Il Cavaliere di Casalpusterlengo

Il Grande Torneo, parte II

Si guardava attorno e vedeva gli altri aspiranti cavalieri nelle loro armature, alcune lucenti, altre usurate dal tempo; taluni di loro erano emozionati come lui, tali altri, invece, sembravano molto sicuri di sé.

Dopo alcuni minuti, seguito da alcuni valletti, Keu fece il suo ingresso nel campo dove si sarebbero tenuti gli scontri. Per prima cosa, si diresse verso il palco dove si trovavano i seggi di re Artù, della regina Ginevra, di Galvano e i suoi fratelli e degli altri membri della famiglia reale. Keu rese i dovuti omaggi al sovrano, poi andò al centro del campo e, dopo alcune frasi d’apertura, spiegò come si sarebbe svolto il torneo: i partecipanti sarebbero stati divisi in due squadre che si sarebbero scontrate l’una con l’altra fino a ché non fossero rimasti sul campo solo venti concorrenti. Questi venti si sarebbero affrontati in un “uno contro tutti”, senza distinzione di schieramento; si sarebbero battuti per un’ora, poi il torneo si sarebbe concluso. A quel punto, una giuria composta da Re Artù e da alcuni cavalieri scelti della Tavola Rotonda avrebbe decretato i cinque vincitori tra quelli che, alla fine, sarebbero rimasti ancora sul campo.

Dopo aver illustrato le regole, Keu chiamò uno per uno gli aspiranti affinché salutassero il pubblico e si mettessero in posizione.

Carlo fece grande attenzione ai nomi che sentiva pronunciare e guardava chi fossero i giovani che rispondevano; erano quasi tutti più piccoli di lui.

“Mordret, figlio di Lot delle Orcadi.” annunciò Keu.

Carlo aguzzò la vista e vide il giovane avanzare: era un ragazzo di diciassette anni, capelli ramati e occhi verdi, baffi e pizzetti appena accennati.

Mordret avanzò fieramente verso il campo, fece un giro completo del campo salutando con orgoglio, poi prese posto e abbassò la visiera dell’elmo.

Allo stesso modo si comportarono i suoi cugini Iwein e Galeschin, quando venne chiamato.

Tutti i concorrenti avevano numerosi parenti e amici tra gli spettatori, che li acclamavano a gran voce, quando facevano il loro ingresso sul campo; tutti tranne Carlo, che dovette accontentarsi di un tranquillo applauso, caloroso solo da parte di Sir Sagremor e di Driant, a cui si aggiunse poi anche Sir Galvano, desideroso di incoraggiare lo straniero.

Allorché tutti i partecipanti furono in posizione, le trombe suonarono l’inizio del torneo.

I giovani diedero di sprone sui fianchi dei cavalli e si slanciarono gli uni sugli altri; le lance cozzarono contro gli scudi, alcuni riuscirono a rimanere in sella, altri caddero a terra. Poi coloro che erano ancora a cavallo si affrontarono nuovamente tra di loro con le lance, mentre gli appiedati si misero a duellare con le spade e gli scudi. Ovviamente le lame non erano affilate e la lance avevano la punta smussata: era un torneo, non dovevano ferirsi davvero!

Al primo turno, Carlo riuscì a rimanere a cavallo, ma senza abbattere il suo avversario; al secondo giro, riuscì a disarcionare un altro contendente, ma al terzo fu lui a cadere, sotto la sferzata di lancia, inflittagli da Mordred.

Carlo, nonostante il dolore per la caduta, si rimise in piedi, recuperò la spada e si gettò nella mischia senza esitare. Si destreggiava egregiamente con la sua lama e usava lo scudo sia per difendersi, sia per attaccare. Alla fine, fu tra i venti giovani che avevano superato la prima parte del torneo.

Ai finalisti fu concessa una mezz’ora di pausa per ristorarsi un poco. Avvicinandosi all’uscita del campo, Carlo vide venirgli incontro Driant, contento del suo risultato, che gli fece molti complimenti e gli porse una coppa piena di acqua fresca, poi lo condusse presso la tenda di Sagremor e lo aiutò a pulire qualche graffio e ad asciugarsi il sudore, mentre il cavaliere si complimentava, gli indicava alcuni errori commessi e gli suggeriva alcune tattiche per la fase finale.

