Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Luigi l’amico degli Internazionalisti

CAPITOLO 6: Luigi l’amico degli Internazionalisti

 

Luigi si trovava sotto i portici della via Emilia, di fronte alla chiesa di San Pietro, era appoggiato ad una colonna e teneva stretto tra i piedi un piccolo cofanetto. Guardava i passanti e sbuffava: erano tutti poveracci e contadini venuti in città per il mercato speciale del martedì, probabilmente il più ricco di loro era il venditore di sterco di polli, un concime molto ricercato per gli orti della città, dal momento che non puzzava troppo.

Ad un tratto, ormai nel tardo pomeriggio, Parmigiani si accorse che poco lontano stavano avanzando verso di lui tre uomini distinti che parlottavano tra loro: quello al centro era minuto, alla sua destra un uomo robusto e dai lineamenti severi, a sinistra invece vi era un carabiniere, dall’uniforme si poteva dedurre che aveva un grado elevato ma Luigi non sarebbe stato capace di capire quale.

Il diciassettenne afferrò il cofanetto e a passi svelti si avvicinò al trio proclamando: “Lustro scarpe, lustro scarpe! Pochi centesimi e avrete calzature come nuove.”

Intanto era arrivato a un metro da quegli uomini e chiese: “Salve signori, posso lucidarvi le scarpe? Per pochi centesimi, torneranno come appena fatte dal calzolaio.” li guardò speranzoso, in attesa di una risposta.

Parmigiani si accorse subito che l’uomo al centro era niente di meno che il Direttore Silvestro, il quale osservò un attimo il ragazzetto, infine rispose: “Ne sarò contento.”

Gli piaceva farsi lucidare le scarpe.

Luigi si chinò, aprì il cofanetto e tirò fuori lucido, panno, scopettino e ciò che gli occorreva, poi fece appoggiare all’uomo un piede sulla cassetta e cominciò il proprio lavoro. Non sopportava granché l’idea di prestar servizio al Direttore, in realtà non gli piaceva mai servire in generale, ma per soldi teneva duro.

I signori ripresero le loro conversazioni, ignorando completamente il diciassettenne.

“Giangiove” disse Silvestro rivolgendosi all’uomo alla propria destra “Io non ho sentito Don Ronzoni, ultimamente, tu? Non l’ho visto partecipare agli ultimi due incontri organizzati dalla nostra associazione, non vorrei si sentisse…male.”

“Di salute sta molto bene. Due giorni fa, sono andato a messa in San Prospero. L’ho visto, in ottima forma, predicare dal pulpito.” spiegò tranquillamente l’ingegnere, poi fece una breve pausa “Dopo la funzione, mi sono fermato a parlargli e a chiedergli come mai non si fosse fatto più vivo, dopo la cena del ventiquattro novembre…” si incantò a guardare qualcosa e scosse un attimo la testa prima di riprendere “È sconvolto per l’omicidio del Sassi. Non riesce a credere che sia accaduto proprio qui. Ogni giorno prega per l’anima di Erio e per quella del suo assassino, affinché si penta di tale scellerata azione. Si augura che l’omicida vada a confessarsi.”

“Capisco, perfettamente. In fondo io lo sospettavo, Erio era con noi da tanti anni, aveva dato vita con mio padre ed altri alla Società del Pito…” si interruppe come vagheggiando il passato.

Il diciassettenne ascoltava con la bile in bocca. Si sentiva veramente umiliato a fare quel lavoro, ma in un qualche modo doveva guadagnare qualche lira: quel che otteneva in tipografia non era sufficiente e lustrare scarpe era ciò che gli riusciva meglio, anche perché aveva pure un poco lavorato presso un calzolaio, anni prima.

Egli, tuttavia, detestava quella gente, odiava i borghesi: gli Internazionalisti gli avevano insegnato a serbare rabbia verso i ricchi, quindi riteneva estremamente degradante ritrovarsi a lucidare le loro scarpe.

