Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Santa Lucia

CAPITOLO 8: Santa Lucia

 

Era un mercoledì, era già passata più di un’ora dopo mezzogiorno, concluse le lezioni a scuola, Andrea non si diresse subito verso casa, ma si recò presso il Caffè gestito dai propri genitori. Erano trascorsi alcuni giorni dall’ultima volta in cui il professore aveva visto i propri famigliari, per cui aveva deciso di andare a far loro una rapida visita e invitarli a cena. Arrivato al Caffè Milano, si avvicinò al bancone, vi appoggiò i gomiti sopra e, riconoscendo che la cameriera che gli dava le spalle era sua sorella Laura, la salutò allegramente. La donna, non più giovane, si voltò e sorrise vedendo il fratellino che lei stessa aveva allattato. S’informarono reciprocamente di come stessero e se in famiglia fosse tutto sereno. Mentre conversavano piacevolmente, Laura non si era fermata bensì continuava a preparare le varie bevande ordinate dai clienti; arrivò al banco un’altra loro sorella, che teneva in mano un vassoio colmo di stoviglie sporche, e disse: “Tavolo cinque, un triplo whiskey. Uh, ciao Andrea, non ti avevo visto.”

“Grazie, Teresa.” scherzò lui e ricambiò il saluto.

“Al tavolo cinque c’è il tuo amico.” lo informò la sorella “Quello che è dappertutto, che entra in ogni associazione…. Quello con cui fai sempre discorsi senza capo né coda.”

“Naborre!” esclamò tristemente meravigliato il giovane.

“Sì, esatto, proprio lui!” confermò Teresa “Non mi veniva il nome… Comunque è già il quarto bicchiere che ordina: è in lutto o una donna gli ha spezzato il cuore?”

“Ahimè non lo so” mormorò Andrea “Non c’è verso di farlo parlare, ma sono sicuro che non si tratti di questioni d’amore: è lui che fa disperare le donne, non il contrario.”

Si rivolse poi alla sorella dietro al bancone: “Laura, lascia perdere il whiskey, non servirgli più una goccia d’alcol fino a un mio nuovo ordine. Adesso preparami due bicchieri di succo di mirtillo, ci penso io a lui.”

La donna non replicò ed obbedì. Balletti prese i due bicchieri e andò verso il tavolo cinque, vi vide appoggiati sopra tre bicchierini vuoti, una copia de L’Italia Centrale e una pila di temi degli scolari di Naborre, il quale ne stava leggendo e correggendo uno.

Senza che l’amico si fosse accorto di lui, Andrea esordì: “Mi spiace signore, abbiamo finito il whiskey e qualsiasi altro alcolico. La casa è però lieta di offrirle dell’ottimo succo di mirtillo.”

Campanini alzò la testa, vide e riconobbe l’amico e scherzosamente lo mandò al diavolo nella maniera degli antichi Greci: “Ball’eis korakas!”

“Non ti hanno mai detto che non è opportuno rettificare i compiti da ubriachi?” gli domandò l’altro celiando e sedendosi accanto a lui e appoggiando i due bicchieroni sul tavolo.

“Sono comunque più corretti rispetto agli originali. I miei studenti mi apprezzano molto, è vero, ma poi non mi danno mai retta nello scrivere i temi.” appoggiò lo scritto che stava esaminando in cima al plico, che ripose per intero nella propria borsa. Dopo di che prese un bicchiere, sorseggiò un poco e chiese: “Allora che mi racconti?”

“Nulla di particolare. Che cosa dice il giornale?”

“Niente.” rispose con un vago senso di noia Campanini.

“Come sarebbe a dire niente?” chiese stupito Andrea, che esagerava le proprie emozioni nel tentativo di scuotere un poco e far sorridere l’amico.

“Si ostinano ancora ad ammorbarci con l’omicidio del Sassi. Pericle appestato! Quel poveraccio non può avere pace neppure da morto.” si lamentò Campanini che, imbronciato, fissava il proprio bicchiere senza bere “Si scoprono più altarini adesso di quando era vivo e invece di tenersi queste questioni private per sé, i Carabinieri le riferiscono ai giornalisti che le divulgano ai quattro venti e ormai chiunque in città sa vita, morte e miracoli del Sassi.” poi si fece parecchio solenne “Non Shakespeare, ma i giornalisti sono gli autori di Tanto rumore per nulla.”

