Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo : L’Immacolata

CAPITOLO 7: L’Immacolata

 

Era venerdì, Gabriele era andato, come d’accordo, a prendere Albina presso il suo appartamento. Era parecchio contento, ma pure un poco agitato, era pervaso da un’emozione inebriante che lo metteva di buon umore. Ad ogni modo non mostrava il suo turbamento interiore e si mostrava sicuro ed affabile come al solito. Indossava uno dei suoi completi raffinati e aveva portato un mazzo di fiori alla ragazza che si era agghindata in modo carino. La libraia, infatti, aveva indossato un abito adatto al passeggio, in taffetà e raso di seta, di colore azzurro e verde acqua, il corpetto era molto aderente, chiuso sul davanti da dieci bottoni, la maniche erano svasate e con ampi volani, ornati di arricciature; la gonna era movimentata da molte aggrappature e terminava con quattro balze.

S’incamminarono: per prima cosa raggiunsero ed attraversarono la Piazza dell’Erbe, ove si affacciava la basilica di San Prospero, passarono sotto i portici che vi erano; arrivati ai piedi del campanile ottagonale, costruito in pietra grigia in netto contrasto con la facciata in marmo rosa, presero una viuzza che li portò all’incrocio tra via Toschi e via San Carlo, dove si trovavano molte delle macellerie della città, a quel crocicchio, svoltarono a destra per dirigersi nuovamente verso la Piazza del Comune. Passarono vicino al rinomato e costoso ristorante Il Pesce d’Oro, spesso punto di ritrovo per i membri della Società del Pito, sotto un’arcata c’era invece la più popolana Osteria del Burattino, sopra la quale abitava Albina. Giunti ai piedi di quella che, solitamente, era chiamata Torre del Bordello, imboccarono a sinistra la corta via Arcipretura. La torre ospitava l’archivio comunale ma portava tal squallido nome poiché negli edifici attigui, secoli prima, le meretrici svolgevano la propria attività. Il bordello, tuttavia, era rimasto solo per pochi anni, poiché le donnine furono allontanate quando lì vicino fu fondato un seminario, ma il nome del luogo rimase invariato.

I due giovani, arrivando in Piazza Casotti, avevano alla propria manca la casa del boia, la quale era di un colore giallognolo. Gabriele propose di sostare un poco su una delle panchine presenti in quella piazzetta dedicata ad un architetto del quindicesimo secolo. Era un luogo modesto, dedicato a un architetto reggiano di un paio di secoli prima; l’unico edificio importante che vi si affacciava era un palazzo in mattoni nudi, che aveva un portico con quattro grandi arcate sul davanti e una per lato, su cui si aprivano poi altrettante bifore; nel piano superiore si affacciavano, invece, tante piccole finestre rettangolari, le stesse che si aprivano anche sugli altri lati dell’edificio. Sotto quel portico si trovavano i banchetti di alcuni venditori di bachi da seta. La seta era stata una grande risorsa per la città di Reggio, la sua lavorazione era stata introdotta in città da Lucrezia Borgia, quand’era maritata con un Estense, poiché si era accorta che il clima era ideale per la coltivazione del gelso, pianta necessaria al nutrimento dei bachi. Dora, però, aveva previsto che entro pochi anni sarebbe stata inventata una seta artificiale che avrebbe danneggiato la produzione locale.

“Ti piace questo posto?” domandò il giovane.

Era una domanda stupida, forse, anche perché erano vicini alle carceri, ma non gli era venuto in mente altro per iniziare una conversazione.

“È abbastanza tranquillo.” osservò la ragazza “Ma vivo da talmente tanto tempo qui e frequento questi posti da una vita che non so più dire se un posto mi piaccia in sé e per sé o se, semplicemente, ci sono affezionata.”

“E io ti piaccio?” chiese, improvvisamente ardimentoso, il bancario.

Gabriele teneva un braccio steso sullo schienale della panchina, la caviglia destra appoggiata sul ginocchio sinistro, il busto ruotato di un quarto. Guardava in viso la ragazza e le sorrideva. Non era però un sorriso cortese o simpatico, aveva un che di presuntuoso.

Albina era rimasta perplessa da quella domanda, non sapeva che cosa rispondere; poi, imbarazzatissima, con voce incerta tentò di replicare: “Sei simpatico, è piacevole stare con te, ma…” si sentiva improvvisamente la testa vuota “Cos’è che intendi con questa domanda?”

