Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Un altro morto

CAPITOLO 9: Un altro morto

 

La mattina del giorno dopo Santa Lucia, le suore dell’ordine carmelitano, che risiedevano nel monastero della chiesa di Santa Teresa, in prossimità delle mura abbattute, si recarono alla basilica di San Prospero per la confessione mensile.

La madre superiora, non trovando don Ronzoni presso il consueto altare, cercò il sagrestano e gli domandò dove si trovasse il parroco. L’uomo rispose che non lo aveva ancora visto quella mattina, probabilmente si era destato tardi e ora si trovava in sagrestia a vestirsi, per cui andò a chiamarlo. Bussò un paio di volte senza ottenere risposta, infine aprì la porta e vide ciò che mai si sarebbe aspettato di trovare: don Ronzoni steso a terra, con un pugnale cruciforme piantato nel cuore, proprio come era accaduto al Sassi.

L’uomo sbiancò e si fece due o tre volte il segno della croce, prima di chiudere la porta. L’urlo di orrore e sopresa che era uscito dalla sua gola, tuttavia, aveva attirato l’attenzione della madre superiora che si era avvicinata alla sagrestia e aveva fatto in tempo a intravedere il cadavere e tanto le era bastato per sentirsi quasi mancare, per fortuna le altre monache la sorressero e poco dopo cominciarono a recitare un rosaio per l’anima del prete. Il sagrestano, nel mentre, era corso sul sagrato e aveva esortato alcuni passanti a precipitarsi a chiamare il Colonnello Bini.

Più tardi, facendo un sopralluogo, i Carabinieri rinvennero un biglietto anonimo che fissava un incontro col prete a tarda notte per una confessione. Si pensò potesse essere dell’assassino, che aveva dunque tratto il parroco in una trappola, oppure che fosse stato lasciato lì appositamente per depistare le indagini, o ancora poteva anche non c’entrare nulla con la faccenda.

Quel pomeriggio Duccio era depressissimo, aveva il morale sotto ai piedi, mentre era seduto a un tavolo del Caffè Perli, all’angolo tra la via Emilia e via Guido da Castello, famoso perché spesso frequentato dal pittore locale Antonio Fontanesi. Al momento, però, era impossibile incontrarvi l’artista che l’anno prima aveva ottenuto una cattedra per insegnare pittura presso l’Accademia di Tokyo.

Duccio, così si lamentava con Dora ed Albina: “Il Direttore Silvestro è infuriato. Mi ha revocato l’incarico di seguire le indagini, mi ha degradato alla cronaca dei bassifondi… Là si rischia la pelle per un misero articolo… dovrò chiedere informazioni a Luigi…” sbuffò, seccato e preoccupato allo stesso tempo.

“Non capisco perché il tuo direttore si sia adirato così tanto, cara te.” mormorò la sarta in piena tranquillità, mentre faceva ruotare su se stessa la zuccheriera.

“Dice che sono stato un irresponsabile, che è colpa mia se don Ronzoni è morto, che avrei dovuto riferire il nostro colloquio ai Carabinieri e seguire le loro istruzioni, invece così l’assassino, temendo di essere scoperto, ha ucciso il prete prima che ricordasse o rivelasse ulteriori dettagli.”

“Questo, però, è vero.” osservò Albina.

“Cielo d’Alcamo! Io avrei voluto farlo, ma lo stesso don Ronzoni me l’ha vietato, dicendo che, parole sue, il Colonnello Giancarlo Bini non è interessato a risolvere il caso. Avrei voluto scriverlo nell’articolo, ma poi l’ho ritenuto un po’ eccessivo …adesso rimpiango di non averlo fatto. E poi, insomma, il Direttore ha approvato l’articolo, prima della stampa, mica se la può prendere con me!” sorseggiò un poco dalla tazza che aveva davanti.

“Si sa verso che ora è avvenuto il delitto?” si informò la libraia mentre un dubbio le si insinuava nella mente.

