Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli Occhi del Crostolo: Una domenica

CAPITOLO 5: Una domenica

 

Era una domenica col cielo terso, ma i raggi del Sole erano deboli e non scaldavano granché l’aria. Per distrarsi un poco e divertirsi, Dora, Albina e una loro amica di nome Ludovica si erano accordate per trovarsi in Piazza del Monte e poi andare in passeggio ai giardini e vedere che cosa vi fosse di bello. Si aspettavano sicuramente di trovare una banda musicale: infatti, le quattro bande della città si alternavano e, una domenica al mese, ognuna si esibiva presso il parco pubblico, quel giorno era toccato a una militare, quella del sessantasettesimo fanteria.

Ludovica era una ragazza di tredici anni, aveva due fratelli più grandi; i suoi capelli erano biondo platino e gli occhi azzurri erano intensi. Aveva conosciuto Dora e Albina un paio d’anni prima, tramite un amico comune e da altrettanto tempo era fortemente infatuata di Duccio. Le tre amiche restarono per più di un’ora ad ascoltare i suonatori e a cantare assieme agli altri concittadini, ma dopo un po’ si erano stancate ed avevano preferito una camminata intorno al parco.

Passarono vicino al Teatro Diurno Sociale, che in realtà era una specie di alto recinto, senza tetto, dove panche, sedie e palchi erano mobili e erano riposizionati ogni volta, a seconda dello spettacolo; era aperto solamente con la bella stagione ed ospitava esclusivamente esibizioni circensi o di saltimbanco. Proseguirono nella loro passeggiata e sul lato della Caserma Zucchi videro un capannello di gente che stava assistendo a uno spettacolo di burattini, anche le tre fanciulle si avvicinarono per ascoltare e vedere meglio: in quel momento erano in scena Fagiolino e il Dottor Balanzone, il primo diceva: “Riverensa sgnòr padroun a sun chè da la preseint, gh’ò purte un per’d capoun e a peins ch’al sia cunteint[1].”

Il burattino con la maschera nera sul volto rispondeva con la parlata dei signori: “Vieni avanti Fagiolino che non ti sei di me scordato, sei un bravo contadino e perciò ti sono grato.”

Il poveretto, con la cuffia lunga e bianca in testa, si lagnò: “Cunten gnint i cuplimeint, piò dal ciacer vel i fat, e a voi torem d’in sti steint, e sa s’pol cambier cuntrat[2].”

“Qual contratto vuoi cambiare che tu sei a mezzadria, tu lavori per mangiare, sulla terra, roba mia.”

“A gh dirò per cumincier, che la berca la va’ mel: a ‘s tribula a lavurer e an s’pol gnan cumprer al sel, seinsa sold e seinsa magner an s’pol gnan tirer inans e al mond, quand a se steinta, l’è na vita da brigant.[3]

Tutti ridevano, molti amaramente rivedendo in quella scena la propria condizione. Albina sussurrò alle amiche: “Vi è uno scrittore, Olindo Guerrini, che scrive favolette in rima, molto strane a dire il vero, ve n’è una che però è azzeccatissima a questa situazione, ve la dico: L’ippopotamo droghiere

e il merluzzo salumiere,

ragionavan con piacere

ciaschedun del suo mestiere.

Ma un astuto alligatore,

anche lui commendatore,

disse: -Ah, stupidi! Il migliore

è il mestiere del signore.-

Ridacchiarono a mezza voce, poi si rimisero in silenzio a guardare lo spettacolino, alla fine del quale Fagiolino non mancò di tirare fuori il suo fido bastone e di usarlo per rompere la ciribiricoccola[4] a qualcuno.

 

Lo stesso pomeriggio, Andrea piombò nel Caffè Milano, in Piazza Aldegonda, all’angolo tra via Emilia Santo Stefano e via delle Grazie, un Caffè dato in gestione alla sua famiglia. Si guardò intorno alterato, il suo sguardo guizzava da un tavolo all’altro del locale, infine vide Naborre col capo appoggiato al desco, con la mano stretta attorno ad una bottiglia, e si precipitò verso di lui. Balletti batté i pugni sul tavolo, l’altro professoere si scosse ed alzò la testa: che occhiaie aveva! Riconobbe l’amico e assonnato chiese: “Che cosa ci fai qui?”

