Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli Occhi del Crostolo: Vacanze di Natale

CAPITOLO 13: Vacanze Natalizie

 

Campagna

 

Il mattino dopo, un po’ a piedi, un po’ scroccando passaggi ai carretti dei contadini e degli ortolani, Dora, Albina e i loro amici si diressero verso la magione di campagna della sarta. Erano tutti allegri e cantavano le più varie canzoni, pure la libraia, nonostante la presenza di Patroclo, riusciva ad essere spensierata. Per fortuna non aveva ancora nevicato e quindi il terreno era bello secco e non si sporcarono scarpe, pantaloni e gonne con il fango. Durante il viaggio, ripetevano pure filastrocche in dialetto, prive di senso, create solo per ingannare il tempo, come ad esempio:

Vintsèt Don Peder Gal,

vintsèt sunem un bal,

vintsèt gh’ò rot la piva,

vintsèt fèla giuster,

vintsèt an gh’ò dener,

vintsèt vendi al ncaval,

vintsèt a l’ò vendu,

vintset cus ‘iv ciape?

Vintsèt na bèla puta,

vintsèt du èla sta puta?

Vintsèt in dal pre dal duca,

vintsèt indu èl ste pre?

Vintét al fogh al l’à brusè,

vintsèt indu èl ste fogh?

Vintsèt l’acqua la l’à smursè,

vintsèt du èla st’acqua?,

Vintsèt al bò al l’à dbuda,

vintsèt in du èl ste bò?

Vintsèt in riva al Po’,

vintsèt chi gh’éra adré?

Vintsèt Tava’ di mé,

vintsèt sa gh’ivel in cò?

Vintsèt un core ed bò,

vintsèt sa gh’ivel in sein?

Vintsèt na corga ed fein,

vintsèt sa gh’ivel in saca?

Vintsèt na bida ed vaca.[1]

 

Arrivarono che era già ora di pranzo e si accontentarono di sgranocchiare i panini che si erano preparati in città. Durante il pomeriggio le ragazze si preoccuparono di rassettare la casa e preparare la cena della Vigilia e in parte anche il pranzo del giorno di Natale, mentre gli uomini andarono a fare legna, a spostare e posizionare i tavoli e a compiere alcuni altri lavoretti di fatica. Quella sera si ritrovarono intorno al desco a desinare come alcuni di loro non facevano da tempo: vi erano tortelli di zucca, pesce, tortellini dolci col pesto e altre e varie leccornie e prelibatezze. Mentre mangiavano i ragazzi scherzavano tra loro, parlavano senza peli sulla lingua, erano spontanei, festosi, lasciavano che le emozioni corressero da una parte all’altra della sala. Albina si sentiva a proprio agio, era quello il clima a cui era abituata e in cui si trovava bene; era seduta tra Dora e Duccio, di fronte a lei c’era Biagio con cui era diverso tempo che non parlava e quindi ne approfittò per chiacchierare a lungo con lui.

Finita la cena, decisero di scambiarsi i regali. In realtà, a causa delle ristrettezze economiche, ognuno aveva portato un solo dono, poi i pacchetti erano stati messi in un unico sacco, quindi uno per volta i giovani andavano ad estrarre a sorte un presente e davanti a tutti lo aprivano. I commenti piovevano, sia che il regalo fosse azzeccato, sia che invece c’entrasse poco o nulla con chi lo riceveva; infatti, terminata questa cerimonia, alcuni tentavano di mercanteggiare con altri per barattare il dono.

Nel frattempo, si erano fatte le ventitré e trenta, per cui i dieci amici indossarono le proprie mantelle e le coltri pesanti e uscirono di casa per recarsi alla messa di mezzanotte nella chiesetta che distava due o tre chilometri da lì.

La funzione fu semplice ma deliziosa, con tante candele, molti canti e il presepe vivente; seguì, poi, una corta processione con in testa il neonato scelto per simboleggiare Gesù Bambino.

Sulla strada del ritorno Ludovica  intonò una filastrocca per metà in dialetto: “Mama, mama dgi pur su, èco chè al bambein Gesù, era nato in una stalla, con il bue e l’asinello, con Giuseppe con Maria, con quella bella compagnia.”

I ragazzi tornarono a casa che erano quasi le tre di mattina, lieti ma stanchi, pertanto andarono subito a dormire, le fanciulle in una stanza, i giovanotti in un’altra.

 

Il mattino seguente, si misero tutti quanti ai fornelli per preparare il pranzo: sarebbero presto arrivati per unirsi a loro in quel Santo giorno anche i genitori dei Catellani e la famiglia Torri al gran completo; mandati Duccio, Tombolino, Ivano e Patroclo a prendere acqua in abbondanza al pozzo distante un chilometro e a fare ancora legna, poiché il freddo era pungente ed era necessario scaldare la casa, tutti gli altri si affidarono alla direzione di Biagio per finire di cucinare le squisite pietanze. Verso le undici sentirono bussare alla porta, Dora andò ad aprire stupendosi dell’ampio ed innaturale anticipo degli ospiti, infatti dovette ricredersi poiché si trattava di un corriere che, seccato di dover lavorare anche per Natale, aveva da consegnare due pacchi per Albina. La sarta tornò in cucina frizzantissima: “Albina! Guarda qua, due regali dalla città, tutti per te. Aprili!”

“Non adesso, quando abbiamo finito di preparare tutto.” rispose la libraia mentre impastava la sfoglia per i cappelletti, con le mani infarinate.

“Ma suvvia, un attimo di distrazione non rovinerà il pranzo.”

Poi Dora guardò le intestazioni dei biglietti allegati e con civetteria annunciò: “Uno te lo manda tuo cugino Silvestro… L’altro invece lo invia niente meno che Gabriele!”

“Lascia stare!” esclamò l’altra un velo arrabbiata per la violazione della sua privacy, poi spiegò con calma: “Li aprirò stasera.”