“In altri casi ti darei perfettamente ragione, ma qui si tratta di un omicidio” contestò Balletti, ma poi si accorse di come lo amico lo stesse scrutando male “In effetti, forse, è vero, stanno insistendo troppo con questa faccenda.”

Naborre rimase pensoso qualche attimo, poi disse: “D’interessante c’era solo l’editoriale di Silvestro, ma siccome non ricordo neppure di cosa parli, non deve essere poi così interessante.”

“O forse hai bevuto un po’ troppo e hai la memoria annebbiata.” insinuò Andrea.

“Ma sì, forse parleva di Depretis e dei problemi con Nicotera.”

Balletti bevve un poco di succo, si guardava intorno per il locale affollato, in cerca d’ispirazione per avviare una buona conversazione.

“Comunque, io non bevo mai troppo.” si difese l’altro, incrociando le braccia sul tavolo “Bah, il Direttore si procurerà pure molti lettori con la questione dell’omicidio, tuttavia, se continua in questo modo, perderà quelli più affezionati, come me.”

“Non è colpa sua, è colpa della gente.” sentenziò un po’ distrattamente l’amico accarezzandosi le basette “Le persone vogliono scoprire ogni cosa della vita privata degli assassinati, per avere la certezza che fossero esattamente come loro. Vogliono accertarsi che la vittima fosse una persona normale e, soprattutto, innocente, in modo tale da sentirsi autorizzati a condannare e punire il colpevole. Ammesso che lo si trovi.” si era fatto un po’ scuro in volto, erano pensieri che gli facevano male “Vogliono essere certi che ci sia il bene da una parte e il male dall’altra per poter sfogare la propria violenza repressa tramite il mezzo della giustizia.”

“Il Sassi non era certo un santo, però, ed è proprio questo che sta emergendo dalle indagini.” osservò Naborre.

“Giusto. Infatti, molti iniziano a simpatizzare per l’assassino: dicono che avrà avuto i suoi buoni motivi, che probabilmente l’omicidio era l’unico mezzo che aveva per liberarsi dal potere malvagio esercitato dal Sassi.” bevve un sorso di succo “Visto? Ritorna sempre il concetto di bene opposto al male.”

“Secondo me le persone si appassionano tanto a un omicidio, solo perché il seguire le indagini è un evento collettivo.” dichiarò veementemente Campanini.

Poi si spiegò meglio: “È lo stesso esatto motivo per il quale la gente si omologa, ama gli sport di squadra, segue mode, entra in sette, strane società e gruppi vari.”

Andrea guardava l’amico interrogativamente e si grattava le basette.

“Agisce così per sentirsi parte di qualcosa. Non vuole sentirsi sola. Si sente sperduta e inutile, se si analizza nella propria individualità. Ha invece un senso di sicurezza e di finalità, se appartiene a un gruppo, a un qualcosa più grande di sé. Capisci?”

“Sì” ammise Andrea un po’ amareggiato “È una ricerca di paradiso in Terra.” sospirò “Una volta, quand’ero bambino, poco dopo che era morto mio fratello, chiesi al mio parroco se Giovanni esistesse ancora, oppure no.”

La voce gli si faceva scura.

“Mi disse che egli esisteva e non esisteva allo stesso tempo. Mio fratello esisteva in Dio, ma non era più un singolo individuo, bensì parte di nostro Signore.”

Tacque un poco

“All’epoca mi spaventai: non potevo tollerare il fatto di non esistere più come persona, dopo la morte. Adesso, invece, mi capita talvolta di desiderare di dissolvermi in qualcosa di più grande.”

“Ed è esattamente così che mi sento io.” confessò Naborre “Temo e cerco l’oblio al medesimo tempo.”

“E per perderti come individuo, ti ubriachi fino a perdere la coscienza di te stesso?” chiese Balletti, speranzoso di aver trovato il problema che affliggeva l’amico.

“No.”

Naborre vuotò con un’ultima lunga sorsata, il bicchiere, si alzò in piedi ed uscì.