“Cosa ci fai tu!” controbatté irato l’altro “Nino, cara te, sono stufo di vederti bere liquori su liquori: sembri un imbuto da botte! Oggi non passerai il pomeriggio chiuso qui dentro.” gli afferrò la manica e lo strattonò “Vieni, andiamo a fare un giro, prendiamo la mia carrozza.”

Alzandosi in piedi, un po’ stordito, Naborre entusiasta come un bambino il giorno di Natale, con un filo di voce farfugliò: “Una biga!”

“Ma quale biga d’Egitto!” esclamò sconcertato Andrea “Io possiedo un landò!” dichiarò quasi offeso per il suo bel cocchio con quattro posti ed altrettante ruote e due ombrelloni reclinabili.

Balletti, spazientito, trascinò l’amico fuori dal caffè, lo fece salire quasi a forza sulla carrozza e lì gli diede due ceffoni affinché tornasse lucido, poi gli sistemò un attimo i vestiti, gli raddrizzò la cravatta, gli abbottonò il colletto della camicia, infine gli pettinò anche un poco i capelli unticci. Una volta sfogato il proprio nervosismo rimettendo in ordine l’amico, Andrea comandò al cocchiere, assunto a ore, di dirigersi verso il Corso del Mercato, quello che portava al ponte di San Pellegrino, poiché era lì che si usava fare il passeggio. La gente comune andava a piedi, i ricchi invece percorrevano la strada avanti e indietro più volte in carrozza. Generalmente Balletti preferiva camminare, ma quel giorno non ne aveva proprio voglia, inoltre voleva parlare a quattr’occhi con Naborre, cercando di fargli rivelare che cosa lo affliggesse; tuttavia, dopo vari e vani tentavi, rinunciò e si limitò solo a provare a distrarre l’amico.

Andrea, rassegnato, sbuffò, si appoggiò allo sportello della carrozza, guardando fuori la gente che passava. Vide varie persone che conosceva, alcuni suoi studenti e pure il Direttore Silvestro che camminava fianco a fianco con il sindaco Gherardini; poi vi erano lustrascarpe, maronai e, all’estremità della via, c’erano alcuni fiaccherai che si offrivano di scarrozzare le persone, dietro compenso.

Ad un tratto, Balletti si scosse diede una gomitata al compare e gli disse un poco divertito: “Guarda, c’è un garibaldino o un mazziniano, porta il cappello alla calabrese.”

Indicò un uomo con in testa un copricapo simile a quello degli alpini, ma col bordo morbido e cadente.

Naborre fissò lo sconosciuto un poco, poi si volse all’amico e gli chiese un po’ malinconico: “Rammenti quand’eravamo giovani…?”

“Non saremo mica vecchi.” ribatté l’altro scherzosamente.

“Ti ricordi, allora” riprese Naborre con la gioia di quando si rievoca una memoria piacevole “Quando eravamo fanciulli e le nostre madri ci portavano in passeggio e vedevamo gli uomini che proclamavano le proprie idee politiche tramite i cappelli? Pericle appestato, io li rimembro tutti perfettamente, i mazziniani avevano appunto il cappello alla calabrese, poi c’erano i filosabaudi con quello albertino, invece il copricapo di coloro che appoggiavano l’idea federalista di Gioberti aveva i bordi bianco e giallo, come i colori del Vaticano, perché volevano il Papa a capo dell’eventuale federazione.”

“Vero, vero” confermò con un pizzico di brio l’altro “Mi ricordo che quel cappello lo chiamavano col cognome di Pio IX, Mastai.”

Poi, come rammentandosi improvvisamente di qualcosa, cambiò argomento: “Ricordi che sono stati i mazziniani a fondare il poligono di tiro qui a Reggio? Volevano che il popolo fosse pronto in caso di rivoluzione…” rise quasi divertito.

