi si guardò allo specchio e iniziò a pettinare i lunghi capelli ambrati -era difficile poiché i suoi boccoli s’intrigavano facilmente- e poi li legò in una coda bassa con un nastro azzurro, lasciando solo un ciuffo a caderle sul viso.

Proprio mentre si stava dando un’ultima occhiata allo specchio, sentì tintinnare la campanella appesa fuori dalla porta. Albina andò ad aprire e, nonostante lo sapesse, ebbe un brivido, forse di meraviglia, nel trovarsi di fronte Gabriele: ancora stentava a credere che quel giovane volesse frequentare proprio lei.

Il bancario, vestito in modo distinto, con tanto di panciotto e un modesto pugnale al fianco, teneva in mano un mazzo di fiori e lo porse alla fanciulla. Sorrideva e disse: “Buona sera. Sono lieto che tu abbia deciso di esserci.”

Albina avrebbe voluto dare una risposta ironica, essere spiritosa, ma non ci riuscì: l’imbarazzo per lei era enorme, si sentiva spaesata ed intimorita, da una parte poiché era inesperta, dall’altra perché non conosceva il giovane, non era nella cerchia dei suoi amici, e quindi non riusciva a comportarsi con la sua naturale sicurezza.

La fanciulla sistemò i fiori in un vaso, invitò il bancario ad entrare, ma egli cortesemente rimase sulla soglia.

Uscirono. Gabriele aveva la carrozza ma Albina disse che preferiva camminare, per cui iniziarono a passeggiare fianco a fianco, prima per un tratto di via Toschi, poi sotto Broletto, per spuntare, in fine, nella Piazza del Duomo, piena di venditori: c’erano un paio di curatori di calli che si contendevano i clienti, uno scutellaro col banco colmo di pentole e stoviglie di ogni genere, uno stagnino, un pizzicagnolo e anche un maronaio che, a gran voce, diceva: “Caldarroste!”

Lì il giovane si fece coraggio e, con noncuranza, strinse la mano alla fanciulla che, dapprima, s’irrigidì, ma poi si tranquillizzò. Erano rimasti in silenzio mentre attraversavano la piazza, ma giunti sotto il palazzo arancione del Monte di Pietà, l’unico edificio della città che avesse una torre con orologio, il bancario domandò gentilmente: “Dove ti andrebbe di recarci?”

“Oh, non so. Decidi tu.” rispose timidamente, con un filo di voce, la ragazza, continuando a tormentarsi i capelli.

“Molto bene” annunciò con voce tranquilla l’altro “Allora seguimi.”

Si spostarono nell’attigua Piazza del Monte, da lì proseguirono lungo la strada che portava in Piazza Cavour e si diressero verso il vecchio teatro abbandonato, al cui fianco vi era un caffè chiamato proprio Del Vecchio Teatro, vi entrarono e sedettero ad un tavolino. Un cameriere porse loro i menù e dopo poco passò a prendere le ordinazioni. Albina teneva le mani appoggiate sulla gonna, nascondendole sotto il tavolo, era molto tesa, teneva la schiena dritta come un fuso, sollevata dallo schienale.

Gabriele, invece, era decisamente più disinvolto, sedeva in modo rilassato e teneva gli avambracci sul tavolo, forse nella speranza di poter stringere le mani alla ragazza.

La conversazione languiva un poco, quando accadde qualcosa di inaspettato: entrarono, infatti, nel locale Naborre ed Andrea che, vedendo l’amico, non si posero il cruccio di disturbarlo mentr’era in compagnia di una ragazza e subito si avvicinarono al tavolo salutando allegramente.

“Non ti dispiace se ci accomodiamo qui con voi, vero?” domandò pimpante Balletti.

“Ma, veramente…” provò a contraddirlo il bancario.

Non fece in tempo a terminare il suo mormorio che i due amici si erano già seduti e Campanini diceva scherzoso: “Ma certo che non lo infastidiamo!”

Albina si era sorpresa in un primo momento, ma poi fu lieta di quell’intromissione, la situazione meno intima la rendeva più sciolta nel modo di fare.

Naborre fermò un cameriere che passava e ordinò da bere sia per sé sia per l’amico il quale, intanto, aveva iniziato a chiedere: “Allora, Gabriele, è questa la donzella che ti ha rapito?”

Il bancario s’irrigidì in volto, irritato dalle maniere di Andrea che presto, tuttavia, si ricompose e, con atteggiamento dignitoso, porse la mano alla ragazza dicendo: “Piacere, io sono Andrea Balletti, non so se ha avuto modo di sentirmi nominare, sono cugino di Gabriele a dire il vero: infatti, entrambi possiamo vantare di aver avuto come trisnonno l’architetto Andrea Tarabusi.”

Albina sorrise un poco forzatamente e strinse la mano pensando rapidamente, quindi disse: “Molto lieta, Albina. Forse ho letto qualche vostro scritto.”

“Probabile.” confermò Naborre, anche lui tornato padrone di un fare composto “Il mio amico, qui, scrive molto più di me.”