Osservava quei mocassini perfetti, ogni tanto alzava lo sguardo e vedeva i loro abiti così pregevoli ed impeccabili, i loro pugnali a forma di croce e di eccellente manifattura, con simboli vari incisi, tutti e tre uguali. Guardava e s’irritava, ma doveva trattenersi. Detestava constatare come quegli uomini fossero abbienti; avrebbe potuto limitarsi a fissare le loro scarpe per non accrescere il fastidio, eppure continuava a scrutare quegli elementi che lo innervosivano: forse in fondo desiderava aumentare la propria rabbia, forse voleva darsi un pretesto per odiarli.

“Direttore, ho finito.” disse Luigi alzando il capo e spostando lo sguardo su tutti e tre gli uomini, nella speranza di trovare altro lavoro.

“Pulisci anche i calzari dei miei amici, offro io.” lo esortò cortesemente Silvestro, poi si volse al carabiniere che ancora non aveva parlato, e gli chiese: “A proposito, Colonnello, dimmi,  le indagini sull’omicidio seguitano o ristagnano? Io devo pur pubblicare qualcosa sul mio quotidiano.”

“Per ora non vi sono novità, Direttore” ammise amareggiato Bini “Non vi sono forti indizi, ma stiamo seguendo una pista politica, che ci spinge verso qualcuno ostile alla Vecchia Camarilla, come la chiamano i Rossi, i repubblicani, i quali, certo, non vedevano di buon occhio il Sassi, dichiarato Moderato da sempre. Abbiamo forti sospetti, però, anche su quella feccia degli Internazionalisti.”

Luigi ebbe un brivido lungo la schiena.

“Abbiamo già perquisito l’appartamentino di Angelo Canovi, sa, il liquorista di piazza del Duomo.”

Il giovane imprecò tra sé e sé: ogni volta che succedeva qualcosa in città, come prima cosa la Pubblica Sicurezza andava a casa del povero Budel.

Il Colonnello continuava: “Non è però il solo, ne stiamo tenendo sott’occhio diversi, ad esempio, quel Gaetano Davoli, un mazziniano, garibaldino. Dodici anni fa, assieme ad altri, aveva attentato alla vita di Don Volpe, il vecchio direttore del tuo quotidiano e nel ’69 ha preso parte attiva alle sommosse contro la tassa sul macinato, aveva formato una banda e scorrazzavano per l’Appennino. Non mi stupirei se l’omicidio portasse la sua firma o quella di qualcuno da lui indottrinato. Feccia, li impiccherei tutti quanti.”

“Non mi risulta che il Sassi avesse proposto riforme importanti, non ultimamente almeno.” osservò Silvestro, tirando fuori di tasca la propria pipa.

“Non sappiamo, però, Direttore, se ne avesse alcune in serbo che noi ancora non conosciamo.” replicò il Colonnello dei Carabinieri “Inoltre potrebbero averlo ucciso perché in qualità, sebbene ufficiosa, di primo consigliere del sindaco, aveva ostacolato dei loro progetti.”

“Le ipotesi sono numerose.” notò Giangiove “No! Non spegnerlo, da qua.” disse poi rivolto a Silvestro, prendendogli gentilmente di mano un fiammifero acceso, con cui si affrettò ad accendersi un sigaro prima di riprendere l’argomento: “Vi sono molte possibili piste. Bisogna seguire la più verosimile.”

“Questo, infatti, è il mio lavoro.” sottolineò, un poco offeso nell’orgoglio, Bini.

Proprio in quel momento, Luigi terminò di lucidargli le scarpe, per cui l’uomo ne approfittò per congedarsi: “Vi ringrazio per la vostra cortese disponibilità e per aver risposto alle mie domande. Tenetevi disponibili per altri futuri ed eventuali interrogatori. Direttore. Ingegnere. Buona serata.” chinò leggermente il capo come in segno di rispetto e saluto, poi se ne andò.

“Speriamo venga a capo della faccenda al più presto.” si augurò Giangiove, buttando fuori una grossa nuvola di fumo.

“Non mi deluderà. So che sa fare il suo lavoro e troverà presto un responsabile, devo solo lasciargli il tempo di svolgere le indagini.”

“Non mi sento tranquillo.” mormorò l’ingegnere.

Luigi si alzò in piedi soddisfatto: “Signori, ho finito.” chinò il capo e allungò in avanti la mano destra, dicendo: “Mi affido alla vostra buona generosità.”

