Fiabe · Il Cavaliere di Casalpusterlengo

Il Grande Torneo, parte I

TOOO-TO-TO-TOOOO! TOOO-TO-TO-TOOOO!

C’è l’araldo in piazza!

Tutti gli abitanti del piccolo villaggio si avvicinarono per ascoltare le notizie. L’araldo, infatti, era uno dei messaggeri del re, i quali avevano il compito di diffondere per tutto il regno le notizie e le informazioni più importanti, nonché doveva divulgare le leggi e le decisioni prese da Sua Maestà.

Tutto il popolo, dunque, correva ad ascoltare le novità. Quel villaggio, tuttavia, era un modesto insediamento di campagna; la piazza era il fulcro della città, vi si teneva il mercato e vi si affacciavano la chiesa, un edificio amministrativo e una locanda; attorno c’erano una cinquantina di casupole, circondate da una palizzata di legno, oltre la quale si estendevano i campi coltivati e i prati per pascolare il bestiame. Un paesino di contadini, dunque, con pochissimi artigiani che provvedevano alla fabbricazione degli utensili e alla tessitura dei vestiti per tutti gli altri.

Gli abitanti, quindi, colmarono la piazza in pochissimi minuti e si misero in ascolto.

L’araldo lasciò la presa dalla tromba, che però non cadde a terra, poiché agganciata a una fascia di stoffa rossa che l’uomo portava a tracolla. Il messaggero prese un rotolo, lo aprì e lesse: “In occasione della Santa festa di Pentecoste, Re Artù terrà corte presso il suo castello a Camelot: tutti i cavalieri e i nobili del regno sono quindi invitati a recarsi a corte, dove verranno ospitati dal re e dalla regina Ginevra. Quest’anno, in via del tutto eccezionale, la festa durerà un mese, poiché si celebrerà anche il venticinquesimo anno di regno di sua maestà re Artù Pendragon; per questo tutti gli abitanti del reame di Logres sono invitati a radunarsi a Camelot, dove troveranno accoglienza presso le abitazioni dei cittadini. I festeggiamenti prevedono cerimonie religiose, udienze speciali presso il Re, elargizioni di grano, frumento, formaggio, stoffe e altri doni a discrezione del sovrano. Si terrà un grande torneo ove i migliori cavalieri della Tavola Rotonda giostreranno per il diletto dei sudditi e per provare il loro valore. Ci sarà anche un torneo per gli aspiranti cavalieri.”

L’araldo, finito il comunicato, riavvolse il rotolo e gridò: “LUNGA VITA AL RE!”

“LUNGA VITA AL RE! LUNGA VITA AL RE!”  fece eco il popolo.

Il messaggero, poi, montò sul suo destriero e cominciò a viaggiare verso il villaggio successivo a cui portare la notizia, mentre gli abitanti presero a tornare alle loro occupazioni, commentando quanto appena ascoltato.

Due giovani uomini, entrambi ventenni, rientrarono nella locanda da cui erano usciti poco prima, tornarono a sedere al tavolo dove stavano bevendo del buon vino e si misero a parlare.

“Te l’avevo detto che a Pentecoste il Re avrebbe tenuto corte.” disse il meglio vestito tra i due “Non sapevo, però, ci sarebbero stati così tanti festeggiamenti anche se, forse, avrei dovuto aspettarmeli: venticinque anni di regno sono parecchi!”

“Hai ragione, amico mio. Non credevo che re Artù governasse da così tanto tempo! Non avevi detto che ha quarant’anni?”

“Certo e lo confermo! Artù è ufficialmente diventato re all’età di quindici anni, quando ha estratto la spada dalla roccia, pochi mesi dopo la morte del vecchio re Uther, del quale non sapeva di essere figlio. Per un lustro, tuttavia, ha dovuto combattere fieramente per rendere saldo il suo trono, poiché alcuni baroni non volevano prestargli fedeltà.”

“Immagino le loro reazioni: trovarsi governati da un quindicenne, li ha fatti stizzire.”

