Natale

Peder Nadel: Brosc!

Astro del Ciel

pargol Divin,

mite agnello,

redentor …

Le strade e le case erano riempite dalle canzoni natalizie, sulle bocche di bambini e adulti. Alcune candele erano accese e poste sui davanzali delle finestrelle.

Tutti i Reggiani erano indaffarati: chi in cucina a preparare la cena della Vigilia e mettendosi avanti per il pranzo di Natale, chi intrecciando centri tavola con rametti di pungitopo e pigne, alcuni sistemavano gli ultimi dettagli nei presepi, altri si affrettavano a comprare i regali dell’ultimo momento.

I bambini tenevano nascosta la letterina, ma non quella per Peder Nadel, quella l’avevano spedita già da settimane, bensì una bella lettera, scritta con ottima calligrafia, che avrebbero lasciato sotto il piatto del padre, elencando tutti i buoni propositi per l’anno nuovo.

L’allegria e il fervore per i preparativi finali del Natale 1824 riempivano l’aria e raggiungevano ogni luogo.

Arrivavano pure all’interno dell’osteria Il bue d’oro, affacciata sulla nuovissima piazza che aveva sostituito da pochi anni il convento di Santa Maddalena, vicino a Porta Castello.

La locanda era stata decorata con rametti di alberi sempre verdi e su un piccolo tavolino era stato allestito un presepe essenziale: la Sacra famiglia, un paio di pastori e un venditore di caldarroste. Le statuette erano in terracotta, dipinte a mano.

I proprietari, i signori Salvarani, erano occupati in cucina poiché quella sera avrebbero avuto parecchi clienti. Gli avventori del pomeriggio andavano e venivano in continuazione, portando mille auguri e magari un piccolo pensierino, per lo più frutta secca.

Soltanto uno rimaneva fermo ad un tavolo, davanti ad un bicchiere e una bottiglia di vino che si faceva sostituire ogni volta che la svuotava.

Corpo magro e slanciato, capelli scuri e arruffati, grigio sguardo vacuo, era un cliente abituale. Anzi, era il cliente per eccellenza. Trascorreva intere giornate a Il bue d’oro, spesso era lì sin dal mattino e restava fino al coprifuoco delle 22.

Nessuno sapeva che mestiere facesse, come si procurasse il denaro con cui saldava puntualmente il conto dell’osteria.

Ordinava sempre lambrusco, con cui accompagnava i pranzi e le cene e in cui immergeva il pane il resto del giorno. Se da mangiare c’era una minestra, ecco che lui la correggeva col vino.

Si portava dietro sempre un mazzo di carte e spesso invitava gli altri avventori, amici o sconosciuti non aveva importanza, a giocare assieme a lui e così riempiva mattine e pomeriggi.

Tra un’esclamazione d’esultanza per una buona mano, un rimprovero a chi provava fare segnali, un commento sulle briscole e le scope, di tanto in tanto lo si sentiva gridare: “Dem dal lambrosc!”

Era la sua tipica frase, la ripeteva così spesso che tutti quanti avevano iniziato a chiamarlo Lambrosc, poi abbreviato in Brosc. Lo chiamavano in quel modo da così tanto tempo che si erano perfino scordati il suo vero nome.

A lui non dispiaceva quel soprannome e lo aveva accettato di buon grado.

Nonostante bevesse tutto il giorno, non dava mai segno di scarsa lucidità od ebbrezza e rimaneva fisso nella sua beata flemma. Ogni tanto capitava che qualche commensale si ubriacasse e creasse problemi, comportandosi con fare aggressivo, ma Brosc non si lasciava mai turbare, restava pacato e proferiva qualche parola in grado di acquietare tutti.

Era un uomo semplice e spendeva la sua vita nella locanda.

Quel giorno, però, come sempre accadeva nel periodo natalizio, Brosc era taciturno, teneva lo sguardo fisso al tavolo e non invitava nessuno a sedersi e giocare.

Nessuno conosceva il perché del suo triste umore proprio nel periodo più felice dell’anno, né qualcuno aveva il coraggio di domandarglielo.

Era già metà pomeriggio, quando la signora Salvarani si avvicinò a lui e gli chiese, molto gentilmente, di uscire: dovevano iniziare ad apparecchiare per la grande cena della sera e avevano bisogno anche di quel tavolo.