Naborre sorrise ancora pensando alla propria infanzia, in quel frangente aveva uno sguardo ingenuo e pronto a meravigliarsi, proprio come quello di un bambino, ma qualcosa lo turbò, si rabbuiò e malinconico sospirò: “Beati quegli uomini che avevano qualcosa per cui combattere. Beati tutti i proscritti e gli esiliati che dovettero fuggire. Beato il Conte Grillenzoni; beato Giuseppe Lamberti che divenne segretario di Mazzini; beato il Panizzi, che rifugiato in Inghilterra ha trovato la sua grandezza; beato il Sidoli, che la morte rapì ancora giovane, mentre invocava l’unità d’Italia; beata sua moglie Giuditta che, accesa da speranza, fece sventolare il tricolore; beato don Andreoli, decapitato, perché ha fatto ciò che riteneva giusto.”

Andrea lo guardò senza capire e corrucciò le sopracciglia, mostrandosi interrogativo e perplesso, così Campanini spiegò che cosa intendesse: “Fino a un ventennio fa eravamo divisi ed oppressi, gli uomini di quella generazione avevano un obiettivo per il quale lottare, uno scopo da raggiungere, noi invece cosa abbiamo?” il tono iniziò a diventare incalzante e tradiva uno scontento interiore, un turbamento “Noi abbiamo l’unità, il benessere e la noia che ne consegue, molti uomini si danno al crimine per combatterla.”

“Esagerato.” lo frenò nel discorso l’altro che non concordava affatto.

“Tu stesso, otto anni fa, scrivevi:

Non il furor di parte e il fragorio

dell’armi e le vendette or io rimpiango

di quelle età; tempo è che della pace

sotto l’ulivo, che crebbe da tanto

sangue e da tante lagrime irrorato,

di libertade il gentil seme infiori:

ma sospiro que’ dì quando vedea

la patria i figli salutar gli albori

più vigili del gallo. Altri sudava

nell’officine, altri la queta cella

accogliea meditante; e prorompeva

quindi il braccio e l’ingegno alla salvezza

della terra natìa, né mai la plebe

in turpe ozio sepolta all’evirata

nobiltà domandò pane e bordelli.

Poiché taceva il ferreo bisogno

e l’avarizia putrida, sorgiéno

templi, torri e palagi.

Si interruppe, quello era solo un breve stralcio di un ben più lungo componimento che parlava di altro. Naborre era quasi commosso nel ricordare le parole dell’amico che tanto lo infiammavano; rimase assorto in malinconici pensieri per quasi un minuto, prima di riprendere, pieno di ardore: “Io davvero invidio molto gli eroi del Risorgimento, specie coloro che sono morti in battaglia, Ciro Menotti, i fratelli Bandiera, Mameli, Pisacane, tuo fratello e tutti gli altri di cui non conosciamo i nomi.” era preso da un nervosismo generato da un misterioso malcontento “Essi hanno davvero vissuto e sai perché?” e qui il tono si fece solenne come per una sentenza sacra: “Perché credevano in un ideale per il quale sono stati disposti a morire.”

Tacque una manciata di secondi e riprese con agitazione crescente: “Noi per cosa viviamo, invece? Siamo in pace, tranquilli e sereni ma il mio animo non può stare quieto, ha bisogno di emozioni, di essere agitato, di avvampare del desiderio di qualcosa. Quale sacra missione posso avere io? A cosa mi voterò anima e corpo? Tu, almeno, hai la tua amata Irene, ma io chi ho? Chi ho a parte mia madre che presto se ne andrà? Chi ho?” chiedeva disperatamente.

Dopo essersi stretto la testa tra le mani per un minuto, tra le lacrime balbettò: “Non riesco a vivere una vita placida, voglio avere un motivo per cui combattere, una ragione per andare avanti.”

“Ma tutte le tue passioni, tutte le tue attività?”