Tutti e tre assieme, tornarono verso il campo e incontrarono Ywein e Mordred, accompagnati dai fratelli di quest’ultimo. Come li vide, Galvano si allontanò un poco dai propri parenti e si avvicinò ai tre, salutando e dicendo: “Sir Sagremor, non sapevo che lo straniero fosse vostro protetto. Keu ha detto che lo avete fatto penare!” accennò un riso “Sono ben lieto che vi siate esposto, se fossi stato nei paraggi avrei fatto la medesima cosa.” si rivolse poi al giovane “Vi ho ben osservato, durante il torneo: avete una tecnica insolita, ma molto efficace. Avete grande resistenza e sembrate infaticabile e avete dimostrato coraggio e risolutezza. Vi darò un consiglio:  cercate di fare in modo che tra un’ora siano in lizza solo cinque persone e cercate di essere tra quelle. Temo che, se anche rimarrete solo in sei, mi sarebbe difficile convincere gli altri giurati a proclamarvi vincitore.”

“Monsignore” rispose Carlo “La vostra stima è già una gran ricompensa.”

Galvano apprezzò quella modestia e prima di tornare dai suoi fratelli, aggiunse: “Vi auguro ancora buona fortuna, arrivederci.”

“Buona fortuna l’avete senza dubbio!” commentò Sagremor, un poco divertito, appena fu di nuovo solo con lo straniero e il valletto “Siete appena arrivato e già siete entrato nelle grazie mie e di Galvano! Sono convinto che presto farete parlare di voi.”

“Mi basterebbe poter prestare i miei servigi. Permettete una domanda, forse un po’ indiscreta?”

“Domandate, mal che vada non vi risponderò.”

“Come mai Sir Galvano ha detto di non sapere se sarà capace di incidere sulla decisione della giuria?”

“Oh, posso rispondere tranquillamente a questo: se rimarranno più di cinque concorrenti, la giuria dovrà scegliere tra di loro quelli più nobili, per non offendere i loro genitori e il loro casato. Sapete, solitamente re e duchi non hanno gran piacere che i loro figli debbano fare da scudieri, soprattutto a cavalieri meno nobili di loro. Mordret, Galeschin e Ywein hanno già il titolo assicurato, se riusciranno ad arrivare in fondo, ma sono sicuro che ci arriveranno: hanno ricevuto un ottimo addestramento e loro sono stati allievi esemplari.”

Un paio di minuti più tardi, suonò la tromba che annunciava la ripresa del torneo. Carlo entrò nel campo, di nuovo in sella al suo cavallo, lancia in resta. Questa volta resistette un poco di più sull’arcione, grazie ai consigli del buon Sagremor, ma poi fu disarcionato e, allora, tornò ad impugnare il brando e a farsi molto onore, dimostrando di saperlo ben adoperare e di poter fronteggiare anche due avversari per volta.

Gli altri concorrenti non erano da meno, tutti quanti stavano compiendo prodezze per dimostrare di essere i più valorosi, per poter conquistare il cavalierato. Mordred, ad esempio, aveva scalzato molti avversari dalla sella, compreso suo cugino; essendo rimasto l’unico partecipante a cavallo, era sceso da solo dal destriero per gettarsi nella mischia, dove subito fece volare via un elmo e si guadagnò gran merito.

Allo scadere dell’ora, sette erano i contendenti rimasti ancora sul campo di battaglia e Carlo era tra di essi.

Il siniscalco dichiarò il torneo concluso e i giudici si ritirarono in un padiglione per consultarsi e prendere una decisione che non si fece a lungo aspettare. Sir Ettore parlò a nome della giuria e, dopo aver ringraziato i partecipanti e tessuto le loro lodi e aver sottolineato l’importanza di quella giornata, annunciò: “La nostra ammirazione va soprattutto a questi sette giovani che sono arrivati alla fine del torneo. Siamo certi di poterci attendere grandi gesta da tutti loro, in futuro. Tutti e sette sono invitati a cenare stasera con sua maestà il re e la corte ristretta; ma soltanto cinque di loro, purtroppo, verranno investiti cavalieri. I vincitori del torneo sono: Mordred, figlio di re Lot delle Orcadi; Ywein, figlio di re Urien di Gorre; Galeschin, figlio di re Nentres di Garlot; Erec, figlio di re Lac dell’Estregalles; Lamorak, figlio di re Pellinore.”

