Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: La cena dell’antivigilia

CAPITOLO 12: La cena dell’antivigilia

 

La sera seguente, quella dell’antivigilia, Albina volle farsi bella.

Siccome desiderava essere splendida, andò dalla parrucchiera, si mise uno degli abiti migliori, si truccò il viso e si spruzzò del buon profumo. Proprio non capiva perché lo facesse; forse per ripicca nei confronti di Patroclo, forse per disperazione.

Riuscì comunque nel suo intento: era davvero carina, certo non la si poteva definire come la più bella delle donne, ma era ugualmente affascinante, tanto che Gabriele rimase per un attimo senza parole quando la vide. Il bancario, tuttavia, nascose subito quell’emozione, nel suo ambiente erano tutti abituati ad ostentare sempre grande sicurezza ed imperturbabilità, per cui sapevano ben mascherare tutto ciò che li avrebbe potuti tradire.

Il giovane salutò con la consueta cortesia ed anche quella volta offrì un bel mazzo di fiori alla libraia che già iniziava a sentirsi terribilmente spaesata: sarebbe tornata in quel mondo così raffinato che tanto le piaceva, quanto le destava sospetto.

Da una parte ne adorava l’eleganza e la sofisticatezza, dall’altra ne detestava l’ipocrisia, ma forse sbagliava, forse non tutti erano così. In realtà l’unico che le aveva ispirato simpatia era stato Naborre, anche perché ne conosceva le poesie che molto apprezzava, a ben pensarci pure Andrea le aveva fatto una buona impressione.

Gabriele, non accorgendosi dell’emozione della giovine, anzi trovando molto attraente il rossore delle guance, lo sguardo dolcemente sommesso per l’imbarazzo e il timido sorriso, la prese sottobraccio e l’accompagnò alla propria carrozza, che li avrebbe condotti nel palazzo di chi avrebbe ospitato la cena.

Il cocchio era un Brum, con due posti, quattro ruote, completamente coperto. Il percorso fu breve, ma ad Albina parve eterno, il bancario le carezzava la mano e le parlava, lei si era stretta contro la porta della carrozza e guardava fuori, nervosa, rispondendo a monosillabi.

Finalmente arrivarono e si mescolarono in mezzo agli altri ospiti. Sedettero al solito tavolo dei giovani ed erano in compagnia di membri della Società del Pito che la libraia aveva già conosciuto: c’era Giangiove che ancora molto la metteva in soggezione, chissà perché, poi Antonio che dava consigli su come evitare l’annuale influenza, Ruggero, Andrea, Naborre, Goffredo, i Franchetti, Prampolini e Ugo, che parevano molto amici, nonostante la differenza di età. Ovviamente vi erano anche le mogli o le fidanzate di chi le aveva.

Campanini era proprio di buon umore e non aveva toccato neppure una goccia di vino.

“Niente alcol stasera” aveva detto squillante “Non mi occorre.” rivolto al suo migliore amico, con un sorriso rassicurante e con voce piena di vita, aggiunse: “Vedi, Andrea, che posso smettere quando voglio? Non ho difficoltà di sorta, io, so quello che faccio!”

Era proprio pimpante e rilassato come non lo si vedeva da settimane e a chi gli domandava il motivo di tanta allegrezza, egli rispondeva felicemente: “Sono in vacanza! Sono in vacanza!”

Durante la cena, per non sentirsi esclusa come l’altra volta, Albina si fece coraggio e decise di rivolgere la parola proprio a Naborre.

“Scusate, volevo farvi i complimenti per le vostre poesie, siete un compositore eccellente a mio credere.”

“Grazie. Me lo dice anche Giosué.” si vantò bonariamente il professore, riferendosi a Carducci.

“Dammi pure del tu, comunque.” prese una forchettata dei gnocchetti che aveva nel piatto, poi sempre rivolto alla giovane disse: “Senti qua alcuni versi di una mia opera che non vedrà mai le stampe. Assomiglia più ad una filastrocca che a una lirica, ma spero vi piaccia ugualmente.”

Ormai si stava rivolgendo all’intera tavolata: “In realtà devo ancora concluderla, ho scritto solo alcune strofe, per il resto so semplicemente cosa devo dire. Principierà con un riferimento alla fonte di Branciana, quella che si trova di fronte a Canossa, poi da lì partirà la leggenda. Le rime seguiranno lo schema AABCCB. Intanto recito qualcosa.”

Si schiarì la voce e alzò un poco il volume, affinché le sue parole fossero ben comprese dai commensali e non si perdessero nel chiacchiericcio che riempiva la sala:

Era Isotta innamorata,

riamata,

in segreto di Tristano.