Dora rimase un poco delusa, ma non insistette oltre, appoggiò i doni al piano superiore e poi tornò ai fornelli, dedicandosi a preparare una salsa di verdure.

Un paio d’ore dopo giunsero i Catellani e i Torri che portavano del buon vino per accompagnare il pranzo. Grissini foderati di prosciutto crudo e tartine assortite costituivano l’antipasto; cappelletti in brodo, il primo; lesso di carne bovina e di pollo il secondo; per contorno patate al burro al forno con aglio e rosmarino e diverse squisite salse; infine, frutta e dolci di ogni varietà. Mangiarono così tanto che il pranzo durò fino alle sei pomeridiane e dunque non vi fu certo la cena.

Mentr’erano a tavola, le chiacchiere non mancarono affatto. Parlando di quel periodo natalizio, Dora ad un certo punto osservò: “Quest’anno gli oratori che hanno chiamato per le prediche dell’Avvento erano davvero eccezionali.”

“E per l’economia è stato un toccasana, come al solito” intervenne Biagio, sbucciandosi una mela “È venuta gente da tutta Italia per ascoltare i sermoni e ha quindi portato molti soldi. Gli avventori dell’osteria in cui lavoro sono quintuplicati!” addentò uno spicchio di mela prima di aggiungere “Le casse reggiane devono molto alle feste religiose, tra le prediche d’avvento e i quaresimali che richiamano uomini da tutta Italia, soprattutto da quando non c’è più la Giareda.”

“Io adoravo la Giareda!” esclamò Ivano, mentre gli occhi gli si illuminavanoo “Ricodo bene com’era, nonostante fossi ancora una bamibino, quando scoppiò quella bufera di neve che distrusse i banchetti degli espositori e persuase gli organizzatori a cancellarla per sempre. Mi ricordo la gente che veniva addirittura dall’estero per vendere e comprare, vi si potevano trovare prodotti rari, che altrimenti qui non sarebbero mai arrivati.”

“Ah, dite quello che volete” sbottò con voce gutturale Tombolino “Per me la festa migliore è quella delle Vecchie!”

La festa delle Vecchie era una sorta di carnevale e si celebrava il secondo giovedì dopo Pasqua, consisteva nell’allestimento di palchetti con raffigurazioni satiriche e in tale occasione anche le persone comuni potevano prendere liberamente e senza paura la parola e dileggiare i ricchi e i potenti della città, oppure semplicemente irridevano le mode, gli atteggiamenti insoliti e gli abitanti di altri Comuni. Proprio dalle battute di quest’ultimo genere era stato particolarmente divertito il falegname alla precedente festa e pertanto si svagò citando alcune frasi che ricordava: “L’acqua la va’ a la basa, i coioun i s’férmen a Gavasa[2].” ma questo era un classico “Pan ed Guastala, vein ed Curès, dòni ed Modna, òm ed Rès.”

Scoppiò in una fragorosa risata, che gli altri condivisero solo in minima parte, giusto per fargli piacere, poi si abbandonarono a nuove conversazioni.

L’atmosfera era festosa e gioviale, i due bambini portavano un’allegrezza incredibile, Giacomo animava la giornata e proponeva simpaticissimi giochi per svagare tutti quanti. La sera certamente non mancò la tombola: benché i premi fossero magri, il divertimento era assicurato. Dora, Albina e Ludovica avevano inoltre preparato un’esibizione musicale con canti natalizi: la sarta intonava, la libraia suonava il violino, mentre la tredicenne le accompagnava con l’oboe. Si fece sì tardi che alla fine i Torri e i Catellani decisero, contrariamente a quanto stabilito, di fermarsi lì a dormire e di ripartire il giorno di Santo Stefano dopo pranzo. Il ventisei dicembre, come tradizione ripeterono tutti assieme per buon auspicio: Carga carga Stefanein, fa pir e pòm e gianda, per i mè ninein.[3]

Quella giornata e mezza era stata talmente intensa e felice che soltanto dopo la partenza degli ospiti Albina ricordò di avere ricevuto un paio di regali ancora da scartare, per cui dopo aver sparecchiato e aiutato gli altri a lavare le stoviglie, salì nella camera delle ragazze per aprire i doni; Ludovica e Dora la seguirono, un po’ incuriosite. La libraia scartò per primo il pacchetto da parte del cugino e rimase incredula nel vederne il contenuto: un meraviglioso collier d’oro con tre rubini e altrettanti zaffiri, doveva essere costato una piccola fortuna. La giovane lo indossò immediatamente per vedere come le stesse, nel guardarsi allo specchio si sentì una specie di principessa. Riposto il gioiello nella scatola, passò al secondo presente, questa volta si trattava di un abito pregiatissimo, Dora sorrise perché era stato commissionato alla sua boutique dieci giorni prima. Nel biglietto che accompagnava il regalo, oltre agli auguri di buon Natale, vi era pure la seguente frase:

Spero lo vorrai indossare se deciderai di venire con me alla festa dell’ultimo dell’anno organizzata dalla Società del Pito presso la sede del Circolo del Casino.

Non temere, ho già chiesto il permesso al Direttore Silvestro.

“Ci andrai, vero?” le domandò briosamente Ludovica.

“No, declinerò l’invito.” rispose seriamente Albina “Sono venuta qua per festeggiare in compagnia dei miei più cari amici, non vi abbandono per gente che neppure conosco.”

“Sei folle! Tu ci andrai, ti obbligo io!” la incalzò con forza Dora, poi la esortò come se fosse sua madre: “Non puoi perderti una grande occasione come questa, io farei i salti mortali per poterci andare. Con noi ci stai già più di una settimana, vai tranquilla a quella festa. Comunque non hai da decidere adesso, l’invito dice che fra tre o quattro giorni manderà un suo domestico a prendere la risposta. Pensaci a modo, fossi in te, io ci andrei.”

