Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: La ricomparsa di Patroclo

CAPITOLO 11: La ricomparsa di Patroclo

 

Il mattino seguente, di buon ora, come ogni mercoledì, Ivano e Tombolino si trovarono in via Farini, per andare assieme alla discarica a cercare materiale riutilizzabile nei loro mestieri: ferri e metalli da fondere nuovamente e mobili in legno da trasformare in nuovi oggetti o in legna da ardere.

Stavano già per risalire il corso della Ghiara, quando scorsero un volto a loro noto, nella piazzetta del Cristo. Ebbero un sussulto e si bloccarono per l’emozione.

Tombolino diede una gomitata al compare.

“Lo vedi anche tu?”

“È proprio lui.”

Senza aggiungere altro gli andarono incontro, ma l’uomo, forse avendoli scorti, si infilò immediatamente in vicolo Folletto, corse in via Fornaciari per poi sbucare vicino alla Torre del Bordello e da lì imboccare via Toschi.

Le suole degli stivali battevano a rapido ritmo sulla strada. L’uomo zigzagava tra le persone, senza prestare oracchio ai richiami o gli insulti di chi era costretto a scansarsi per non essere travolto.

I due inseguitori erano meravigliati della fuga del giovane, ma, senza indugi, gli si misero alle calcagna, determinati a raggiungerlo e dimentichi del lavoro.

Vedendosi braccato, l’uomo discese lungo via San Carlo fino a raggiungere la piazza del mercato dei bovini e lì tentò di nascondersi tra la folla di venditori ed acquirenti.

Purtroppo per lui i due amici non l’avevano perso di vista, per cui, mimetizzandosi anch’essi, lo tennero d’occhio, sbirciando da dietro una mucca che fingevano di voler acquistare, in attesa che lui si sentisse al sicuro.

Così fu: dopo mezz’ora circa che era lì, il fuggitivo ritenne di non essere più inseguito, per cui si avviò verso via Campo Marzio e proprio lì trovò ad aspettarlo Ivano e Tombolino che in un attimo gli furono addosso abbracciandolo per la contentezza.

“Patroclo! Vecchio birbante, sei tornato!” esclamò il fabbro lasciando la presa, poi domandò: “Perché non ce l’hai detto e perché quando ci hai visti sei fuggito?”

“Volevo preparare a voi e agli altri una sorpresa.” rispose automaticamente il giovane, senza ricambiare la stretta.

“Così alla fine hanno congedato anche te. Ricordo com’ero felice quando ho finito il servizio di leva.” affermò Tombolino, che in realtà si era divertito sotto le armi, ma non lo voleva ammettere.

“Come state? E gli altri?” domandò rapidamente Patroclo.

“Stanno tutti bene, finalmente mia sorella e Duccio si sono fidanzati ufficialmente, cioè hanno smesso di tenere segreta la loro relazione, che comunque era già evidente a tutti.” era tutto brioso e festoso “Io mi sposerò a marzo, mio fratello, invece, vuole mettere da parte ancora un po’ di soldi, prima del grande passo.”

Ivano si aggiunse: “Dora è una meraviglia e anche noi stiamo iniziando a pensare di scegliere una data per sposarci.” non dava molto peso alle proprie parole che, tuttavia, suonavano come trionfanti “Alla fine sono riuscito a vincere la riluttanza dei miei futuri suoceri che speravano, per la loro figliola, in un qualcheduno che fosse più in grana rispetto ad un fabbro. Stiamo cercando un appartamento dove trasferirci, prima di organizzare il matrimonio.”

“I Torri?” si informò il ventunenne Patroclo, per cui appena maggiorenne.

“Stanno benissimo, siamo spesso a pranzo o cena da loro. Oramai siamo una famiglia sola.” rispose allegramente Tombolino.

I Torri erano una famiglia di montanari scesi in città per cercare lavoro: Libero e Maria, dopo anni di sacrifici, erano riusciti ad aprire un forno; avevano un figlio di quasi trentacinque anni, Giacomo, scapolo, che si guadagnava da vivere facendo il giardiniere, era lui l’amico tramite cui si erano conosciuti Albina, Dora, Ivano, i Catellani, Duccio, Patroclo e altri ancora.