E sì forte

che la morte

sola ruppe il nodo arcano.

Parla al fin Tristano e prega;

lei si nega,

egli insiste, e sì la preme,

ch’ella cede.

Gli da fede

di giacer con esso insieme.

“Poi come prosegue?” domandò Irene, la moglie di Andrea, quel ritmo le piaceva molto.

“Descriverà Isotta che chiede a Branciana di fingersi lei col re, mentre ella invece trascorrerà la notte con Tristano… Comunque udite la conclusione, ora è come se mi stessi rivolgendo alla sorgente:

O Branciana, a’ tuoi gorgogli,

coi germogli

de le vecchie primavere,

le più belle

pastorelle

 e più ardenti di piacere,

ripetevano curiose

sospirose,

questa fola di Branciana,

che a’ tuoi monti

sempre conti

antichissima fontana.

“Bravo, i miei complimenti anche per questa che voi definite filastrocca.” disse Albina, poi chiese: “Da quanto vi dilettate con le poesie?”

“Da sempre. (Ti ho detto di darmi del tu) Ho sempre amato scrivere, sia io che Andrea siamo da sempre dediti allo scribacchiare e, a quanto pare, la gente ci apprezza. Abbiamo iniziato a comporre sul serio circa cinque anni fa, giusto amico?”con una leggera pacca, appoggiò una mano sulla spalla del compare.

“Esatto, ma non erano poesie” rispose Balletti fregandosi le basette “Quando dirigevamo Lo Studente, eravamo noi due e il caro Giuseppe Ferrari, peccato non sia tornato in città per le vacanze natalizie.”

“Scusate l’ignoranza, ma che cos’è Lo Studente?” volle sapere Albina, che con una mano si spostò un ciuffo di capelli dietro all’orecchio.

“Diamine! Non te ne avevamo già parlato? O forse ce ne siamo scordati… Ad ogni modo, era un periodico che usciva ogni dieci giorni, trattava di scienze, letteratura, politica e varietà ed era gestito da noi studenti dell’Università di Modena, ma non ebbe un gran successo, così smettemmo dopo appena quattro mesi.” spiegò Andrea ridendo.

Naborre aggiunse: “A scrivere c’erano altri nostri tre amici di Modena, l’idea ci era stata suggerita dal nostro professore Pietro Sbarbaro, che insegnava Economia e Filosofia del diritto. Ah che bei tempi!”

“Il nostro amico ora non lo dice” aggiunse Irene “Ma fu lui a scrivere il primo pezzo del giornale, quello che presentava gli intenti del periodico.”

“Ci stavo arrivando.” dichiarò Campanini con una punta d’orgoglio, appoggiando l’avambraccio sul tavolo, poi come iniziando a vagheggiare continuò: “Rimembro ancora a memoria alcune frasi, vediamo: Sciolti dai pregiudizi di quell’educazione monca e corrotta, quale infirmava il pensiero colla pressura d’una fede sterile ed ignorante, intesi della vita nuova che la libertà ha dischiusa al genio delle nazioni, eccoci a mantenere la promessa, liberi da qualsivoglia grettezza di partito, concordi nell’amore del vero, del giusto e dell’onesto.

“Adesso, certo, non ve lo riporto tutto: non lo ricordo e poi vi annoierei, aggiungo solo questo: E noi saremo fortunati se potremo con questa nostra pubblicazione porgere mezzo a che questa vita segreta si faccia palese in tutte le sue più nobili conseguenze, se potremo far conoscere quale sia il pensiero della presente gioventù d’Italia, di quella gioventù che è segno di tante speranze e che, forse a torto, inspira troppe paure.

Rimasero qualche attimo tutti in silenzio, rapiti dalla maestria con cui Naborre sapeva dar vita alle parole che pronunciava, come se gli nascessero dal profondo del cuore.

“Mi passate il sale, per favore?” domandò Giangiove guardandosi intorno, rompendo quella sorta d’incanto che si era creato.

“Qualcuno ha letto l’ultimo trattato di Padre Angelo Secchi?” chiese Ruggero di punto in bianco, forse a voler ricordare che esistevano altri Reggiani ben più illustri dei commensali.

Tirò fuori un sigaro, ma non lo fumò, bensì se lo passava da una mano all’altra e di tanto in tanto lo annusava “Com’era il titolo….? Mi pare qualcosa sulle stelle…”

“Sì, esatto” confermò Antonio “Proprio semplicemente Le Stelle, ecco dovrebbe chiamarsi così. Molto interessante, fa piacere avere un sì colendo concittadino ed è un lustro anche per il clero: smetta, la gente, di sostenere che la Chiesa è avversa alla scienza!”