 

Città

Pure in città a Reggio c’erano stati grandi festeggiamenti nelle case per quei Santi giorni. Ovunque, da dentro un edificio o dall’angolo tra due strade, si sentivano echeggiare canti e musiche natalizie. Sui portoni vi erano ghirlande di agrifoglio e grandi fiocchi rossi erano appesi alle finestre. Nel giorno di Santo Stefano gli amici si ritrovavano nei caffè o nelle osterie per scambiarsi gli auguri e taluni doni, qualora si fossero rigorosamente trascorsi vigilia e Natale in famiglia.

All’interno del Caffè del Vecchio Teatro, seduto ad un tavolo in un angolo in fondo al locale, con le spalle rivolto il muro, con lo sguardo grave che spaziava per tutto la sala, impettito, con un sigaro acceso stretto tra le labbra, vi era Giangiove. Non faceva nulla, semplicemente attendeva. Probabilmente stava pensando a qualcosa, ma nulla sul suo volto tradiva l’oggetto del suo ragionare, a guardarlo non si sarebbe potuto dire se nella mente gli corressero immagini liete o cupe. Dopo dieci minuti o anche un quarto d’ora che era lì ad aspettare, accorgendosi che la porta era stata aperta, alzò di scatto un poco la testa, allungò il collo per vedere meglio chi fosse appena entrato; riconobbe l’uomo. Alzò il braccio destro e lo agitò con eleganza per aria, poi gli fece cenno di avvicinarsi. Meno di un minuto dopo, si sedette di fronte a lui Gabriele. Accomodandosi il bancario salutò: “Buone feste, vecchio mio.”

“Auguri” rispose l’ingegnere abbozzando un sorriso-“Prendi?”

“Solo un caffè, voglio stare leggero. Sai, dopo le abbuffate degli ultimi giorni…” si mise una mano sul ventre e la batté un paio di volte, per sottolineare che fosse pieno come un uovo; ma subito ci ripensò e disse: “Anzi un infuso può andare ugualmente bene, mi passeresti la lista per favore?”

Giangiove gli allungò il menù che si trovava sotto il suo gomito e attese senza parlare, che l’amico scegliesse. Continuava a fumare il proprio sigaro e a soffiar fuori grigie nuvolette, quando lo ebbe consumato fino in fondo, lo spense nel posacenere; ne tirò fuori un altro, lo guardò qualche secondo e decise di aspettare di ordinare prima di accenderselo, per cui incrociò le braccia sul petto.

Il cameriere passò e segnò su un foglietto un infuso alla melissa e un caffè, salutò cortesemente e si allontanò dal tavolo.

“Sei riuscito a sgattaiolare fuori di casa?” chiese l’ingegnere, canzonando l’amico.

“Cristo Santissimo, non me ne parlare!” si lamentò Gabriele “Non posso nemmeno trattenermi più di un’ora, in teoria. A volte detesto il fatto di avere una famiglia così numerosa: i miei genitori, quando ci sono queste feste, mi costringono a seguirli nell’andare a trovare il tal zio, il tal cugino, il tal nipote del cugino del bisnonno… Che seccatura!” si guardò un poco intorno cercando di rilassarsi, ma poi riprese a dire: “Li conoscessi almeno! Invece no, è gente che vedo solo a Natale o ai funerali di un qualche parente, per lo più anch’esso sconosciuto!” si tirò via gli occhiali e iniziò a pulirne le lenti, come cercando un modo per rilassarsi, sogghignò e aggiunse: “Se non altro è tutta gente di un certo spessore sociale… È bene mantenere questi sporadici rapporti, non si sa mai quando possano tornare utili.”

“Presto ti torneranno utili, stanne certo.” lo rassicurò Giangiove mentre sfregava la testa di un fiammifero per accenderlo “Presto ogni legame, ogni contatto importante che hai” aspirò una lunga boccata di fumo dal nuovo sigaro “Verrà sfruttato.”

“Diamine, devo ammettere che ho un po’ di paura.” ammise sottovoce Gabriele, piegando la schiena in avanti per farsi meglio sentire dall’amico e dall’amico soltanto.

“Non devi.” lo rassicurò l’ingegnere, usando un tono simile a quello di un ordine “Non c’è nulla da temere.” fece una pausa-“Il trentuno dicembre, giurerai. E allora tutto cambierà.” alzò lo sguardo e diede una boccata di fumo, infine aggiunse: “In meglio.”

Tornò il cameriere, portando su di un vassoio la tazza con l’infuso per Gabriele e il caffè di Giangiove. Il bancario prese subito a sorseggiare il proprio intruglio caldo, l’ingegnere invece continuò a fumare.

“Grazie per il regalo!” disse gioviale il ventiseienne, dopo qualche minuto in cui era calato il silenzio “Ne avevo proprio bisogno.”

“Lieto che ti sia piaciuto.” rispose l’altro “Pure il tuo non era per niente male. Ti ringrazio.”

Appoggiò il sigaro sul bordo del posacenere, afferrò il manico della tazzina che aveva davanti e mandò giù in un sol fiato il caffè.

“Con la ragazza che hai tra le mani, Albina, è una cosa seria?” domandò cambiando improvvisamente argomento “Nel senso, pensi che potresti finire con lo sposartela?”

“Mi piacerebbe molto.” rispose Gabriele appoggiando la tazza sul tavolo, poi malinconico aggiunse: “Peccato che adesso sia in campagna, spero che accetti il mio invito a tornare in città e festeggiare l’ultimo dell’anno assieme.” si tolse gli occhiali e, tenendoli per una stanghetta, iniziò a farli ruotare “È una fanciulla meravigliosa, aggraziata, anche la conversazione è piacevole con lei. Ti garantisco che ho le intenzioni più serie con lei.”