“No, ma si presume sul presto, prima dell’ora di cena, poiché non pare sia tornato nei suoi appartamenti ieri sera, prima di morire; però potrebbe essere avvenuto pure sul tardi, dopo che aveva già risistemato le stoviglie. Ieri sera non c’erano né la perpetua, né il sagrestano, quindi nessuno testimone. Perché t’interessa?”

“Io, ieri, sono andata a San Prospero e ho visto Gabriele che usciva di gran fretta, senza neppure salutarmi.” la voce era velata di un timoroso sospetto.

“Gli uomini sono tutti stupidi” disse Dora come se ripetesse una perla di saggezza popolare “Tranne Ivano… e Duccio” aggiunse rapidamente “Forse s’era semplicemente ricordato all’ultimo momento di un impegno.”

“Sì, forse doveva sbrigare qualche faccenda prima di andare al circolo…” suppose ad alta voce la libraia, poi spiegò: “Giangiove aveva detto che si sarebbero ritrovati…”

“Cielo d’Alcamo; questo Giangiove quando e dove lo hai visto?” chiese incuriosito il giornalista.

“Sempre in chiesa, ma dopo, mentre uscivo, doveva essere lì da almeno mezz’ora dato ch’io non l’ho visto entrare …o forse ero solo troppo assorta nei miei pensieri.”

“Interessante, interessante… Ah! Al diavolo, non posso neppure scriverci un articolo. A questo punto non so se consigliarti di riferire ai Carabinieri.” era amareggiato e frustrato per il fatto di non poter più indagare su quegli omicidi, sbuffò e tenendo le braccia conserte iniziò a farfugliare irritato: “Quella curiosità però me la voglio proprio levare, devo trovare un modo per rivederlo…”

“Di cosa stai parlando?” domandò Dora sporgendosi un poco verso l’amico per sentire meglio.

“Ah, ma niente, ma niente!” si spazientì Duccio-“Il fatto è che il pugnale, per quel che son riuscito a intravedere prima che mi cacciassero, è molto simile a quello con cui hanno ucciso il Sassi. Pure l’elsa di questo è incisa, solo che non ho avuto tempo e modo di osservarla attentamente per vedere se è uguale o solo somigliante a quella dell’altro. Conosco qualcuno tra i Carabinieri e spero di convincerlo a farmi vedere il pugnale.”

Chinò il capo e rimase a rimuginare un paio di minuti, finché d’improvviso si fece brioso e, alzandosi in piedi, con un gran sorriso dichiarò: “Adesso, scusatemi, ma devo salutarvi, ho un appuntamento con Ludovica.”

“La sorella di Biagio e Tombolino?” si meravigliò Dora.

“Sì, è un paio di settimane che ci vediamo di frequente. Vado, ciao e buona serata!” detto ciò si allontanò canticchiando per l’allegrezza.

La sarta, mescolando senza motivo il tè col grazioso cucchiaino, chiese serafica all’amica: “Ma Ludovica non è un po’ troppo piccola per lui? Ha solo tredici anni.”

“Può essere, ma in fondo lei è innamorata di lui da quando ne aveva undici.” affermò tranquillamente l’altra.

Iniziò, poi, a ripensare agli ultimi tre anni passati, una dolce malinconia la prese tutta e, dopo qualche attimo di silenzio, sospirò: ”Beata lei, la cui costanza è stata premiata… contrariamente alla mia.”

“Pensi ancora a Patroclo?” Dora in realtà non era molto stupita.

“Mi è inevitabile.” rispose l’altra come se si trattasse di una maledizione, poi sbatté le palpebre per sottolineare la propria malinconia all’amica.

“Benché tu adesso esca col giovane della Società del Pito?” la sarta tentò di tirare su di morale l’amica ricordandole il giovane che la stava corteggiando.