Andrea rimase seduto al tavolo immalinconito, dopo qualche minuto si levò a propria volta, pagò il conto, salutò sorelle e genitori e tornò a casa.

 

La casa di Dora si trovava sopra alla boutique di famiglia, era un appartamento bello e ampio, aveva un salotto che pure fungeva da sala da pranzo, una cucina, quattro camere da letto e un bagno. La giovane sarta e la sua amica libraia si trovavano nella stanza della prima, entrambe stavano in piedi e avevano davanti a sé un leggio con spartito. Albina stringeva tra il mento e la spalla un violino, con la sinistra appoggiava e alzava rapidamente le dita sulle quattro corde, con la destra muoveva con eleganza e delicatezza l’archetto; la bionda, invece, cantava con la sua voce così melodiosa ed intonata che non pareva poter provenire da un essere umano. Erano intente in questo duetto, quando udirono una voce famigliare che strillava il nome di Dora, giù in strada. La mora depose lo strumento, mentre la padrona di casa apriva i vetri della finestra e si affacciava. Guardò in basso e, come si aspettava, vide Duccio che le urlò: “Scendi, ho qualcosa d’incredibile da raccontarti.”

“Sali tu che è più comodo.”

Il giornalista diciottenne non se lo fece ripetere e subito raggiunse le due amiche. Dora fece accomodare gli ospiti in cucina e offrì loro dei biscotti, mentre metteva dell’acqua a bollire per fare il tè.

“Gentili donzelle, ho importanti novità riguardanti l’omicidio del Sassi.” iniziò a vantarsi Duccio, al settimo cielo per la scoperta fatta e orgoglioso del proprio buon operato “Dopo diciotto giorni dal ritrovamento del cadavere, finalmente qualcuno ha parlato. Indovinereste chi? No, ve lo dico io: Don Ronzoni!”

“Il parroco di San Prospero?” s’informò Dora.

“Sì, sì.” confermò Albina, poi le sorse un dubbio ed aggiunse: “Ma era alla cena della Società del Pito quella sera…”

“Sì, appunto.” la zittì il giornalista, un poco seccato di essere stato interrotto, dopo riprese con entusiasmo: “Questa mattina mi ha inviato un biglietto dicendomi che aveva alcune rivelazioni da fare, asserendo che, finora, aveva taciuto nella speranza che l’omicida andasse a confessarsi, ma purtroppo ciò non è avvenuto. Cielo d’Alcamo!” si fregò le mani per la contentezza “Per cui oggi sono andato da lui e l’ho intervistato, poi son subito venuto qui, pensavo vi facesse piacere avere l’anteprima.”

Entrambe le giovani annuirono, così Duccio raccontò: “Dunque, ha detto che mentre usciva da sotto Broletto per andare a Palazzo Rangone, aveva scorto una luce ferma, più in là nella piazza. Gli era sembrato strano, per cui si era avvicinato, aveva visto Erio, lo aveva salutato e gli aveva chiesto come mai si trovasse lì. Il disgraziato, ignaro dell’imminente sciagura (sto già pensando alle parole da usare nell’articolo per commuovere i lettori) gli ha risposto tranquillamente che stava aspettando un amico con cui sarebbe poi giunto alla cena della Società. Purtroppo non ne ha fatto il nome, l’ha solo definito un grafomane.”

Riprese un attimo fiato, poi serio e contento riassunse: “Per cui, siccome era già stato accertato che non trattasi di rapina, possiamo affermare che l’assassino presumibilmente faccia parte della Società del Pito, ma non possiamo sapere se abbia preso parte alla cena oppure no. Inoltre, possiamo desumere anche che sia una persona che per mestiere o per diletto, scriva molto: un professore? Un letterato? Un poeta? Un tipografo? Mah, lo scopriremo. Solo di una cosa siamo certi: è un uomo.” si godette il proprio momento di gloria.

Bevve alcuni sorsi di tè e poi aggiunse soddisfatto: “Credo proprio che il Direttore Silvestro sarà compiaciuto del mio operato.”