“Esatto! Tanto più che lo si credeva il figlio minore di un vassallo di poco conto, sir Ettore. Nonostante Merlino abbia rivelato le vere origini di Artù, non tutti hanno accettato di giurargli fedeltà, in particolar modo Lot delle Orcadi, Urien di Gorre e Nentres di Garlot.”

“Re Artù li ha poi sconfitti. Ha dovuto conquistare le loro terre oppure si sono arresi?”

“Devi sapere, amico mio, che Lot, Urien e Nentres avevano sposato le tre figlie di re Uther: Morgouse, Morgana ed Eleine; i tre re speravano di salire loro stessi al trono o di far ascendere a tale onore qualcuno dei loro figli. Fu questo il motivo che li spinse a rivoltarsi contro il re! Si scontrarono più e più volte per cinque anni finché non sopraggiunsero i Sassoni che volevano conquistare tutte queste terre e massacrarne gli abitanti per venirci a vivere loro. I regni di Lot, di Urien e di Nentres erano già invasi, ma re Artù corse in loro aiuto a capo di un grande esercito che contrastò eccellentemente i Sassoni. I figli dei baroni ribelli, di loro volontà, si recarono da re Artù, chiedendogli di nominarli cavalieri e gli giurarono fedeltà e così si misero al suo servizio. A quel punto Lot, Urien e Nentres non ebbero altra scelta che schierarsi anche loro col legittimo sovrano e così, con l’esercito di Logres finalmente unito e compatto, i Sassoni poterono essere definitivamente sconfitti e cacciati. Grazie a questa guerra re Artù confermò nuovamente il suo valore e il suo talento di guida, dunque i baroni ribelli si sottomisero e il regno di Logres fu di nuovo unito e il trono solido. Da allora i cavalieri fedeli a re Artù hanno cominciato a girare per tutte le terre per combattere i malvagi e proteggere i deboli, per portare la giustizia che il sovrano incarna perfettamente.”

“Cavalieri eroici e impavidi che si sono ricoperti di gloria combattendo le avversità in una terra colma di meraviglia e creature prodigiose!” puntualizzò l’altro con entusiasmo “Talmente grandiose da giungere, attraverso il mare e tante terre, perfino al mio paese!”

“Il mio signore, sir Sagremor, detto l’Impetuoso, viene ancora più lontano di te e, senza offesa, è  ben più nobile! Pensa che egli è nipote …”

“… dell’imperatore di Costantinopoli.” lo interruppe, precedendolo, il compagno “Lo so, lo so, me lo avete detto almeno un centinaio di volte dacché ci siamo conosciuti.” e rise bonariamente.

L’altro rise a propria volta, poi sospirò e disse con convinzione: “Per me è un onore essere valletto di un grande uomo come lui. Inoltre, la sua presenza qui, è di certo un grande vanto per Logres. Non vedo l’ora di rivederlo, una volta giunti a Camelot.” guardò l’amico e gli disse: “Là dovremo separarci, ma non temere: ti farò ospitare da un mio cugino che vive lì e ti terrò informato e ti consiglierò … anche se forse non avrai realmente bisogno del mio aiuto. Hai sentito anche tu che ci sarà un torneo per gli aspiranti cavalieri! Ti ho visto fare cose meravigliose con la tua spada, sono certo che saprai distinguerti nella mischia e il re ti accorderà il suo favore! Eh sì, il re sa riconoscere i prodi!”

“Spero solo di essere degno.” sospirò lo straniero “Con tutti i grandi fatti che mi racconti, inizio a dubitare di essere o poter un giorno diventare all’altezza di questi eroi.

“Non dubitare di te stesso! L’umiltà è un’ottima dote per un cavaliere, ma non sminuire le tue capacità.”

“Ti ringrazio.”

I due giovani continuarono a conversare per lungo tempo. Chi erano, dunque, vi starete chiedendo.