Il fabbro poi aggiunse: “Anche Albina sta bene, matrimoni in vista lei non ne ha, però sta frequentando un tizio della Società del Pito, hai presente, vero? Secondo me farebbe bene a non lasciarselo scappare.”

“Bene.” disse con una voce atono il ragazzo appena tornato.

“Per Natale andremo nella casa di campagna della mia Dora, ti va di venire con noi? Dobbiamo recuperare tutto il tempo perso, ci sei mancato tantissimo.”

Ivano era molto entusiasta, ricordava le vecchie bisbocce in compagnia dell’amico e non vedeva l’ora di farle rivivere, già si immaginava le follie e le bricconate che avrebbero fatto assieme.

“Sì, è una buona idea. Verrò.” concluse Patroclo grattandosi il mento barbuto.

 

 

Albina stava sistemando sugli scaffali i libri appena arrivati, era giovedì, ancora un altro giorno di lavoro e sarebbero finalmente iniziate le vacanze. Pensava già a come si sarebbe divertita coi propri amici in campagna, alle lunghe chiacchierate prive di senso e ai mille giochi che avrebbero fatto, quante risate, quanto gaudio…

Ora, però, doveva concentrarsi: per vagheggiare avrebbe avuto tempo, adesso doveva pensare solo a svuotare le due casse dai vari volumi e di collocarli nel posto giusto.

Era quasi a metà della seconda quando sentì suonare la campanella del negozio che annunciava l’entrata di un cliente. Sospese quel lavoro e sbucò dalla fila di scaffali in cui stava lavorando.

“Buongiorno, perdoni l’attesa, desidera?” chiese cortesemente la giovane, prima di sobbalzare un attimo vedendo l’uomo.

Alto, robusto, nella propria curata eleganza, torreggiava Giangiove. L’ingegnere non disse nulla, rimase fermo a scrutare la ragazza.

“Desidera?” ripeté dopo qualche attimo Albina.

L’ingegnere tacque un paio di secondi, infine rispose: “Niente.”

“Ah” mormorò la libraia sbigottita, stava per aggiungere qualcosa, ma non ne ebbe il tempo.

“Silvestro mi ha detto di aspettarlo qui.” spiegò l’uomo, mostrando un sorrisetto che per nulla si confaceva col tono grave della voce.

“Capisco” si affrettò a dire Albina, mentre un brivido le attraversava la schiena “Prego si accomodi pure su una di queste seggiole.” indicò le due scranne che si trovavano vicino al bancone.

Giangiove non se lo fece ripetere, con falcate decise ed uguali attraversò il negozio e si andò ad accomodare. Quando le passò accanto, la libraia ebbe un fremito: c’era qualcosa in quell’uomo che non la faceva sentire tranquilla, la turbava.

“Vorrà perdonarmi se non le terrò compagnia, ma ho da lavorare.” si congedò sbrigativamente Albina e si precipitò a nascondersi tra gli scaffali, riprendendo subito a sistemare libri.

Purtroppo impiegò solo dieci minuti scarsi per riporre i volumi. Era tesa, poiché sentiva che l’ingegnere la stava osservando con la coda dell’occhio. Decise di portare in magazzino le due casse, ma anche quell’operazione non richiese molto tempo.

Stava pensando a quale scusa usare per star lontana, quando Giangiove le disse: “Vieni qua. Non ti mangio mica.”

La fanciulla avrebbe preferito evitare, ma, non riuscendo ad escogitare alcun sotterfugio, decise di arrendersi, tornò nella stanza principale della libreria e si sedette sullo sgabello dietro il bancone.

L’uomo tenne la testa dritta, spostò solamente gli occhi verso la giovane e dopo averla osservata un attimo, le ordinò: “Vieni qua, davanti, voglio guardarti a modo.”

Albina, imbarazzata, obbedì. Quell’uomo, con la sua sola presenza ed il suo atteggiamento, riusciva a farla sentire piccola, debole ed indifesa. La ragazza, però, doveva ammettere che l’ingegnere era pure l’uomo più bello che avesse mai visto: non solo il fisico era ben definito, ma anche quei lineamenti duri, decisi, che gli conferivano autorevolezza e forza, erano semplicemente magnifici.

Giangiove la fissò tacendo per quasi un minuto, poi dichiarò: “Silvestro ha ragione, a dire che sei molto graziosa. Gabriele ha fatto una buona scelta.”