Gabriele si accorse di aver creato qualche difficoltà alla ragazza, per cui cercò di metterla a suo agio spiegando: “Mah, volevo sapere se mi reputi una persona piacevole con cui trascorrere il tempo e…” decise di azzardare “Sapere se per caso in futuro potremmo anche pensare di, come dire, costruire qualcosa che vada oltre a una semplice frequentazione ed amicizia…” lasciò la frase in sospeso, nella speranza che la giovane comprendesse cosa sottintendeva.

“Oh!” esclamò Albina, lieta, seppure imbarazzata, per quella domanda. “Penso che sarebbe molto bello!” -ma poi aggiunse- “Tuttavia, dovremo vedere che piega prenderanno le cose, non è che si possa decidere…”

“Hai ragione.” -replicò il giovane, non molto soddisfatto dalla risposta. Prese le mani della ragazza, le strinse, la guardò fissamente negli occhi e disse: “L’unico modo, però, di vedere come andranno le cose è di continuare a frequentarci. Vuoi uscire ancora con me?” dietro quella cortesia e quella dolcezza, si celava una recondita arroganza, una sommessa pretesa.

“Uscirò con te ogni volta che me lo chiederai.” rispose ella con un sorriso radioso e uno sguardo limpido.

Nonostante le giornate corte, non vi era il rischio di rimanere al buio, poiché la città era illuminata da un sistema di lampade ad olio che ogni sera erano accese dagli addetti. I due giovani rimasero su quella panchina a parlare per quasi un’ora, quando Albina disse di sentire freddo, Gabriele le passò un braccio intorno alle spalle e la strinse, sprofondandola in un grande imbarazzo, tanto che dopo pochi minuti la libraia si alzò in piedi proponendo di riprendere la passeggiata. Scesero lungo via Della Croce Bianca, erano strade strette quelle di Reggio, fiancheggiate per lo più da palazzi medievali rintonacati e dipinti di giallo, ocra, arancione e rossiccio, erano quelli i colori dominanti in città, difficilmente si scorgeva qualche edificio grigiognolo. Si trovarono in via Squadroni, avevano davanti a loro l’abside della chiesa di San Giorgio, potevano dunque scegliere fra tre direzioni: prendere dritto per via Folletto verso la piazzetta del Cristo, dove sorgeva una chiesetta piccola ma graziosa, oppure andare a destra e scendere in via Farini; infine, potevano proseguire a sinistra per immettersi poi in via San Filippo. Optarono quest’ultima soluzione. Nella via dedicata al Santo, la chiesa non era più riconoscibile, inglobata tra gli altri edifici; dentro, tuttavia, era molto bella, decorata in uno stile di barocco abbastanza sobrio, dove il colore dominante era il bianco. Di fronte alla parrocchia vi era il muro che recintava un giardinetto privato, che probabilmente una volta faceva parte del convento di San Raffaele, che ormai era adibito a bagni pubblici: infatti, quella via era anche chiamata via dei bagni. Arrivati a un nuovo triforcarsi di strade, decisero di non recarsi né a Santa Teresa, né a San Girolamo, chiesa in cui da tradizione ogni venerdì Santo si saliva una scalinata in ginocchio. Gabriele decise di tornare, invece, in via Toschi, passando per la strada dove si trovava la caserma di quello che fu un reparto dell’esercito molto speciale: quello dei Dragoni, ma adesso era semplicemente la caserma dei Carabinieri.

Eccoli nuovamente in via Toschi, ad un tratto si trovarono ad avere a mancina Palazzo Masdoni, un vecchio edificio da ristrutturare e mettere a nuovo; a destra invece si ergeva l’abitazione di Silvestro, accanto alla quale, sulla facciata di un palazzo color salmone, si trovava un’antica icona della Madonna con il bambin Gesù. Albina fu tentata di bussare alla casa del tutore, ma desistette dall’idea, senza neppure proporla ad Gabriele.

Avanzarono ancora e, sul finire della strada, trovarono un altro edificio che necessitava di manutenzione e di essere modernizzato: Palazzo Pratonieri. Il bancario spiegò che il vecchio Marchese Gian Marco Gherardini aspirava a comprare quella costruzione per collocarvi la sede principale della sua Cassa di Risparmio. Infine, di tacito accordo, tornarono verso la casa della libraia. Gabriele non avrebbe voluto lasciare così presto la fanciulla e pure le propose di offrirle la cena, ma ella non volle e si congedò.