Brosc annuì, comprendendo la situazione, saldò il conto e uscì. Attraversò la piazza, voltandosi attorno, ma con lo sguardo assente. Arrivato all’angolo su cui si affacciavano via Campo Marzio e Via San Carlo, fiancheggiò il Canale Maestro verso l’interno della città.

Poco più avanti, notò un uomo, avvolto in tabarro color vinaccia, che caricava su un biroccio grossi sacchi traboccanti di pacchetti. Incuriosito, si appoggiò spalle al muro del palazzo della lana, braccia conserte al petto e si soffermò a scrutare che cosa sarebbe accaduto.

Presto l’uomo si mise alla guida del carretto e si mise in viaggio.

Brosc iniziò a seguirlo, ma faticava a stare al passo: il biroccio si muoveva molto rapido, tra le viuzze, nonostante i molti passanti.

Lo vide fermarsi presso alcune case nel quartiere attorno alla chiesa di Santa Teresa: lì c’erano molti indigenti e Brosc notò che gli usci dove il misterioso uomo aveva lasciato dei pacchetti erano quelli dietro a cui vivevano le persone più povere.

Continuò a seguirlo ma, arrivato nei vicoli di Borgo Emilio, lo perse di vista. Brosc non si diede per vinto e continuò ad aggirarsi per le strade, facendo attenzione a non scivolare: ormai il freddo stava ghiacciando le strade.

Infine vide il biroccio del misterioso uomo attraversare l’arco di Porta Santa Croce. Procedeva in gran fretta e, per colpa di una buca o un ostacolo sulla strada, una ruota sobbalzò e uno dei sacchi sistemati più esternamente, cadde dal carretto.

Brosc gridò all’uomo per informarlo che aveva perso qualcosa, ma era troppo lontano e non riuscì a farsi sentire. Allora si sbrigò a raggiungere la Porta per prendere il sacco, prima che se ne appropriasse qualcun altro. Lo trascinò in un angolino e lo aprì con cautela. Dentro vi trovò pacchetti accompagnati da bigliettini con su scritto il destinatario, auguri natalizi e una firma: Peder Nadel.

Brosc sussultò: Pader Nadel? Ma allora esisteva davvero? Ne aveva sentito parlare: un uomo che, la Vigilia, consegnava regali alle famiglie bisognose e disagiate.

Lui non aveva ricevuto mai nulla da quella figura leggendaria, era sempre stato piuttosto bene, e credeva che Peder Nadel fosse solamente una favola. A quanto pareva, invece, aveva visto di persona il benefattore!

Poi un altro pensiero gli balenò nella mente: se uno dei sacchi era caduto dal biroccio, come sarebbero stati consegnati quei doni?

Molte persone non avrebbero ricevuto nulla per colpa di quel piccolo incidente.

Peder Nadel faceva del proprio meglio ma con la popolazione in aumento forse stava lavorando troppo e non riusciva a seguire tutte le richieste.

No. Quei regali sarebbero giunti a destinazione e se Pader Nadel aveva bisogno di aiuto, beh Brosc glielo avrebbe fornito.

Determinato, l’uomo cercò qualcuno che gli affittasse un asinello poi caricò sul suo dorso il sacco e si mise in sella anche lui. La meta era lontana, nell’Appennino!

Brosc procedette senza sosta ed ebbe l’impressione che il mulo avanzasse a grande velocità, senza avvertire il minimo sforzo.

Giunsero nel paesino di montagna quando ormai era scesa la sera. C’era una grande Luna piena i cui raggi argentei rimbalzavano sulla neve depositata al suolo e illuminava l’aria candidamente.

Arrivato alla prima casa, Brosc notò dai vetri solo una flebile luce tremolante, nemmeno un pennacchio leggero usciva dal comignolo.

Non sapeva come dovesse comportarsi, tuttavia prese i cinque pacchetti destinati a quell’abitazione, dalla consistenza morbida si sarebbe detto fossero indumenti pesanti; scese dall’asinello e si ritrovò nella neve fin quasi al ginocchio. Pur indossando un mantello di lana, sentiva un gran freddo e batteva i denti.

Raggiunse la porta e bussò. Dopo qualche istante, un uomo deperito aprì l’uscio e guardò con espressione confusa il sopraggiunto.

“Chi sei?”

Brosc aprì la bocca e per qualche momento non seppe cosa dire, poi rispose: “Devo consegnarvi i doni che Peder Nadel vi manda. È dispiaciuto di non poter essere venuto di persona, ma ha tanto da lavorare.”