Lo straniero si chiamava Carlo, della nobile famiglia dei Pusterla, aveva viaggiato a lungo per giungere fino al regno di Logres. Aveva venti anni, era alto e il suo fisico era temprato da intensi allenamenti e dal viaggio pieno di pericoli che aveva affrontato; i suoi capelli erano ricci e neri, lunghi fino a sotto le orecchie, aveva anche la barba sul tutto il volto, poiché in cammino non aveva spesso occasione di radersi; gli occhi erano come carboni ardenti, mentre la carnagione era olivastra, come i mediterranei.

Era piuttosto esotico per le popolazioni che vivevano in quella parte del mondo ove si trovava in quel momento, le quali genti erano abituate a capigliature bionde, rosse oppure di un castano estremamente chiaro, gli occhi era verdi, azzurri, gialli o grigi, mentre la pelle era piuttosto chiara, talora addirittura lattea. Esotico ma anche pericoloso, poiché gli unici uomini con capigliature scure come le sue erano giunti in passato per conquistare quei luoghi.

Chi fosse questo giovane? Perché fosse partito? Perché fosse giunto fino a lì?  Che cosa volesse?

Queste domande troveranno risposta più avanti, quando lo stesso Carlo racconterà la propria storia.

L’altro giovane, Driant, rossiccio di capelli, lentigginoso, era invece il fiero valletto di un nobile cavaliere. Per colpa di una grave malattia, era tornato per alcuni mesi nella casa dei propri genitori per sottoporsi alle cure e riposare. Ristabilitosi, aveva deciso di raggiungere il proprio signore a Camelot, certo di trovarlo lì per la corte indetta ad ogni Pentecoste. Durante il tragitto era stato aggredito da un paio di briganti che, però, avevano presto trovato la sconfitta. Carlo, infatti, stava passando sulla sua stessa strada al momento della rapina e, accorgendosi di quanto stava accadendo, senza esitare aveva estratto la spada e aveva dato ai malfattori quel che si meritavano.

Driant, molto grato di essere stato salvato, aveva subito preso in simpatia Carlo e gli aveva domandato chi fosse e dove andasse. Scoperto che lo straniero desiderava divenire cavaliere di Artù, gli aveva promesso di aiutarlo a realizzare ciò e gli aveva proposto di viaggiare assieme fino a Camelot.

I due giovani arrivarono a Camelot un paio di giorni prima che iniziassero le celebrazioni della Pentecoste e trovarono la città già straripante di persone. Per fortuna, il cugino di Driant aveva ancora un posto per ospitare Carlo o, per essere più precisi, aveva ancora abbastanza paglia per fare un giaciglio in più nella sala al pian terreno.

La casa era così fatta: al pian terreno una grande stanza che fungeva da salotto e cucina, separata con un muro in terra dalla fucina dove il padrone di casa svolgeva la sua attività di fabbro; al piano superiore tre stanze dove dormivano i due coniugi e una decina di figli.

Per quel periodo di festività la sala al pian terreno ospitava una dozzina di persone. Carlo non si dispiacque di tutto ciò, anzi, fu ben contento di non essere costretto a dormire in una stalla come capitava a molti altri, quindi sistemò le sue pellicce sulla paglia per completare il giaciglio.

Driant lasciò così l’amico in mani fidate e promise di ritornare un’oretta il giorno dopo a dare un saluto e forse qualche informazione; lui doveva necessariamente andare al castello e rintracciare il suo signore.

Il primo giorno in città Carlo lo trascorse esplorando le vie di Camelot, osservando dove vi fossero chiese, santuari, edifici sacri ed osterie. Durante l’esplorazione, il giovane scoprì che in una locanda c’era un servizio di bagno, ossia fornivano una tinozza di acqua calda e sapone a chi pagasse ben cinque scudi. Carlo pensò che fosse un po’ troppo caro per le sue finanze, il lungo viaggio aveva consumato la maggior parte del gruzzolo cono cui era partito, ma d’altra parte non voleva presentarsi a corte sporco com’era, ricoperto dalla polvere di centinaia e centinaia di chilometri percorsi e con la terra su cui aveva dormito; decise dunque di spendere quella cifra e farsi un bel bagno e ripulirsi per bene.