Silvestro si frugò in tasca e lasciò cadere qualche moneta nel palmo teso del ragazzetto, poi lui e Giangiove si allontanarono dicendo formalmente: “A presto!”

Luigi si affrettò a contare i soldi e, accorgendosi che erano ben tre lire, disse ad alta voce, per farsi sentire dal direttore di giornale: “Dio vi benedica, Direttore!” raccattò poi il suo materiale e si mise in cerca di nuovi clienti.

 

Gabriele uscì dall’edificio arancione del Monte di Pietà, aveva lavorato in ufficio tutto il giorno ed ora, finalmente, aveva terminato e poteva uscire all’aperto e prendere una buona boccata di quell’aria gelida, ma comunque ristoratrice. Osservò la famigliare piazza: innanzitutto, nonostante la sera stesse già scendendo, vedeva il Palazzo del Capitano del Popolo, ove secoli prima era amministrata la città, ma che ora ospitava l’Albergo della Posta; su quel piazzale si affacciava pure l’ocra palazzo Busetti, costruito basandosi su dei disegni del Bernini: ivi aveva insegnato l’illustre Lazzaro Spallanzani circa un secolo prima, quando la città aveva ancora la propria Università, prima che il Duca decidesse di trasferirla a Modena.

Stava spostando lo sguardo quando vide sopraggiungere lungo la via Emilia, mescolato alla fiumana di gente, il cugino Andrea Balletti e decise di andargli incontro. I due giovani furono ben lieti di vedersi e si salutarono cortesemente; dopo le frasi convenzionali, il bancario osservò: “C’è qualcosa di strano, è come se ti mancasse qualcosa…” poi domandò scherzoso: “Ma certo! Non hai Naborre appresso, dov’è?”

“Se non mi ha mentito” rispose il professore “Concluse le lezioni a scuola, è subito tornato a casa a dormire. Sostiene che ieri notte Morfeo non l’ha visitato, tuttavia non ne conosce la cagione.”

“Oh, mi spiace.” si rammaricò lievemente l’altro, mentre si sistemava gli occhiali.

“Dove ti stai recando?” chiese Andrea volendo cambiare argomento.

“Voglio andare in libreria, quella di Albina s’intende, ho voglia di vederla. Le ho scritto un paio di lettere ed ha anche risposto.” era molto contento della sua conquista amorosa.

“Benone. Cara te, ti accompagno, ma poi ti lascerò entrare da solo, non m’intrometterò come lo scorso sabato al Caffè.” ridacchiò mestamente e si passò una mano sulle basette.

“Acqua passata, anzi penso che la vostra presenza abbia portato buoni frutti anche per me.” commentò Gabriele.

“Scusaci per avervi disturbato, il fatto è che volevo distrarre Nino: in questi giorni beve molti più liquori del normale e si capisce che c’è qualcosa di cui non mi vuole parlare e che, tuttavia, lo turba profondamente. Auspicavo che stare in compagnia lo risollevasse, ma non ha risolto nulla.” spiegò sconsolato il giovane.

“Purtroppo non so cosa consigliarti.” ammise l’altro, poi aggiunse: “Scusami, ma se non ci sbrighiamo, vien tardi e ho un impegno prima di cena, devo incontrarmi col Direttore Silvestro.” spiegò come volendo vantarsi “Incamminiamoci almeno.”

I due cugini passeggiarono dunque un poco assieme e chiacchierarono con calma posata. Percorsero una strada brevissima per entrare in Piazza del Comune, passando sotto all’arcata che univa il Palazzo del Capitano del Popolo, con quello del Monte di pietà. Una volta nella piazza maggiore, non poterono fare a meno di lanciare un’occhiata alla statua del Crostolo e pensare al recente omicidio lì consumato, ma proseguirono senza far cenno all’omicidio nella loro conversazione.

Costeggiarono il duomo e subito svoltarono a sinistra, sotto le arcate di Broletto. Giunti di fronte all’ingresso della libreria, Andrea si congedò augurando buona fortuna al parente. Gabriele fece un respiro profondo, si specchiò un attimo nel vetro per essere certo di essere in perfetto ordine, si sistemò un poco i capelli con la mano, controllò che gli occhiali fossero a posto, infine entrò.