“Gabriele non vale un quarto di Patroclo.” la sua voce era brusca e un poco irata “Nessuno è come Patroclo.” si trattenne per reprimere la rabbia che scemò lasciando spazio alla tristezza e sconsolata riprese: “Lo sai che ho provato tante e tante volte a frequentare altri ragazzi, ma nessuno mi ha fatto palpitare come lui; inoltre non mi hanno mai fatto capire di essere interessati a diventare più che amici. Nessuno mi vuole. Mi sa che dovrò rassegnarmi ed accontentarmi di sposare il primo che chiederà la mia mano…” si era molto rattristata, come capitava ogni volta che pensava alla propria vita sentimentale.

“Su, non dire così; anche tu troverai l’amore.”

Quella frase suonò alle orecchie della libraia come una terribile cantilena.

“Già, ma quando? Ho più di diciannove anni, se nessuno vuole il fiore appena sbocciato, chi lo prenderà appassito? Sono stufa di esser sola.”

“Ma tu non sei sola, ci siamo noi!”

“Non è abbastanza.” una voce tagliente, forte come un ruggito “Per voi sono solo una tra i tanti amici, ci sarà sempre vostro marito, o vostra moglie che avranno la precedenza su di me.” tacque.

Dora, un poco offesa da quest’affermazione, vedendo che per fortuna la conversazione non procedeva, rapidamente cambiò argomento, sperando di distrarre l’amica.

 

Quello seguente era il giorno dell’appuntamento tra Albina ed Gabriele, la ragazza aveva avuto l’idea di disertare, ma poi aveva deciso di andare e magari chiedere al giovane perché non l’avesse salutata due sere prima.

Aveva indossato un lungo vestito di lana rossa che aveva confezionato lei stessa l’inverno prima, si legò in vita una fusciacca bianca per evidenziare dove la vita si stringeva e dove si allargavano i fianchi; i capelli erano acconciati discretamente, il viso pulito, senza trucco. Voleva essere carina, ma non sfoggiare tutta la propria bellezza, che avrebbe esibito in una qualche occasione più importante. Usò due gocce del profumo che le aveva regalato per il suo compleanno la famiglia Torri.

Era pronta mezz’ora prima dell’orario fissato, quindi, per combattere la tensione, prese un libro e lo iniziò a leggere dopo averlo aperto a caso. Il tempo trascorse velocemente: presto la fanciulla udì il suono della campanella appesa fuori dal suo appartamento e subito andò ad aprire. Gabriele indossava i soliti abiti eleganti, in mano teneva un mazzo di fiori, sorridendo lo porse alla giovane dicendo: “Buon pomeriggio, mia graziosa fanciulla, lascia ch’io ti omaggi con questa offerta floreale.”

Albina arrossì, prese il mazzo, usò la scusa di odorarlo per nascondere il viso imbarazzato e ringraziò; prima di uscire, mise i fiori in un vaso, infine i due giovani si incamminarono tenendosi a braccetto.

Albina sussultò per l’emozione quando si fermarono davanti al Caffè Cibotto, che come il Circolo del Casino si trovava dentro al grande edificio del Teatro Municipale. Quello era un locale molto esclusivo, frequentato solo dagli uomini più abbienti. L’interno era una meraviglia: le porte erano specchiere, i mobili di legno erano verde chiaro, con sopra dipinti a colori pastello putti e satiri che suonavano, le scene erano divise da ornamentali colonnine dorate. Albina mai e poi mai avrebbe sognato di entrare in quel luogo; si sedettero ad un tavolino in disparte ed Gabriele, pur rimanendo cortese, ordinò rapidamente: voleva restar solo con la ragazza.

“Albina, sei incantevole, sono proprio felice d’averti conosciuta.” usava un tono gentile, rilassato, forse un po’ troppo sicuro per risultare gradevole.

“Oh, grazie” si imbarazzò ella, che era un poco intimorita dalla naturalezza con cui il giovane le faceva i complimenti, quindi sentì il bisogno di chiudersi sulla difensiva per cui si fece un poco dura: “Ma, se è così, perché l’altra sera non mi hai degnata neppure di un cenno di saluto?”