Passarono alcuni giorni e si svolsero le celebrazioni della Pentecoste, con solenni funzioni religiose nelle chiese, fastosi banchetti pubblici, offerti dal re, con tavole allestite lungo le strade e balli. In tutte queste occasioni, tuttavia, rimanevano piuttosto ben separati l’alta aristocrazia dalla bassa nobiltà e ancor più dai cittadini e dai contadini. Carlo, quindi, nonostante avesse preso parte a tutte le manifestazioni, era rimasto in mezzo a quelli che parevano del suo stesso ceto e non ebbe nemmeno la minima occasione di accostarsi ai cavalieri.

Driant si era fatto vedere un paio di volte: Sagremor lo teneva parecchio impegnato; assicurò comunque l’amico che avrebbe avuto la sua occasione al torneo per aspiranti cavalieri.

Il giorno prestabilito, Carlo si svegliò di buon mattino e si sistemò la barba, in modo tale che fosse lunga un solo dito sulle guance e per i baffi, mentre il mento era completamente rasato. Il giovane, conducendo con sé il suo cavallo e le sue armi, si avvicinò al campo ove sarebbe avvenuto il torneo; era un immenso prato poco fuori le mura della città, adibito appositamente ai tornei e all’addestramento dei soldati e dei cavalieri; era recintato da una staccionata in legno, attorno da due lati erano state poste panche di legno e molti cittadini erano andati già a prendere posto a sedere o in piedi, per poter avere una buona visuale dei combattimenti. In uno dei lati corti erano stati eretti padiglioni e seggi per i nobili che avrebbero assistito, mentre su un lato lungo si apriva l’accampamento coi padiglioni dei cavalieri i quali, per quel giorno, sarebbero rimasti tranquilli ad osservare il valore e l’abilità delle future nuove leve.

Carlo si stava guardando attorno, cercando di capire dove andare e come comportarsi, quand’ecco sopraggiungere Driant che, salutatolo, lo condusse verso i padiglioni dei cavalieri, spiegando: “Allora, teoricamente, per diventare cavaliere, è necessario essere stati scudieri e compiere un’impresa da soli. L’occasione di oggi permette a chiunque abbia nobili natali di dimostrare il proprio valore sul campo e poter conquistarsi il titolo senza le due tappe intermedie. Le uniche due cose che devi fare tu sono andare ad iscriverti al torneo e picchiare con la spada meglio di quanto tu abbia mai fatto in tutta la tua vita.”

“Detta così sembra semplice, ma scommetto che non lo sarà affatto.”

“Esatto, perché solo cinque potranno avere diritto al cavalierato e i partecipanti saranno più di cento.”

“Eh, essere investiti da re Artù è un’alta ambizione comune a molti …” sospirò Carlo “Allora, dov’è che devo registrarmi per partecipare?”

“Ti ci sto portando per l’appunto.  È al centro dell’accampamento dei cavalieri: avrai l’opportunità di incontrare uomini davvero molto importanti!”

“Peccato che non ne riconoscerò nemmeno uno!”

“Te li indicherò io, tranquillo!” lo rassicurò il vispo Drian, mentre erano quasi arrivati ai margini dell’accampamento “Ecco, vedi quei tre uomini vicino al padiglione blu e rosso?”

“Sì; chi sono?”

“Tre dei nipoti di re Artù: ci sono Galvano, Gareth e Agravein; sono figli di Lady Morgause e di Lot delle Orcadi, hanno altri due fratelli: Gaheris e Mordret, il più piccolo, che sarà tra i tuoi avversari di oggi.”

Intanto i due giovani si erano avvicinati ai tre cavalieri, il più grande di loro aveva 35 anni, il più piccolo 25.

“Buongiorno, Monsignori!” esclamò Drian, facendo un inchino.

