Fiabe · Natale

Peder Nadel: le origini

C’era una volta un uomo che viveva con la moglie e i figli in un palazzo di via san Carlo, quella strada che ora da piazza Fontanesi va verso via Toschi, ma all’epoca era ben diversa!
Non vi era la piazza alberata che noi conosciamo, bensì il convento di Santa Maddalena, mentre la via era attraversata dal Canale Maestro che, passando sotto il bastione della vecchia Porta Castello, ormai già diventata residenza dei marchesi Gabbi, riemergeva poi al di qua delle mura e scorreva per la città, fornendo approvvigionamento d’acqua indispensabile sia per l’irrigazione degli orti, sia per i lavoratori.
Lungo il Canale Maestro si affacciavano molte macellerie, che scaricavano al suo interno il sangue e gli scarti di lavorazione, oltre che le botteghe di chi lavorava la lana.
L’uomo che abitava in questa vivace via era molto ricco poiché dedito a una delle attività più redditizie della città e forse dell’intero ducato. Egli, infatti, produceva seta.
Quando Lucrezia Borgia, moglie del Duca Alfonso I d’Este, era passata in visita a Reggio Emilia, si era accorta che il clima era assai adatto per la crescita e la prosperità dell’albero del gelso e dunque per l’allevamento dei bachi da seta. La Duchessa aveva dunque spronato e sostenuto i Reggiani che avevano deciso di dedicarsi all’industria della seta.
Quest’uomo che viveva in via San Carlo fu uno dei primi a raccogliere l’invito e quindi divenne presto ricco e assai famoso: produceva seta molto pregiata, liscia più di ogni altra, leggerissima e sottile al tatto, lucida che pareva riflettere i raggi del Sole e incredibilmente resistente. L’uomo, poi, la tingeva con colori preziosi e inventava motivi e decorazioni per abbellirla.
La sua seta era famosa in tutta Europa e forse anche oltre, i campionari delle sue merci circolavano per tutte le capitali e le città più importanti e lui riceveva ordinazioni dalle corti di ogni regno.
Il denaro, tuttavia, non aveva corrotto quest’uomo dal cuore generoso che non divenne mai arrogante o superbo e che era sempre disponibile per aiutare i suoi amici o chi si rivolgeva a lui.
La sua gioia maggiore non stava nelle ricchezze, bensì nella famiglia: non vi era per lui soddisfazione maggiore che quella di giocare con i figli, aiutarli nello studio e dividere la propria vita con la moglie, che tanto amava.
Ogni volta che ne aveva l’occasione, quest’uomo organizzava feste o banchetti a cui invitava numerosissime persone, non per ostentare il proprio rango, ma per condividere la propria felicità con gli altri. Vi erano, però, due feste che prediligeva sopra le altre: la ricorrenza del patrono della città, San Prospero, e il Natale.
Egli era molto devoto al santo patrono e spesso nelle preghiere si rivolgeva a lui, gli affidava le sue preoccupazioni, gli chiedeva consiglio, gli chiedeva grazie ed intercessioni.
Il Natale, invece, era un periodo che lo colmava sempre di gioia, non solo per il significato religioso, ma perché vedeva davvero la gente più buona e più allegra. Sembrava che una strana euforia cogliesse la città dopo il venti di dicembre, tutti diventavano più sorridenti e accoglievano la vita con maggior leggerezza, dimenticavano l’ira e accantonavano l’avidità. Quella manciata di giorni faceva capire a quell’uomo che, in mezzo a tanto dolore e crudeltà tipiche degli umani, non tutto era perduto, che le braci della bontà ardevano sempre, anche sotto le ceneri della guerra e della sopraffazione, che c’era ancora una speranza per un mondo migliore. Per questo egli amava tanto il Natale.
Gli anni, tuttavia, passavano e il tempo, nel bene o nel male, cambia sempre le cose.
La moglie dell’uomo si ammalò e dopo pochi mesi morì. Le tre figlie si erano sposate e vivevano altrove, mentre i due figli si dedicavano a mandare avanti l’industria di famiglia e spesso erano in viaggio per concludere affari o studiare nuove tecniche per migliorare la nuova industria. Nessuno di loro dimenticava il padre che, nonostante ciò, si sentiva comunque molto solo.