 

L’articolo del 13-12-1877, pubblicato su L’Italia Centrale, riaccese l’interesse per l’omicidio: la folla ha bisogno di essere nutrita di nuovi elementi costantemente per prestare attenzione a qualcosa, la gente vuole trovare un colpevole contro cui sfogare la propria rabbia e sentirsi laicamente assolta delle proprie malefatte. Se il crimine non è particolarmente efferato, allora si preferisce l’indagine: è come leggere un poliziesco, ma senza dover sopportare centinaia di pagine. Le persone si erano dunque risvegliate dal torpore, tirarono fuori dal dimenticatoio il caso Sassi e presero a mormorare i nomi di molti benestanti, dei più ricchi e degli altolocati della città.

Tutti questi uomini chiamati in causa presto si erano chiusi in casa per evitare gli sguardi e i borbottii della folla, solo pochi non si curavano delle chiacchiere della plebe e anche in quel giorno mostravano la loro faccia altera in giro, tra questi c’erano Silvestro e Giangiove, che nel tardo pomeriggio si erano fermati proprio presso la fucina di Ivano per far riferrare i cavalli. Il maniscalco compì diligentemente il proprio lavoro e mentre riponeva gli attrezzi, sentì nella stanza accanto i due galantuomini che parlavano tra loro: era la fine di un discorso.

“Allora sei sicuro?” domandava secco il Direttore del giornale.

“Sì, vai sereno, ci penso io. Prima di raggiungere i miei amici passo di là e risolvo la questione.” lo tranquillizzò l’altro, gettò a terra il mozzicone del sigaro; sempre seriamente domandò: “Non rimarremo in pochi?”

“Un cambio generazionale ci vuole, ho già parlato con qualcuno che ti piacerà.” lo rassicurò con voce salda.

“Lo conosco?”

“Sì. A proposito devi dirgli una cosa da parte mia; gli avevo detto d’incontrarci là, ma giacché ci vai tu, digli che mi deve raggiungere al Caffè Camminati.”

“Non mi hai ancora detto chi…” fece osservare Giangiove.

Ivano non sentì il resto del dialogo, infatti un collega lo chiamò nella fucina perché aveva bisogno di una mano.

 

Albina chiuse il negozio, mise le chiavi dentro una tasca del paltò, tenendo stretto in una mano un pacchetto avvolto nella carta da zucchero, si diresse verso la piazza del mercato, detta anche dei leoni per via delle belve in marmo che si ergevano davanti alla basilica di San Prospero. In origine erano stati posti lì come basi delle colonne che avrebbero sorretto un porticato. Purtroppo, non erano mai arrivati i fondi per completare l’opera, quindi i feroci guardiani erano rimasti soli lì, semplicemente come ornamenti e per il divertimento dei bambini e dei ragazzi che vi ci si arrampicavano e fingevano di cavalcarli. Era solito di Reggio Emilia cominciare dei lavori e poi lasciarli incompleti per mancanza di denaro, era capitato anche per la facciata del duomo: la metà superiore era quella originale romanica, spoglia, semplice, con un grosso ed umile rosone centrale e due più piccoli laterali; quella inferiore, invece, era ricoperta di marmo bianco e adorna di statue neoclassiche, sopra al portone erano mollemente adagiati Adamo ed Eva; in fine, in alto vi era una statua in bronzo dorato della Madonna, con ai piedi i due committenti dell’opera; il tutto era sormontato da una torretta ottagonale.

La libraia si era subito diretta verso la basilica di San Prospero, c’erano ancora un paio di venditori ambulanti di immagini sacre e rosari. La giovane, mentre saliva i tre gradini che alzavano l’edificio rispetto al resto della piazza, vide Gabriele che usciva di gran passo dalla chiesa e quasi non si accorse di lei.

“Buonasera” esordì la ragazza, ma il giovane si limitò a un rapido cenno e si allontanò in tutta fretta.

Albina si sentì delusa: credeva che il bancario la corteggiasse, invece in quel momento non l’aveva neppure avuta in nota, inoltre dal loro ultimo incontro, egli non le aveva più neppure scritto un biglietto. La fanciulla entrò nella basilica, s’inginocchiò davanti alla statua del Santo patrono della città e iniziò a pregare. Il vescovo Prospero era vissuto nell’alto medioevo, ai tempi delle invasioni degli Unni, ed era diventato Santo proprio perché tramite le sue preghiere aveva impedito che la città fosse saccheggiata, celandola agli occhi degli invasori facendo calare una fittissima coltre di nebbia. Così, i barbari, non vedendo la città, andarono avanti oltrepassandola e lasciandola, quindi, illesa.