Carlo si affrettò a fare una riverenza e a salutare, dopo un momento di esitazione dovuto all’emozione di trovarsi davanti a uomini così nobili, l’eco del cui valore era giunto fino nella sua lontana terra.

“Buongiorno a voi.” disse il maggiore di loro, che aveva capelli nocciola, mossi e voluminosi, lunghi fino alle spalle, mentre barba e baffi erano distribuiti elegantemente sul viso; guardò i due ragazzi e poi chiese: “Chi siete, giovane, che vi accompagnate a Drian? Non vi ho mai visto e le vostre insegne mi risultano nuove. Siete un parente di Sagremor o un suo amico?”

“Nessuno dei due, purtroppo.” rispose lo straniero “Mi chiamo Carlo e giungo da molto lontano, la mia terra natia è oltre il mare, in un regno che è solo lo spettro del grande impero che fu. Questo è lo stemma della mia famiglia, i Pusterla.”

Carlo levò lo scudo per mostrare chiaramente l’insegna: un gallo cedrone nero, circondato da un serpente argenteo che si morde la coda, il tutto su sfondo rosso.

“Siete qui per il torneo degli aspiranti, immagino.”

“Sì, signore.”

“Posso vedere la vostra spada? Non quella smussata da torneo, ma quella di cui vi servite normalmente.”

“Subito, signore.” Carlo sfoderò la spada e, tenendola appoggiata sui palmi, la porse al suo interlocutore.

Il cavaliere prese l’arma, la soppesò per verificare se fosse ben bilanciata, testò l’elasticità della lama; poi la fece roteare velocemente con un gioco di polso e infine provò qualche affondo e parata contro un avversario immaginario. Quand’ebbe concluso, la restituì al proprietario, dicendogli: “Avete davvero un’ottima spada. Se la vostra abilità è degna di impugnare una simile arma, allora dovremo aspettarci grandi cose da voi. Staremo a vedere più tardi, per il momento, vi do il ben venuto a Camelot e vi auguro buona fortuna.” concluse il cavaliere.

Carlo ringraziò e procedette assieme a Driant che, qualche passo più avanti, gli disse: “Caspita! Che onore! Monsignor Galvano in persona vi ha fatto i suoi auguri!”

“È stato gentile.”

“Altro che gentile, molto di più! È nipote del re e suo consigliere personale, è una delle persone più potenti a corte, assieme a Merlino e Keu il siniscalco. A mio avviso è il più prode di tutti i cavalieri.”

“Pensavo fosse Lancillotto.”

“Dipende dai punti di vista e da chi ha il bardo migliore. La sai l’avventura di Monsignor Galvano e del Cavaliere Verde? Dovrò raccontartela … che lealtà! Che coraggio! … Oh, ecco un altro importante, lo vedi il biondo laggiù, quello seduto davanti alla tenda arancione? È Estor delle Paludi! Fratellastro di Lancillotto, perché entrambi sono figli di re Ban, di solito è in compagnia dei suoi cugini Lionello e Bohr, debbono essere qua da qualche parte, ne sono certo.”

“Sono molti uniti perché della stessa famiglia?”

“Ovviamente. Pensa: potrebbero essere re e invece fanno i cavalieri erranti! Solo Bohr è un cadetto e quindi libero di andare in giro in cerca d’avventura. Lancillotto e Bohr hanno i regni dei loro genitori ed Estor è signore delle Paludi alla foce del Tamesis, per cui potrebbero starsene ben tranquilli nei loro castelli e limitarsi a pagare i tributi a Re Artù, visitandolo quando convoca la corte. In molti fanno così! Loro, invece, no! Hanno preferito delegare il potere nelle loro terre ai loro fidati siniscalchi per dare loro stessi al servizio del Re e alla protezione del popolo!”

“Sono uomini da ammirare! Non è da tutti rinunciare ad una ricchezza sicura e tranquilla per mettersi al servizio della giustizia! Molti degli uomini che ho conosciuto agiscono in maniera contraria: prima impugnano le armi per compiere imprese eroiche, ma solo per conquistare ricchezze, onori e terre; una volta che le hanno ottenute, depongono le armi e conducono una vita placida, crogiolandosi nell’oro e nel potere.”