Gabriele comprese, un lampo di preoccupazione lo turbò un attimo, ma poi con calma rispose: “Scusami, mia diletta, ma ero di fretta. Avevo una sorta di colloquio di lavoro ed ero orribilmente in ritardo, inoltre il buio era tale ch’io non ero riuscito a ben riconoscere i tuoi stupendi lineamenti.”

Albina era lusingata da quei complimenti, tuttavia sapeva che miravano a sviare la sua attenzione dal nocciolo della questione; anzi quell’insistenza di elogi un po’ la infastidiva e le parevano falsi.

Decise di non insistere, non credeva proprio di riuscire ad ottenere maggiori e più sincere spiegazioni.

Chiacchierarono per un paio d’ore, Gabriele si mostrava per ciò che era: un giovanotto sicuro di sé, fino a sfiorare l’arroganza, il quale confidava non nelle proprie qualità, ma nelle liquidità e nella posizione sociale. Si atteggiava come se fosse istruito ed informato circa ogni cosa, abbastanza dotto per parlare con la medesima naturalezza di brigantaggio, del Bullettino di paletnologia italiana, delle poesie di Campanini e dei trattati di astronomia di padre Secchi e non mancò certo di commentare gli ultimi editoriali del Direttore Silvestro.

In realtà, le sue erano solo conoscenze superficiali. La conversazione, comunque, fu piacevole e alla fine la libraia era soddisfatta; prima di salutarsi, sotto la porta di casa, il bancario disse con una calda e profonda voce: “I miei occhi non sono ancora sazi. Permettimi di recitarti alcuni versi di Naborre: è un mistero l’amor; ma, se tu dischiudi le rosee labbra ad un sorriso, è un cielo d’immacolata poesia l’amore.

Detto ciò, si avvicinò e tentò di baciare Albina che, spaventata, velocemente indietreggiò e gli chiuse la porta in faccia.

Non sapeva perché l’avesse fatto: Gabriele non le dispiaceva, ma in quel momento era stata presa dalla paura, benché non ne capisse il motivo, forse perché temeva che egli fosse davvero innamorato di lei che invece non era certa dei propri sentimenti riguardo ai quali l’unica sicurezza che aveva era quella di volere dimenticare Patroclo.

Era poco più di un anno che egli era partito per il servizio militare ed ella aveva passato dei mesi tremendi senza di lui: senza la sua presenza, senza la sua complicità si era molto rattristata e aveva perso la voglia di fare, la propria energia interiore, eccezion fatta per pochi momenti di entusiasmo. Stava infine riuscendo a riprendersi, nonostante ogni tanto la malinconia la prendesse nuovamente. La comparsa di Gabriele l’aveva messa di buon umore, ma la corte di lui le faceva piacere non perché ne fosse innamorata, ma poiché serviva al suo orgoglio e leniva il suo dolore come fa la morfina che da’ sollievo ma non cura. Albina aveva un debole per Gabriele, ma non ne era innamorata, voleva che egli la corteggiasse, ma solo perché pensando a lui avrebbe tenuto lontano il ricordo di Patroclo. Si sentiva in colpa per questo. Era un’egoista? Era un’approfittatrice? Stava peccando? Non aveva ancora una risposta.

 

Domenica sedici dicembre furono celebrate le esequie di Don Ronzoni. Il cimitero era fuori dalle vecchie mura, costruito vicino al fiume Crostolo all’inizio del secolo, dopo l’editto napoleonico di Saint-Cloud. Le tombe, i monumenti, le cappelle di famiglia, erano racchiuse dentro una muraglia gialla. Il vescovo stesso officiò alla cerimonia. Erano presenti diversi preti, frati, suore, parrocchiani d’ogni età, la perpetua in lacrime e la Società del Pito al gran completo. Non mancò neppure il Colonnello Bini con alcuni carabinieri, venuti per osservare tutta quella gente alla ricerca di un indizio, di una voce, di una qualsiasi cosa che avrebbe potuto suggerir loro una pista da seguire per le indagini.