Albina aprì il cartoccio che si era portata dietro e tirò fuori due ceri, li prese e li accese entrambi: uno era per i suoi parenti defunti, in particolare per il suo carissimo nonno materno che l’aveva cresciuta ed era scomparso da pochi mesi, l’altro per quelli ancora vivi.

La famiglia di Albina era sparsa per il mondo, di zii e cugini ne conosceva alcuni che abitavano in provincia, ma con questi aveva contatti sporadici, altri invece si erano trasferiti da diversi anni in altre città. Il padre e il fratello maggiore, ferventi mazziniani, erano dovuti fuggire all’estero. Il genitore aveva avuto una vita molto movimentata: nel 1831 aveva seguito Carlo Zucchi, che tentò di portare la rivolta in tutta l’Emilia e la Romagna, ma era tornato indietro prima dell’assedio di Ancona; nel 1849 era corso a difendere la Repubblica di Roma, ma si era arreso con essa e non aveva neppure seguito Garibaldi nell’inutile marcia verso Venezia. Nonostante queste bellicose azioni, il padre di Albina era potuto rimanere a Reggio, ad allontanarlo era stato il partecipare con il figlio, all’epoca ventenne, alla mancata presa di Roma, tentata da Garibaldi che, purtroppo, aveva subito la tremenda sconfitta di Mentana.

Dopo la battaglia, padre e figlio si erano trovati in una situazione tale da doversi imbarcare su una nave che li aveva sbarcati a Trieste, credendosi ricercati, da lì erano andati in Svizzera, dove pensavano di risiedere momentaneamente, finché non si fossero calmate le acque, ma una volta lì il fratello di Albina si era innamorato della figlia di un contadino, si erano sposati e avevano messo su famiglia e quindi né lui, né il padre erano più tornati a Reggio. Albina teneva un fitto scambio epistolare con i suoi parenti e tre volte aveva passato il periodo estivo presso di loro ma null’altro; essendo morta la madre di tisi quando la libraia aveva meno di dieci anni, a prendersi cura di lei c’era stato il tanto amato nonno. Aveva anche una sorella di un lustro più grande, da alcuni anni sposata con un vasaio e trasferitasi nella zona di Sassuolo, famosa per la lavorazione della ceramica. Una volta morto il nonno, Albina si era ritrovata sola a Reggio e il parente più prossimo che aveva era appunto Silvestro, che tuttavia non si curava troppo della cuginetta, era già molto se le faceva visita una volta al mese, non rispondeva neppure alle lettere che ella gli inviava, però era stato lui a trovarle lavoro.

Ad Albina dispiaceva che egli fosse così distante e non si lasciasse voler bene, ma non se ne doleva più di tanto, poiché in fondo lei aveva un’altra famiglia, quella composta da Dora, Ivano, Duccio, i tre fratelli Catellani: Tombolino, Biagio e Ludovica e i loro genitori, poi c’era anche una famiglia di montanari, i Torri. Tutti cari amici che non la lasciavano mai sola.

La diciannovenne accese, dunque, un cero per i parenti defunti, l’altro per i consanguinei vicini e lontani, ma le scappò un pensiero rivolto a Patroclo, il suo grande amore non corrisposto, che era lontano, per il servizio di leva nell’esercito del regno.

Finite le preghiere, Albina si alzò e andò verso l’uscita; presso il portone incrociò Giangiove che aveva appena attraversato la navata centrale. L’uomo cordialmente le fece un cenno di saluto e le aprì la porta: le buone maniere innanzitutto.

Era imbacuccato per via del freddo e aveva i guanti ben tirati su, lungo il polso, salutò dicendo: “Buona sera, tu sei Albina, giusto? L’amica di Gabriele, la pupilla del Direttore.”