Il giovane era un po’ deluso, tuttavia non si scoraggiò, si mise le mani in tasca e s’incamminò verso casa propria che si trovava lungo il Corso della Ghiara, poco lontano dal magnifico palazzo che un tempo fu dei Conti Becchi. In fondo era soddisfatto della giornata: anche se non aveva fatto null’altro che stringere le mani ad Albina e non gli era riuscito a strapparle promesse o parole d’amore, era sicuro che la ragazza fosse ormai sua, doveva solo darle del tempo.

 

Il giorno dell’Immacolata era una grande festa in città: vi erano pochi banchetti e vendevano solamente statuette per il presepe, ghirlande da esporre sulle porte o altre decorazioni natalizie, piccole sculture o icone di santi, crocefissi, libri sacri, ma ciò che affascinava maggiormente le persone erano le candele. Centinaia di candele differenti di ogni forma e colore, alcune erano addirittura profumate. I prezzi variavano anche a seconda del prestigio di cui godeva la bottega che le produceva. Molte persone si soffermavano presso il banco di un artigiano che fabbricava piccole candele, non troppo elaborate, sul momento: tutti lo guardavano ammirati, in particolar modo i bambini. I venditori erano in numero limitato perché le piazze e le strade dovevano essere sgombere per il passaggio della processione di mezzogiorno. Dopo la messa, infatti, dal duomo usciva un lungo corteo di fedeli che seguivano una statua della Vergine per tutta la città recitando preghiere e cantando salmi. Ad aprire la processione si trovava il Vescovo, affiancato da diversi preti e diaconi; alcuni robusti frati portavano il baldacchino su cui era posta la statua di Maria; dietro, monaci e suore si mescolavano con la folla dei laici. Il corteo partiva dunque dalla Piazza del Municipio e subito scendeva lungo via Farini e arrivava nella Piazzetta del Cristo; proseguiva lungo via Ludovico Ariosto fino ad arrivare a dove una volta c’era Porta Castello. Da lì risalivano verso il centro della città, passando per via del Guazzatoio e via San Carlo; raggiunta poi la chiesa di San Prospero, s’immettevano sulla via Emilia e si dirigevano in direzione Santo Stefano. Mentre la processione passava, gli abitanti che non vi avevano preso parte si affacciavano alle finestre per osservarla e gettavano per buon auspicio petali, riso e semi sui passanti. Arrivati in Piazza Aldegonda, svoltavano a sinistra per fermarsi di fronte al Tempio della Madonna della Ghiara.

Lì la folla rimase nello spiazzo che separava il Santuario dal vecchio palazzo ducale, invece, il Vescovo, con cinque dei preti che lo scortavano, salì i gradini del sagrato e attese. Quasi subito il portone della chiesa fu aperto ed uscì il Priore dell’ordine dei Servi di Maria. L’abate e il Vescovo scambiarono due parole formali, poi quest’ultimo offrì la statua della Vergine al frate che l’accolse. A quel punto la scultura fu portata all’interno del santuario e la processione fu ufficialmente conclusa. L’anno seguente si sarebbe svolta al contrario, ossia la statua sarebbe partita dalla Ghiara scortata dai Servi di Maria e dai fedeli e ricevuta dal Vescovo nel duomo.

Avevano partecipato alla cerimonia anche Dora ed Albina, che ora si erano messe da parte, appoggiandosi al muro giallo del vecchio Palazzo Ducale, e attendevano che la folla defluisse.

“Perché il Duca aveva un palazzo pure qua?” si domandava la sarta, sbattendo le palpebre in modo da comunicare perplessità all’amica “Non veniva mai, se ne restava sempre a Modena. Veniva solo in maggio, per la Giareda, non poteva farsi ospitare da qualche nobile suo amico?”

Albina scosse le spalle, non sapendo che dire. L’edificio era semplice ed austero, infinitamente lungo, con finestre piccole e modeste, tutto dipinto di giallo.

Le ragazze fissarono la Ghiara, l’esterno era in mattone, con pochissime decorazioni in marmo bianco, c’era una bella cupola blu; sul portale, invece, in medio rilievo era scolpita l’icona tipica di quel santuario. Era una delle rarissime raffigurazioni della Madonna con bambino in cui la Vergine non teneva Gesù in braccio, bensì il pargolo si trovava seduto accanto alla madre.

Le due giovani stavano aspettando i loro amici per dare inizio alla loro tradizionale giornata dell’Immacolata, sarebbero stati al gran completo. Intanto che la gente si disperdeva e tornava nelle proprie abitazioni per il pranzo, Dora scorse tra la folla il primo dei loro compari arrivare: era Luigi e portava con sé un perplesso amico. Quest’ultimo era proprio Ettore che si lamentava: “Ti ho detto che non voglio conoscere i tuoi amici Internazionalisti, lo zio non vuole.”