“Come biasimarli, però? Dopo aver fatto tanto per il popolo, è anche giusto che si godano un poco di pace e tranquillità.”

“Lancillotto e la sua famiglia non la pensano così.”

“Sono tutti ancora giovani e nel pieno delle forze! Estor ha trent’anni ed è il più grande, è naturale che cerchino gloria e avventure ma, più avanti negli anni, quando il loro corpo non sarà più così forte e agile, forse inizieranno a preferire un po’ di tranquillità domestica. Inoltre, amico mio, ti garantisco che essere un governante equo e giusto non è più semplice di affrontare nemici, anzi!”

“Che cosa vuoi dire?”

“Beh penso che incrociare spade e combattere sia più facile che riuscire a gestire in modo corretto un feudo, ci sono molte responsabilità, molti fattori da tenere in considerazione, costruire strade, ponti e mantenerli in buono stato, far lavorare la gente senza sfruttarla e molte altre cose.”

“Sì, hai ragione, in effetti il governo è abbastanza complicato ma per fortuna non è affar mio.”

I due giovani camminarono un poco in silenzio, in mezzo a quei padiglioni dai mille colori, passando accanto a giovani in armatura, a cavalieri che scherzavano tra di loro o davano consigli ai propri scudieri, oppure che affilavano le loro spade o lucidavano gli scudi. Le variopinte insegne adornavano gli ingressi delle tende e ad ogni passo si scorgevano viverne, leoni rampanti, leopardi, alberi possenti, aquile, rane, serpenti, cavalli (tal volta alati), stelle, croci e un’altra miriade di simboli araldici.

Arrivati quasi al centro, Driant disse: “Ormai ci siamo, ecco laggiù il banco per l’iscrizione. Sei fortunato, la fila non è lunga, ci sono solo un paio di persone davanti a te.”

Carlo si avvicinò, aspettò il proprio turno e si registrò.

“Pusterla …” aveva commentato l’uomo che, con penna d’oca e inchiostro nero, segnava su una pergamena i nomi dei partecipanti “Mai sentito! Sei sicuro di essere nobile?”

Il giovane fissò l’uomo: aveva una mascella squadrata e pronunciata, occhi grigi piccoli e i capelli, un tempo rossi, iniziavano ad essere brizzolati.

“Sono nobile come tutti gli altri iscritti a questo torneo. Il mio casato non lo avete mai sentito poiché vengo da molto lontano, ma se avete dubbi, ecco le mie credenziali.”

Carlo frugò nella bisaccia di cuoio e tirò fuori una pergamena, si trattava di un documento che aveva richiesto al re della propria terra, proprio per poter dimostrare il suo alto lignaggio anche dall’altra parte del mondo.

L’uomo si mise a leggere: “Pusterla Vassallo … re Alboino.” pensò qualche momento, poi disse: “Mai sentito nominare. Per me questo foglio non vale nulla, può essere un falso.”

Carlo si infiammò. Non accorgendosi dei gesti di Driant che gli suggerivano di stare calmo, prese a dire con una certa rabbia: “Mi state accusando di menzogna? Questo è oltre modo offensivo! Nelle mie vene scorre anche il sangue dei Fabi e degli Scipioni! Da dieci anni la mia patria è caduta nelle mani di invasori e il nuovo sovrano, re Alboino, non ha voluto sterminarci, come pure ha fatto con altre famiglie, ma ha riconfermato la nostra nobiltà, assegnandoci terre ed onori. Ci ha omaggiato con l’anello che concede solo agli uomini del più alto lignaggio!”

Detto questo, Carlo si sfilò l’anello che portava nell’indice destro e mostrò il sigillo sopra inciso: un uomo con capelli lunghi e barba, che teneva una mano al petto con il mignolo e l’anulare piegati e le altre dita tese.