Erano tutti vestiti a lutto, oltre al nero non si vedevano altri colori, eccezion fatta per qualche uomo costretto a indossare una camicia bianca che tentava di nascondere sotto il tabarro, il mantello o il pastrano. Religiosi e popolani si stringevano gli uni agli altri per scaldarsi e combattere il freddo pungente. I membri della Società del Pito, invece, se ne stavano per proprio conto ad almeno mezzo metro di distanza l’uno dall’altro. Benché non tutti i Pitesi fossero amici del defunto, si erano comunque lì radunati per onorare la scomparsa di uno dei fondatori della città, così come avevano fatto non molti giorni prima per il funerale del Sassi.

Terminata la funzione, mentre si procedeva a benedire il suolo e ad interrare la bara, Silvestro si trasse leggermente in disparte col Colonnello; quasi subito li raggiunse Giangiove, che teneva stretto tra le labbra un sigaro appena acceso.

“Allora, Colonnello, si hanno notizie?” domandava il quarantenne, si mise una mano in tasca e vi frugò dentro.

“Mi spiace deluderti, ma non si sa nulla. Non abbiamo idee, purtroppo.” commentò amaramente il Bini.

“Ma come?!” esclamò scandalizzato l’ingegnere: tanta era la sua rabbia che accidentalmente spezzò il sigaro che teneva stretto tra l’indice e il medio della mano destra.

L’uomo cercò di darsi un contegno, si guardò intorno e si accorse che erano ancora vicino alla folla; velocemente prese un altro sigaro e, mentre lo accendeva, a denti stretti spiegò la propria preoccupazione: “C’è un pericoloso assassino a piede libero…”

“E lo arresteremo.” lo rassicurò fermamente il Colonnello “Dati alcuni precedenti e la vicenda del Sassi, stiamo seriamente prendendo in considerazione la pista degli Internazionalisti, tuttavia non abbiamo prove, solo supposizioni. Lasciami il tempo di indagare, Casali.”

Silvestro aveva preso in mano lo specchietto che si portava sempre dietro e controllò di essere in ordine, tenendo il bastone da passeggio, stretto sotto l’ascella.

I becchini stavano procedendo già a ricoprire le bara con la terra. Naborre e Andrea, presenti, ma per nulla addolorati, giacché conoscevano don Ronzoni di sfuggita, si avvicinarono al trio che si era scostato, volevano salutare l’amico Giangiove prima di tornare verso il centro della città.

“Buon pomeriggio!” esordì Andrea levandosi la tuba.

Tutti risposero al saluto.

“Direttore!” rimproverò scherzosamente Campanini “Comprendo che andiate a caccia di notizie per il vostro quotidiano, ma non potete stare alle costole del Colonnello Bini: se deve rispondere ai vostri quesiti, come potrà svolgere le indagini?”

“In realtà era il Direttore Bellerio che rispondeva alle mie domande.” puntualizzò con accento severo il carabiniere.

“Ero amico con Don Ronzoni, da tempo immemore.” fece l’offeso Silvestro “Non mi permetterei mai di speculare sulla sua morte.”

“Mi scusi, Direttore.” borbottò Naborre un po’ risentito e un po’ vergognandosi della propria mancanza di tatto.

“Voi, piuttosto, sapete dirmi qualcosa sull’omicidio?” domandò il Colonnello.

“Non possiamo esservi utili.” rispose Andrea calmo, accarezzandosi le basette “Noi non eravamo in confidenza col defunto. Stiamo presenziando qui, solo perché membri della Società del Pito.”

“Capisco.” disse Bini aggrottando la fronte.