“Ti conviene.” lo apostrofò scherzosamente Giangiove, tacque un attimo, riprese tra le dita il caro sigaro. “Silvestro potrebbe irritarsi parecchio con te, se la sua pupilla soffrisse per causa tua.”

“Sì, me lo hai già detto.” gli ricordò, sempre con tono leggero, Gabriele “Tuttavia, non me ne preoccupo, io ho le migliori intenzioni con lei.” bevve un poco “Ti dirò: la sera del ventitré, il Direttore era stato infastidito dal fatto che non gli avessi domandato il permesso di vedere e portare a cena sua cugina, per cui il giorno dopo gli ho immediatamente chiesto se mi autorizzava a portarla alla festa di Capodanno della Società del Pito, fortunatamente mi ha detto di sì.” riprese fiato, era contento e orgoglioso “Il Direttore ha tuttavia detto che prima del trentuno vuole vedermi per parlare con attenzione di questa faccenda.”

“Non ti preoccupare.” lo rassicurò Giangiove, continuando a fumare “Vorrà solo accertarsi delle tue intenzioni. Non dovresti avere problemi.”

 

Silvestro uscì da casa controvoglia. Avrebbe preferito rimanere nel proprio studio a scrivere o nel salotto a leggere qualche libro, ma era stato invitato ad andare ad ascoltare un concerto di musica da camera e non poteva rifiutare. La musica, sia ben chiaro, non gli dispiaceva per nulla, anzi l’apprezzava molto, tuttavia in generale lo seccava stare in mezzo a molta gente se non per ragioni di lavoro. Decisamente preferiva la solitudine, la compagnia di pochi eletti, ma poi spesso si ritrovava ad accettare inviti per questi eventi mondani: da una parte lo faceva per la propria immagine, per farsi vedere, dall’altra era un buon modo per tenere allacciati rapporti che altrimenti non avrebbe coltivato: vedere persone in quelle occasioni gli evitava la noia di doverle incontrare in privato. Prima di varcare il portone, si era ben guardato allo specchio, controllando di essere in perfetto ordine: sì, la camicia era abbottonata bene e infilata nei pantaloni senza pieghe, i gemelli luccicavano, l’abito era perfetto e i capelli ben pettinati.

S’intabarrò. Prese il suo bastone da passeggio, era un oggetto molto pregiato: aveva almeno tre secoli, colorato con vernice nera, il puntale e il pomo, a forma di melograno, erano in argento. Sceso in strada, iniziò a risalire via Toschi e non mancò certo di incrociare tre sconosciuti che lo salutarono cortesemente, forse anche con un pizzico di riverenza. Attraversava piazza del duomo, assolutamente vuota, e, mentre procedeva, vide venirgli incontro un architetto, suo grande estimatore, che conosceva, ma non vedeva da alcuni mesi, il che era strano dacché Reggio era una città piccola e i punti di ritrovo della gente bene non erano numerosi. Forse era più corretto dire che era da alcuni mesi che non lo notava.

“Direttore!” salutò festoso l’uomo “Che piacere incontrarvi, dove vi state recando?”

“Al Circolo del Casino: ho deciso di assistere all’esibizione di un concerto di musica da camera, da parte di alcuni giovanotti.”

“Mattioli e Gianferrari, un mio nipote” precisò l’architetto “Gli altri non li ricordo. Sto andando anch’io. Come state? È tanto che non si ha l’occasione di discorrere!”

“Io sto bene, sto bene.” rispose Silvestro, incamminandosi verso piazza del Monte “Tu, invece?”

“Non c’è male.” replicò l’uomo, seguendo il Direttore “Non vedo l’ora di leggere il vostro tradizionale editoriale in cui riassumete i fatti dell’anno passato e vi affacciate, con occhio critico, a quello venturo!”

“Me ne sto occupando, saprò impiegare al meglio la mia penna.”

“È la vostra specialità! Chiunque legga i vostri articoli, non può fare a meno di ammirare voi, il vostro intelletto, le vostre capacità analitiche.”

“Grazie. Dimmi: tu, invece, di cosa ti stai occupando?”

“Sto lavorando a un grande progetto. Avete presente quell’edificio sulla strada verso Novellara…?” l’architetto iniziò a spiegare a cosa stesse lavorando.

Silvestro ascoltava, non sembrava prestare molta attenzione: a vederlo lo si sarebbe detto assorto in altri pensieri, eppure annuiva e di tanto in tanto interveniva tempestivamente e a proposito.

Arrivarono al teatro in piazza Cavour, dove si unì loro un altro membro dell’alta società, entrarono nell’edificio, lasciarono i tabarri nel guardaroba e raggiunsero velocemente la sala allestita per l’occasione. Vi era un buffet con tartine e stuzzichini, qualche bottiglia di vino e altre bevande, piattini, posate e bicchieri. Vi erano già molti uomini, radunati in piccoli gruppetti di massimo quattro persone.

Seduta su una poltroncina c’era Irene, la moglie di Balletti e lui faceva avanti e indietro dal buffet per portarle ciò che desiderava, poi le si sedeva accanto, si accertava che stesse comoda, poi si alzava per prenderle dell’acqua, poi tornava, poi si risedeva, poi si rialzava per un qualche altro motivo. Dava un sacco di attenzioni all’adorata sposa, che ormai era al nono mese della prima gravidanza e che egli aveva così trascurato nelle ultime settimane, tanto era stato preoccupato per Naborre.

L’architetto andò subito a salutare alcuni amici, l’altro galantuomo invece si avventò sul buffet. Silvestro rimase un attimo sulla soglia, diede uno sguardo generale alla sala, scrutò la propria immagine riflessa in un vetro per assicurarsi nuovamente di essere perfettamente in ordine. Attraversò il salone con la sua camminata flemmatica e sicura. Si avvicinò al tavolo, prese un piattino e vi collocò un paio di tartine e null’altro. Mentre portava a termine quest’operazione, un paio di assessori gli si avvicinarono, lo salutarono e scambiarono convenevoli vari. Il Direttore si aggirava per la stanza, compiendo ogni volta brevi tragitti, con l’unico scopo di farsi notare e di essere salutato per primo dagli altri e non essere lui a doversi avvicinare ad attaccar bottone.