Balletti era spiazzato dallo sfogo imprevedibile dell’amico, per cui tentava di rincuorarlo ricordandogli quelle cose che amava fare e che lo rendevano felice: “Il CAI, Canossa, la letteratura…”

“Quisquiglie, giochi e passatempi.” ribatté il barbuto “Certo quando mi dedico a un progetto, ci metto passione, ma poi si conclude e cosa mi rimane? Un lieve e non durevole compiacimento.”

Tacque un attimo, poi alzò gli occhi ancora rossi e lucidi e disse: “Queste cose mi piacciono, sì, ma perché dovrei dedicarmici? Perché impegnarmi? Se tanto bisogna morire, a che vale sforzarsi se non si può consacrare la propria vita a un ideale o ad una persona? Piuttosto che trovare semplicemente un modo per trascorrere il tempo che ci è concesso sulla Terra, è meglio morire. Subito.”

“Stai pensando al suicidio?” si sbalordì incredibilmente Andrea, che non si aspettava certo un discorso simile.

“Ma no, ma no, certo che no.” lo rassicurò Naborre.

Vedendo che non c’era comprensione da parte dell’amico, decise di non spiegarsi meglio, per cui si affrettò a cambiare argomento. Purtroppo non fece una scelta molto felice, perché la prima cosa che gli venne in mente fu: “Andiamo al cimitero?” parlava con voce semi ingenua “Voglio vedere le tombe belle: se alcuni lo chiamano già monumentale, un motivo ci sarà.”

Andrea, un po’ sbigottito, acconsentì e diede indicazioni al cocchiere.

Il camposanto non era lontano, vi giunsero in pochi minuti. Varcato il cancello d’ingresso facendosi il segno della croce e recitando un Eterno riposo, iniziarono a girare per le sepolture. Non parlavano, così, per spezzare il silenzio e quella situazione inusuale ed imbarazzante, Balletti disse: “Amico mio, eccoti una curiosità su questo posto, scommetto che non la conosci. La prima ed essere seppellita qui, a inizio secolo, fu una giovane donzella di nome Elisa, quindi, il giorno dell’inaugurazione, il nostro concittadino che si firmava Borghi Geronimo, Poeta Anonimo, pronunciò una poesia da lui composta per tale evento che esordiva così, spero di ricordare a modo: Fu la giovane Elisa a spianare la prima fossa.”

Tacque un attimo per osservare la reazione dell’amico, vedendolo interessato continuò: “Non so chi mandò gli scritti di costui a Ugo Foscolo, che rispose chiedendo che gli fossero inviati tutti i componimenti di Geronimo, così che sul letto di morte, leggendoli, sarebbe spirato contento. Senza dubbio intendeva in tal modo dire che erano talmente ridicoli che lo avrebbero divertito anche nell’ultimo tragico momento.”

“Foscolo ha scritto i Sepolcri, versi davvero incantevoli!” saltò su Naborre “Mi piace molto quel poemetto, tu cosa ne pensi?”

Andrea non tardò a rispondere, ben lieto di aver in un certo senso distratto l’amico, così si avviò la loro ennesima conversazione sulla letteratura. Mentre discorrevano, colsero da terra due bastoni secchi e, usandoli come spade, si destreggiarono ad incrociare le lame per gioco, finché non passarono un paio di vedove che li fulminarono con lo sguardo; allora, un po’ vergognandosi, riposero le armi e tornarono verso la carrozza ridacchiando.

 

Nel tardo pomeriggio, si erano ritrovati a bere qualcosa nel Caffè del Vecchio Teatro, Gabriele e Giangiove. Erano seduti in un tavolino in fondo al locale, accanto a una finestra, non che la cosa fosse utile giacché, dato l’orario, la luce che filtrava da fuori era debolissima e quindi dovevano ugualmente servirsi della lampada ad olio posta sul desco. Il bancario aveva davanti sé un tazza colma di un infuso al ginepro fumante; l’ingegnere, invece, si era fatto portare uno strano intruglio di sua invenzione, a base di miele e whiskey. Chiacchieravano piacevolmente del più e del meno; mentr’erano assorti in questa conversazione, sentirono dei colpi contro il vetro; si voltarono e videro il loro amico Ruggero, in piedi fuori dal locale. Il giovane stava passeggiando quando aveva gettato un’occhiata all’interno del Caffè e, avendo scorto e riconosciuto, i due compari, aveva bussato alla finestra per richiamare la loro attenzione. Immediatamente Giangiove sorrise e gli fece cenno di raggiungerli. Ruggero non se lo fece ripetere, entrò subito, si fermò un attimo al bancone per ordinare un bicchiere di vino, poi si accomodò al tavolo con gli amici.