“E io ti ridico che non ti porto da loro.” sbuffò il diciassettenne, tirando l’amico per una manica “Questi sono amici miei da tanto tempo, da quando ero un cinno, sono artigiani, gente a posto, normale. Ti staranno simpatici, sicuramente, vorrai rivederli e quindi lascerai perdere quella tua sciocca idea di voler diventare amico di quelli del Pito.”

Ormai avevano raggiunto le due ragazze, per cui Luigi si fece sorridente e salutò con sguardo vispo: “Ehilà, come va?”

“Tutto a posto.” rispose vivacemente Dora.

“E niente in ordine.” replicò Luigi, poi indicò e presentò il quattordicenne: “Lui è Ettore, un mio amico, gli ho detto di venire in giro con noi, oggi, così si distrae un poco.” continuava a borbottare come a rimprovero: “Cara te, gli è venuto il ticchio di volersi mescolare con quelli del Pito, roba da pazzi!”

“Ehi!” lo riprese scherzosamente la libraia “Non hai saputo che io ho come corteggiatore uno di quella Società?”

Luigi alzò un sopracciglio e la guardò allibito, poi, con voce grezza, disse: “Ma va? Non mi stupisce: sei parente di quel tipastro che dirige quel giornale clericale e reazionario.”

Parmigiani ed Albina si guardarono in cagnesco per qualche secondo, poi scoppiarono a ridere.

Li raggiunse quasi subito Ivano, sudato perché aveva dovuto lavorare tutta la mattinata per una commissione speciale e poi aveva corso per raggiungere gli amici. Era in ritardo, difatti chiese: “Non sono l’ultimo?”

“No” gli rispose Dora dopo averlo baciato “Lo sai che i Torri e i Cattellani sono sempre in ritardo di almeno mezz’ora.”

“Giusto, ma uno spera sempre in un miracolo che li faccia arrivare puntuali.” ironizzò il fabbro, tenendo abbracciata da dietro la propria fidanzata, strusciando la guancia sul suo collo.

“So io che fare mentre aspettiamo.” annunciò Luigi, contento, tirando fuori una copia di un giornale e mostrandolo agli amici: “Pruspron, viene fuori di domenica, Giurneil seinza preteis. È simpatico … non so chi lo scrive, ma non c’ha paura di dire le cose. In questo numero in prima pagina c’è una poesia contro il cambiare opinione politica tipica nostra. Si chiama La Banderuola. Volete sentire?”

Ivano era alquanto divertito e acconsentì a nome di tutti e propose ad Albina di leggere ad alta voce, non volendo mettere in difficoltà Parmiggiani che aveva solo la terza elementare.

 

Oh! Gint Arsana, gint seinza testa

Cos’è sta moda d’alzer la cresta,

ed mèttrev fèirem int n’opinion

d’intestardireve int na ragion

ed fèr j’omm seri s’ev i da bàtter

perché ch’ev crèden ginta ed caratter?

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

È al gueren Sella, Minghetti e Lanza?

As dis: Voi siete la mia Speranza.

Tuli la penna e al calamer

e sti tri sgnori mttiv a ludèr;

dop quindes gioren av al promett

per poch che sièdi a si Perfett

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Se a chi minister al vein po al smacch,

tant ch’a succeda al patatracc,

mudè l’incioster e bell e prest,

vultand fazzeda da omm onest,

ludè Depretis j’omm dal progress …

e ch’j’èter stupid mittii a less

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Vriv un sussidi? Zerchev n’impiegh?

Fèm na grazia, vistiv, gni megh:

andemm a chesa dal sgnor Inzegner,

mtivv in testa al me parer:

s’an fe l’ingenev, s’an fe l’indian

l’è gnanch inutil dmanderegh un pan

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Guai s’av scapissa dit un Per Di …ana!

Guai! …al s’rischelda, al va in fumana.

E se alla svelta an ev cambiè

ludangh al Ducca e i teimp passè,

vu si un eretiche, un om moderen

più ch’ed sussidi degn ed l’inferen.

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Adessa andemm  dal sgnor Duttor,

pr’accapareres i so favor!

Ma chè bisogna, primma d’insister

prrr…alla ssvelta nudèr register.

Se vri la grazia dzi mel dla Cesa,

citè l’eseimpi ed Peder Ceresa.