L’altro uomo lo guardò un attimo e poi replicò, alterato: “Mai visto prima nulla del genere!”

“La vostra ignoranza non dimostra ch’io stia mentendo.”

L’uomo, furioso, si mise in piedi e, agitando l’indice, ringhiò: “Modera i toni, ragazzo; tu non sai chi sono io!”

“Esattamente come voi non sapete chi io sia!”

Prima che uno dei due potesse aggiungere qualcosa, un cavaliere si intromise, richiamandoli a toni più miti; dopo aver messo un briciolo di calma, domandò: “Sir Keu, che cosa sta accadendo? Che problemi vi sta dando questo giovane?”

Carlo si rese conto in quel momento di aver appena litigato col siniscalco di re Artù.

“Vuole iscriversi al torneo, ma non può dimostrare la propria nobiltà.”

Carlo notò che il cavaliere aveva i capelli scuri e che vicino a lui, indietro di un paio di passi, c’era Driant; da ciò intuì di trovarsi in presenza di Sir Sagremor, quindi prese coraggio e si difese: “Non è vero, monsignore. Io ho esibito una bolla del mio re che attesta il mio lignaggio e ho mostrato anche l’anello sigillare di cui può fregiarsi la mia famiglia, per grazia di re Alboino. Quest’uomo vuole negarmi ciò che è di mio diritto poiché non conosce il mio re.”

“Alboino, dite?” chiese Sagremor, ragionando “Sì, lo conosco. Lo incontrai quand’era in Pannonia, prima ch’io partissi per giungere qui, so che ora ha conquistato buona parte dell’Esperia. Sir Keu, garantisco io che re Alboino esiste ed è anche un grande guerriero e sovrano.”

“Devo dunque farmi bastare la vostra parola, Sagremor il morto di fame?”

“Mi offendi doppiamente! La parola di un cavaliere, di un compagno della Tavola Rotonda, non dovrebbe mai essere messa in dubbio!”

“Si dia il caso che anche io sia un Cavaliere della Tavola Rotonda! Questo torneo è importantissimo e in molti cercano di iscriversi non avendone il diritto.”

“Di cosa avete paura? Io credo nella nobiltà di questo giovane, ma nel caso mi sbagliassi, non sarei certamente riluttante ad accettarlo come compagno, se dovesse vincere il torneo. Ad ogni modo,  mostratemi l’anello.”

Keu allungò la mano per prendere il prezioso, ma Carlo fu più rapido e lo porse al cavaliere.

Sagremor lo osservò, poi si sfilò uno dei suoi anelli, li diede entrambi al siniscalco e gli disse: “Confrontateli, vedrete che il sigillo di questo giovane è identico a quello di cui mi fece dono re Alboino, tempo addietro.”

Keu li osservò entrambi, sbuffò, dovendosi arrendere all’evidenza, e disse: “Come hai detto che ti chiami, ragazzo?”

“Carlo, Carlo dei Pusterla.”

Il siniscalco registrò il nome, il cognome, lo stemma e i colori dello straniero. Carlo, contento, si avvicinò a Sagremor che si era un poco allontanato col valletto, e gli disse: “Grazie mille, monsignore, vi sono estremamente riconoscente per l’aiuto che mi avete dato.”

“Non vi sentiate in debito!” rispose subito il cavaliere, con un bonario sorriso “Driant mi ha parlato di voi e di come lo avete salvato. Direi che ora possiamo ritenerci pari. Inoltre, non ho mai sopportato Keu.” scoppiò in una fragorosa risata e si incamminò “È siniscalco solo perché è il fratellastro del sovrano e re Artù ha promesso a Sir Ettore, il suo padre adottivo, di fare di Keu il proprio siniscalco a vita, nonostante tutti i suoi difetti. Non è cattivo, solo indisponente e scortese con chi non gli va a genio. Io dico sempre che la Tavola Rotonda ha bisogno di lui.”

“Come mai? È un gran guerriero?”