“Buonasera!” esordì sorridente.

Non sedeva compostamente, bensì teneva le terga quasi sull’orlo della sedia, mentre poggiava le spalle in prossimità della parte più alta dello schienale. Aveva i capelli neri, con la riga sinistra, un mezzo ciuffo gli copriva la fronte.

“Come avete passato la domenica?” si informò briosamente “Chiusi qui dentro?”

Giangiove, che quando non aveva un sigaro in mano, teneva le braccia conserte al petto, si giustificò scherzosamente, ma non troppo: “Dovevo nascondermi da mia moglie. In questi giorni è insopportabile.”

“Te l’avevo detto, cara te, di aspettare a sposarti, ma tu non mi hai voluto dare retta.” era un rimprovero sempre semiserio “Dopo che ti hanno finalmente portato davanti a un prete, le donne si trasformano: da leggiadre principesse, ti diventano perfide streghe.”

Arrivò un cameriere a portare il calice di vino a Ruggero che proseguì: “Dovresti fare come me: le amo tutte, ma non mi lascio incastrare da nessuna.”

Bevve un sorso per godersi quello che riteneva essere il proprio momento di gloria.

“Questo valga anche per te, Gabriele.” riprese poi a dire sempre con tono vivace, ma sentendosi un po’ come un saggio maestro “Stai attento alla ragazza che hai tra le mani! Goditela finché puoi, ma, quando inizierà a parlarti di matrimonio o balordaggini simili, non farti impietosire. Io lo so cosa succede agli uomini come voi: vi lasciate commuovere dai loro occhioni luccicanti e non riuscite a dire di no. Vi dispiace farle soffrire e quindi vi lasciate convincere a sposarle e, allora, cominciano i guai. Per esempio, io sono reduce da un focoso pomeriggio di passione con una giovinetta che abita verso Rivalta. Per persuaderla a concedersi a me, ho dovuto giurarle amore eterno, ma credete, forse, che mi rifarò vedere? No di certo!” vuotò in un sorso il bicchiere “Oramai per Giangiove è troppo tardi, ma tu, Gabriele, da’ retta a me: quando comincerà a nominare il matrimonio, tu dille addio e, in quel momento, non guardarla mai e poi mai negli occhi. Chiaro?”

“Tu sei toccato in testa.” dichiarò il bancario, scuotendo il capo, poi iniziò a ridere: lo divertivano sempre i discorsi dell’amico.

“Ho capito tutto.” riprese l’altro “Hai appena passato l’intero pomeriggio in sua compagnia.”

“No.” lo contraddisse il ventiseienne.

Giangiove, insofferente a quei discorsi, si era acceso un sigaro e alternava una boccata di fumo a una cucchiaiata dello strano miscuglio.

“L’ho vista ieri.” prese a spiegare Gabriele “L’ho portata proprio qui.”

“Racconta, racconta!” lo incalzò l’amico.

“Niente… Ci siamo tenuti per mano, lei ha appoggiato la testa sulla mia spalla…”

“Beh, e poi? Nient’altro?” si stupì Ruggero, quasi indignato.

“No, nulla di più.” ammise il bancario, togliendosi gli occhiali.

“Sei un inetto.” lo rimproverò l’amico.

“Ma non è stata colpa mia!” si difese Gabriele, iniziando a pulire le lenti degli occhiali.

“Ah no? E di chi è stata, allora?”

“Di Naborre ed Avvandrea!”

“Eh?”

Ruggero era sbalordito. Gabriele si affrettò a dare delucidazioni: “Io ed Albina c’eravamo appena accomodati e non abbiamo neppure fatto in tempo ad ordinare, che quei due sono piombati ad intromettersi.”