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Se dal Comun l’iss da parlèr,

badè, sta in gamba a ragiunèr:

dzigh che tutt j’eter j’in barbagian

na massa d’esen, d’farabulan:

dzigh ch’j’in tutt lèder, tòt fora ed lo …

e intant sott vosa me al cantarò:

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Quest’è al sistema! Quest’è la vera!

N’aveir caratter, n’aveir bandera,

stèr sott l’erba cme fa al serpeint,

agir all’ombra da om prudeint.

Pighé la testa, liscè i padron

chè la superbia l’è di mincion.

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Fè a sta manera: n’abbiè paura

che qualchedun sbraja all’impostura;

quand na cosa l’è gnuda ed moda

la trova seimper ginta ch’la loda:

pistè qui ch’caschen, tgniv a qui ch’monten;

quest è la streda el fotti en conten.

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Mo cosa dighia, bestia che son? …

Dèrev consili? Che bell mincion!

Vuvetr’int l’erta dal barcheggier

A so sicura ch’em prissi insgnèr;

Finèmla donca, dèmmes la man:

unor e gloria al popol arsan.

Al dievel i scrùpel ei libr’ed scola

Viva la facia dla bandirola

 

Ecco, poco dopo, arrivare Duccio con a fianco la piccola Ludovica. Salutarono festosamente e tutti si abbracciarono a vicenda, erano soliti scambiarsi abbracci quando si trovavano. Terminati i saluti, la tredicenne prese a dire: “Per oggi siamo al completo.”

“No, come? I tuoi fratelli?” domandò Ivano deluso.

“I Torri?” chiese Albina.

“I Torri e i miei genitori” spiegò la ragazzina “Sono partiti ieri pomeriggio per andare all’alpe di Succiso, torneranno domani sera. I Torri volevano rivedere dei loro parenti rimasti in montagna. I miei fratelli, invece, hanno detto che non potevano venire, hanno preferito andare non so dove con le loro fidanzatee.”

“Ah, allora li capisco.” disse furbescamente il fabbro “Sono scusati.”

“Quindi, dove si va?” chiese Duccio, rivolto a tutti “Io inizierei ad aver fame, qualche proposta per l’osteria?”

“A me va bene tutto.” assicurò Luigi “Basta che paghi qualcun altro.”

“Facciamo scegliere al tuo amico, dai.” propose Dora, sorrise e guardò Ettore “Allora, hai qualche preferenza?”

“Non so, proviamo da Le due spade?” avanzò titubante.

“Ottima idea!” convenne entusiasta Ivano “Hanno sempre della buonissima cacciagione e la polenta…. Che polenta che fanno! Cosa aspettiamo, andiamo, andiamo, o non troveremo posto!” esortò impaziente.

L’allegra combriccola si diresse dunque verso Piazza del Duomo, nei cui pressi si trovava l’osteria. I ragazzi attraversarono il Corso della Ghiara, il cielo era libero dalle nuvole e dunque i deboli raggi del Sole li colpivano, concedendo loro un calore misero, ma comunque apprezzato. Passarono accanto al vecchio palazzo dei Conti Becchi e Albina, come al solito, si soffermò un attimo ad osservare il Giano bifronte posto all’angolo dell’edificio.

Il pranzo fu soddisfacente. Arrivati alla locanda, i sette ragazzi occuparono un tavolaccio e si fecero portare una pentola di polenta e qualche carne, che misero al centro del desco e poi si divisero versando coi mestoli il cibo dentro piatti di bassa foggia; c’erano posate in legno e bicchieri grossolani. Le pietanze erano tuttavia squisite, tutto accompagnato da acqua e lambrusco.

Terminato il pranzo, Luigi propose: “Andiamo in piazza, c’è un mio amico che vende liquori, magari ci dà qualcosa di buono a basso prezzo.”

“Come si chiama?” chiese Ivano che a sua volta aveva delle conoscenze.

Parmigiani strabuzzò gli occhi, esitò un attimo poi bisbigliò: “Angelo Canovi, ma tutti lo chiamano Budell.”

“Quello che hanno processato a luglio assieme all’Artioli e al Ferrarini?” si meravigliò Duccio.

Luigi annuì, con sguardo orgoglioso delle proprie amicizie.

“Cielo d’Alcamo, ho seguito a modo la vicenda perché dovevo scriverne sul giornale.”

“Esatto, lui, ma sono stati liberati tutti e tre.” dichiarò con forza l’altro.