“Sì, esatto.” rispose timidamente la ragazza, che non si aspettava che l’ingegnere si ricordasse di lei, anzi in realtà aveva sperato che non la riconoscesse in quanto quell’uomo, in particolare il suo sguardo, la faceva sentire a disagio.

“Tra poco, al Circolo del Casino, ci troviamo noi giovani della Società del Pito” si interruppe qualche secondo “Vuoi venire anche tu?” tirò fuori un sigaro.

“Grazie per l’invito, ma stasera non posso, ho già altri impegni.”

“Ci saranno anche alcuni tuoi coetanei: Goffredo e i fratelli Franchetti.”

“No, grazie.” ribadì la libraia e se ne andò.

 

Al Circolo del Casino c’era molta allegria quella sera: Goffredo era tutto contento poiché, con grande sorpresa di chiunque, aveva portato il giovane Camillo Prampolini, appena tornato da Roma per le vacanze natalizie, infatti da qualche mese si trovava nella capitale per frequentare lì l’università. I ragazzi erano alquanto festosi nel rivedere l’amico e lo tempestavano di domande su come fosse la vita nella nuova capitale, a questo proposito lo interrogarono anche gli adulti, che solitamente non si curavano troppo dei più giovani.

Una volta che Camillo era stato monopolizzato dagli altri membri della Società, Goffredo si era messo a parlare coi figli del barone Raimondo Franchetti: Alberto, di diciassette anni, Edoardo e Giorgio, che era il più piccolo lì in mezzo: aveva solo dodici anni. Bene inteso gli affiliati della Società del Pito erano tutti adulti, i minorenni che frequentavano i suoi luoghi e i suoi eventi, ovviamente, erano soltanto i figli dei soci.

L’aspirante avvocato e i tre baronetti erano sempre stati grandi amici, in realtà spesso litigavano, ma poi si riappacificavano quasi subito. I Franchetti erano molto popolari, erano giovani sempre circondati da amici, avevano poi i loro prediletti, ma non per questo trascuravano i rapporti con gli altri, purché fosse gente in grana, poiché non si poteva mai sapere quando e chi sarebbe loro tornato utile.

Quella sera, tra i giovanissimi, c’era pure Ettore, che tanto aveva supplicato lo zio che alla fine Andrea aveva acconsentito a portarlo con sé a quel ritrovo. Da alcuni mesi il quattordicenne immaginava la vita da membro della Società del Pito, sognava i fasti, i ricevimenti, l’eleganza, il discorrere d’argomenti dotti o quotidiani con un linguaggio forbito. Era tutto come si aspettava: gente in abito elegante, ambiente raffinato, quasi sempre una musica di sottofondo, infatti era comune tra gli alto borghesi saper suonare il pianoforte e dunque spesso qualcuno si sedeva a deliziare gli altri con qualche melodia.

Alberto era un bravissimo suonatore, aveva ereditato la passione dalla madre. Talvolta, quando i giovanissimi si ritrovavano, facevano venire a suonare anche due conoscenti del conservatorio di Bologna: Vincenzo Gianferrari, il cui strumento era però il violino, e Guglielmo Mattioli, ormai già ventenne e spesso in giro per i teatri. In tali occasioni, oltre a suonare le opere dei più grandi compositori del passato e di quei tempi, si dava spazio anche alle musiche del maestro locale, Achille Peri.

Quella sera se ne stavano seduti su poltrone, attorno a un tavolino, Goffredo, Ettore e i Franchetti, poco più tardi li avrebbe raggiunti pure Camillo, che si lamentò di aver dovuto battibeccare, quel pomeriggio, con un ragazzino che aveva incrociato per strada, uno sbandato, forse di nome Luigi: per levarselo dai piedi aveva dovuto addirittura agitare il bastone da passeggio!

Alternandosi al bigliardo, invece, si intrattenevano Antonio, Andrea, Ruggero, Naborre e Giangiove che era arrivato da pochi minuti.

Quando le campane di San Francesco suonarono le ventuno e trenta, ecco giungere Gabriele, aveva fatto una corsa per arrivare lì, per cui aveva un po’ il fiato corto, ma non era solo questo a rendergli strano il volto, v’era anche una bizzarra emozione, inconsueta, un misto di stupore e timore.