Colse Albina intenta in una lettura. La ragazza, non appena aveva sentito il tintinnio della campanella, aveva alzato lo sguardo dalle pagine e, avendo riconosciuto il giovane, fu illuminata da un sorriso. Si alzò in piedi e gli andò incontro.

“Buona sera.” salutò egli, le prese la mano destra e gliela baciò.

“Buona sera.” rispose ella emozionata da quella visita inattesa, con la sinistra iniziò a tormentarsi le punte dei boccoli.

“Mi domandavo” iniziò a dire Gabriele con la sua tipica calda voce sicura “Se una dolce donzella come te, avrebbe gradito vedermi nuovamente.”

“Oh, certamente, la tua presenza è bene accetta.” lo rassicurò ella con un tono dolce e debole.

Il bancario strinse le mani della fanciulla nelle proprie e guardandola attraverso le lenti, con occhi profondi ed ammalianti, proseguì: “Mi concederesti, allora, il privilegio di poterti di nuovo avere qualche ora al mio fianco?”

“Adulatore.” lo rimproverò scherzosamente Albina.

La libraia inclinò e voltò leggermente la testa, come per nascondere il viso, un poco imbarazzato.

“È la verità. Sei una giovane colma d’ogni grazia e mi farebbe un immenso piacere godere nuovamente della tua compagnia. Fra tre giorni sarà la ricorrenza dell’Immacolata, potremmo trascorre assieme tale festività, non credi?” il suo tono si era lievemente macchiato di prepotenza.

“Questo non è possibile.” si negò la libraia “Vedi, da tradizione, io e i miei amici ci ritroviamo l’otto dicembre per trascorrere assieme la giornata a nostro modo. Magari potremo scambiare due parole se capiterà di incrociarci tra le bancarelle.”

Gabriele storse il naso a sentire la parola bancarelle, avrebbe voluto dirle che lui non si mischiava con il volgo, ma ritenne disdicevole esprimere tale opinione, per cui fece un cenno con il capo e domandò: “Quando ci sarà possibile vederci, quindi? Non posso attendere il sabato successivo, voglio vederti prima.” queste parole, seppur cariche di romantico sentimento, suonavano come una pretesa.

“Venerdì prossimo non lavorerò al pomeriggio, se ti sarà possibile…”

“Sarà possibile, sarà possibile.” la rassicurò egli con un sorriso trionfante sulle labbra.

Prese poi l’orologio da taschino e guardò l’ora, accorgendosi di non aver tempo, non indugiò oltre e concluse: “Perdonami ma non posso trattenermi più a lungo, il Direttore, tuo cugino, mi attende a breve. Dunque posdomani verrò a prenderti alle sedici.” ora pareva un generale che illustra il piano di battaglia “Passeggeremo, così da evitare Caffè troppo affollati. Questa volta saremo noi soli.”

Gabriele fece di nuovo il baciamano alla giovane ed uscì.

 

Dora sedeva ad un tavolino del Caffè Perli, aveva lavorato per tutta la mattina e l’intero pomeriggio, fermandosi solamente un’ora scarsa per pranzare rapidamente, ma almeno aveva così ottenuto il permesso dai genitori di poter finire alle diciotto. La sarta aveva infatti appuntamento con Ivano, per bere qualcosa assieme prima di cena.

La bionda aveva già davanti a sé una tazza di tè caldo, anzi bollente, e aspettava che l’amato arrivasse. Il fabbro non era sempre puntuale, poiché, lavorando a padrone, doveva sottostare agli ordini del proprio capo. Dora attendeva serenamente quando, inaspettatamente, un giovanotto elegantemente vestito le si avvicinò.

“Buonasera, una giovane graziosa come te non dovrebbe stare seduta da sola. Ci penserò io a farti compagnia.” esordì quello.

Dora infastidita e perplessa, rispose acidamente: “A dire il vero, tra breve arriverà il mio fidanzato e non gradisco affatto la vostra presenza.”

Inutile, l’uomo si era già accomodato di fronte a lei.