Ad ogni nome il pubblico gioiva ed applaudiva e i giovani chiamati si facevano avanti per ricevere gli applausi. Dopo le proclamazioni, i cinque vincitori salirono a cavallo e fecero un giro d’onore per il campo per salutare la folla e ricevere onori, infine si fermarono davanti al palco reale, dove scesero dai destrieri e si inginocchiarono al cospetto dei sovrani; allora re Artù tenne un discorso.

Carlo era dispiaciuto, per quanto si fosse impegnato, non era riuscito a conquistare il sospirato premio. Sapeva, però, di aver dato il massimo e, quindi, non si rimproverava nulla, inoltre riconosceva che i vincitori si erano ben guadagnati il cavalierato, poiché tutti e cinque avevano dimostrato grandi abilità.

Carlo era dispiaciuto, ma non arrabbiato, e si diceva che avrebbe dovuto trovare un’altra maniera per riuscire a diventare cavaliere.

Non era altrettanto sereno e contento l’altro escluso dalla pentade vincitrice, ossia Fergus, figlio di Dinas, siniscalco di Cornovaglia; il giovane, ritenendosi offeso, si allontanò sdegnosamente, senza proferir verbo.

Intanto, i festeggiamenti continuavano; il Re aveva lasciato il campo del torneo, invitando tutti a prendere parte al grande banchetto della sera.

Carlo fu nuovamente ospite nella tenda di Sagremor, dove poté ripulirsi per bene e indossare abiti eleganti, adatti ad una serata a corte. Il cavaliere, intanto, gli ripeteva di stare tranquillo, poiché si era certamente fatto ben notare, durante il torneo, e quindi non gli sarebbe stato difficile trovare qualcuno che lo prendesse come scudiero. Carlo avrebbe preferito diventare subito cavaliere, ma era disposto a seguire l’iter consueto, se necessario, senza obiettare.

A sera, Sagremor condusse il giovane a corte con sé, ma dopo poco lo lasciò da solo con Driant, mentre lui salutava e conversava con degli amici. Non si erano ancora messi a tavola e si trovavano in un salone a chiacchierare, in attesa della cena; era un’occasione in cui i cavalieri, i nobili e le dame si scambiavano saluti e omaggi: le persone più importanti rimanevano ferme da qualche parte e gli altri si presentavano davanti a loro per rendere gli onori.

Il salone non era molto alto, aveva due file di colonne ai lati e il soffitto era a botte; tutte le pareti erano però decorate con affreschi che rappresentavano battaglie o scene di caccia.

“Drian, puoi farmi una panoramica dei presenti? Chi sono i più importanti?”

“Certo.” il valletto diede uno sguardo per la stanza “Allora, visto che il re e la regina, monsignor Galvano, Keu e Merlino l’incantatore non sono presenti, direi che i più importanti siano i nipoti del re, che oggi hai già avuto occasione di vedere. Ecco, là, vicino alla quarta colonna di sinistra, c’è il trio Lot-Urien-Nentres, sono senza dubbio tenuti in gran conto in tutta Logres e anche oltre!”

Carlo guardò i tre re, tutti avevano capelli e barbe lunghe e ingrigite e avevano superato sicuramente i cinquant’anni. Il giovane osservò: “Si somigliano molto.”

“Per forza, sono tre fratelli! Non te lo avevo detto? Comunque, là vedi le loro mogli, le sorelle di Re Artù: Eleine è la maggiore, quella che ha già i capelli un po’ argentati; quella coi capelli rossi e il naso un po’ aquilino, quella vestita di verde, è Morgouse, probabilmente una delle donne più influenti del regno. L’altra è Morgana.”

Carlo osservò quest’ultima: aveva la pelle fresca e radiosa, capelli ramati in folti riccioli, occhi cangianti, labbra rosse, un sorriso di perle.

“Sembra molto giovane.” notò lo straniero.

“Già, eppure ha quarant’anni: è la gemella di re Artù! Quando suo fratello estrasse la spada dalla roccia, lei si era appena sposata con Urien. Non è un segreto, però, il come facci a mantenersi così giovane e bella.”

