EPTAPOLEIS

EPTAPOLEIS: Heryna, il congedo

Questo è un racconto spin-off di un romanzo di prossima pubblicazione. E’ comprensibile anche senza conoscere nulla del resto ma, per avere qualche piccola informazione in più, vi consiglio di dare un’occhiata, prima della lettura, a questo: https://lasoffittadelbardo.com/2018/02/14/eptapoleis-che-cose/

 

HERYNA, il congedo

Caro Berto,

spero di essere lontana da qui, quando tornerai a casa e troverai questa lettera sotto il cuscino. Un biglietto segreto come quelli che ci scambiavamo da piccoli per non farci scoprire da mamma e papà. Questo è l’ultimo che ti scrivo, spero mi perdonerai.

Mentre leggerai, sarete tutti preoccupati, immagino, agitati e confusi, vi starete chiedendo perché non sono rientrata per cena, perché non ho avvertito che sarei rimasta da qualche amica. Starete cercando di contattare tutti i nostri conoscenti per sapere se sono da loro e forse papà avrà già allertato dei Fulakoi e inviato qualcuno a chiedere notizie negli ospedali.

Mi dispiace, davvero, non vorrei creare tutto questo trambusto, recare fastidi alla famiglia perché, lo so, quello che sto per fare attirerà su di voi attenzioni indesiderate.

Perdonami, perdonami davvero.

Sono sicura che qualsiasi guaio questo mio gesto vi possa portare, voi lo supererete illesi. Insomma, il cognome Heir ha valore e vi eviterà gravi conseguenze.

Perdono, te l’ho già chiesto, lo so. Voglio che tu capisca che per me non è facile od indolore, è una decisione che non ho preso a cuor leggero, anzi.

Questa fuga, perché di fuga si tratta, non è un capriccio, non è egoismo, né è stata una soluzione affrettata.

Me ne sto andando per amore.

Amore. Ecco perché confido tutto a te, so che tu mi puoi capire. Mamma e papà non se ne capaciterebbero; Manno, invece, credo sia ancora troppo giovane per capire.

 Immagino nostro padre tirare fuori qualche assurda spiegazione sul perché o per come convinzioni latenti nella mia mente hanno condizionato una sciocca e irrazionale decisione. Lo sento già riempirsi, come al solito, la bocca di paroloni da idioniatra.

Non capisce che le persone non sono uguali e non si possono aggiustare, quando non rientrano negli schemi considerati comuni e sani. D’altra parte, quasi tutti ad Eptapoleis ritengono che ci siano una manciata di modi di essere giusti e considerano pericoloso chi non li segue, come fosse una macchina che sbuffa vapore a singhiozzo e che necessita di una revisione agli ingranaggi.

Sto divagando, quello, poi, è il tuo settore e non voglio invaderlo.

No, non lascio la polis per protesta o alla ricerca di libertà o altro. Come ho già detto, la mia è una scelta d’amore.

So che puoi capire perché anche tu ami. Tu ed Evike siete stupendi da vedere.

L’ho sempre invidiata per aver trovato un uomo che l’apprezza e la rispetta. Intendo dire, lei non è una fidanzata affidata dall’Ufficio Unioni, o scelta dalla famiglia per questioni di prestigio, favore o altro. No. voi vi siete scelti l’un l’altra, reciprocamente.

Per te lei non è un accessorio di cui far bella mostra in società, da rimproverare quando il suo agire non è conforme al tuo volere o inadeguato per l’opinione pubblica.

A volte invidio i Plutofori e i Fulakoi: le loro donne non devono essere impeccabili, non devono misurare ogni parola e movimento, non devono incarnare l’ideale filosofico ogni istante che trascorrono fuori casa.

Non siamo Filosofi, ma in quanto Akakioi non possiamo certo portare disonore o discredito alle nostre origini.

Oh, per l’Iperuranio, quanto odio dovermi preoccupare ad ogni di respiro non solo di non contravvenire a leggi e regole (quelle non le discuto) ma anche tutti quegli atteggiamenti, quei vezzi che si pretendono dalle donne della nostra casta, come la postura del collo e del mento o il non parlare se non direttamente interpellate.

Mi conosci, sai che fatico a trattenermi e che la compostezza mi ha sempre infastidita. Quante volte ho sentito nostro padre elogiare le virtù e il sapersi comportare di Dafne, chiedendomi perché non prendessi esempio da lei.