“Deve essere proprio un ingrato, se ti fa attendere.” –commentò, poi si degnò di presentarsi- “Molto piacere, io sono Ruggero. Tu?”

“Sono la sarta e non voglio avere rapporti extralavorativi coi miei clienti.”

“Allora perché mi vieni sempre a trovare nei sogni?”

“Siete semplicemente patetico.” lo ammonì, disgustata, Dora “Lo dite a tutte le fanciulle, lo so bene.” era alquanto alterata “Due anni fa pronunciaste le stesse sdolcinatezze a mia sorella e, nei mesi successivi, le ripeteste a quattro delle mie sei cugine, semplicemente perché le altre due hanno meno di dieci anni.”

“Ma con te sono sincero.” continuò imperterrito il mascalzone.

“La vostra spudoratezza è priva d’ogni limite!”

Dora era scandalizzata. Ruggero si sporse verso di lei e le mormorò all’orecchio: “Vorrei stringerti tra le mie braccia e sentirti gemere.”

La sarta, spaventata, d’istinto afferrò la tazza e ne rovesciò il contenuto contro l’uomo che urlò per il bruciore avvertito sul petto e subito scattò all’indietro. Guardò la ragazza prima con un’espressione d’ira che presto, però, si mutò in un perverso compiacimento: “Mi eccitano ancora di più le ritrose, sai?”

Gli avventori del locale si erano voltati ad osservare la scena, ma non sapevano come comportarsi: qualcuno suggeriva di chiamare i carabinieri, o la guardia civica; nessuno interveniva, per paura di inimicarsi quel ricco.

Uno solo, di quelli che avevano assistito alla scena, fu talmente temerario, o avventato, da intervenire.

Luigi, in un battibaleno, si precipitò tra i due, diede uno spintone a Ruggero, gridandogli contro: “Stalle lontano, figlio di un cane!”

Il giovane scoppiò a ridere e, indicando il ragazzetto, domandò a Dora: “Sarebbe questo il tuo fidanzato? Se non altro ha il fegato di difendere ciò che gli appartiene.”

“Io sono un suo amico!” ribatté ringhiando, Parmigiani “E ringrazia il tuo Dio che Ivano non sia ancora arrivato, se no a st’ora staresti correndo a gambe levate, fuori dalla città!”

“Quanto siete arroganti, voi del volgo.” si lamentò, con una smorfia, Ruggero.

“Mai quanto voi borghesi.” controbatté Luigi, pieno di furore.

“Uno fa qualche complimento a una bella donna” disse, fingendosi la vittima di tutto ciò, l’altro “E si ritrova aggredito dalla peggiore feccia di questa città. Ah! Roba del genere a Milano non accadrebbe mai!”

“E vattene a Milano, un borghese in meno non può che farci piacere.”

“Che cosa sta succedendo, qui?” domandò, in piedi tra gli stipiti della porta, l’appena sopraggiunto Ivano, alquanto perplesso davanti a quella scena.

“Questo maledetto” spiegò Parmigiani “Faceva la corte a Dora!”

Il fabbro, conoscendo l’indole impulsiva del ragazzo, si rivolse alla sarta: “È vero? Sei stata infastidita?”

Dora annuì e lo guardò chiedendogli vendetta.

“Molto bene, in tal caso” fissò con severità Ruggero “La invito, signore, a chiedere scusa alla mia fidanzata, in caso contrario, dovremo discuterne personalmente, per strada.”

Il casanova lanciò un gelido sguardo d’odio verso tutti: Dora, Luigi e Ivano. Avrebbe voluto accettare la sfida e dare una bella lezione a quel plebeo, ma si trattenne. Non era consono abbassarsi a litigare col volgo e poi, se fossero intervenute le forze dell’ordine, forse avrebbe rischiato qualche guaio e c’era il rischio di compromettere la propria reputazione. Ragionando rapidamente in questa maniera, Ruggero decise di ingoiare il rospo, per cui guardò la sarta e, a denti stretti, mormorò: “Chiedo venia.”

Infine, uscì dal locale a grandi passi: indignato e un poco umiliato.