Giangiove, un po’ scherzosamente, rubò di mano il sigaro a Ruggero, se lo mise tra le labbra e se lo accese.

“Peccato viva in Roma, oramai. Mi pare diriga l’Osservatorio geomagnetico di un collegio.” sospirò Gabriele.

“A proposito di Roma” riprese Antonio “Che cosa ne pensate delle dimissioni forzate di Nicotera? Saranno un problema per il governo di Crispi?”

“Il problema era proprio Nicotera, altro che …” borbottò Andrea che, schierato coi moderati, non amava il governo progressista.

Campanini non aveva voglia di palrare di politica ma voleva ancora parlare, per cui riprese l’argomento di poco prima: “Don Chierici ha conosciuto padre Secchi, tempo fa. Mi ha detto che c’è un altro parente di Angelo che ha preso i voti e che ha avuto un ruolo di prestigio nei Musei del Vaticano. Penso che sia stato lui a trasmettere a Gaetano l’amore per l’antichità.”

La conversazione continuò prima sugli scritti di Secchi, poi su altri  Reggiani dell’epoca più o meno vivi, Ruggero si lasciò anche andare ad una lunga comparazione delle opere di Fontanesi e di Turner, cercando di dimostrare come il concittadino fosse assai più abile dell’Inglese, adducendo come prova che fosse stato chiamato lui ad insegnare pittura in Giappone.

Questo discorso meravigliò un poco i suoi amici, abituati a sentirlo parlare, per lo più di belle donne e poco altro. Non mancarono nemmeno di rispolverare l’argomento famiglia Levi. L’anno prima era morto il ricco ebreo Amadio, i suoi tre figli avevano devoluto in beneficenza al Comune la bellezza di 12.000 lire, sottratte dalla loro eredità. Arnoldo ne aveva aggiunte altre seimila di propria tasca, mentre Ulderico si era proposto di finanziare a proprie spese la costruzione di un acquedotto che procurasse acqua potabile alla città. I Levi erano stati ricompensati con un titolo nobiliare. A questo proposito, Antonio aveva commentato: “Non sono, poi, così malvagi, questi Ebrei dalla dura cervice.”

Il medico, però, si era subito affrettato a sottolineare il fatto che stava scherzando: non avrebbe mai voluto che i Franchetti, ebrei anche loro, si offendessero.

Col passare delle ore e lo scorrere del vino, gli argomenti variarono, tra una cosa e l’altra pure parlarono del Re e delle sue consuete avventure galanti.

“Più d’ogni altro, il nostro Re può essere definito padre di tutti i suoi sudditi.” dichiarò Prampolini citando una frase assai diffusa a Roma e ridacchiando.

Camillo, inoltre, si lamentava perché recandosi alla cena, per strada, aveva rincontrato quel ragazzetto che, di nuovo, come alcuni giorni prima, gli aveva dato noie.

Come al solito, Giangiove teneva i suoi soliti monologhi, resi ancor più lunghi da l suo tono lento e dalle ingiustificate pause, mantenendo polarizzata su di sé la concentrazione di tutti i presenti.

Parlarono ancora e ancora, senza mai stufarsi e quasi senza mai rivolgersi ad Albina; sul finire della cena, quando già erano stati serviti i dolci e ora gli uomini si trovavano davanti ai bicchierini colmi di liquore, Andrea si meravigliò di vedere che Naborre neppure accennava a prendere in mano il proprio, per cui gli domandò: “Non bevi neppure quello? Non devi passare da un estremo all’altro.”

“Ti ho detto che fino all’Epifania non berrò che acqua.” ribadì Campanini.

“Non ti capisco, cara te” -ribatté l’amico sbuffando, abbastanza seccato, tamburellando con la mano sinistra sul tavolo- “Prima ti ubriachi senza controllo e poi torni astemio. Si può sapere che problema hai avuto in questo dannatissimo mese?”

Naborre tacque un attimo, prese in mano il bicchierino, osservò il liquore ed iniziò a dire:

Solitudine amica,

che segreghi, che spegni,

che dissolvi, che annienti;

è forse la fatica

di un sogno ad occhi spenti,

il nulla ove tu regni?

“Ah e così ti sentivi solo?” -disse piuttosto ironico l’amico- “Ma se io ero lì che mi angustiavo per te, tanto che la mia Irene mi domandava se avessi sposato te o lei.”

“Sì, è vero. Ho detto proprio così.” -confermò la moglie di Balletti, accarezzandosi il ventre tondo e dicendo, poi, sottovoce al marito con un sorriso: “Si sta muovendo.”

“Diciamo che era più che altro la solitudine per qualcosa che non posso condividere.”