Se sapesse com’è davvero nostra cugina … la odierebbe. Riconoscerebbe persino lui che il suo atteggiamento ineccepibile non può affatto compensare la sua arroganza e la sua spietatezza per raggiungere i suoi obbiettivi.

Nostro padre potrà anche essere uno zelota, ma a suo modo ha rispetto per tutti e vuole aiutare gli altri. Dafne, invece … beh, la conosci anche tu.

Sicuramente si guadagnerà un buon marito, un Epimeleta di sicuro, anche se, sotto sotto, spera di poter attirare la stima di un Filosofo che decida di poterla ritenere degna di un figlio primogenito.

Ecco, ora capisci perché ammiro tanto te ed Evike?

Con voi non c’entrano sotterfugi, non cercate prestigio o promozione sociale, siete legati da un sentimento profondo, un affetto che vi fa essere indispensabili a vicenda e che vi unisce. Non vi considerate degli strumenti o dei passatempi.

Vi ho osservati spesso. Non intendo dire che vi spiassi ma che prestavo attenzione al vostro modo di interagire a come avete portato avanti questa relazione a dispetto di padri, madri, Uffici e altro.

Tu non pretendi che lei corrisponda a un’idea che hai in mente, che ti rechi solo felicità e che non ti provochi fastidio o noia. Tu la apprezzi e la ami per come è lei come persona. Allo stesso modo lei non pretende che tu la soddisfi e che tu viva per lei, come in alcune coppie accade.

C’è equilibrio, ognuno è una persona indipendente e assieme siete più forti.

Vi ho visti essere in disaccordo, discutere e forse un paio di volte addirittura litigare, ma non avete mai permesso che questo vi potesse separare perché alla base del vostro rapporto c’è il rispetto e la stima e non il capriccio di avere qualcuno che vi assecondasse in tutto e per tutto.

Perché ti sto dicendo questo? Perché mi dilungo?

Voglio che tu sappia, che tu capisca appieno la mia scelta.

Ho visto il vostro amore e ho pensato che sia la cosa più bella del mondo, l’unico tipo di relazione che posso desiderare e accettare. Come potrei accontentarmi di meno?

Forse ha ragione nostro padre e sono una scellerata, ma non posso tollerare l’idea di condividere l’intera vita con un uomo senza quello stesso tipo di affetto che lega voi.

Non potrei mai sopportarlo, soprattutto ora che amo un uomo e lui ama me.

Ti sorprendono queste parole? Lo so; ho nascosto bene la faccenda e sono sempre stata brava a mentire.

Si chiama Styvaex e l’ho conosciuto due mesi fa.

Avevo accompagnato mamma per delle commissioni e, mentre lei era intenta a farsi prendere le misure e discutere con Reginold circa come volesse il nuovo abito, io mi annoiavo. Allora sono sgattaiolata fuori e mi sono affrettata verso il mercato.

Sai quanto mi piaccia quel luogo, così pieno di gente. Adoro vedere tutti quanti in fermento. I venditori che declamano a gran voce la qualità della loro merce, sventolandola sotto i nasi dei passanti, neanche si trattasse delle vecchie stoffe o vasi di Ildemiurgo. Gli acquirenti e i passanti, invece, paiono sempre grandi critici che guardano di sbieco ogni cosa, cercando dei difetti per farsi abbassare il prezzo. Beh, ci sono anche quelli entusiasti che comprerebbero ogni cosa.

Camminai come mio solito tra quella gente, ascoltando le conversazioni e osservando quei piccoli stralci di vita così diversa dalla nostra.

Arrivai nella zona dedicata al cibo e alle piante e, in mezzo ai banchi di legno, vidi un uomo che invece aveva esposto la sua merce a terra, su un vecchio telo logoro. C’erano frutti che non avevo mai visto prima e mazzi di fiori il cui profumo era così intenso da lasciarmi stordita. Era dolce e mi sembrava che il polline mi entrasse nelle narici, nonostante la distanza. Mi avvicinai di qualche passo e, dopo essere rimasta a guardare quelle strane forme colorate per non so quanto tempo, mi sono chinata per osservarle meglio.

Un frutto attirò la mia attenzione, era poco più grande di un uovo, un po’ schiacciato, tutto marrone e  ricoperto da una sorta di peluria. Non era bello e forse proprio per questo lo notai: stonava in quell’insieme festoso.