“Adesso me lo racconterai, ma prima dimmi: perché Artù non è cresciuto con suo padre Uther? Perché non è stato subito riconosciuto come legittimo erede? Perché è stato allontanato e le sue sorelle no, nemmeno la gemella?”

“Bella domanda! Non si sa con esattezza. Per certo si sa che è stato Merlino a volerlo; alcuni dicono che sia stato per evitare che il bambino fosse ucciso da nemici del re, altri che Uther avesse promesso il suo primo figlio maschio al mago, per ricompensarlo del suo grande aiuto.”

“Merlino … ho sentito raccontare moltissime cose su di lui, stento a credere che sia così potente come viene descritto.”

“Invece lo è! Logres e i Pendragon debbono molto a lui.”

“È molto legato alla famiglia reale, quindi.”

“Indubbiamente! Ecco, questo ci ricollega col discorso su Morgana. Sai come viene chiamata? Morgana La Fata. Questo per due motivi: il primo è che sua madre, Igrein, era davvero una fata, l’altro è che ha appreso le arti magiche da Merlino stesso. Pure le sue sorelle maggiori hanno alcuni poteri, per lo più legati alla guarigione o alle piante, lei invece padroneggia egregiamente le arti magiche e non esita a ricorrervi per realizzare i propri scopi. Si vocifera, anche, che lei sia l’amante di Lord Guingamar, il signore di Avalon! Sarebbe un’accusa molto grave, se non fosse che quell’isola non esiste … probabilmente. Ad ogni modo, è una donna che conviene non inimicarsi, per non correre pericoli troppo gravi.”

“Lo terrò a mente.” Carlo ragionava su ciò che gli era stato detto e, nel mentre, osservava gli ospiti; infine chiese: “Dov’è Sir Lancillotto? Qual è?”

Driant indicò l’angolo in fondo a destra del salone e disse: “Eccolo, è quello col fisico migliore, al centro del gruppo; come vedi, è attorniato dai suoi parenti. Sono un clan piuttosto affiatato e, anche se sono membri della Tavola Rotonda e buoni amici con tutti, rimangono abbastanza chiusi, come a formare una corte minore che ruota attorno a Lancillotto. Il Re non lo tollererebbe, se non fosse che è certo della loro lealtà.”

Carlo attese qualche minuto in cui rifletté, poi chiese consiglio: “Secondo te, chi mi conviene avvicinare? Devo approfittarne per fare qualche conoscenza.”

“Ti suggerisco, allora, o di raggiungere il mio signore e lasciare che sia lui ad introdurti agli altri, oppure di andare a complimentarti con uno dei vincitori del torneo.”

Carlo ringraziò e pensò di optare per la seconda soluzione, poiché preferiva provare a cavarsela da solo e mostrarsi indipendente e sicuro di sé. Si accostò quindi a Morderd, che era in mezzo ai fratelli, cugini e ad altri cavalieri, e gli espresse le proprie felicitazioni per la vittoria.

Il ragazzo lo osservò e poi gli domandò conferma: “Voi siete il Pusterla, giusto?”

“Esattamente.”

“Mi complimento anch’io con voi, siete stato un degno avversario, sono certo che presto diventerete cavaliere anche voi, lo meritate.”

“Ah, così voi siete lo straniero che ha fatto infuriare Keu!” esclamò uno dei presenti, vestito molto elegantemente “Avrei proprio voluto assistere alla scena. Comunque, mi presento, sono Sir Agravein delle Orcadi.”

“Onorato di fare la vostra conoscenza.” disse Carlo, chinando lievemente il capo.

Si presentarono, poi, tutti gli altri; lo straniero cercò di memorizzare il maggior numero di nomi e volti, ma di certo non li avrebbe ricordati tutti quanti.

Suonò la campana che annunciava che la cena sarebbe stata servita a momenti e dunque invitava i convenuti a mettersi a tavola. Mordret esortò Carlo a seguire lui e i suoi cugini, Ywein e Galeschin, per raggiungere i posti riservati ai sette finalisti del torneo. Erano seduti alla stessa tavola del Re; questo rendeva Carlo assai emozionato: sarebbe stato a pochi centimetri di distanza da una leggenda vivente e avrebbe potuto parlargli!