“E a buona ragione” spiegò il giornalista “Non avevano fatto nulla di male, solo pubblicato un opuscolo di cose che si erano detti. Se non sbaglio, sono stati loro, l’anno scorso, a fondare il Circolo di Studi Sociali, la frangia reggiana degli Internazionalisti.”

“C’ero anch’io, il quattro marzo, a casa del Ferrarini quando scrissero il foglio.” affermò orgogliosamente Luigi.

“Cielo d’Alcamo! Grandioso!” si esaltò l’altro “Non è che potrei farti un’intervista?”

“Duccio, non incoraggiarlo!” intervenne rimproverante Ivano.

“Ma il Direttore Bellerio apprezz…”

“Il nostro amico si sta facendo strane idee, non molto buone, a forza di frequentare Internazionalisti, dovrebbe darsi una calmata.” lo interruppe intransigente il fabbro.

“Macché!” protestò Luigi “Noi proletari dobbiamo farci forti e abbattere l’infame borghesia!” si volse verso Dora: “Senza offesa.” tornò poi veemente: “Non possiamo rimanercene in panciolle e lasciare che i padroni ci sfruttino, ci trattino come schiavi. Noi lavoriamo tutto il giorno e loro non fanno niente, ma sono loro quelli che prendono i soldi e ingrassano con nostro sudore, mentre chi fatica e si spezza la schiena non prende nulla. Nella mia famiglia siamo stati fortunati, è morto solo un mio fratello, ma provate a chiedere al mio amico Pini quanti fratelli ha visto morire di fame: sei! Sei! Quei cani che non fanno niente, danno ordini e basta, si prendono tutte le cose e a noi lasciano le briciole, ma questa situazione non può rimanere così. Noi dobbiamo ribellarci, i proletari di tutto il mondo devono unirsi e sollevarsi a rivendicare il diritto al pane!”

Parmigiani non era istruito, aveva usato tante belle parole soltanto perché ricordava e ricalcava i discorsi sentiti pronunciare dai suoi compagni Internazionalisti.

“Sai, almeno, cosa significa proletario?” gli chiese Duccio.

“Più o meno…” farfugliò Luigi “So, però, che io lo sono.”

“Diamine! Tu e Pini siete degli esaltati a volte.” Intervenne, come a rimproverarlo, Ettore che conosceva l’amico di Luigi “Fate dei discorsi da pazzi, poco ci manca che sembriate briganti.”

“Oh, ma bisogna pur passare dalle chiacchiere ai fatti. Bisogna fargliela pagare, cara te, a quei maledetti capitalisti!” era furente, stringeva il pugno destro e lo agitava.

I passanti, seppur concentrati sulle bancarelle e i loro prodotti, ogni tanto si voltavano e storcevano il naso, oppure scambiavano coi propri amici cenni di approvazione.

“C’è modo e modo per rivendicare ciò che si vuole.” tentò di fargli capire Albina “Pacificamente si possono ottenere molti risultati. Pensa alla secessione della plebe sull’Aventino, ma soprattutto ricorda il discorso di Menenio Agrippa. Plebei e patrizi vivono in simbiosi, si ha bisogno gli uni degli altri per vivere bene. Oggigiorno è necessario trovare un nuovo equilibrio idoneo ai nostri tempi e, per far ciò, si devono instaurare un dialogo e un confronto pacifici. Se si è aggressivi, non si verrà mai ascoltati o considerati seriamente, si sarà solo visti come nemici. Capisci?”

Luigi non aveva compreso granché, anche perché aveva fatto solo la seconda elementare, per cui disse sbrigativamente: “Per me la soluzione è solo una: versare il sangue di quei maledetti!” poi abbozzò un sorrisetto e sussurrò quasi compiaciuto: “Uno è stato accoppato.”

Ivano gli diede un ceffone, poi, alterato, disse: “Certe cose non devi dirle nemmeno per ischerzo! La vita è sacra!”

Parmigiani si massaggiò la guancia dolorante e disse con rabbia: “Vallo a dire ai proprietari delle miniere e delle fabbriche e ai latifondisti! Quelli uccidono ogni giorno decine di persone, eppure nessuno li sgrida! Loro a godere ogni cosa alla faccia nostra e noi muti?!?”

Si calmò; era carico di ira, ma la sua voce era salda: “No, io non ci sto.” si voltò e iniziò ad allontanarsi, dicendo: “Vi facevo migliori, amici miei.”