Naborre lanciò un’occhiata verso la tomba recente e i vari partecipanti che ancora pregavano e parlavano tra loro; si accorse che Ruggero aveva attaccato bottone con una giovane parrocchiana ed era riuscito a farla arrossire.

“Colonnello.” intervenne Giangiove, buttando fuori una nuvola di fumo “Ha considerato che si possa trattare di uno adirato con la Società del Pito?” si incantò scrutando l’orizzonte “Diamine, nell’arco di due settimane, sono stati uccisi due dei fondatori. Sono alquanto preoccupato per la mia incolumità. E suppongo che pure il Direttore Silvestro abbia qualche timore.”

“State tranquilli, non vi accadrà nulla. Darò precise indicazioni ai miei subordinati.” lo tranquillizzò Bini, scandendo bene quelle affermazioni.

“Io so che lei sa fare il proprio mestiere.” disse Silvestro “Ogni elemento destabilizzante deve essere eliminato e io sono certo che lei li eliminerà.”

“Grazie della vostra fiducia, Direttore.”

“Bene, signori” disse Andrea “Noi ora ci accomiatiamo. Vi porgiamo i nostri ossequi, buona giornata e a presto!”

I due professori amici si congedarono rapidamente e si misero per strada verso la città.

“Pericle appestato…! Mi sono sentito sconcertato, passando per tutte quelle tombe, vedendo quelle lapidi, i nomi, i numeri, così vuoti, così effimeri…” borbottò Naborre tenendo le mani in tasca e stringendo le spalle.

“Eppure l’altra domenica hai voluto tu che ci recassimo apposta, al cimitero.” gli fece notare scherzosamente Balletti.

“Hai ragione.” ammise l’altro stropicciandosi gli occhi segnati di viola per le notti in bianco “Non ti impressiona sapere che, un giorno, anche noi finiremo lì?”

“Tocchiamo ferro!” esclamò Andrea mettendo scaramanticamente la mano sull’elsa dello stiletto.

“È vero, però! Eppur si muore.” insistette Campanini, la sua voce vibrava con forza: era irritato per il fatto di non essere preso sul serio “Nessuno è immortale, presto o tardi tutti andremo a riempire una fossa: noi, i nostri amici, i nostri figli, i nostri nipoti. Tutta questa gente morirà, l’intero mondo come noi lo conosciamo sarà sepolto.”

“Ma sì, ma sì” confermò Andrea volendo tuttavia deviare il discorso e capendo che l’amico stava per dare inizio ad un altro dei discorsi deprimenti che andava facendo negli ultimi tempi.

Cercò, dunque, di tirargli su il morale: “Tu, però, non consideri il fatto che il mondo che verrà è inevitabilmente frutto di ciò che abbiamo fatto noi…” iniziò, poi ad arrampicarsi sugli specchi e con tono decisamente incerto, continuò a dire: “E io e te, m’auguro lo ammetterai, comunque siamo abbastanza noti, siamo persone di spicco, influenzeremo molto il futuro e…”

“E allora?” il suo sguardo era perso nel vuoto e, come incantato, prese a citare l’undicesimo canto del Purgatorio:

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni?

Naborre tacque di nuovo insicuro, tormentato; poi, con un improvviso moto di disperazione, mista a paura, prese a dire: “Tanti ci hanno preceduto, tanti ci seguiranno. Di tutto quello che siamo che cosa resterà? Nulla. Se dunque dobbiamo perderci nell’oblio del tempo, allora non vale la pena di porre subito fine alla nostra vita? Perché vivere e affaticarci, se il nostro fine la morte inesorabile?” respirava affannato, faceva fatica a dar voce a quei pensieri che lo tormentavano.

“Essere dimenticati è comune a tutti gli uomini, perché dolercene? Inoltre, io e te siamo un po’ più fortunati degli altri: se le nostre poesie o i nostri trattati saranno ancora letti tra cento, duecento anni, noi allora vivremo con esse.” tentò di rincuorarlo l’amico.