Il giovane era alquanto teso e dovette imporsi la calma per placare l’agitazione: sì, era un momento delicato, era la seconda occasione del giorno per cambiare la sua vita, doveva essere attento e non poteva commettere errori e non poteva permettere che l’entusiasmo o l’emozione lo ostacolassero.

Da un lato del tavolo c’erano i sette finalisti del torneo, escluso Fergus che non si era più visto, dopo che se ne era andato offeso; dall’altra si trovavano il Re e la Regina, Keu il siniscalco, Sir Ettore, Sir Galvano, Merlino Sir Lancillotto e Sir Costantino, che era un giovanissimo cugino del re.

La cena ebbe inizio la conversazione era fitta, mentre musici suonavano liuti, arpe, cembali e flauti, ai lati del salone da pranzo, allietando tutti quanti con piacevolissime melodie in sottofondo.

Carlo ascoltava i discorsi dei suoi commensali, rimaneva ammirato quando venivano riferite alcune delle imprese dei cavalieri, mentre si annoiava quando si parlava di questioni personali, relative a gente che non conosceva. Rimase in silenzio per molto tempo, poiché non sapeva cosa dire e non riusciva ad inserirsi nei discorsi. Finalmente Galvano gli rivolse la parola.

“Compagni, siamo ben scortesi a non curarci del nostro ospite straniero. Viene da molto lontano, è giusto che gli domandiamo da dove venga e cosa lo abbia spinto a compiere questo viaggio.”

“Hai ragione, nipote.” convenne Artù “Diteci, amico, da dove venite e qual è stata la cagione della vostra partenza? Avete subito un esilio? State compiendo una cerca? O dovete espiare qualche colpa?”

“Sire, poiché lo domandate, risponderò.” acconsentì Carlo “La mia terra natia è nel nord dell’Esperia, in uno dei primi territori incorporati da quella grande Urbe che un tempo fu Signora del mondo e che ora giace inerme, spoglia delle antiche glorie. Mio padre è fedele vassallo del nuovo re, Alboino, ma non so se sia ancora in vita o giaccia morto, poiché non ho più sue notizie da oltre due anni, quando lo lasciai per compiere questo viaggio. Fui sesto di quattro fratelli e cinque sorelle e fin dalla più tenera età venni indirizzato verso la carriera militare. Avevo diciassette anni quando degli uomini armati rapirono due delle mie sorelle. Io li inseguii e, con balestra e spada, li uccisi e ricondussi le mie sorelle a casa; sfortuna volle che uno dei rapitori fosse un duca molto importante. Fui processato e il re, date le circostanze, mi condannò all’esilio. Avevo sentito più volte narrare le straordinarie vicende del regno di Logres e delle imprese di voi, Re Artù, e dei vostri cavalieri. Decisi, dunque, che, dovendo abbandonare la mia patria, era qui che sarei dovuto venire e un sogno me ne diede la conferma.”

“Un sogno, dite?” chiese Merlino, interessato “Che cosa avete visto?”

Il giovane esitò un attimo: le circostanze erano state parecchio strane e lui non voleva correre il rischio di essere considerato un pazzo, ma alla fine si decise a spiegare: “Non è stato esattamente un sogno, in realtà non so nemmeno io che cosa sia accaduto, esattamente. Ero andato a fare una passeggiata nel bosco per riflettere e giunsi ad un laghetto dove pescavo spesso con mio padre. Mi fermai lì per rinfrescarmi e, mentre mi bagnavo il volto, iniziai a sentire una musica festosa che si avvicinava; non me ne stupii, pensai al matrimonio di qualche contadino, ma la musica si faceva sempre più prossima e mi accorsi che c’era del movimento tra le piante. Poco dopo strane creature iniziarono a riempire la radura del laghetto; c’erano gnomi, fauni, satiri, fate e poi anche dame, cavalieri, musici e coppieri; i cavalli, gli uccellini e gli altri animali presenti sembravano capire perfettamente quello che veniva loro detto e rispondevano, partecipando attivamente a quella festa. Fui meravigliato, ma anche intimorito, provai ad allontanarmi, ma non mi fu possibile: venni coinvolto in quella festa. Quando chiesi che cosa stessero celebrando, mi risposero: nulla! Erano semplicemente felici. Rimasi con loro a festeggiare, poi una delle fate, o dame, non saprei, mi si avvicinò e mi chiese se mi stessi divertendo. Io le risposi, dicendole che era indubbiamente uno dei momenti più felici della mia vita e che l’unica cosa che mancava era la spada. Ella, allora, mi disse: Dolce amico, noi ci mostriamo solo ai degni e fuggiamo le masse vili e volgari. Noi sappiamo che vuoi essere cavaliere per servire la giustizia. Ovunque vi sarebbe bisogno del vostro intervento, eventi mirabolanti stanno avvenendo a Logres. Recati alla corte di Re Artù e poniti al suo servizio: il tuo destino ti attende lì.