I sei giovani rimasero perplessi ed allibiti mentre lo vedevano andarsene. Ivano fece ruotare l’indice intorno alla tempia e disse: “È completamente pazzo!”

Dovettero trascorrere alcuni minuti prima che i ragazzi si riscuotessero dallo sconcerto e riprendessero a vivere la giornata in allegrezza. Decisero di passare per le bancarelle, solo a dare un’occhiata, senza avere l’intenzione di comprare nulla, poi fare un giro per il parco pubblico e infine di andare a rifugiarsi nel caldo della casa di Dora. Il gruppetto attraversò dunque la via Emilia e piazza del Duomo; lì Albina intravide Silvestro, ma era in compagnia di alcuni signori distinti, per cui decise di non disturbarlo. Gli amici proseguirono quindi e arrivarono ai giardini e ne percorsero il perimetro, nonostante gli alberi fossero spogli, l’atmosfera era piacevole, anche solo per i bambini che correvano e giocavano. Quando passarono lungo il lato del Teatro Municipale, Albina scorse, sotto il portico, Gabriele in compagnia di alcuni altri membri della Società del Pito che facevano una fumata assieme, ognuno con una pipa personalizzata, tranne Giangiove che aveva il suo amato sigaro. La libraia non ebbe il tempo di pensare, poiché subito il giovane si staccò dai compari e mosse qualche passo verso di lei che, quindi, lo imitò, si allontanò un attimo dagli amici e gli andò incontro.

“Buon pomeriggio.” salutò egli prendendo la mano della fanciulla per baciargliela.

“Buon pomeriggio.” ricambiò ella sorridendo “Alla fine siamo riusciti a vederci pure oggi.” aggiunse scherzosamente.

“Sì e ne sono infinitamente lieto.”

Si guardarono negli occhi, sorridevano e non sapevano cosa dirsi.

“Gabriele!” lo chiamò improvvisamente Giangiove con la propria voce cavernosa che non mancava di un certo tocco di perentorio- “Noi rientriamo. Tu che fai?”

Il bancario esitò un attimo, si voltò verso gli amici informandoli: “Vi raggiungo subito!”

Poi guardò di nuovo Albina e le chiese sussurrando dolcemente: “Dovrò attendere una settimana prima di rivederti?”

“Se me lo chiedi, sì.”

“Non possiamo incontrarci un pomeriggio, una sera? Prima di sabato?”

“Temo proprio di no.”

“Allora ci vedremo il quindici, non più tardi.” si avvertiva un desiderio recondito nel suo tono.

Baciò un’altra volta la mano della sua bella, poi si congedò e tornò con i compagni nel Circolo del Casino.

La libraia, a sua volta, si riunì ai suoi amici.

“Allora, Ettore” disse gentilmente Ivano, mentre attraversavano Piazza Cavour “Noi ora andiamo a casa della mia Dora, lei ed Albina hanno preparato uno dei loro spettacoli canoro-musicali, ti andrebbe di venire con noi o preferisci tornare a casa? Non so, Luigi ti ha piantato qui in mezzo a sconosciuti, quindi…”

“No, no. Vengo volentieri, mi siete simpatici.”

“Grazie.” rispose quasi divertito il fabbro.

Andarono dunque nell’abitazione della sarta e lì le due amiche, come promesso, si esibirono in uno dei loro tipici duetti di canto e violino. Cessata la musica, i giovani rimasero ancora a parlare allegramente, Dora offrì loro tè e biscotti; ma venendo poi la sera, pian piano tutti presero congedo, lieti della bella giornata trascorsa.

 

Era domenica nove dicembre, come ogni settimana, Albina si era recata alla messa delle undici del mattino nella basilica di San Prospero; la casa di Dio, fortunatamente, era l’unico luogo in cui gli uomini avevano il buon senso di non recarsi armati. Quella mattina, seduto in un banco in fondo alla chiesa, vide Silvestro che non era solito seguire le funzioni sacre se non nelle feste di precetto. La libraia fu ben lieta di trovarlo lì e gli si sedette accanto, non mancando di chiedergli come mai avesse preso parte alla cerimonia.

“Inizia il periodo delle prediche dell’Avvento, no? Sbaglio o questa è già la seconda domenica?” iniziò a spiegare sottovoce l’uomo “Siccome la nostra città è tanto rinomata per le prediche di questo periodo, ero curioso di sentirne qualcuna e poter giudicare.”

Dopo una breve pausa chiese: “Come stai?”

“Molto bene…”

Albina non poté terminare la frase, infatti l’organo iniziò a suonare e la messa ebbe inizio.