“No, ma se un cavaliere riesce a sopportarlo, allora ha davvero la stoffa adatta per essere un compagno di Re Artù. Io vedo Keu come una sorta di prova da superare, un dissuasore per tenere lontani gli indegni.” e rise nuovamente.

Sagremor, seguito da Driant e da Carlo, raggiunse la propria tenda e lì ordinò al valletto di aiutare il giovane ad indossare l’armatur: mancava meno di un’ora all’inizio del torneo.

Driant si affrettò a prendere l’armatura, riposta sul cavallo, e ad assemblarla sull’amico; accorgendosi che, tra il materiale, mancavano i profumi, chiese al proprio signore di poter usare quelli di sua proprietà. Sagremor gli diede il consenso.

I profumi, con cui venivano cosparsi i pezzi dell’armatura e le stoffe, servivano a vari scopi: erano propiziatori, tenevano lontana la sfortuna e gli spiriti maligni, oppure infondevano coraggio e vigore nel cavaliere, o instillavano paura negli avversari. Ogni tipologia di unguento aveva uno scopo specifico e differente e serviva per aiutare i cavalieri che ne facevano uso.

Mentre Carlo veniva armato, Sagremor gli poneva domande circa cosa stesse accadendo sul continente, chi governava quali territori, tra chi fossero le guerre e così via. Avute le notizie che gli interessavano, domandò: “Come pensate di cavarvela, al torneo? Siate sincero: ritenete di poter vincere o, come molti altri, partecipate con l’intenzione di mettervi in mostra e sperare di trovare un buon cavaliere che vi prenda come scudiero?”

“La mia intenzione, monsignore, è quella di diventare cavaliere, tuttavia non conosco le abilità dei miei avversari e, so per certo, che non me la cavo bene a cavallo con la lancia. Con la spada, invece, ritengo di potermi fare buon onore.”

“Mmm… vedo difficile una vostra vittoria, poiché per guadagnarsela è necessario eccellere in tutte le modalità  di combattimento. Credo che dovrete prestare servizio come scudiero per i cinque anni necessari, ammesso che si trovi un cavaliere disposto ad accettarvi, nonostante la vostra età. Vi prenderei io stesso, ma attualmente ho già uno scudiero e non ne posso avere di più. Cercherò di intercedere per voi.”

“Suvvia, monsignore” intervenne Driant, che aveva quasi terminato di armare l’amico “Prima lasciatelo provare e solo poi, se sarà necessario, penserete ad alternative.”

“Meglio essere previdenti!” ribatté Sagremor “Comunque, caro Carlo dei Pusterla, voglio che sappiate che da oggi siete sotto la mia protezione, non dubitate da me tutto ciò che ci si può attendere da un amico.”

“Vi sono immensamente grato, monsignore.” rispose Carlo, lieto e riconoscente “Non mi conoscete, eppure mi offrite la vostra amicizia. Sappiate che l’accetto ben volentieri e che vi offro la mia. Certo, ora non posso mettere a vostra disposizione che la mia spada e la mia vita, ma spero di poter presto offrirvi ben di più.”

Rimasero nella tenda ancora una decina di minuti, poi udirono le trombe che convocavano i partecipanti al torneo a presentarsi all’ingresso del campo. Sagremor e Driant accompagnarono Carlo nel punto in cui i giovani si stavano radunando, poi lo salutarono e gli augurarono buona fortuna.

Il giovane era molto emozionato: si sentiva catapultato improvvisamente nel mondo dei suoi sogni. Finalmente, dopo tante tribolazioni, era ad un passo dal realizzare la sua grande aspirazione e lo avrebbe fatto con un torneo!

Era consapevole che, in realtà, il suo successo non era ancora sicuro, tuttavia era già felice di esserci così vicino; inoltre stava per partecipare ad un torneo: una delle attività cavalleresche per eccellenza!

Si sarebbe confrontato con il fior, fiore dei guerrieri di Logres e non solo; la considerava una grande esperienza per poter capire quali fossero realmente le sue capacità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...