Carlo fece una breve pausa e bevve un bicchiere di vino per bagnare la gola secca, poi concluse: “Dopo di ché mi sono improvvisamente svegliato nel mio letto. Per quanto la vicenda al laghetto mi sembri vera e realmente accaduta, non ricordo di essere tornato a casa e di essermi coricato, per cui non so se fu sogno o realtà.”

Merlino, che aveva ascoltato il racconto con grandissima attenzione, annuì e disse: “Non sei il primo che giunge qua per indicazione delle creature fatate. Probabilmente hai la stoffa per essere un grande uomo, se ti applicherai.”

“Oggi hai dimostrato una grande attitudine alla battaglia” osservò Costantino “Ciò ti rende un guerriero, ma non basta per diventare un cavaliere.”

“I cavalieri sono giusti, equanimi, si mettono sempre al servizio dei deboli; sono a disposizione del re e dei sudditi.” spiegava Lancillotto “Non indugiano nei piaceri terreni; certo non disprezzano ogni tanto agi e buona compagnia, ma guai a chi preferisse la tranquillità domestica all’onore delle imprese! La gloria e la fama di uomo retto, onesto e disponibile sono le ricompense a cui un cavaliere ambisce per se stesso; l’oro e le terre vengono dopo.”

“Spero di poter dare presto prova di queste qualità.” disse Carlo, con un timido sorriso e un tono modesto.

“Ricorda anche questo” aggiunse Galvano “I cavalieri sono amici di tutti i giusti e i deboli e fratelli di ogni altro cavaliere, degno di tale nome.”

Cambiarono poi argomento e il banchetto si protrasse ancora per un’oretta per poi sfociare in danze e lunghe bevute di idromele e ippocrasso.

Era già suonata l’una di notte, quando un uomo in armi, molto massiccio e minaccioso, si fece largo tra la folla, urlando, e giunse a pochi metri da Re Artù. Lancillotto, Galvano e alcuni altri cavalieri si posero vicino al sovrano, pronti a proteggerlo.

“Sir Dinas, placatevi!” ordinò Artù, mantenendo calma e compostezza “Che cos’è che ha provocato la vostra furia?”

“Che domanda imbecille!” ringhiò l’altro “Come se non lo sapeste! È il vostro nepotismo che mi fa ribollire il sangue; mi disgustano i favoritismi che fate, disonorando valenti uomini per compiacere i vostri parenti o i vostri amici, ignorando le vere qualità! E avete pure la faccia tosta di dire che siete giusti!”

“Come osate rivolgervi al re in questo modo?!” lo ammonì Agravein, sorpreso ed indignato.

“Lasciamolo perdere, è sicuramente ubriaco!” esclamò, invece, Keu.

“Niente affatto, siniscalco!” ringhiò ancora l’arrabbiato Dimas “Io non ho bevuto nemmeno un goccio perché, al contrario di voi, io non ho nulla da festeggiare, ma solo dolore!”

“Deh, amico, diteci, in che modo vi avremmo offeso, poiché io non vedo ragione di sì tanta ira.” replicò Artù, pacatamente.

“Avete pure la faccia tosta di fingere di non capire?” continuava ad urlare Dimas “Avete escluso mio figlio Fergus dai vincitori, perché avete favorito i vostri nipoti e i figli di due re che vi stanno molto a cuore! Mentre mio figlio ha come padre me, un siniscalco! E di Cornovaglia, per lo più! Quando lo verrà a sapere, il mio signore Cador vi saprà rendere pan per focaccia, ma intanto io chiedo soddisfazione per quest’insulto!” e gettò un guanto per terra.