Allo stesso tempo, però, mi incuriosiva, mi domandai che cosa ci facesse lì. Ovvio, era in vendita, però … volevo saperne di più, ecco tutto. Allungai la mano per tastarne la consistenza, ma qualcuno mi precedette. Sollevai lo sguardo e il fiato mi si spezzò in gola, ebbi un sussulto.

Era soltanto il venditore, ma mi aveva fatta tremare tutta e non di paura.

Come descriverlo? Come riuscire a farti capire l’effetto che mi fece?

Sembrava un buon giovanotto, non dimostrava trent’anni. Aveva un barbetta castana lungo il filo delle guance, lunga un paio di dita ma che lasciava il volto scoperto a parte per un folto e ingombrante paio di baffi sotto il naso. Dall’alto cappello a cilindro, gli sbucavano fuori dei riccioli che fan tenerezza.

Un ragazzo come molti, fin qui. I suoi occhi, tuttavia, erano semplicemente unici. Completamente neri, senza pupilla, iride o sclera, grandi, sporgenti, tondi.

Chiunque si sarebbe ritratto inorridito, chiunque altro li avrebbe trovati inquietanti, ma non io.

Non immaginavo a chi mi stessi trovando davanti e pensai che soffrisse di una qualche malattia, non mi fece paura e, anzi, sentii il bisogno di mostrargli che ero a mio agio e gli sorrisi.

Supposi che dovesse spesso essere stato trattato male e insultato per quella sua particolarità, quindi volevo essere amichevole.

Credo di poter dire che si stupì. Li ho visti brillare, quegli strani occhi. Anche lui mi sorrise, mostrandomi tutti i suoi denti. Erano gialli e un paio mancanti, ma non mi importava.

Non so quanto siamo rimasti a fissarci così, poi mi decisi a chiedergli che frutto fosse quello che teneva nel palmo.

Mi disse il nome, ma non lo capii, aggiunse che era un frutto molto antico, mangiato dagli uomini prima dell’Arcobaleno cosmico e che ora era coltivato solo in pochissimi luoghi.

Mi misi a ridere: sembrava talmente assurdo!

Mi chiese se mi piacesse e gli risposi di no e che sembrava davvero triste e insignificante rispetto alla vivacità dagli altri.

Mi sconsigliò di lasciarmi ingannare e mi invitò ad attendere. Si voltò per prendere qualcosa nelle cassette di legno che teneva dietro di sé. Notai allora che portava un enorme zaino sulle spalle, era più grande della sua schiena e sembrava pieno. Mi stupii: perché non aveva appoggiato quel peso ingombrante?

Tornò a guardare verso di me, stringeva un coltello. Riprese il frutto, lo tagliò a meta e mi mostrò l’interno: era verdognolo, bianco al centro e con semini neri. Una vera sorpresa.

Styvaex mi guardò con soddisfazione: era orgoglioso dell’espressione di meraviglia che si era dipinta sul mio volto.

Dopo di che rimosse una striscia di buccia tagliò una fetta in orizzontale del frutto, la infilzò con la punta del coltello e me la porse affinché l’assaggiassi.

Io la guardai un poco perplessa: dovevo prenderla con le mani? Non sarebbe stato igienico e poi dove mi sarei pulita le dita?

Feci qualcosa che non mi sarei immaginata di fare, fuori casa. Avvicinai la bocca al coltello, con i denti afferrai la fetta e la strappai dalla lama.

Masticai il frutto, era molto succoso e dal sapore un po’ aspro, buono però.

Styvaex mi scrutava e, nonostante i suoi occhi, sentivo che era uno sguardo interrogativo: voleva sapere se mi fosse piaciuto.

Sorrisi e commentai dicendo che era senza dubbio assai particolare ma che ero molto contenta di quella novità. Lui si disse lieto di aver trovato qualcuno che non avesse paura di osare. Mi sembrò una frase esagerata ma lui insistette, dicendo che qui ad Aristeia non aveva ancora trovato qualcuno disposto a provare l’ignoto.

Per l’Iperuranio, quante righe ho speso per parlare di questo frutto di cui nemmeno ricordo il nome. Chissà cosa starai pensando, ti chiederai forse perché dare tanto spazio a un fatto di così poco conto.

La verità è che, a dispetto dell’apparenza, è un fatto estremamente importante. È stato grazie a questo che io e Styvaex ci siamo conosciuti e, oso dire, piaciuti. È stato un incontro che è riuscito ad avvicinarci in un modo semplice e spontaneo. Come posso spiegarmi?