L’uomo sulla soglia sorrise e chiamò il resto della famiglia: moglie e tre figli. Sui loro volti si leggevano la sorpresa, la speranza e la gratitudine. Quando dentro trovarono mantelle e tabarri caldi dentro cui avvolgersi, grandi sorrisi apparvero sui loro visi scavati dalla fame e provati dalle difficoltà.

Brosc sentì uno strano calore dentro di sé e qualche lacrima salì verso i suoi occhi.

Si affrettò a salutare, augurare ancora un Buon Natale e poi tornò dall’asinello: aveva ancora molti regali da consegnare.

Trascorse diverse ore a distribuire i pacchetti, alcuni in case umili, altre dove si stava un poco meglio e allora lo invitavano a favorire qualcosa dalla cena che fossero tortelli di zucca, pesce o dolciumi. Brosc accettava in parte con riluttanza: da una parte sentiva la fame, dall’altra si sentiva in colpa a sottrarre del cibo a quelle persone che già avevano poco. Vedeva, però, come era la gente stessa che ci teneva che lui prendesse qualcosa, come a voler ricambiare. Notando quella spontaneità e quel calore, Brosc si lasciò convincere a spiluccare qualcosa, quando gli era offerto, soprattutto gradiva i caldi bicchieri di vin brulé.

Dopo parecchie ore, ogni pacchetto era stato consegnato e Brosc si ritrovava solo con l’asinello, nel cuore dell’Appennino, a guardare il cielo. Forse era passata la mezzanotte.

Non era la prima volta che non festeggiava il Natale e che si ritrovava da solo in quel giorno.

Quella volta, però, c’era qualcosa di diverso. Non era attanagliato dalla solita malinconia e dal rimpianto, bensì un senso di serenità gli colmava il cuore.

Ad un tratto, sentì un lamento provenire da poco lontano. Incuriosito e preoccupato si affrettò a seguire quel suono e trovò Peder Nadel, seduto sul biroccio, che si rimproverava.

“Come ho potuto perdere un sacco? Come ho fatto a non accorgermene? E ora che cosa dirò a queste persone? Come potrò aiutarle?”

Brosc esitò un poco, poi si avvicinò ulteriormente per farsi notare e disse, incerto, non sapeva come dovesse rivolgersi ad una leggenda: “Scusate … ho sentito le vostre parole affrante e … volevo dirvi che non dovete preoccuparvi.”

Peder Nadel lo guardò, sorpreso, e replicò: “Ti ringrazio giovanotto, ricevere conforto fa piacere ed è proprio per questo che mi dispero: non sono riuscito a confortare tutte le persone che avrei voluto. Non ho portato a termine la missione che da oltre un secolo mi prefiggo ogni Vigilia.”

“Vi ripeto, non dovete dolervene poiché nessuna delle persone sulla vostra lista è stata tralasciata. Oggi pomeriggio ho visto un sacco cadere dal vostro carretto e ho deciso di occuparmi io di quelle consegne.”

“Tu?”

“Proprio così.”

“Perché l’hai fatto?”

“Non ho niente da fare in questi giorni. Tra le guerre di Napoleone e le malattie, sono rimasto solo. Mi rattristo molto in questo periodo dell’anno, da quando non ho più una famiglia. Oggi, però, vedere queste persone che soffrono e averle potute aiutare, seppur con un piccolo gesto, mi ha riempito di gioia. Ho sentito di poter fare qualcosa di concreto. I sorrisi con cui sono stato accolto … è stato come essere contagiato dalla felicità di quelle persone, rese liete da un mio gesto. Quindi vorrei ringraziarvi, Peder Nadel, indirettamente mi avete dato la possibilità di trascorrere un bel Natale, di poter ritrovare quel calore che non sentivo da tanto tempo. Grazie.”

Pader Nadel ragionò alcuni momenti e poi disse: “Ti andrebbe di ripeterlo anche l’anno prossimo? La città sta diventando sempre più grande e mi farebbe comodo avere un assistente.”

“Sarebbe un onore per me!” esclamò Brosc, al colmo della felicità.

“Molto bene.” concluse Peder Nadel “Da adesso, tu sarai il mio aiutanti e assieme ci impegneremo per donare un sereno Natale a chi ne ha bisogno.”

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