Dieci minuti dopo, un uomo annunciò l’inizio dell’esibizione, così gli invitati presero posto sulle poltroncine e i divanetti, appoggiando piattini e bicchieri colmi, sui bassi tavolini che avevano davanti. Presto i cinque suonatori fecero il loro ingresso, accolti da un applauso: vi erano un pianista, un violinista, un suonatore d’oboe, uno di clarinetto e un violoncellista. Suonarono un primo brano tutti assieme: era l’unico che avrebbero potuto eseguire nell’assoluto silenzio e con l’attenzione di tutti i presenti che, pian, piano avrebbero iniziato a dialogare tra loro, considerando la musica un semplice gradevole sottofondo per le loro conversazioni.

Silvestro aveva aspettato l’ultimo momento a sedersi, per trovare un divanetto vuoto, unicamente per sé. Non rimase in solitudine molto a lungo, infatti non appena era iniziato un duetto di pianoforte e violoncello, entrò nella sala Naborre, tutto contento e andò a sedersi accanto al Direttore.

“Non le dispiace, vero, se mi accomodo qua?” domandò cortesemente sottovoce “Sa, non voglio recar disturbo a Balletti: sua moglie non me lo perdonerebbe mai, temo.”

Silvestro non disse nulla ma fece cenno all’archeologo di accomodarsi pure. Campanini sedette, ascoltò per qualche minuto, poi prese fuori la propria pipa e la caricò.

“Non c’è nulla di più gradevole che una bella fumata con la musica in sottofondo, non credete?” chiese Naborre, cercando di intavolare una conversazione.

Il quarantenne annuì, poi, frugandosi le tasche, disse: “Per una volta sarò io ad imitare qualcun altro.”

Trovò la propria pipa, la preparò e se l’accese.

Ora vi era un assolo di oboe.

“Ho trovato molto interessante il vostro ultimo editoriale, tuttavia devo dire che ci sono alcuni punti su cui dissento.” prese a dire lo studioso “Sto già scrivendo un commento, spero ciò non vi irriti e che me lo pubblicherete sul vostro giornale.” ridacchiò sommessamente.

“Indubbiamente” rispose Silvestro, guardando dritto davanti a sé i musicisti “Io sono disponibile al confronto e al dialogo. Pubblicherò il tuo intervento e, dopo qualche giorno, non mi esenterò dal replicare alle tue obiezioni.”

“Benone.” disse Naborre buttando fuori una nuvola di fumo e applaudendo la conclusione della melodia “E se non mi avrete ancora convinto, ribatterò di nuovo… sperando che i vostri lettori non si annoino.”

“In tal caso troverò altre occasioni e luoghi in cui dibattere con te.”

Il violinista iniziò il proprio pezzo.

Ecco entrare nella sala, in ritardo di quasi mezz’ora, Giangiove e Gabriele, ma nessuno fece loro caso, giacché si erano ormai tutti persi nelle proprie conversazioni. I due giovani sostarono qualche minuto al buffet per rifornirsi di viveri, poi andarono a sedersi presso Silvestro e Naborre, appoggiando sul tavolino i due piattini su cui erano miracolosamente in piedi due torri di tartine.

“Buon pomeriggio Direttore.” disse come prima cosa Gabriele, che aveva deciso che non gli importava di non rispettare gli orari impostigli dalla famiglia e voleva trascorrere la giornata secondo il proprio gusto.

Poi tutti si salutarono vicendevolmente. Iniziarono a parlare tra loro, per lo più il bancario e l’archeologo, Giangiove era un po’ meno loquace del solito e si concentrava molto sulla musica e sul proprio sigaro. Silvestro, invece, interveniva di rado.

“Pericle appestato, Andrea, però, potrebbe anche venire a darci un saluto.” si lamentò Naborre, dopo un paio di minuti che erano rimasti in silenzio.

Prese in mano il calice pieno d’acqua, sorseggiò un poco e, improvvisamente carico di brio, disse: “Vorrà dire che esporrò a voi, Direttore, la mia teoria.”

Giangiove si batté una mano sulla fronte, levando gli occhi al cielo, sconsolato.

“Volentieri. Devo, però, prima sapre di che cosa si tratta.” domandò seraficamente Silvestro.

“Ludovico Ariosto.” sentenziò Campanini.

“Non è propriamente il mio ambito, ma dì pure.” ammise l’uomo.

“È risaputo che l’Ariosto, nella terza satira, scrive:

So ben che dal parer dei più mi tolgo,

che ‘l stare a corte stimano grandezza,

ch’io, pel contrario, a servitù rivolgo.

“Io non lo sapevo, tu?” bisbigliò ironicamente l’ingegnere al bancario che scosse il capo negativamente.

“Era un uomo che rivendicava, giustamente, la propria libertà.” osservò Silvestro, continuando a guardare i suonatori e non il suo interlocutore.

“Proprio per questo fa stupire il fatto che abbia composto un poema encomiastico, non trovate?”

L’Orlando Furioso è innanzitutto un gran poema cavalleresco, una summa del suo tempo, ricca di rimandi alla cultura classica, in fondo è stato scritto in pieno Umanesimo, no? Che cosa ci si poteva aspettare?”

Giangiove non aveva il coraggio di interrompere una conversazione tanto gradevole per il Direttore, per cui si limitava sbuffare, a cercare di concentrarsi sulla musica, infine si accese l’ennesimo sigaro.