“Che fedifraghi!” esclamò meravigliato l’altro “Io non lo farei mai! Lo sapete bene quali sono le mie due regole auree a proposito delle donne dei miei amici. Prima regola: non fare il filo ad una donna che interessa a un mio amico. Seconda regola: non interrompere o disturbare l’appuntamento di un amico.”

Ruggero rimase di nuovo qualche attimo in silenzio per far sì che le proprie massime s’infiggessero a modo nella mente dei compagni, poi chiese: “Beh, quindi sono venuti e cos’hanno fatto?”

“Li avranno annoiati a morte.” intervenne Giangiove “Coi loro discorsi da professori.”

Ruggero finse un brivido e fece un verso di disgusto.

“Per me non è poi stata così dura: sono abituato ad ascoltare e sopportare gli sproloqui di Andrea.” spiegò Gabriele “Fortunatamente, Albina ha gradito molto sentirli parlare, per cui è andata bene.”

“Ottimo!” gioì Ruggero “Allora, sposatela.”

“Cosa?” si stupì il bancario “Ma non hai appena detto che…”

“Lo so, lo so” chiarì l’altro “Ma così è perfetto! Innanzitutto, una moglie, lo ammetto, fa sempre comodo; quindi tu ti devi prendere questa: così, quando ti viene voglia di divertirti un poco, chiami tuo cugino o Campanini per tenerla occupata in chiacchiere, mentre tu vieni con me a caccia, no?”

“Ripeto” disse perplesso Gabriele “Sei toccato nella testa.”

“Bah, vedrai che presto o tardi mi darai ragione.” lo ammonì l’altro “Giangiove, tu non hai voglia, ogni tanto, di trovare una scusa per allontanarti da tua moglie e andare in cerca di qualche nuova fanciulla da conoscere?”

L’ingegnere rimase impassibile ed affermò, dopo aver buttato fuori una boccata di fumo: “Preferisco il bordello, se proprio devo tradire mia moglie. Almeno vado a colpo sicuro.”

“Ma dove lo metti il gusto della conquista?”

“Non ho tempo.” spense il mozzicone del sigaro dentro al posacenere “Inoltre, le meretrici pretendono solo soldi. Le amanti sono dispendiose, non solo per denaro, ma anche per energie, attenzioni. È come avere due mogli.”

“Forse hai ragione.” concordò Ruggero, dopo aver ragionato un poco “Per voi ammogliati è più comodo il bordello, senza dubbio.”

“Sentite!” esclamò Gabriele che, da innamorato qual era, non gradiva particolarmente quel genere di discorsi “Voi avete programmi per la serata? Che ne direste se adesso pagassimo qui e poi ci recassimo a cena al Pesce d’Oro?”

“Buona idea.” assentì l’ingegnere.

“Sì, concordo.” accettò Ruggero “Non ho voglia di tornare a casa e sentire mia madre che si lamenta!”

“Come?” si meravigliò il bancario “Vivi ancora coi tuoi genitori? Mi pareva d’aver capito che, ora, abitassi in un appartamento, qui in centro, tutto tuo.”

“Sì, infatti, è così.” confermò l’altro “Peccato che sia accanto al palazzo dei miei genitori. Non l’ho comprato, ho deciso di sfruttare uno di quelli che già la mia famiglia possiede, mi sembra più logico, no?”

I tre amici, dunque, non si trattennero molto di più nel Caffè e presto andarono al ristorante.

[1] “Rivernza, Signor Padrone, son qui alla sua presenza, le ho portato una paio di capponi e penso sia contento.”

[2] “Non contano niente i complimenti, più che le parole valgono i fatti, voglio togliermi da questi stenti e cambiare contratto.”

[3] “Direi, per cominciare, che la barca va male: si fatica a lavorare e non si può neppure comprare il sale; senza soldi e senza mangiare non si può neppure andare avanti e nel mondo, quando si stenta, è una vita da briganti.”

[4] Testa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...