È stato un gesto che ci ha permesso di conoscerci.

Lui aveva cominciato a parlarmi e io lo ascoltavo, un poco stordita ma d’improvviso mi ricordai della mamma. Probabilmente aveva finito di accordarsi con Reginold e mi stava cercando. Non potevo farmi trovare lì.

Mi scusai con Styvaex e gli dissi che dovevo andare, lui mi mise in mano quel che rimaneva del frutto: voleva lo tenessi come ricordo e mi domandò quando avremmo potuto rivederci.

Risposi che non ne avevo idea ma che mi bastava che lui dicesse dove e quando e io mi sarei fatta trovare là. Mi diede appuntamento per la sera seguente in una foresteria. Pensai fosse un mercante con poca fortuna o scarso fiuto per gli affari.

Gli promisi che lo avrei raggiunto e me ne andai. Tornai velocemente nella strada dei negozi dove avevo lasciato mamma e mi infilai nella prima bottega per fingere di aver passato il tempo a guardare merce in quella zona.

Tornata a casa, dopo cena, mangiai metà del frutto e decisi di piantare l’altra nel giardino il giorno dopo, appena tornata da scuola.

Mi sentivo felice, per tutto il pomeriggio e la sera le mie labbra erano state un sorriso, sentivo il mio petto leggero e luminoso, la testa svuotata dalle preoccupazioni. Volevo concentrarmi solo su Styvaex, anche se ancora non ne conoscevo il nome: non ci eravamo presentati. Ripercorrevo nella memoria tutti i minuti passati assieme, ogni gesto e ogni parola. Cercavo di rivivere l’incontro con tutti i sensi: il profumo dei fiori, il colore della frutta, i brividi che mi avevano attraversata. Non volevo permettermi di dimenticare qualcosa.

Quando andai a dormire, mi sdraia sul letto e chiusi gli occhi, ancora pervasa dalla felicità, ancora decisa ad allontanare qualsiasi pensiero che avrebbe potuto turbarla.

Dalla mattina, fino alla sera, il giorno dopo contai ogni minuto che trascorreva, fissavo l’orologio sperando che il mio sguardo torvo mettesse sottopressione le lancette e le convincesse a correre pi veloci.

Mentii a nostro padre, gli dissi che sarei andata a cena da un’amica e poi mi sarei esercitata con lei a suonare la cetra. Appallottolai il mantello più vecchio che ho e lo tenni sottobraccio fino a che non fui abbastanza lontana dal nostro quartiere, allora me lo gettai addosso: non volevo attirare l’attenzione coi miei abiti, nelle zone di periferia.

Arrivai alla foresteria, lui mi stava aspettando fuori per accogliermi subito e non farmi sentire in imbarazzo a cercarlo tra i tavoli.

Mangiammo e chiacchierammo, non ci fu silenzio per un solo secondo. Dovevamo scoprirci e ci fu facile aprirci: avevamo già trovato quella sintonia necessaria a riversarci l’uno nell’altro e viceversa.

A fine serata mi disse che il giorno dopo avrebbe dovuto uscire da Aristeia. Scoprii allora che non si trattava di un mercante, bensì un Viandante.

Tu sai bene che i Viandanti possono stare solo pochi giorni consecutivi dentro una polis e che devono lasciar trascorrere del tempo tra un ingresso e l’altro.

Mi rattristai molto: avevo appena conosciuto una persona speciale e già spuntava fuori un problema che ci avrebbe divisi.

Mi disse che anche lui era dispiaciuto e che avrebbe voluto rimanere con me. Fu allora che gli venne l’idea di rimanere nei paraggi della polis e non allontanarsi in cerca di affari. Mi promise che sarebbe rimasto poco fuori dai confini della campagna, se io fossi andata a trovarlo.

Uscire dalle mura.

Da sola.

Per andare a trovare un uomo.

Tremai. Persino il mio fiato era scosso da fremiti. Sembrava rischioso, incosciente ed estremamente giusto.

Tu puoi capirmi, vero? Anche tu e i tuoi amici talvolta agite nell’ombra e sono certa lo facciate soprattutto perché da quel brivido in più che rende tutto più interessante.

Un conto è andare a trovare il fidanzato alla luce del giorno, un altro conto è farlo in segreto, guardandosi attorno circospetti, accompagnati dalla paura di essere scoperti. Quanto è più bello l’incontro, se preceduto dal pericolo e la fatica?