“Sir Dimas, l’orgoglio vi sta accecando.” disse Artù “Il nostro giudizio è stato imparziale.”

“Andatevene, prima che vi faccia pagare cara la vostra insolenza!” fu l’avviso di Lancillotto.

“Fate pure: il guanto della sfida è stato lanciato e non attendere che essere raccolto. Prendetelo, orsù, altrimenti sarà come ammettere i vostri favoritismi.”

I cavalieri guardarono il re, per ottenere il suo consenso per la sfida: non avrebbero voluto correre il rischio di inimicarsi la Cornovaglia e quindi attendevano il parere del Re per agire.

Carlo approfittò di quel momento di incertezza e si affrettò a raccogliere il guanto da terra, dichiarando: “Io accetto la vostra sfida.”

“E chi siete voi?!” domandò Dimas, stupito.

“Carlo dei Pusterla.”

“Cosa? Ma non siete un cavaliere! Non potete …”

“Sbagliate.” lo interruppe il giovane “Un cavaliere può non accettare la sfida di un uomo di rango inferiore, ma voi avete lanciato una sfida rivolta a chiunque volesse difendere l’imparzialità delle decisioni prese oggi. Io sono stato il primo ad accettare e, dunque, ora non potete ritirarvi, senza riconoscere di aver sbagliato. Inoltre, io sono uomo ben degno di sostenere la difesa contro la vostra accusa, poiché sono l’altro escluso dal novero dei vincitori: se io non mi sono sentito offeso dal giudizio della giuria, nemmeno voi dovreste.”

Dimas rimase confuso, guardò il sovrano e gli chiese: “Sire, permetterete davvero che sia questo non cavaliere a sostenere la sfida?”

“Lo straniero ha parlato bene e le sue argomentazioni sono valide.” affermò Artù “La sfida avrà luogo domani mattina.”

“E sia!” si rassegnò  Dimas “Ma sappiate che la considero un’ulteriore offesa!” detto questo, l’uomo se ne andò rapidamente, spintonando chiunque gli capitasse davanti e borbottando rabbiosamente tra sé e sé.

I presenti rimasero in silenzio e allibiti per alcuni momenti, poi ripresero pian, piano i loro festeggiamenti. Re Artù e alcuni dei suoi uomini fidati, si avvicinarono a Carlo, lo ringraziarono per essersi offerto volontario e lo elogiarono; qualcuno cercò di dissuaderlo, dicendo che Dimas era un uomo troppo pericoloso per essere fronteggiato da un giovane, ma Carlo non retrocesse.

Il giovane non si trattenne ancora per molto, presto si ritirò per andare a dormire: doveva essere riposato per la sfida del giorno dopo. Il re, allora, decise di mettergli a disposizione una stanza del castello per dormire e lo invitò a fare colazione con il suo entourage.

Carlo era molto contento di questo, si ritirò nella stanza e si addormentò, contento della giornata ed entusiasta per la sfida che avrebbe affrontato dopo poche ore.

Al mattino, un valletto lo svegliò e gli offri acqua per lavarsi e un abito nuovo. Carlo prese l’acqua volentieri, ma rifiutò il vestito, dicendo che lo avrebbe accettato solamente in caso di vittoria.

A colazione furono tutti molto gentili con lui e il re gli concesse due valletti per aiutarlo ad indossare l’armatura e prepararsi alla battaglia; Carlo li accettò per non dispiacere il sovrano, ma decise di prepararsi nella tenda di Sir Sagremor, se gli fosse stato concesso e di farsi aiutare dall’amico Driant.

Sagremor fu gentile ed ospitale come il giorno prima e spiegò quale era lo stile di combattimento di Dimas e a quali tattiche ricorresse, in modo che il giovane amico potesse pensare a strategie di difesa più adatte.

In fine, Carlo e Dimas si trovarono a cavallo, l’uno di fronte all’altro, lancia in resta, ciascuno ad un’estremità del campo del torneo; attorno, nobili, dame, cavalieri e popolani assistevano con curiosità e impazienza.