Ivano andò subito ad abbracciare Dora, scusandosi per il ritardo e il conseguente inconveniente. Si fece raccontare a modo quanto accaduto e decise di offrire da bere a Luigi, per ringraziarlo di aver preso le difese della sarta.

 

Il giorno seguente, appena dopo le lezioni, Andrea era andato ad intercettare Naborre lungo la via di casa e lo aveva convinto a rimanere fuori quel pomeriggio, per svagarsi un poco. Andarono a pranzo nella piazza del mercato bovino[1] nell’Osteria del Bue d’Oro, gestita dal nonno e dagli zii materni di Balletti e quindi il pasto fu abbondante e a buon mercato. Meno di un secolo prima, in quel luogo sorgeva il monastero di Santa Maddalena, poi era stato abbattuto e, per la prima metà del secolo, quello spazio fu utilizzato per la vendita di gesso, carbone e legna, infine era stato adibito a mercato bestiame.

Dopo aver desinato, i due amici si avvolsero nuovamente nei loro tabarri e uscirono in passeggio, dirigendosi verso il lungo viale che portava al ponte di San Pellegrino. Andrea aveva una tuba sopra i corti capelli castani, vistose basette e folti baffi, purtroppo non aveva più la folta barba che teneva a vent’anni. Naborre, invece, aveva una lunga barba bipartita che gli scendeva fino alle clavicole, solitamente i capelli erano corti, ma ultimamente li aveva lasciati crescere un poco fin sotto le orecchie; come copricapo, sebbene ormai non fosse più di moda, aveva un tricorno veneziano, forse portato in memoria della Serenissima. Ambedue avevano lo sguardo di chi sa sognare e si sente ingabbiato in una società, ove si da’ importanza solo al concreto e le persone non sono più capaci di immaginare. Erano entrambi professori e certamente erano ancorati alla realtà e conoscevano le vicende del mondo, come dimostrava la loro numerosa produzione di trattati e articoli vari, che toccavano i più disparati argomenti, tuttavia la loro consapevolezza del mondo non impediva ai due amici di abbandonarsi alla fantasia e di essere ancora capaci di giocare, senza dover prendere sul serio ogni minima cosa. Avevano iniziato a percorrere il viale, celiavano nel parlare, erano rilassati, Andrea, in particolare, era lieto di vedere l’amico finalmente sereno come era solitamente una volta.

“Ehi!” esclamò ad un tratto Naborre dando una gomitata al compare “Quel ragazzo laggiù non è Ettore?” indicò un ragazzino che parlava con qualcun altro nel prato che costeggiava la strada.

“Hai ragione, andiamo a salutarlo.” propose Balletti.

Dunque lasciarono la via lastricata e andarono sulla nuda terra, senza preoccuparsi di impolverare le scarpe. A una decina di metri, Andrea iniziò ad agitare la mano e a salutare il nipote che, riconoscendolo, gli corse incontro festoso e lo abbracciò.

“Allora, Ettore, come stai? In famiglia tutto bene?” s’informò bonariamente il professore. Appoggiò una mano sulla spalla del nipote e lo scosse un poco.

“Sì, sì, zio. Stiamo tutti bene.” lo rassicurò il quattordicenne che poi presentò l’amico con cui stava discorrendo poco prima e che si era avvicinato “Questi è Luigi Parmigiani.”

“Lieto di conoscerti.” disse Andrea porgendo la mano.

Luigi la guardò un attimo perplesso, poi la strinse svogliatamente. Naborre, a sua volta, si presentò. Egli e il diciassettenne si guardarono qualche attimo negli occhi, come se cercassero di riconoscersi.

“Zio, zio!” esclamò Ettore molto vispo “Posso chiederti un favore enorme?”

“Un favore enorme?” finse stupore Andrea fregandosi le basette “Sentiamo di cosa si tratta.”

“Potresti portarmi con te ai ritrovi della Società del Pito? Ti prego.”

“Ah, perché vuoi bazzicare in certi postacci?” lo rimproverò bruscamente Luigi e diede un piccolo spintone all’amico, ammonendolo: “Stai alla larga da quella gente, è meglio.”