Mi sentivo un po’ come Disfrene che di notte andava ad incontrarsi con un Plutoforo, ma avevo ed ho la certezza che la mia storia non avrà il triste epilogo che nostro padre ci raccontava per spiegarci come sia dannoso mescolarsi con altre classi.

Ci siamo visti così per un paio di mesi. Non tutti i pomeriggi, ma quasi. Quando lui poteva entrare nella polis lo faceva, quando doveva restare fuori, lo raggiungevo io.

Le ore passavano in un baleno eppure non mi sembra che siano trascorsi appena due mesi, mi sembra di conoscerlo da sempre. È come se fossimo stati una cosa sola nell’Iperuranio, prima di nascere, e là torneremo ad essere un’unità, dopo la morte.

È sempre stato rispettoso, non ha mai provato a toccarmi in maniera sconveniente. Non mi ha mai chiesto denaro o regali. Styvaex apprezza me come persona, il mio carattere, il mio modo di pensare e di essere. Mi ama e io amo lui.

Notavo cose strane in lui, come il fatto che tenesse sempre il grosso zaino sulle spalle o che non volesse che gli toccassi il cappello che teneva sempre ben calcato sulla testa.

Tutto andava bene finché l’altro giorno l’ho visto cupo e taciturno. Gli ho domandato se ci fossero problemi e lui ha risposto di trovarsi di fronte a un grande dilemma: alcuni giorni prima aveva incontrato un amico che gli aveva proposto di seguirlo a Sciakoon, una sorta di polis non paragonabile a quelle di Eptapoleis. Là c’è lavoro ed è l’unico posto dove i Viandanti possono vivere dignitosamente. Il suo amico vuole aprire un’attività e gli ha chiesto di mettersi in società.

Styvaex sa che questa è l’opportunità migliore per la sua vita, ma non vuole lasciarmi.

Per questo non sapeva cosa fare ed era turbato.

Gli ho detto di non preoccuparsi, non avrebbe dovuto scegliere: lo avrei seguito ovunque.

Non mi importa dove vivremo o come, l’unica cosa che conta è poter stare assieme.

Era commosso e ho visto le sue lacrime, uguali alle nostre, scendere da quegli occhi scuri. Mi ha sorriso con amarezza. Mi ha detto che sapere quanto tenessi a lui gli scaldava il cuore e per questo si sentiva in colpa.

Non ho capito che cosa intendesse e gliel’ho domandato. Con un gran sospiro Styvaex ha iniziato a spiegarmi di non essere stato del tutto sincero con me. Cominciò col dire che lui non avrebbe mai potuto entrare in una polis senza mascherarsi. Anzi, non si sarebbe potuto nemmeno avvicinare alla campagna, senza rischiare di essere ucciso.

Ero sempre più confusa: si trattava di un bandito, forse?

Subito nella mia testa si sono formulate miriadi di perdonabili ipotesi che potessero giustificare una taglia sulla sua testa: tasse insolute, un malinteso, un errore giudiziario.

Lui ha appoggiato una mano sulla mia spalla, cercava di confortarmi e mi disse che poteva solo mostrarmi il motivo, scusandosi infinitamente per non essere stato sincero con me, assicurandomi che avrebbe voluto tante volte rivelarmi la verità ma che non lo avesse fatto per paura che fuggissi da lui.

Ha messo le mani sulla tesa del cappello e se l’è sfilato lentamente. Da sotto quell’alto cilindro spuntarono due antenne da insetto che si sono raddrizzate e sgranchite dopo essere state schiacciate dal copricapo.

Non era finita. Si è portato le dita ai bordi della bocca e ha scostato i baffi per mostrarmi le due piccole tenaglie, come quelle degli scarabei, che spuntavano a lato delle labbra.

Per ultimo, si è tolto lo zaino. Ho visto allora che il retro era bucato e non serviva a portare oggetti, bensì a nascondere le ali da coleottero che gli ricoprono l’intera schiena.

Un somazoo.

Avevo davanti a me un somazoo.

L’uomo che amo è un somazoo.

Sì, hai capito bene. Me lo sono dovuto ripetere due o tre volte prima di rendermi conto e accettare quello che avevo davanti agli occhi.

Un somazoo!

Quegli esseri che ci insegnano a temere e odiare fin dalla più tenera età. Filosofi e Fulakoi non fanno altro che ripeterci quanto siano pericolosi, feroci e bestiali, privi di qualsivoglia intelletto. Furie capaci solo di aggredire uomini e animali per cibarsi. Uomini dell’Era pre-Filosofi che, per la loro follia, anarchia e incapacità di controllarsi, furono tramutati dall’Arcobaleno Cosmico in questi orridi ibridi, senza ragione.