Tirò fuori la propria pipa e del tabacco e intanto prosguì: “Mi aggradano parecchio quei tuoi versi patriottici, quelle quartine che chiami Grido di Guerra, ti prego recitacele.” poi guardò gli altri due presenti, chiedendo: “Interessa anche a voi, vero?”

Gabriele sospirò come per dire: se proprio bisogna…

Albina, invece, annuì contenta e incoraggiò il reticente Andrea che sosteneva di non voler declamare versi scritti ormai parecchi anni prima, ma alla fine si decise:

Presto all’armi! dovunque risuona

sovra il labbro la stessa favella

sorga Italia, più lieta, più bella

fin da quando il cimiero vestì.

Come flutto cui flutto succede

vola intorno quest’inno di guerra,

che destava l’italica terra,

cui il brando alemanno sopì;

ma non spense, ché fiera ne’ petti

irritassi agli oppressi la fede.

Fin que’ ceppi che il Narde ci diede

ognun volge in un lucido acciar.

Sì quell’odio che un giorno a Legnano

gli avi nostri giuraro s’adempia,

sperda e strugga la spada quell’empia

schiatta vile che ci osa insultar.

Via quegli odii che un tempo all’Italia

dalle chiome strappar la corona!

Mano al Brando! Laddove ci sprona

il dolor de’ fratelli corriam.

Su quei campi lombardi che agli inni

pur fan eco de’ giovani baldi

corriam tutti sui veneti spaldi

il commune vessilo piantiam!

Gemeranno le slaviche spose,

ma che importa, nudriron tiranni;

paghi il sangue quel pianto che agli anni

del dolore le nostre versar!

Noi tornando d’alloro coperti

cesseremo dagli inni di guerra,

se cadrem nella patria terra

le nostre ossa potremo posar!”

“Mano al brando!” esclamò Naborre dopo qualche attimo di silenzio.

“In quale occasione avete composto questi versi?” domandò graziosamente Albina, che aveva molto apprezzato la declamazione.

Gabriele, invece, si era pulito gli occhiali per tutto il tempo.

“Oh, nel 1866, quando conquistammo il Veneto.” spiegò Balletti.

“Aveva solo sedici anni!” proruppe Campanini, volendo lodare l’amico, probabilmente per distrarne l’attenzione dal fatto che egli avesse preso da bere del nocino.

Proseguì: “Che fierezza in queste parole, non trovate? Traspare incredibilmente l’ira, più funesta di quella di Achille. Piangano le Austriache, le nostre donne hanno già versato fin troppe lacrime.”

“E Andrea lo sa bene.” dichiarò indelicatamente Gabriele, dopo prese il fazzoletto che teneva nel taschino e si soffiò il naso.

“Non mi pare una cosa gentile da dire.” lo rimproverò severo Naborre, prima di mandare giù per la gola un lungo sorso di liquore.

Il bancario si scusò, ma Balletti lo rassicurò: “Non ti preoccupare. Sono fiero di mio fratello.” tacque, in realtà un poco incupito.

Accorgendosi però della faccia interrogativa della ragazza, decise di spiegarle: “Io sono l’ultimo di otto fratelli sopravvissuti all’infanzia, tuttavia uno, purtroppo, ci ha già lasciati.”

Si percepiva un certo remoto dolore, ma più di ogni cosa si avvertiva orgoglio nelle parole che andava pronunciando: “Era il 1859 e mio fratello Giovanni, diciottenne, non esitò ad arruolarsi volontario nell’esercito di Sua Maestà Vittorio Emanuele per liberare la Lombardia da quei cani di Austriaci, per riprenderci la rivincita di Custoza e, in generale, delle sconfitte di un decennio prima. Morì durante l’importantissima battaglia di San Martino.” fece una breve pausa, ripensava al fratello “Giovanni era coraggioso, era un giovane che, come Mameli e tanti altri, non ha esitato a versare il proprio giovane sangue per la patria: è a lui e a tutti gli altri eroi morti per questa santa causa, che dobbiamo la nostra libertà, il nostro essere una nazione.”

Fervente di alti spiriti, prese la tazza di tè che aveva innanzi e la levò in aria esclamando: “A mio fratello! Alla patria!” bevve e poi tacque.

Giacché nessuno apriva bocca, Andrea si accarezzò i baffi e poi cambiò argomento: “Non me la cavo male a scrivere versi, ma preferisco i miei trattati storici, politici, economici.”

“Mi piace la tua idea di una moneta unica per tutta l’Europa.” intervenne Gabriele sentendo pronunciare una parola a lui piacevole.

“Non è mia l’idea, è di Scaruffi.” precisò modestamente Balletti “Mi sto documentando, datemi qualche mese di tempo e inizierò a scrivere un buon trattato sulle sue idee economiche.”

“Fa il discreto, il mio amico, ma vi dico io che è in gamba”

Naborre era scoppiettante e parlava tra un sorso e l’altro: “Gabriele, tu lo sai già, ma lascia che lo dica anche alla tua amica!” forse era già brillo “Oltre al fatto che sia io che lui scriviamo sempre epitalami per i nostri amici e conoscenti, lo facevamo fin da ventenni, per guadagnare qualche soldo. Comunque, il primo incarico di professore gli è stato affidato dal deputato Giuseppe Fornaciari! Due anni fa, invece, ha vinto il concorso per la cattedra di Economia politica, Statistica e Legislazione rurale, presso il Regio Istituto Tecnico della nostra città.”