“Cosa ne vuoi sapere tu?!” replicò, quasi offeso, l’amico, infatti aveva incrociato le braccia sul petto e aveva corrugato la fronte.

“So abbastanza di quella razza di gentaglia, per sapere che lì non ti vorranno mai, ti coseranno sempre come il figlio della serva.” lo avvertì severamente.

Gli passò poi un braccio intorno alle spalle, come se avesse l’intenzione di circuirlo e gli propose: “Perché non vieni qualche volta con me al Circolo di Studi Sociali? Con gli Internazionalisti…”

“Non ne stavo parlando con te!” ribatté Ettore, seccamente e scuotendosi d’addosso l’amico.

Si rivolse nuovamente allo zio: “Per favore portami la prossima volta che sai che ci saranno dei giovani… In fondo, tuo nonno Giuseppe, mio bisnonno, portava i suoi figli e anche i nipoti a casa del Marchese Gabbi, no?”

Andrea sorrise e confermò vivacemente: “È vero e nessuno ha mai capito perché un Marchese fosse amico di un cappellaio. Ad ogni modo, tornando alla tua richiesta, vedrò come posso intercedere, contento?”

“Certo! Certo!” assentì entusiasta il ragazzino.

Non sapeva come dimostrare la propria immensa gratitudine.

“Allora sei in debito con me.” disse scherzosamente l’altro, tentando vanamente di arricciarsi i baffi.

“Qualsiasi cosa. Sono a tua disposizione.” era davvero molto riconoscente e agitava le mani come se quel gesto desse maggiore garanzia.

Aggiunse: “Se hai bisogno di trascrivere qualche testo o che io cerchi a scuola delle informazioni su Scaruffi o quant’altro ancora, chiedimi pure.”

“D’accordo, lo terrò presente.” disse sorridendo Andrea “Orbene, adesso ti lascio ai tuoi giochi, io e Nino riprendiamo la nostra passeggiata.”

Si salutarono tutti e quattro molto cortesemente, ma senza formalità, dopo di che i due ventisettenni tornarono sul viale.

“Povero Ettore” disse ironico Balletti “Vuole frequentare la Società del Pito, non sa quali catene si sta andando a cercare. Ceppi d’oro, ma pur sempre ceppi.” in queste ultime parole vi era rammarico “Il suo amico ha capito molto di più, pare.”

“Il suo amico è uno scapestrato.” sentenziò rigidamente Naborre.

“Come lo sai?” domandò curioso Andrea, cercando la propria pipa nelle varie tasche.

“M’è capitato di vederlo girare in luoghi malfamati. Pericle appestato, poi hai sentito anche tu: fa parte degli Internazionalisti!” si affrettò a rispondere l’archeologo “Inoltre, talvolta, l’ho visto attaccare rissa con i miei studenti all’uscita di scuola.”

Ecco che Campanini si era nuovamente immalinconito.

L’amico sbuffò e, mentre passavano vicino all’ospedale, tentò di distrarlo con uno dei loro soliti discorsi filosofici e quindi iniziò a dire: “Secondo te, perché gli uomini aspirano ad essere felici?” finalmente prese in mano la propria pipa “Platone diceva che la felicità è lo scopo finale di ogni nostra azione, tuttavia non ne spiega il motivo. In fondo la felicità dura un attimo, quelle maggiori pochi giorni e poi svaniscono e si ha bisogno di cercare nuove fonti di letizia. Dunque, la ricerca della felicità si trasforma in una perenne agonia.”

“Amico mio, tu stai citando Schopenhauer: la vita è un pendolo che va dal desiderio alla noia, passando per la felicità solo brevemente. Come dargli torto?” osservò Naborre accendendo un fiammifero e passandolo all’amico che non riusciva a trovare la sua scatola di zolfanelli.

Dopo di ché continuò: “Questo è forse, però, un problema nato nel Secolo dei Lumi o, comunque, proprio di chi non ha fede. Gli uomini che credono in Dio, sono convinti che l’unico mondo dove è possibile la felicità sia il Paradiso, dunque non perseguono la letizia su questa Terra.”

Camminava sempre dritto, con le braccia conserte dietro alla schiena, senza guardare l’amico.