Ero furiosa per quella bugia.

Non la bugia di Styvaex, bensì quella dei Filosofi.

Conosco un solo somazoo per ora, è vero, ma è senza dubbio l’essere più gentile che io abbia conosciuto. Non è erudito, ma è intelligente e sa capirmi.

Questo è un altro dei motivi per cui sto scrivendo a te. So che tu e i tuoi amici dubitate della sincerità dei Filosofi, so quanto amate mettere tutto in discussione. Voi blaterate di libertà, consapevolezza e ciance varie. Io parlo di amore. Ci incontriamo, però, nella certezza che Ildemiurgo nasconda la verità.

Ho abbracciato Styvaex, non avevo potuto farlo prima, nonostante lo desiderassi. L’ho baciato sulle guance e gli ho detto che non mi importa del suo aspetto e che non lo temo.

Ho confermato la mia volontà di voler costruire il mio futuro assieme a lui.

Me ne vado da Eptapoleis non per far contento lui, ma perché io non potrei avere una vita felice qui, se lui non può stare accanto a me.

Non credo che gli uomini si equivalgano, quando si tratta di trovare un compagno per la vita.

Sì, forse potrei trovare tra i candidati che papà mi proporrà qualcuno che sia simpatico, forse ammirevole, magari addirittura che sia rispettoso, ma perché dovrei lasciare una certezza per l’ignoto? Solo per non lasciare la tranquillità e gli agi di una polis?

Beh, in effetti anche questa fuga è un lasciare la certezza di una vita economicamente stabile per una che potrebbe portarmi a dover lavorare se non addirittura patire la povertà.

Tra la sicurezza materiale e quella affettiva, però, preferisco la seconda.

Berto, spero che tu, dopo aver letto tutto questo, abbia davvero capito perché vi sto lasciando e spero tu possa perdonarmi

Mi mancherete, avrò nostalgia e vi penserò, ma questo non è più il mio posto. Voi siete la famiglia che mi ha cresciuta, ora devo pensare alla mia. Il futuro mi porta lontana da voi, forse non ci rivedremo mai più e mi dispiace ma ormai ho preso la mia decisione.

Styvaex ha rischiato la vita per me, entrando ad Aristeia ogni volta che poteva e rimanendo nei dintorni. Una folata di vento avrebbe potuto portarli via il cappello e lui sarebbe stato giustiziato sul posto dal primo Fulakoi di passaggio. Ha dimostrato di amarmi fino al punto di mettere in pericolo la sua stessa vita, quindi io posso fare rinunce per stare assieme a lui.

La vita ci obbliga a darci delle priorità e fare compromessi. Sto agendo per la mia felicità. Non rimproverarmi e gioisci per me.

Con eterno affetto

 

Yna

 

La giovane lasciò asciugare l’inchiostro, prima di piegare il foglio e chiuderlo in una busta che sigillò con la ceralacca. Diede un ultimo sguardo alla stanza in cui era cresciuta per quasi diciotto anni e non provò rimpianti.

Prese il borsone in cui aveva chiuso alcuni abiti e qualche piccolo oggetto che le ricordasse la famiglia. Per sicurezza prese anche tutte le monete che aveva a disposizione e qualche gioiello.

Passò nella camera del fratello e lasciò cadere la busta dentro la federa, sperando che Berto fosse il primo a trovarla.

Fece un grosso sospiro quando varcò l’uscio di casa e nel momento in cui si lasciò alle spalle le mura di Aristeia. Non sarebbe più tornata indietro. Tutto sarebbe cambiato. Il petto le di irrigidì, le parve di avere le vertigini, nonostante i piedi a terra, la testa le girava.

Per la prima volta, aveva paura.

Quando vide il volto sorridente di Styvaex, si sentì subito tranquilla e il curo riprese a battere regolarmente. L’uomo aveva bucato il cappello in modo che le antenne sporgessero, si era rasato i baffi e non aveva più lo zaino.

Il somazoo non doveva più nascondersi. Yna non doveva più fingere.

All’ombra della chioma di un albero, poco lontano dagli ultimi campi coltivati, per la prima volta si baciarono.

Senza dirsi nulla, si presero per mano e si incamminarono, alla volta di una nuova vita, assieme.

 

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