“Noi rivivremo con esse?” domandò retoricamente Naborre “Forse rivivranno quelle emozioni e quegli ideali che ci percorsero mentre scrivevamo, o, più probabilmente, vivranno le sensazioni che le nostre parole avranno suscitato nel lettore. Già ora un testo non ci appartiene più, una volta pubblicato. Già ora chi legge non può conoscerci davvero, poiché ognuno legge col proprio filtro; a maggior ragione come potrà essere quando i tempi saranno mutati?”

“Ma saremo noi comunque!” ribadì con speme Andrea “Sono appunto le nostre parole! Con esse noi possiamo scuotere gli animi di chiunque verrà dopo di noi, vi è forse un potere più grande? Noi influenzeremo il futuro, anche quando saremo morti.”

“No, non noi, ti dico.” insistette Campanini “Vivrà l’idea che ogni persona si sarà fatta di noi. Come accade per Cesare, il Barbarossa o qualunque altro personaggio storico, anche noi potremmo, tra un secolo, ritrovarci ad essere personaggi di un qualche libro. Non saremo noi davvero, saremo ciò che l’autore crederà che siamo… Saremo appunto personaggi e chissà quali azioni ci faranno compiere e quali assurde frasi ci metteranno in bocca.”

Tacque, dei fremiti gli salivano su per la gola che gli dolorava per la difficoltà ad esprimersi. Balletti era dispiaciuto della sua tristezza e di non saperlo consolare.

D’improvviso, mentre camminavano entrambi a testa bassa, Naborre si scosse e con impeto recitò alcuni versi del suo Il cavallo del Tempo:

Ma tu galoppa, intrepido

Corsier del tempo; pesta

scetri, tiare, mitrie,

flagella ai re la testa.

La polve che sollevi

è la polve dei secoli

e grandi larve e lievi

vagolanti fantasime

entro v’irradia il sol.”

Andrea lasciò passare qualche secondo prima di sbottare: “Nino, io proprio non ti capisco!, quando fai così.” aggiunse rapidamente “Perché mai ti è tanto di tedio la vita, ultimamente?”

Campanini ci pensò qualche attimo, poi con le lacrime agli occhi e un filo di voce mormorò come a voler chiedere aiuto: “Non lo so…” fece due respiri a bocca aperta e con veemenza aggiunse: “Giuro che non lo so! Sarà perché il tempo corre, corre e corre e a noi nulla rimane. Noi abbiamo solo l’istante, tutto ciò che c’è prima non esiste più, quel che ha da venire non esiste ancora. Quel che abbiamo fatto un’ora fa, già è inesistente…” parlava nervosamente come in preda ad un’inspiegabile angoscia “Ha ragione Seneca… ha ragione Seneca a dire che la morte non sta davanti, ma dietro di noi e che ogni attimo è morte del precedente!”

Naborre si mise le mani trai capelli, si appoggiò ad un tronco di un albero e tentò invano di celare i singhiozzi.

Andrea lo guardava amareggiato.

“Nino” disse infine, sperando di aver trovato l’argomentazione giusta “La morte non è forse una prova di umiltà? È il nostro riconoscere di non poter controllare ogni cosa, di avere dei limiti. La morte è la prova che non vi è differenza tra proletari, borghesi, nobili o clero, perché a nessuno è concesso decidere circa l’inizio e la fine della propria esistenza. I suicidi sono forse le persone più arroganti del mondo.”

Naborre aveva ascoltato molto attentamente queste parole e parve riprendersi. Si scosse, tornò in sé, si alzò dal tronco dell’albero, si ricompose, riprese a camminare annuendo e osservando a bassa voce: “Forse è per questa mancanza di umiltà che, anche, si uccide… o forse lo si fa per avvicinarsi maggiormente alla morte e conoscerla, esorcizzarne la paura…”

Passò davanti a Balletti che lo guardava allibito, privo del coraggio di chiedergli spiegazioni.

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