“D’altro canto, tuttavia” continuava Silvestro “Non poteva certo vivere di sola aria e scrittura, doveva trovare qualcuno che lo pagasse per questo…”

“Gli Estensi, appunto.” lo interruppe Naborre “Nel suo poema ha inserito delle sviolinate incredibili, pur di compiacere e avere ricompense da Ippolito ed Alfonso d’Este. Sembra quasi incredibile che sia lo stesso Ariosto della terza satira.”

Ora vi era un duetto dei due strumenti a fiato.

“Io non gliene farei una colpa, se fossi in te. Come ti ho detto, doveva pur procurarsi da mangiare. Se ne lamenta pure egli stesso nella satira sesta, quando scrive: da poeta cavallar mi feo.”

“Lo so e lo capisco.” concordò Campanini, ma poi fece uno strano sorriso, strinse gli occhi e disse: “In realtà l’Ariosto non si rinnega, non diventa affatto servile nei confronti della casata d’Este.”

Gabriele aveva iniziato a far roteare gli occhiali, tenendoli stretti per una delle stanghette.

“Probabile.” disse dubbioso Silvestro.

“Vi spiego: ne L’Orlando Furioso stesso, egli li elogia ma allo stesso tempo li schernisce.” era preso da entusiasmo per la propria scoperta “Quando Astolfo si reca sulla Luna e poi, nel primo cielo del paradiso, con San Giovanni, si trova a disquisire sulla Fama. L’evangelista spiega che molti re ed eroi hanno affidato il ricordo di sé e la propria gloria ai poeti, i quali tuttavia esageravano sempre nel narrare le vicende…”

“Ora ricordo!” lo interruppe nuovamente Silvestro “Mi stai parlando del pezzo in cui vien detto che Penelope non era poi così casta, né Enea così pio.”

“Sì, esatto proprio quello.” confermò Naborre, entusiasta di avere trovato un altro buon intelletto oltre al proprio e a quello di Balletti “Capite dunque ciò che cosa significhi?”

“Che l’Ariosto sta avvertendo i propri lettori che anche lui in fondo ha esagerato nella sua opera e che, quindi, gli Estensi non erano poi così gloriosi.” sentenziò il Direttore.

“Esattamente.” concluse soddisfatto l’archeologo.

Giangiove tirò un sospiro di sollievo nel constatare che la conversazione era terminata. Naborre gli stava simpatico, era un suo grande amico, per carità!, tuttavia proprio non lo riusciva a sopportare quando iniziava a discutere di letteratura, oppure di politica, citando continuamente opere di autori già belli che morti e sepolti. Quando poi vi era pure Balletti a dargli corda, allora era la fine. Una noia mortale per l’ingegnere. Per questo si affrettava sempre a trovare un modo per interromperli e, possibilmente, cambiare discorso.

“Gabriele” ordinò d’un tratto Silvestro, mentre il pianista eseguiva Piccola musica notturna-“Voglio che, terminato questo piccolo concerto, ti fermi un attimo con me. Troverò un posto tranquillo dove discutere del fatto che tu faccia la corte alla mia cuginetta.”

“Sì, senza dubbio, molto volentieri.” accettò il bancario.

Si susseguirono così le musiche e le chiacchiere e i saluti che varie persone andavano a porgere al Direttore.

Molti membri della Società del Pito e dell’alta borghesia e della nobiltà reggiana, trascorsero in tal modo il pomeriggio del ventisei dicembre.

 

Campagna

 

Il giorno seguente a quello di Santo Stefano, finalmente liberi dai grandi pranzi da preparare, i ragazzi si diedero al divertimento, alle passeggiate nel boschetto vicino, giochi vari e altro ancora. A metà del pomeriggio, i cinque uomini decisero di sfidarsi ad alcune prove di forza, sfruttando per lo più giochi appresi durante il servizio militare; iniziarono con braccio di ferro, in cui incredibilmente risultò vincitore Ivano. Seguì poi la lotta dei galli, sia in piedi che a terra. Nella prima versione ci si trovava uno di fronte all’altro e ci si spingeva palmo contro palmo cercando di far perdere l’equilibrio all’avversario e dunque di costringerlo ad indietreggiare. A terra, invece, bisognava fronteggiarsi piegati a rana, saltellando sul posto o con piccoli spostamenti, sempre spingendo solo le mani: chi cadeva a terra perdeva. Dopo di che, fecero un altro gioco simile, in cui i due contendenti, in piedi, dovevano tenere i due piedi destri accostati e si stringevano vicendevolmente la mano destra. Da questa posizione dovevano cercare di strattonarsi l’un l’altro tentando di costringere l’avversario a muovere il piede destro. In queste sfide prevalsero nettamente Tombolino e Patroclo, che si contesero strenuamente le vittorie. Infine, non mancò il tiro alla fune singolo.

Le ragazze restavano ad osservare, ricamavano o lavoravano a maglia, facevano il tifo per i propri amati, ridevano e commentavano le contese. Spesso capitava che si distraessero per pensare ad altro.

Era tutto piacevole, soltanto una cosa doleva ad Albina: tutti quanti erano in coppia tranne lei, tutti, tra un gioco e l’altro, trovavano l’abbraccio e il bacio del compagno, tranne lei che eppure aveva lì a due passi il suo amore, ma non poteva stringerlo.

Dora si accorse della velata malinconia dell’amica e ne comprese la causa; così la mattina del ventotto dicembre, la padrona di casa svegliò le ragazze di buon’ora, quando ancora stava albeggiando e mentre dava loro da mangiare una modesta e rapida colazione, spiegò che cosa avesse intenzione di fare: “Andremo nel boschetto a nasconderci, ognuna in un posto diverso e aspetteremo.”

“Che cosa?” domandò Ludovica sbadigliando perché ancora assonnata.

“I maschi, ovviamente.” rispose sorridendo Dora “Quando si sveglieranno e si accorgeranno che non ci siamo, verranno a cercarci e poi… affari vostri, no?”