La chiesa era, all’esterno, di un barocco emiliano, invece all’interno in stile neoclassico, con una tipica pianta a croce latina, divisa in tre navate, con cinque piccoli altari laterali, sia a destra che a sinistra, oltre ai due un poco più grandi costruiti alle due estremità del transetto; nell’abside vi era il posto per il coro. Vi erano quadri discreti, l’unico capolavoro che era passato in quella chiesa era stato un’opera del Correggio, che tuttavia decenni prima era stata venduta a Dresda dal Duca di Modena e Reggio.

Si stava cantando il Gloria quando entrò silenziosamente Giangiove e si sedette accanto a Silvestro.

In uno degli altarini laterali c’era anche un dipinto di Ludovico Carracci. Vi erano anche sculture dei locali Bartolomeo Spani e Prospero Sogari, detto il Clemente. Le pareti e i soffitti erano bianchi, solo la cupola e l’abside presentavano affreschi che raffiguravano il Giudizio Universale.

Don Ronzoni salì sul pulpito in legno scuro, posto a metà della navata centrale, e iniziò la sua predica: “Oggi abbiamo letto il Vangelo di Matteo, capitolo tre, versetti dall’uno al dodici. Abbiamo visto uno dei personaggi più importanti del Nuovo Testamento: Giovanni il Battista, forse troppo poco tenuto in considerazione dai nostri contemporanei. All’epoca, tuttavia, era noto a molti in Giudea, ove conduceva la sua opera di conversione. Ahimè, oggigiorno non basterebbe tutta l’acqua del Giordano per poter battezzare la miriade di miscredenti e di empi che popolano la nostra nazione. Uomini corrotti, che si fingono credenti od atei dichiarati che non hanno alcun rispetto per la Sacra Istituzione di San Pietro, ci governano e decidono dei nostri destini. L’epoca delle scienze e dei lumi ha portato al degrado dei costumi, all’abbandono della moralità; ma perché mai il progresso tecnologico deve screditare la Chiesa? Non si può forse credere in Dio e nella scienza? Io dico di sì.”

“Se lo sentisse il Papa!” sussurrò Giangiove all’orecchio di Silvestro.

“Ma gli adoratori di Mammona sono più ciechi di ogni altro a questo mondo. Si dicono illuminati, illuministi, ma in realtà brancolano nel buio, tra le tenebre del peccato. Vogliono dimostrare che Dio non esiste e cosa ottengono in questo modo? Nulla. A causa di gente come loro si fa sempre più strada l’abolizione dei concetti di Bene e di Male e questo, figli miei, è il più terribile successo di Satana. Senza più una bussola ad indicare ciò che giusto e ciò che è sbagliato, gli uomini si abbandonano ad ogni eccesso e si predispongono da soli la strada per la rovina.” -iniziò ad assumere un tono grave: “Voglio ricordare la tragica morte del nostro concittadino Erio Sassi, forse non era un brav’uomo, ma bisognava proprio ucciderlo?” -la voce era carica d’ardore, come di una rabbia implorante- “Quale anima corrotta può compiere una simile ed empia azione senza, provarne rimorso? Possibile che costui non si senta in colpa per aver ammazzato un altro figlio di Dio? Perché non cerca il perdono del Padre Nostro? Io, ora, mi rivolgo a tutti voi, ma in particolar modo a quest’assassino e gli dico: Convertiti! Ascolta la voce di colui che grida nel deserto. Come dice il Vangelo di oggi: Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire al castigo che ormai è vicino? Gesù è pronto al perdono di ciascuno di noi, per qualsiasi azione, purché ci sia sincero pentimento. Chi, invece, non ha rimorso per le proprie scelleratezze, è destinato a bruciare nel fuoco inestinguibile, come la pula. Pentitevi, vi dico, perché se pure riuscirete a farla franca in questa vita, più grave ancora sarà la punizione divina.”

Non aggiunse altro, per qualche secondo vi fu il silenzio più totale, tutti erano stati colpiti da quelle parole che, diversamente dal volere comune, non invocavano la vendetta mascherata da giustizia, bensì il perdono. A rompere quel momento di stasi fu il diacono che iniziò a recitare il Credo. La funzione proseguì come di consueto, ma terminata la messa molti andarono a congratularsi col parroco per quell’omelia così toccante. Forse l’assassino non era in chiesa quel giorno, o forse non era stato colpito da quelle parole, poiché nessuno andò a confessare omicidi, né quel giorno, né i seguenti.

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