“Il tema era: il socialismo di Stato. Giusto?” domandò attento il bancario.

“Sì, esatto. Inoltre, dall’anno scorso insegna pure Storia e Geografia alla Scuola Tecnica di Reggio.” Campanini appoggiò con forza il bicchiere sul tavolo.

“In tal caso, allora io vi ricordo che sono stato bocciato all’esame di maturità, avevo preso quattro nel tema d’italiano.” ribatté Andrea, messo a disagio da quelle lodi.

“Certo!” ironizzò Gabriele “Ma solo perché l’avevi scritto in versi e da quell’anno non lo si poteva più fare.”

Si voltò verso Albina e aggiunse: “Quando ha ripetuto la prova a settembre, ha preso nove.”

“E per di più ogni tanto disegna e non se la cava male.” esclamò Naborre.

“Ma quelli sono solo schizzi…” minimizzò Andrea, poi impedì all’amico di aggiungere altro e disse: “Perché, piuttosto, non dici che tu sei il cocco di Don Chierici e fai parte della Deputazione Storia Patria?”

“Ma ci sei dentro anche tu! Inoltre…”

Balletti lo interruppe: “E perché non dici che sei stato redattore e per un poco pure direttore de Il Corriere di Reggio nell’Emilia…”

“E tu de La Settimana!”

“Sì, ma tu sei trai fondatori dell’Associazione Costituzionale, il primo gruppo politico vero e proprio d’ispirazione liberale, in questa città.”

“Ma queste sono quisquilie” ribatté Campanini “Tanto i Moderati hanno subito affondato le unghie nei nostri affari. Noi giovani volevamo dare vita a un rinnovamento, ma purtroppo non è cambiato niente, siamo stati assimilati al sistema. Vige ancora la Logica del Cognome, infatti il nostro presidente è un Terrachini, e a governare è sempre la solita Vecchia Camarilla.”

Naborre si era fatto serio ed amareggiato, nel pensare alla politica locale, tuttavia, presto si scosse. Stava per dire qualcosa, ma Balletti lo prevenne iniziando ad elencare tutte le sue varie attività di insegnante, archeologo improvvisato, membro del CAI e così via.

Continuarono a ricordarsi a vicenda i propri meriti e attività e, ogni volta, prima di ribattere, commentavano: “Bazzecole, bazzecole!”

Albina ascoltava a metà tra l’ammirata e il divertita, si accostò all’orecchio di un annoiato e perplesso Gabriele e gli sussurrò: “Hai degli amici davvero interessanti.”

“Sì, molto simpatici” disse, scuotendosi, il giovane, lieto nello scoprire che la fanciulla era invece interessata a quei discorsi.

Il ventiseienne decise di provare a smuovere il suo animo, dicendo simulando un tono un poco avvilito: “È difficile, tuttavia, talvolta, essere loro amico; nel senso che, capirai, non posso certo competere con loro.”

“Ma tu sei tu” gli disse radiosa la giovane, poi aggiunse, appoggiando la propria testa sulla sua spalla: “E tu non sei affatto male.”

Gabriele era soddisfatto, continuò a guardarla in silenzio, ascoltando i discorsi degli altri due amici, e dopo un po’ iniziò ad accarezzarle le mani, senza che ella si ritraesse. Era contento: quella era una bella ragazza e lui l’aveva al proprio fianco, in quel momento per lo meno. E poi non era solo una questione di bellezza lei era… Come dire?…

Diversa, ecco era diversa da tutte le altre donne che avesse conosciuto. Intendiamoci, diversa non era certo un peggiorativo, non in questo caso almeno. La sua diversità la rendeva speciale, ecco tutto.

Semplicemente Gabriele non aveva mai frequentato una come lei.

Inoltre era imparentata con il Direttore Bellerio e questo era un particolare senza dubbio importante.

Gabriele era entusiasta di poterla avere per sé. Un momento!

Forse stava correndo troppo, in fondo non erano ancora riusciti ad avere un appuntamento vero e proprio: la prima volta erano stati a una cena e adesso, invece, si erano intromessi quei due.

Non aveva importanza, le avrebbe chiesto nuovamente di vedersi e le avrebbe regalato altri mazzi di fiori e le avrebbe scritto lettere e l’avrebbe corteggiata fino a quando non sarebbe diventata sua.

Mentre il bancario meditava questi pensieri, Naborre e Andrea avevano finito i successi da rinfacciarsi e quindi si erano lanciati in una conversazione dotta e passavano dal citare l’uno o l’altro libro, antico o moderno che fosse. Albina avrebbe voluto dire la sua, ma non si attentava, il non conoscere quei due uomini la faceva trattenere dal parlare, per cui si limitò all’ascolto e a farsi carezzare di tanto in tanto da Gabriele.

Trascorse dunque in tal modo il loro appuntamento.img004 - Copia.jpg

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