Tutte furono entusiaste dell’idea e in fretta e furia, silenziosamente, si misero bene in ordine; poi, in punta di piedi, uscirono da casa e si divisero. Albina per un poco seguì Dora attraverso una stradetta costeggiata da esili alberi spogli e le chiese con un tono a metà tra l’offeso e lo scherzoso: “Come mai quest’idea? Voi vi divertirete, io rimarrò sola fino a sera.”

“Invece l’ho fatto proprio per te, non capisci?” ribatté la sarta con aria furbesca “Tutti i nostri morosi verranno a cercare noi, così Patroclo rimarrà da solo e per forza di cose dovrà trascorrere un po’ di tempo con te.”

“Mah, secondo me non si farà vedere.” concluse la libraia poco convinta.

In cuor suo auspicava ardentemente che il giovane si facesse vivo, ma reprimeva questa speranza, si diceva che non sarebbe mai capitato, se lo ripeteva per paura di illudersi, per paura dell’amarezza di una speme infranta.

Poco dopo si separarono, Albina passeggiò un’oretta avanti e indietro, senza meta, poi decise di fermarsi vicino al laghetto, guardò il proprio riflesso nell’acqua, un po’ tristemente, pensò a quello che stavano facendo i suoi amici e le tornò in mente una poesia di Naborre che recitava così: Sanno che Amore, quando muove in caccia,

cerca le selve occulte e più profonde,

san che i pastori seguon la sua traccia,

e quei che è più bramoso, e più s’asconde.

Erran caendo; e quando tornan fuore,

se alcuna manca, dicono, beata,

ella ha trovato il suo forte amatore,

che ancor l’abbraccia, e la tiene serrata.

Sedeva lì dunque e pensava, immalinconendosi e senza saper cosa fare; d’un tratto udì dei passi, si voltò e vide Patroclo, era mesto come al solito, la ragazza non sapeva che dire, non sapeva se fosse il caso di chiamarlo od aspettare, tanto sarebbe passato da lei comunque, almeno sperava. Alla fine tacque, attese un poco e come si aspettava il giovane la raggiunse.

“Di chi è stata l’idea?” domandò immediatamente quello, in piedi accanto alla giovane, ma fissando il panorama e non lei.

Il cielo era grigio, tutti gli arbusti secchi, non vi era neppure un pino o una pianta sempreverde, tutto era grigio, ocra, brullo, spento.

“Di Dora.”

Albina rispose senza neppure guardarlo, aveva paura, poiché sapeva che un gesto o una parola di Patroclo avrebbe potuto renderla felice o rattristarla terribilmente. Si diceva tra sé e sé di rimanere fredda, di non dargli retta, perché sentiva l’irrefrenabile impulso di abbracciarlo, di riempirlo di domande, ma temeva la sua reazione. Il ventunenne si mise dietro di lei, si sedette e la cinse con le sue forti braccia, braccia che da tanto tempo non avevano stretto altro che armi. La libraia tremò e rimase immobile senza dire nulla.

Patroclo la tirò a sé in modo che la schiena di lei fosse a contatto col suo petto. Ella sentiva il calore, era piacevole, ma avrebbe voluto piangere, perché non capiva che cosa stesse accadendo. Il giovane iniziò a muovere le dita lungo i fianchi e la vita e la pancia della ragazza, provocandole un delicato e dolce solletico, come se si trattasse di una pioggerella primaverile.

Nessuno dei due parlava. Ad un tratto egli iniziò a baciarle il collo, allora ella si voltò di scatto e si ritrasse, domandando: “Che fai?”

Patroclo la osservò alcuni istanti, poi le prese le mani e sussurrò: “Mi sei mancata tremendamente. Sono stato uno sciocco a respingerti, me ne sono reso conto solo mentr’ero lontano da te.”

Al colmo della gioia, dimentica di tutto, Albina gli gettò le braccia al collo e pianse; egli l’abbracciò stringendola forte, lasciando che si sfogasse. Una volta placata, la ragazza si ricompose, si staccò da lui e lo fissò, come per domandargli che cosa sarebbe accaduto allora. Il giovane si avvicinò, premette le proprie labbra su quelle della libraia e la baciò. Albina sarebbe anche potuta svenire per l’emozione, tanto quel gesto era inaspettato e bramato. Dopo quel dolce bacio, ella si alzò in piedi e fece qualche passo verso il boschetto che avevano alle spalle, egli la bloccò.

“Dove vai?” le chiese con tono brusco e sorpreso.

“Che cosa vuoi da me? Perché fai così?” lo aggredì verbalmente la giovane.

“Te l’ho detto, mi sei mancata.” la voce calma saliva dal profondo dell’anima del giovane-“Ogni giorno pensavo a te e alla tua dolce presenza. Al tuo respiro, al tuo parlare, al tuo modo di fare, ecco a cosa ho pensato per un anno. Più di ogni cosa mi mancava il tuo sguardo, grazie al quale sapevo sempre che mi avevi capito. Già, perché a noi basta guardarci negli occhi per intenderci.”

Era vero. Quanto le era mancata la loro intesa profonda in quei mesi. “Menti.” lo accusò ella, poi continuò con voce un poco tremante per la rabbia: “Se così fosse perché non sei venuto da me, appena tornato? Perché ho saputo da altri del tuo ritorno? Non puoi venire qui e fingere di avermi sempre amata, non puoi giocare con i miei sentimenti. Se è vero quel che dici, dimostramelo.”

Detto questo, se ne andò di corsa verso la casa, senza che Patroclo facesse nulla per fermarla.

Per l’ora di pranzo erano tutti tornati al casale, solamente Biagio e la sua fidanzata mancavano all’appello, ma nessuno se ne preoccupò. Il pasto fu semplice, un poco di polenta con formaggio e nient’altro, il chiacchiericcio era costante, però Dora notò che Albina se ne stava in silenzio e aveva gli occhi rossi di chi ha pianto.