Ruggero gli andò incontro domandandogli bonariamente la ragione dell’insolito ritardo.

“Mi sono dovuto fermare a parlare di affari.” rispose evasivo il bancario, appoggiando il tabarro all’attaccapanni, dopo di ché lanciò un’occhiata a Giangiove che approvò celatamente con un battito di ciglia.

L’ingegnere, poi, gli si avvicinò e disse con la solita voce calda e profonda: “Scusate se vi rubo subito il nostro amico, ma abbisogno di parlargli con una certa urgenza.”

I due rimasero in disparte per una decina di minuti, poi si ricongiunsero con gli altri. Antonio, il medico, era seduto ad un tavolino, Ruggero e Naborre giocavano a bigliardo senza impegno.

“Nino, hai letto quel libro che ti ho prestato?” chiese distrattamente Andrea, mentre cercava un mazzo di carte.

“Non ancora, non ho avuto tempo.”

Giangiove, che si era appena seduto su una poltroncina, sbuffò e si accese un sigaro.

“Sono stato notevolmente impegnato in questo periodo e poi, l’insonnia, sai com’è, Pericle appestatissimo!” si giustificò Campanini, appoggiato al tavolo da bigliardo, gli era perfino caduta a terra la stecca. Effettivamente aveva delle vistose occhiaie.

“Naborre, una domanda!” gli si rivolse Ruggero che teneva in mano una stecca, ma, invece di giocare sul tavolo verde, si divertiva a farla ruotare per aria “Non ho mai capito perché usi quell’espressione: Pericle appestato, che significa?”

“Nulla in particolare.” spiegò Campanini scuotendo le spalle “Non rammento come sia nata, la uso da anni.”

“Perdona l’ignoranza, ma non riesco a ricordare chi era Pericle, proprio mi sfugge, accidenti, e poi, poveretto, perché appestato?”

Giangiove quasi inorridì nel sentir porre quel quesito, buttò fuori una boccata di fumo e si appoggiò una mano sulla fronte.

“Pericle è stato un grande statista ateniese e, pace all’anima sua, è morto di peste.” spiegò Naborre raddrizzandosi e raccolse la stecca che aveva lasciato cadere poco prima, dopo iniziò a girare intorno al tavolo, scrutando le palline.

“Peste ad Atene?” si meravigliò Ruggero “Credevo fosse tipica del nostro medioevo.”

“Beh la nostra è più famosa” intervenne Andrea, che si accarezzò le basette e dopo prese a mescolare le carte che finalmente aveva trovato “Ve ne sono state, tuttavia, alcune epidemie anche ai tempi dei Romani e, appunto, nell’antica Grecia, ai tempi della guerra del Peloponneso.”

“Devi sapere” Naborre si sistemò meglio sulla sedia per raccontare più facilmente e comodo “Che dopo le guerre con la Persia, Sparta e Atene si contendevano l’egemonia sulla Grecia e costrinsero le città stato a schierarsi dalla parte dell’una o dell’altra.”

“I Meli, poveretti!” esclamò Andrea “Gli abitanti dell’isoletta di Melo, piccola e insignificante in verità, se ne volevano rimanere neutrali. Gli Ateniesi, invece, furono tremendi nel dir loro: o siete con noi o contro di noi.”

“Esattamente” -onfermò l’archeologo “Tornando a Pericle…”

“Tapiro!” gridò improvvisamente Giangiove.

Tutti si voltarono a guardare l’ingegnere che, dopo aver dato un paio di boccate al sigaro, si affrettò a spiegare: “Stamattina avevo in mente questo animale, ma proprio non me ne sovveniva il nome.” tacque un attimo, poi pimpante riprese: “Meno male che ora l’ho ricordato.”

Aspirò un poco di fumo e lo buttò fuori “Tapiro.” ripeté annuendo e con un sorriso sulle labbra.

Scosso da un brivido drizzò la schiena e chiese: “Piuttosto, a proposito della Vecchia Camarilla, avete sentito l’ultima trovata del marchese Gherardini? Intendo il padre, non il sindaco.” fece una pausa, almeno per una volta giustificata dal fatto che aspettava una risposta dei suoi interlocutori, poi iniziò a raccontare.