La giovane si schiarì un attimo la voce, più che altro per farsi coraggio, e domandò: “Conosce da molto tempo mio cugino?”

“Anni.”

Tacque un poco, continuava a scrutare la ragazza coi suoi occhi tremendi.

“Sono, anzi, un suo amico.” fece un’altra pausa “Mi stupisco che non ti abbia mai parlato di me.”

“Non mi parla quasi mai di sé o di quel che fa.”

“Strano, non è da lui.” osservò l’ingegnere che conosceva il Direttore come un uomo assai egocentrico “Ogni tanto mi ha parlato di te.”

“Ah sì?” si meravigliò felicemente la libraia “E cosa dice?”

“Tante belle cose. È orgoglioso. Tu sei l’unica cosa, oltre a sé stesso, di cui parla con piacere.”

Albina probabilmente arrossì per la contentezza.

Rimasero poi in silenzio, non sapendo cosa dire, infine Giangiove tirò fuori dalla propria borsa una copia dell’Italia Centrale e si mise a leggere, dopo si accese anche un sigaro.

La libraia, invece, tornò al bancone e finse di controllare i registri finché non arrivò Silvestro.

Il Direttore entrò, stava ricambiando il saluto di qualcuno che si trovava in fondo a Broletto. Albina gli andò subito incontro e lo abbracciò calorosamente.

“Buon pomeriggio!” esclamò raggiante la fanciulla “Come stai?”

“Eccellentemente. Tu?”

“Non vi è male. Domani sera andrò a teatro.”

“Buon per te, divertiti.” rispose in modo pacato.

Giangiove si era intanto alzato in piedi e si era avvicinato ai due, salutò cortesemente il Direttore. Non si trattennero molto oltre, anzi quasi subito salutarono e se ne andarono, lasciando Albina sola nella libreria.

 

Il teatro municipale era opera di Cesare Costa. Era costruito su due piani, sotto c’era un porticato rialzato, ricco di colonne ioniche bianche, sopra si aprivano tante finestrelle, separate da finte colonne decorative, su una facciata color terra di Siena. In cima, sul tetto, come prosecuzione delle colonne, vi erano delle statue. L’interno era molto ricco, con un atrio, la sala della biglietteria, il guardaroba; al piano superiore, oltre ad esserci il Caffè Cibotto e il Circolo del Casino, vi era anche la bellissima Sala degli Specchi. La platea era vasta, su di essa pendeva uno splendido lampadario, mentre il sipario era stato dipinto da Alfonso Chierici, fratello del noto prete Gaetano.

La sera del ventidue dicembre, molti Reggiani si erano recati a teatro per assistere alla prima di un nuovo spettacolo: Canto di Natale, tratto dall’omonimo racconto dell’inglese Charles Dickens. I borghesi e i discretamente benestanti occupavano la platea, i ricchi avevano i loro palchi privati da cui si godeva di un’ottima visuale, infine i poveri dovevano accontentarsi dei palchi più alti e laterali dai quali bisognava sporgersi per riuscire a vedere qualcosa.

Dora, Albina, Duccio e Giacomo avevano trovato posto in quest’ultimi, erano loro gli amanti del teatro del gruppo e tre o quattro volte all’anno riuscivano a vedere degli spettacoli. La sarta avrebbe potuto permettersi di sedersi in platea, ma non lo faceva per restare in compagnia degli amici. Lo spettacolo era particolare e di loro gradimento. Durante l’intervallo tra il primo ed il secondo atto, i quattro giovani andarono nel ristoro del teatro a comprare qualcosa da mangiare, non avevano cenato quella sera per potere prepararsi ed arrivare in tempo per la rappresentazione.

I due uomini sfiguravano un poco, perché nonostante si fossero abbigliati elegantemente per il loro genere di vita, certo non riuscivano a sfiorare la sofisticatezza degli altri spettatori: si vedeva, infatti, che i tessuti erano di bassa qualità e che la manifattura non era pregiata. Le due giovani, invece, grazie alla loro abilità nel cucire, ricamare, usare i ferri e gli uncinetti, avevano la possibilità di confezionarsi da sole vestiti che potevano tranquillamente competere con quelli indossati dalle dame d’alta classe.