Nel primo pomeriggio, mentre gli altri facevano la pennichella, la sarta chiese pazientemente all’amica che cosa l’avesse turbata questa volta, dopo aver ascoltato tutto, saltò su rimproverandola energicamente con queste parole: “Ma allora sei tu che non ti accontenti mai di nulla! Diamine, Patroclo viene da te, ti abbraccia, ti bacia e tu te ne vai? Smettila di lamentarti; ad un certo punto è poi anche colpa tua.”

“Ho avuto paura.”

“Ma di cosa, insomma? Non è quello che volevi, che lui ti amasse?” Dora era davvero spazientita.

“Sì, però ho tanto sofferto…” tentò di giustificarsi l’altra “Ho paura di starci di nuovo male. Io, Patroclo, lo vorrei sposare, se avessi la certezza che mi amerà davvero e per sempre, allora non esiterei… Tuttavia se si trattasse di un’attrazione momentanea? O se lo facesse soltanto perché è un anno che non vede una donna ed ha certi bisogni?”

“Di sicuro non c’è nulla nella vita.” sentenziò Dora, riproponendo una frase della saggezza popolare, poi la confortò con fare deciso “Ma non credo che il nostro amico sia uno di quelli che illude le persone.”

“Lo amo. Lo amo troppo.” i suoi occhi luccicavano “Potrei accettare di essere ingannata da chiunque, ma non da lui. Se ora io mi lasciassi andare, se mi abbandonassi alla contentezza che eppure preme per uscire e vorrei liberare; se mi concedessi per poi scoprire che tutto ciò per lui è nulla, nient’altro che una facezia, io non lo potrei sopportare. Io ho paura di Patroclo e lo odio anche, per questo. Sono arrabbiata con lui e soprattutto con me stessa, perché ho una sorta di dipendenza nei suoi confronti, sento una catena che mi lega a lui e ogni minima cosa che fa genera in me un grande sentimento. Non potrei sopravvivere, o almeno non sarei più la stessa, se, dopo avermi presa, lui mi rigettasse.”

“Non puoi buttare al vento una felicità presente, per paura di soffrire in futuro. Questa è un’occasione che va afferrata, è ciò che desideri da sempre, non preoccuparti di quel che sarà. Non sappiamo nemmeno quanto ci è concesso di vivere, meglio sfruttare tutte le possibilità, pur mantenendoci sul retto sentiero.”

“Hai ragione, ma…” lasciò perdere, non voleva essere ridondante e concluse velocemente: “Comunque sia gli ho detto che deve dimostrarmi di amarmi. Se in questi giorni lui mi darà attenzione e si comporterà a modo, cadrò subito tra le sue braccia, senza più dubbi.”

“Giusto, ma perché non subito, insomma?!” la incalzò anche con gli occhi.

“Non mi aveva neppure detto di essere tornato e da quando siamo qui mi ha rivolto pochissime volte la parola: come posso credergli?” chiese irritata.

“In parte hai ragione, ma dall’altra devi considerare che lui non aveva detto del suo ritorno a nessuno, l’hanno scoperto per caso il mio Ivano e Tombolino.”

Dora non l’aveva detto a nessuno, se non col proprio moroso, ma trovava molto strano e forse preoccupante il fatto che Patroclo fosse rimasto nascosto per qualche tempo.

“Comunque sia, guardiamo come si comporta, poi spero farai la scelta più assennata.”

Le aspettative di Albina purtroppo furono deluse. Patroclo non le si accostò più, né quel giorno, né il seguente, neppure chiacchierarono; così quando il trenta dicembre giunse un valletto da parte di Gabriele per chiedere ad Albina se avesse deciso di festeggiare il Capodanno in città con lui, la libraia rimase un attimo incerta: avrebbe voluto dire di no e restare con gli amici in quel clima genuino e spontaneo, ma poi i suoi occhi caddero su Patroclo, impassibile.

Ella ebbe un moto di stizza per la sua mancanza di gelosia, per cui guardò il messaggero e rispose: “Riferisci ad Gabriele che accetto con grande piacere il suo invito e che sono molto lieta di rivederlo e che indosserò il suo regalo, di cui lo ringrazio infinitamente.”

In quel momento Patroclo, con un piccolo scatto di irritazione, si allontanò. Albina notò questo gesto, ma rimase ferma nella sua decisione, voleva farlo ingelosire, voleva fargli capire che se non si fosse fatto avanti seriamente e non solo per toccarla, ella sarebbe finita con qualcun altro che certo non la meritava. Il messaggero, sentita la risposta, comunicò: “Molto bene. Domani alle diciassette arriverà una carrozza per condurla in città presso il signorino Rovesti, che l’accompagnerà alla festa.” non aggiunse altro e andò via senza nemmeno lasciarsi offrire qualcosa da bere o mangiare.

 

 

NOTE

[1] “Ventisette Don Padre Gallo, ventisette suonatemi un ballo, 27 ho il flauto rotto, 27 fallo aggiustare, 27 non ho denaro, 27 vendi il cavallo, 27 l’ho venduto, 27 cos’hai preso?, 27 una bella ragazza, 27 dove sta la ragazza?, 27 nel prato del duca, 27 dov’è questo parto?, 27 il fuoco l’ha bruciato, 27 dov’è questo fuoco?, 27 l’acqua l’ha spento, 27 dov’è quest’acqua?, 27 il bue l’ha bevuta, 27 dov’è questo bue?, 27 in riva al Po’, 27 chi c’era dietro?, 27 il mio Tava’, 27 coca aveva sopra?, 27 un cuore di bue, 27 cosa aveva nel petto?, 27 un balla di fieno, 27 cosa aveva nella borsa?, 27 un escremento di mucca.”

[2] “L’acqua va alla bassa e gli sciocchi si femano a Gavassa”

[3] “Elargisci, elargisci, Stefanino, fa pere e mele e ghiande per i miei maiali.”

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