Non provava più la stessa gioia di una volta alle feste tra amici, sentiva che mancava qualcosa, ma non capiva di che si trattasse e lo cercava invano.
Una vigilia di Natale, dopo un pranzo con gli amici che non aveva percepito diverso da qualsiasi altro ritrovo durante il resto dell’anno, l’uomo decise di prendere il suo tabarro bordeaux, calcarsi in testa il cappello a larghe falde e camminare un poco, non solo per digerire, ma soprattutto riflettere: che cosa si era perso?

Non riusciva a capire il motivo del vuoto che da giorni lo tormentato, ogni cosa gli pareva priva d’importanza, tutto gli appariva superficiale. Più ci pensava, più si perdeva nei labirinti della sua mente e delle sue emozioni e non riusciva a trovare alcun sollievo. Dentro di sé non trovava altro che dubbi e tristezza, quindi decise di far tacere la propria mente e guardarsi attorno: forse sui volti degli uomini avrebbe ritrovato ciò che sentiva di aver smarrito.

Passeggiando, incontrò persone d’ogni tipo; molti si affrettavano alla ricerca di doni, apparendo quasi nervosi, mentre alcuni poveri chiedevano l’elemosina in maniera piuttosto arrogante e pretenziosa.
L’uomo, a quella vista, si sentì disgustato e decise di uscire dalle mura della città e dirigersi verso la campagna. Sulla sua strada incontrò allora un vecchio che con gran fatica trascinava un sacco di grano che voleva far macinare al mulino. L’uomo ricco decise di aiutarlo: prese il sacco per un lato e lo accompagnò fino dal mugnaio, poi gli lasciò qualche moneta affinché potesse farsi prestare un asino, quando fosse andato a ritirare la farina.
Intanto, il Sole cominciava a calare e la nebbia iniziava a spandersi lentamente.
L’uomo continuò la sua passeggiata e dopo non molto vide un giovane malato, tremare per il freddo, avvolto in un vecchio telo sgualcito e strappato che forse molti decenni prima era stato un mantello. Il ricco, allora, decise di togliersi il suo tabarro e proporre al malato uno scambio e così avvenne.
L’uomo camminò ancora, passò vicino a una pieve e vide una donna posare un lumino vicino ad una lapide del piccolo cimitero che attorniava quella chiesetta. Era silenziosa, raccolta in preghiera, ma nei suoi occhi si intravedeva la speranza.
Egli la osservò da lontano, senza avvicinarsi, ma fu certo di una cosa: quella era la prima persona sorridente che aveva visto da quando era uscito di casa quel giorno.
Non aveva per nulla voglia di tornare in città, nonostante la nebbia fosse ormai diventata molto fitta e il Sole fosse quasi del tutto tramontato.
L’uomo continuò ad errare per le campagne, domandandosi: “Che cosa ho perso? Che cos’ha perso il Natale? In città tutti sembrano muoversi per consuetudine, senza più sentire nulla, mentre fuori dalle mura c’è solo sofferenza, vecchiaia, malattia e morte. Ho provato a ritrovare il Natale che festeggiavo una volta, eppure non c’è più.”
Fu allora che, tra la nebbia, apparve uno strano bagliore.
L’uomo ne rimase dapprima abbagliato e si spaventò: che cosa poteva mai essere?
Decise poi di avvicinarsi per scoprire cosa si celasse dietro quel mistero e, mosso qualche passo in direzione della luce, iniziò a distinguere la figura di un uomo che stringeva un pastorale e in testa aveva una mitra.
Quando gli fu di fronte, l’uomo rimase sbalordito: era in presenza dell’arcivescovo San Prospero!
Il Santo patrono gli fece una carezza sul volto e gli disse: “Amico mio, mio buon devoto, dimmi: che cos’è che ti affligge? Ti sei sempre confidato con me, parlami ancora.”
Sforzandosi di vincere lo stupore, l’uomo rispose: “Ho perso la felicità nel festeggiare il Natale e pare l’abbiano persa anche gli altri. Trovarmi coi miei amici, come ho sempre fatto, non mi dà più la gioia di un tempo. Una volta c’era qualcosa che rendeva davvero speciale queste feste, ora non le trovo differenti da compleanni o altre occasioni. Cos’è successo?”