Stava dunque sbocconcellando un pezzo di erbazzone, quando Albina notò che in un angolo della stanza c’era Gabriele in compagnia di Giangiove e di alcuni altri membri della Società del Pito. La libraia si accostò ancor di più all’amica e le chiese sottovoce: “Guarda là, c’è Gabriele, secondo te è il caso che lo vada a salutare?”

“Non so…” ragionò velocemente l’altra, incerta, poi le consigliò: “Fai così, passa lì vicino un paio di volte, se si accorge di te e ti saluta, bene, altrimenti torna qui che penso a cosa puoi fare.”

“D’accordo, grazie.”

Albina si sistemò un attimo i capelli guardandosi in uno specchio che era lì, poi, con la massima disinvoltura che riusciva a mantenere, passò a meno di un metro dal gruppetto dei Pitesi e il bancario subito la notò, in un lampo le si accostò ed esordì con voce calma, serena e un sorriso che non pareva naturale: “Buona sera, non mi aspettavo di incontrarti qui; questa sorpresa è, tuttavia, fonte di grande gioia per me.”

La ragazza sorrise timidamente, improvvisamente era stata presa dall’imbarazzo, non si sentiva affatto a posto con la coscienza, comunque, dopo una breve esitazione, disse con voce ferma: “Grazie, fa molto piacere anche a me rivederti.”

“L’ultima volta ci siamo salutati in maniera un po’ brusca.”

Puliva le lenti degli occhiali mentre parlava. Il suo tono era proprio antipatico, un misto di superbia e offesa, come se gli fosse stata negata una cosa che gli era dovuta, ma parlava con quel timbro gentile che impediva di dargli del maleducato.

“Scusami, ho avuto paura.” rispose la ragazza con un filo di voce.

“Di cosa?” continuò lui, senza che fosse una vera domanda, passandole un braccio sulle spalle e stringendo nell’altra mano un bicchiere di vino “Non scapperai più, vero?” le chiese guardandola negli occhi attraverso le lenti degli occhiali.

“Dipende.” affermò la giovane, riacquistando la propria sicurezza: la irritava l’invadenza del bancario.

“Dimmi, sei venuta con tuo cugino, il Direttore?”

“No, sono con alcuni miei amici: siamo finiti in piccionaia.”

“Ah” commentò deluso.

“Ti ricordi del mio amico Giangiove?” chiese poi Gabriele, indicando l’ingegnere che accarezzava l’elsa decorata del proprio pugnale “Ci sono anche Andrea Balletti e sua moglie Irene. Ruggero dovrebbe essere fuori a dare qualche boccata con la pipa, assieme ad Antonio.”

Poi, come se un fulmine gli balenasse nella mente, domandò ad Andrea: “Il nostro caro Naborre dov’è?”

“Non lo so.” rispose mal celando la propria preoccupazione “Ho tanto insistito perché venisse con noi stasera, ma non c’è stato verso di persuaderlo. Chissà cosa gli sta capitando, è da un mese che lo vedo peggiorato: è scontroso, beve come mai aveva fatto prima, addirittura l’assenzio ha provato, e certe volte scompare senza una ragione.”

“Fa preoccupare anche me.” dichiarò Giangiove osservando il bicchiere che stringeva in mano, la voce era ferma, profonda, seria.

“Non vorrei parlare male del nostro amico” si interruppe qualche secondo “Spero sinceramente che si tratti puramente di una coincidenza” un’altra delle su inutili pause “Tuttavia vorrei palesarvi che Campanini non ha un alibi né per l’omicidio di Sassi, né per quello di don Ronzoni.”

“Cosa stai insinuando?!” si alterò Andrea.

Con un balzo si mise di fronte all’amico, strinse la mano destra e agitò l’indice per aria.

“Non osare mai più dire un’insolenza simile! Naborre non è un assassino. Non accetto repliche.”

“Dovevo stare zitto. Avvandrea se l’è presa.” borbottò l’ingegnere per nulla spaventato dalla reazione di Balletti “Non voglio certo dire che sia lui il colpevole” tacque alcuni istanti “Ma devi ammettere che la situazione è sospetta. D’altra parte, ripeto, io stesso mi auguro si tratti di una mera coincidenza.”