“Mi spiego meglio: i credenti accettano che non si possa trovare un’eterna gioia hic et nunc, sperano in quella nel Regno dei Cieli e, quindi, accettano una vita modesta, senza affannarsi per piaceri che non hanno o non possono avere.”

“Tutti seguaci di Epicuro, dunque?” contestò Andrea, che faceva fatica a stare dietro al passo rapido del compare “Anch’egli sosteneva che bisogna godersi ciò che ci è accessibile e non anelare a ciò di cui manchiamo, se non è strettamente necessario alla sopravvivenza.” aveva il fiato corto “Il suo seguace latino Lucrezio, nel De Rerum Natura, lo esplicita chiaramente e anche Orazio non cela tale pensiero, celebrando l’Aurea Mediocritas.”

“Esattamente” confermò Naborre.

Erano arrivati al ponte che congiungeva le due rive del fiume Crostolo, l’unico ponte su cui erano poste delle statue; una era la personificazione del fiume Secchia, l’altra dell’Enza, assieme a quella posta sulla fontana nella piazza principale, erano state sottratte dal giardino della Reggia i Rivalta, poco distante da lì.

I due amici si fermarono a metà del ponte e si misero a guardare l’acqua, i pesci e le papere che nuotavano. Campanini proseguì: “Chi, invece, non crede nell’aldilà, non può che cercare su questa terra la felicità e dunque persegue sempre nuovi obiettivi, diversi scopi, senza mai trovare la quiete.”

“A mio parere è proprio questo il problema!” intervenne Andrea “Il concetto stesso di cercare la felicità è errato. La felicità è una deformazione dell’animo, è qualcosa che non è intrinseco nell’uomo ed è per questo che non è duratura.” finalmente aveva di nuovo la voce ferma e non spezzata dal fiatone “Le persone dovrebbero, più propriamente, cercare di ottenere la serenità, la pace interiore, come la chiamano gli Indiani.” aspirò profondamente due boccate del fumo della pipa, poi le buttò fuori e ne sentì il profumo “A questo punto mi sorge spontanea una domanda: quale errore di calcolo spinge gli uomini a rincorrere qualcosa che non è il loro vero bene?”

Attese la risposta di Naborre che si fece aspettare per qualche minuto: “Gli uomini non vogliono essere felici. Certo, uno stato di gioia è preferibile a quello di sofferenza, tuttavia, ad ogni modo, non è la sensazione in sé e per sé ciò a cui tendono, ma alla profondità e all’intensità di essa.”

“Non capisco: cosa intendi?”

Andrea si era appoggiato con la schiena al parapetto del ponte, guardava la strada e si grattava le basette come al solito.

“Tutto è così superficiale, anche le emozioni ci colpiscono e scivolano via. Non riusciamo a trattenere nulla, o almeno non siamo in grado di riconoscere la profondità nelle cose.”

Naborre, mentre parlava, fissava le proprie mani di cui stringeva ed apriva le dita, come a cercare ispirazione, o afferrare un concetto che neppure egli aveva ben chiaro, o semplicemente per dare più forza alle proprie parole.

Proseguiva: “Ogni cosa ci appare quindi come una finzione, una facciata dietro cui si cela il nulla e perciò abbiamo bisogno di cercare qualcosa di forte, qualcosa che ci scuota per intero, che ci regali un brivido che sia testimonianza e prova, seppure per un attimo, della nostra esistenza.” tacque alcuni istanti, fissando un’anatra “La sofferenza, la felicità, la paura, un’azione efferata, sono tutti mezzi di cui ci serviamo per poterci sentire vivi.”

Detto ciò, si alzò dal parapetto a cui era appoggiato e s’incamminò, malinconico, verso il centro della città.

Andrea lo seguì immediatamente, dispiaciuto di aver rattristato ulteriormente l’amico, capiva benissimo che Naborre si stava sentendo deluso dalla vita, sebbene la buona sorte gli avesse sempre arriso. Balletti, quindi, non riusciva a spiegarsi la causa di tale scoramento, per cui non sapeva come agire per restituire l’entusiasmo al suo caro Nino.

[1] Oggi piazza Fontanesi

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