La conversazione iniziò a farsi generale, rilassata e festosa, qualcuno giocava a bigliardo, ma senza tenere il conteggio. Andrea, invece, faceva da mazziere a chi invece voleva giocare a sette e mezzo con le carte. Nonostante il clima allegro e l’ingegnere che lo spronava a rilassarsi, Gabriele non pareva riuscire a non esser teso; per distrarlo, Antonio domandò: “Hai rivisto la ragazza che avevi portato alla scorsa cena?”

“Sì, almeno un paio di volte; inoltre, abbiamo già fissato un altro appuntamento per posdomani.” rispose, un po’ tronfio, il ventiseienne.

“Bene. E chi sarebbe? Quella che ho visto al Caffè, giusto? Di chi è figlia?” volle informarsi Andrea che era curioso di scoprire le tresche del cugino.

“È orfana, poveretta, ma il suo tutore è niente meno che il Direttore Silvestro.” sottolineò l’ultima affermazione come per vantarsene.

“Addirittura? Il Direttore…. Punti in alto.” scherzò il professore e ridacchiò “Dicci tutto.”

“Non c’è nulla da dire.” bofonchiò il bancario “Siamo usciti alcune volte e basta.”

“Non sei nemmeno riuscito a strapparle un bacio?” domandò, canzonandolo, Antonio.

“Macché!” esclamò l’interrogato “Pare educata in un monastero. Composta, per nulla provocante nel modo di fare, pare quasi ingenua a volte…” sospirò “Ed è proprio questo che adoro di lei! Questa sua semplicità, quest’aria fanciullesca e pura.”

“Sangue di Cristo!” esclamò Ruggero che teneva in mano un bicchiere colmo di rhum “Ti sei proprio innamorato: hai preso la rugiada di San Giovanni. Ma se dovessi cambiare idea, non temere: mi occuperò io di consolarla.” strizzò l’occhio destro.

“Non ti azzardare neppure a pensare una cosa simile!” lo rimproverò severamente Gabriele.

“Confermo: sei proprio innamorato.” ribadì Ruggero, scuotendo la testa con disapprovazione.

“Gli conviene” disse Giangiove “È bene che abbia le più nobili intenzioni con questa ragazza. Non vorrà certo subire le ire di Silvestro.” concluse spiritosamente.

“Non vedo con che mezzi potrebbe vendicarsi” replicò Antonio abbandonando la stecca del bigliardo “Tuttavia anch’io ho sempre pensato che sia cosa buona e giusta non inimicarsi il Direttore.” si lasciò poi sfuggire un riso.

“Ma a chi importa del Direttore!” proruppe Ruggero bevendo un sorso “Parlaci della ragazza.”

Continuarono a discorrere non solo di Albina, ma di donne in generale, prendendo in giro, un poco, Giangiove e il Balletti, gli unici già ammogliati e dileggiando pure Naborre, che era il solo a non avere una donna.

In realtà, semplicemente lo rimproveravano per la sua incontentabilità, poiché riusciva a scoprire difetti in ognuna delle tante spasimanti che aveva. In passato ne aveva trovata qualcuna che gli andasse a genio, ma ben presto se ne era stufato e aveva rotto il fidanzamento; in genere frequentava due o tre fanciulle contemporaneamente, senza mai presentarle in grandi occasioni, e portava avanti tali relazioni anche per anni, finché la donna non si stufava e lo abbandonava. Egli non ci rimaneva mai particolarmente male, sapeva benissimo che quelle storie, per quanto lunghe e profonde, non avevano futuro. Gli piaceva sentirsi come un satiro conteso dalle ninfe. Nonostante questo, egli anelava davvero al grande amore, desiderava sposarsi e avere figli, tuttavia proprio non riusciva a trovare, tra le tante innamorate, qualcuna che fosse degna di essere sua moglie e che fosse stata capace di non annoiarlo mai.

Fu una serata divertente e rilassante, durò fino a mezzanotte, o forse anche di più, tranne che per Naborre che in tutta fretta, senza una gran ragione, uscì intorno alle undici e mezza. Andrea si era offerto di accompagnarlo, ma Campanini glielo impedì: voleva uscire da solo e non voleva sentire ragioni.

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