“Tanto più che lui non conosceva, se non di vista, nessuno dei due!” ribadì Andrea, difendendo a spada tratta il proprio amico.

Albina non seppe se continuarono a parlare di quella faccenda oppure no, perché Gabriele la prese sotto braccio e l’allontanò, portandola accanto ad una finestra, lontano dalle altre persone. Stringendole le mani, la guardò negli occhi e le chiese, sempre con quel tono nascostamente presuntuoso: “Perché non ti sei fatta viva in questi giorni?”

“Non ho tuoi recapiti…” mentì la giovane “E probabilmente non ti avrei cercato ugualmente. Avrei aspettato che fossi tu a farti vivo.”

“Sei stata tu a respingermi, dovevi essere tu a tornare.” adesso la sua voce aveva assunto una colorazione romantica, pur senza abbandonare la boria.

Albina tacque un attimo, non sapendo come rispondere, voleva ribattere con forza, ma non offendere il giovane; mentre pensava a cosa rispondere, suonò la campanella che annunciava l’imminente ripresa dello spettacolo, la ragazza ne approfittò per congedarsi con un timido sorriso, quel suo dolce sorriso che la rendeva radiosa.

“Aspetta” la fermò lui “Vuoi venire nel mio palco? Abbiamo un posto libero.”

“No, grazie, sei gentile, ma non voglio lasciare soli i miei amici.”

Fece per allontanarsi, ma poi si fermò e chiese: “Ci rivedremo?”

“Sì, certo. Domani sera verrai alla cena della Società del Pito con me? Questa volta ci sarà il tacchino.”

“Sarà un grande piacere.” rispose ella, quasi senza pensarci.

“Allora sarò sotto casa tua alle venti in punto.”

Prima di lasciarla andare le baciò la mano.

La ragazza tornò da Dora e gli altri due e assieme ripresero posto nel loro palchetto alto e laterale. La sarta subito le domandò che cosa si fossero detti, Albina raccontò rapidamente.

“Perché hai accettato? Avresti dovuto tenerlo di più sulle spine, cara te. Da quello che mi dici, questo mi pare proprio un tipo che reputa naturale che tu sia per lo meno infatuata di lui, quindi avresti dovuto dimostrargli che deve conquistarti, che, se ti vuole, deve guadagnarti, non sei già sua, altrimenti ti darà per scontata e presto si scorderà di te.” erano parole che suonavano come un rimprovero.

“Probabilmente hai ragione, ma tanto lo sai che non mi interessa davvero.” ribadì sottovoce la libraia, tenendo gli occhi fissi sul palcoscenico.

“Allora perché ci esci?” Dora era irritata.

“Non lo so.” si giustificò un po’ seccata l’altra “Ho voglia di uscire, di vedere gente nuova, un ambiente diverso. Ho bisogno di svagarmi, di fare nuove esperienze.”

“Ti capisco, specie ora che Patroclo è tornato…” mormorò la sarta già più comprensiva, aggiustandosi lo scialle verde che aveva sulle spalle.

“Che cosa??? Patroclo è tornato e nessuno mi ha detto niente?” si sbalordì con voce spezzata Albina, voltandosi a guardare i tre amici.

Dora annuì imbarazzata, i due uomini non si erano nemmeno accorti della conversazione.

“Come non l’hai saputo? Verrà anche con noi per le vacanze. Ti da’ fastidio?”

“Sì” rispose seccata la libraia, cercando di tenere il volume della voce basso per non disturbare gli altri spettatori.

“Torna e non mi dice niente. Io…” represse il pianto che le stava nascendo “Io credevo che almeno fossimo amici…” la tristezza repressa diventava furia “Lo odio. Quanto vorrei non averlo mai conosciuto.”

“Esagerata.”

“No, no, è vero! È solo colpa sua se ho sofferto tanto per amore e se ora non riesco ad accontentarmi. Se non mi fossi innamorata di lui, ora non saprei distinguere tra un’infatuazione e l’amore e quindi potrei accontentarmi di Gabriele, così invece non sto affatto bene e mi agito e mi vengono i sensi di colpa…” sbuffò.

Borbottò ancora qualcosa, sentiva il bisogno di sfogarsi, si era sentita molto ferita per il fatto che Patroclo non si fosse fatto vedere e ne soffriva. Tremendamente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...