Nel pronunciare queste parole si era rabbuiato, ma prima che il suo amico potesse proferir parola, tirò fuori una pipa, la caricò, l’accese, diede qualche boccata e si rasserenò.

Non passò mezz’ora e gli invitati iniziarono a prender congedo e a tornare nelle proprie abitazioni, così anche i giovani decisero di non trattenersi oltre e di prendere la via di casa. Mentr’erano in cortile ad attendere la carrozza, Gabriele ed Albina videro Silvestro; il bancario avrebbe voluto chiamarlo, ovviamente col solito contegno, la ragazza invece si precipitò verso di lui e lo abbracciò.

“Silvestro, ciao! Come stai?”

L’uomo impiegò un paio di secondi per capire cosa stesse accadendo e riconoscere la parente, poi cortesemente salutò e le domandò come mai si trovasse da quelle parti.

“Anche questa volta, Direttore, sua cugina è mia invitata.” rispose Gabriele che, nel frattempo, si era avvicinato.

“Non scoprirò che tra voi c’è del tenero?” disse l’uomo, scherzoso ma non troppo.

“Che qualcosa ci sia non lo nego, ma che cosa sia ancora non lo sappiamo.” dichiarò il giovane e ciò seccò un poco la libraia.

“Mi fa piacere. Di questo io discuterò presto con te in diversa sede, assieme alle nostre altre faccende.” tagliò corto Silvestro, serio, poi si rivolse nuovamente alla cugina: “Tra due giorni è Natale, cosa posso regalarti?”

“Oh, nulla, scegli tu.” rispose colta alla sprovvista ma lieta la fanciulla.

“Suvvia, ci sarà qualcosa che desideri ch’io ti doni.” la esortò il tutore.

Albina pensò un attimo e poi rispose: “Lo sai che da te vorrei solo una cosa, quella che Seneca ritiene essere la più preziosa di tutte, perché non restituibile. (prima Epistola morale a Lucilio)”

Gabriele tentò di ricordare di che cosa parlasse quel testo latino.

Silvestro sorrise: “Ti ho già detto che io di tempo non ne ho.” -le scompigliò i capelli e le diede un bacio sulla fronte “Vedrò di farti avere qualcosa di speciale.”

Vedendo la propria carrozza arrivare subito aggiunse: “Devo andare. Buonanotte.”

Afferrò poi l’avambraccio del bancario, lo avvicinò a sé e gli mormorò all’orecchio in modo che nessun altro li potesse sentire, con voce macchiata, pur se quieta, di una sorta di ira: “Adesso la riaccompagni a casa e non tentare nulla. Avresti dovuto chiedere a me il permesso di uscire con lei. Ella è la mia cuginetta, è preziosa ed è sotto la mia custodia, ricordalo. Ne riparleremo, è una promessa.”

Dopo di che, salì sulla propria carrozza, agitando il cilindro in segno di saluto e se ne andò.

“Cosa ti ha detto?” chiese Albina per rompere il silenzio che s’era creato dopo che anch’ella ed Gabriele furono saliti sul cocchio di quest’ultimo.

“Oh, nulla di che, mi ha fatto una breve ramanzina perché non gli avevo chiesto il permesso di trascorrere del tempo con te.” sorrideva nel parlare.

“Ah, che uomo assurdo!” esclamò la ragazza.

“Non dir così.” la rimproverò l’altro.

“Non si fa quasi mai vedere, né mi scrive e poi pretende di decidere con chi mi possa incontrare oppure no. Non gli importa davvero di me, lo fa solo per formalità.”

“È un uomo molto impegnato, fa quello che può.”

Vedendo la giovane un po’ seccata, Gabriele cambiò rapidamente argomento e riprese a ricoprirla di complimenti, com’era solito fare, poi le domandò: “Ti piacerebbe fare una passeggiata ai giardini?”

Albina trasalì un attimo, poi rapidamente rispose: “No, grazie, è già tardi. Domattina mi devo destare presto, per cui ben conviene ch’io ormai vada a dormire.”

“Come mai ti sveglierai di buon ora? Lavori anche il giorno della Vigilia?”

“No, ma andrò in campagna con i miei amici, per cui partiremo presto.”

“Oh, che peccato, avrei voluto vederti domani pomeriggio. Quando tornerai?” si rammaricò il giovane.

“Partiremo di là la mattina del due gennaio.”

“Con l’anno nuovo? Come farò a stare tutto questo tempo senza di te?”

“Te la caverai.” rispose Albina con finta calma, irritata da quella che riteneva essere falsità del giovane. Presto furono sotto la casa della libraia che rapidamente salutò ed entrò.

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