“Mio buon amico, il nostro Salvatore Gesù, quando è nato, si è mostrato innanzitutto ai pastori, ai più umili, poiché essi avevano maggior bisogno del suo aiuto e dunque erano disposti a credere. Gli abitanti di Gerusalemme, invece, con la pancia piena e l’abbondanza, non si sono neppure accorti della sua nascita e non si sono mossi a cercarlo, neppure dopo che i magi gliene parlarono. Tu che festeggi con i tuoi amici ricchi, sempre sereni e tranquilli, privi di afflizioni, come puoi pensare di cogliere la felicità del Natale? Se dai uno zampone a chi può averlo sempre, gli strapperai un vago sorriso e un grazie, ma se lo doni a chi non ne ha mai potuto avere uno, la faccenda è ben diversa. Tutti noi abbiamo bisogno del Dono del Natale, ma molti non riescono ad accoglierlo e rimangono sordi. Festeggia con chi sa di averne necessità.”
“Ho capito, devo rivolgere i miei regali ai poveri e a chi non ha nulla. Siete certo, San Prospero, che questo basterà? Li farò felici per qualche ora, ma poi tutto tornerà come prima? È nei regali fatti alle persone bisognose il senso del Natale? Eppure non mi sembra che prima io lo vivessi così.”
“Infatti, amico caro, non si tratta di regali ma del Dono per eccellenza. Qual è stata la persona più felice che hai visto oggi?”
“Una donna che accendeva candele al cimitero.”
“Sai perché era felice?”
“No.”
“È felice perché spera: ha perso i suoi famigliari, ma crede in Dio, crede nella resurrezione, sa che prima o poi si ricongiungerà con loro e dunque non li ha persi. Nell’afflizione, ha trovato ciò in cui sperare e che dunque la rende felice. Condivide la sua speranza con altre persone, le aiuta, dona loro forza e fiducia. Grazie al suo sorriso e al suo sostegno, molti non si sono arresi ai mali della vita e hanno trovato l’energia di resistere, di andare avanti, di combattere l’oscurità nelle proprie menti che tentava di affondarli e così hanno potuto trovare la felicità là dove pare esserci solo desolazione. La speranza è il regalo che Gesù ha fatto all’umanità e che gli uomini devono scambiarsi e, ovviamente, è più semplice dare speranza a chi è consapevole della propria miseria, piuttosto che a chi ha la presunzione di credersi felice e completo.”
“Come posso donare speranza?”
“L’hai già fatto oggi.”
“Davvero?”
“L’anziano che hai aiutato a trasportare il sacco di grano, ora sa che non tutti lo disprezzano perché non è più forte come una volta e che non dovrà affrontare quel che resta della sua vita da solo. Il malato con cui hai scambiato il tuo tabarro, ora sa che forse riuscirà a sopravvivere all’inverno e che a primavera potrà tornare a lavorare come bracciante per sfamare i suoi figli. Una buona azione, un regalo, fatto al momento giusto, genera speranza ed essa è la forza che spinge gli uomini ad andare avanti, a non cedere alle tentazioni, alle paure o al dolore. La speranza può impedire all’aspirante suicida di tagliarsi le vene, può evitare che il disoccupato si dia al ladrocinio, può rendere gli uomini più comprensivi verso chi chiede aiuto in modo sbagliato, può aiutare il malato a lottare per la vita, può spingere gli oppressi ad alzare la testa.”
“Avete ragione. Cercherò dove si annida la disperazione e porterò a quelle persone un regalo che possa essere luce della speranza, una corda per non cadere nel baratro; la mia industria mi rende bene e non avrò problemi ad aiutare tutti quanti. Andrò ovunque.”
“Mio buon devoto, non esagerare! Forse ignori quanti bisognosi ci siano? Non è necessario andare in capo al mondo per trovarli. Ti affido Reggio Emilia, sia questa la città dove porterai la speranza, da ora e per ogni Natale dell’avvenire. Tu sarai Peder Nadel.”

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