Il re fece un cenno col capo, un valletto suonò la tromba e i due contendenti si slanciarono l’uno contro l’altro. Le lance ben puntate, dritte, cozzarono violentemente contro gli scudi ed entrambi gli uomini furono sbalzati a terra, con grande sorpresa generale.

Carlo si rialza in piedi e sfodera la spada, guarda lo scudo per controllare che sia ancora utilizzabile, poi avanza a passo deciso verso l’avversario che lo attendeva.

Le lame si incrociarono ripetutamente, affondi, fendenti e parate; il clangore dei ferri che si scontravano risuonava per tutto il campo; entrambi i duellanti erano abili e valenti e il pubblico trovava difficile prevedere a chi sarebbe andata la vittoria: Dimas era un cavaliere con una certa fama e aveva già affrontato battaglie e alcune imprese significative; lo straniero, invece, era uno sconosciuto, ma stava dimostrando di essere un esperto guerriero.

Per la prima mezz’ora, il duello fu come un agile balletto in cui i combattenti mettevano in mostra tutti i propri virtuosismi, senza però riuscire a prevalere l’uno sull’altro.

Carlo continuava a giostrarsi con la spada e, contemporaneamente, cercava di capire come sopraffare l’avversario: doveva vincere ad ogni costo, doveva assolutamente difendere l’onore del Re e della Corte!

Quella consapevolezza gli diede maggior vigore e i suoi fendenti si fecero più rapidi e forti. Il giovane incalzava l’avversario che fu costretto ad indietreggiare e mettersi esclusivamente sulla difensiva; Dimas dovette concentrarsi a parare i colpi che gli turbinavano contro e non riusciva ad attaccare. Carlo si fece ancor più deciso e riuscì con un colpo a far cadere lo scudo all’avversario, poi lo spinse a terra e lo disarmò, infine gli fece volar via l’elmo.

La sfida era finita: Sir Dimas era stato sconfitto, mentre la vittoria di Carlo veniva applaudita da tutti quanti.

Re Artù convocò Dimas al proprio cospetto e gli impose di scusarsi pubblicamente per le accuse fatte e dichiarare che non c’era stato nessun inganno nella proclamazione dei cavalieri. L’uomo, riluttante e pieno di vergogna, obbedì.

Il sovrano, poi, disse a Carlo di riposare e di presentarsi a corte per pranzo.

Il giovane passò le ore di riposo con Driant e Sagremor e, quando fu il momento, si trovò a tavola con la famiglia reale.

“Giovane amico” gli disse Artù “Dopo la vostra vittoria, mi sono a lungo consultato con persone di mia fiducia, per decidere quale premio accordarvi per i vostri servigi.”

“Vi ringrazio signore, ma non è per una ricompensa che ho combattuto, ma solo per la giustizia. Date il premio stabilito in beneficenza ai poveri, ve ne prego.”

“Le vostre parole vi fanno onore e confermano che siete meritevole di ciò che vi voglio donare, poiché la vostra ricompensa non sarà in ricchezze materiali, bensì in onore e voi non potete certo rifiutare.”

“Se voi lo comandate, accetterò.”

“Lo comando, amico. Ecco dunque il vostro premio: poiché vi siete dimostrato guerriero abile, leale alla corona, generoso e coraggioso, abbiamo deciso di condonarvi quattro anni da scudiero  e fra un anno vi nominerò cavaliere.”

All’udire quelle parole Carlo ebbe un sussulto e gioì; dopo qualche istante riuscì a dire: “Sire, vi ringrazio vivamente! Non vi è cosa ch’io desideri maggiormente. Io, però, non ho un cavaliere a cui poter essere scudiero: a chi posso rivolgermi?”

“Non corrucciarti per questo.” intervenne Galvano “Ho deciso che io stesso ti prenderò al mio servizio.”

Carlo strabuzzò gli occhi per la sorpresa, si sentì toccato dalla fortuna e disse: “Sarò il vostro scudiero? Ne sono molto onorato, monsignore! Vi ringrazio e vi assicuro che farò ogni cosa per soddisfarvi! Comandate pure!”

Galvano sorrise e fu contento di vedere il giovane così entusiasta, gli disse:  “Per il momento rilassati e goditi i festeggiamenti, tra pochi giorni le cose torneranno alla normalità e le avventure non mancheranno.”

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