Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Capodanno

CAPITOLO 14: Capodanno

 

Dora forse era più eccitata dell’amica, o forse si mostrava entusiasta solo per dare carica e convinzione ad Albina. La sata aveva rinunciato a consigliare la libraia: Albina non sapeva che cosa volesse realmente, era molto confusa ma fermarsi a riflettere non l’avrebbe aiutata a capire.

Il pomeriggio dell’ultimo dell’anno, le due amiche lo trascorsero nei preparativi della diciannovenne, che ovviamente aveva indossato i due doni ricevuti: il prezioso gioiello e il magnifico abito di velluto, color blu notte. Il corpetto era decorato con nastri di seta grigio chiaro e dello stesso colore erano i pizzi a forma di stella che contornavano la scollatura.

Dopo che la libraia si fu vestita, Dora iniziò a sbizzarrirsi nell’acconciarle i capelli fino, a trovare la pettinatura ideale. Alle diciassette Albina pareva quasi un’altra persona, si sarebbe detta da sempre vissuta in mezzo all’alta borghesia e non che ne avesse a malapena sentito l’odore. La carrozza arrivò, era la solita Brum, la fanciulla salutò tutti abbracciandoli, facendo gli auguri per l’anno nuovo e così via. Infine, salì sul cocchio e mentre si allontanava, ancora agitando la mano per salutare, i suoi occhi erano fissi su Patroclo che, in piedi in disparte, braccia conserte sul petto, la guardava a sua volta.

Albina aveva pensato che si sarebbe annoiata durante il viaggio, ma sul sedile aveva trovato un libro con sopra un fiocco e un bigliettino che diceva: Sperando che ti sia gradito; così la ragazza passò un paio di ore leggendo. La lettura l’aiutò non solo ad ingannare il tempo, ma anche e soprattutto a placare l’agitazione; benché fosse la terza volta che partecipava a una serata della Società del Pito, non riusciva proprio a stare tranquilla, tutte quelle persone la facevano sentire a disagio. Da una parte l’affascinava e l’attraeva quel mondo di eleganza, sofisticatezza, formalità, di ipocrisia, di ben pensanti, dall’altra aveva paura di non mimetizzarsi abbastanza. Non che le interessasse essere accettata in quell’ambiente che l’avrebbe sicuramente soffocata, ma ugualmente le piaceva osservarlo dall’interno. Chissà perché, si chiedeva, era tanto attratta da quel mondo, ma in realtà ciò che la incantava davvero e che destava il suo interesse, era l’ipocrisia. L’ipocrisia? Già, proprio quella. Che strano! Non riusciva proprio a darsi una spiegazione.

La carrozza si arrestò, erano arrivati davanti all’abitazione di Gabriele, tuttavia Albina non scese neppure, non le fu concesso, un paio di minuti d’attesa e il giovane salì sulla vettura e diede ordine di partire.

“Buona sera.” esordì il bancario, una volta soli “Sono molto lieto della tua presenza, con te a fianco sarà senza dubbio una serata meravigliosa.”

Benché la voce sembrasse ripetere una frase fatta, risultò molto convincente.

La fanciulla avrebbe voluto avere un ventaglio dietro cui nascondere il viso arrossito, si limitò a uno dei suoi sorrisi e a stropicciarsi le punte dei capelli e mormorò un ringraziamento.

L’uomo proseguì con un ritmo fortemente scandito che enfatizzava la sua sicurezza: “Queste festività sono state molto intense, tra un pranzo da un parente e una cena da un altro. Siamo anche dovuti andare a trovare un mio zio vescovo… che seccatura! Le sorelle di mio nonno, invece, sono state tremende, certo i dolcetti che mi hanno offerto erano squisiti, ma non la finivano più con le solite domande. Ho raccontato molto di te.”

Parlò ancora di sé e quando domandò all’ospite come avesse trascorso quelle giornate, erano già arrivati e quindi non seppe neppure la risposta, dato che si ritrovarono subito a dover salutare e stringere mani all’uno o all’altro membro della Società del Pito, praticamente sconosciuto.

Infine, tra una cosa e l’altra, riuscirono a raggrupparsi con gli altri giovani, sempre i soliti, mancavano i Franchetti che erano a un qualche banchetto offerto da un’altra famiglia di nobili, i Tirelli.

La cena di quella sera non si svolse in modo consueto, tanto meno per un cenone da ultimo dell’anno e ciò un poco irritò i presenti: dato il numero cospicuo di partecipanti, le pietanze non erano servite ai tavoli, ma a buffet. Comunque, l’assortimento era assai abbondante e vario, non mancò nulla, dall’antipasto al dolce ci fu tutto, anzi molto cibo avanzò.

Mentre erano seduti al tavolo, Giangiove guidava la conversazione come di consueto, ad un tratto, sbadatamente, gli sfuggì di definire il re un tiranno. Balletti immediatamente intervenne, sorridendo divertito: “Permettimi di emendarti, amico mio, ma il termine tiranno, che tu hai usato, è impropria, in quanto ha una connotazione puramente negativa. Tiranno sarà poi Cecco Beppe, mica il nostro Vittorio.”

“Questa volta devo dissentire.” lo contraddisse Naborre, scostò la sedia dal tavolo di qualche centimetro, per poter meglio gesticolare esponendo la propria tesi “In origine il tiranno era una figura neutra, se non addirittura positiva. Infatti, i primi tiranni della Grecia erano paladini del popolo che, per volere dei cittadini, avevano scacciato l’aristocrazia dalle poleis, poiché i nobili opprimevano la povera gente. Di conseguenza il tiranno era visto come un giustiziere.”

Giangiove, sgranò gli occhi, come sconvolto, scosse la testa come per rimproverarsi.

“Poco conta l’accezione originaria, quel che più importa è il significato che si è attribuito in seguito al termine e che è riconosciuto da tutti.” ribadì Andrea, agitando la forchetta per aria per dare maggior forza alle proprie parole e proseguì: “I Greci avevano il termine basileus per indicare il re buono e giusto, mentre per il despota utilizzavano la parola tyrannos, quindi vedi bene che già nell’antichità v’era una distinzione netta.”

La disquisizione pareva conclusa lì, ma Albina, amante di tali argomenti, dopo essersi pulita la bocca col tovagliolo di cotone blu scuro, aggiunse: “Ha ragione, tuttavia vale la pena ricordare che questa diversificazione avvenne ad Atene, dopo l’esperienza della tirannide di Pisistrato e di suo figlio Ippia. Quasi in concomitanza con la cacciata di quest’ultimo, poi, è sorta la questione con la Persia.” tutto il brusio di sottofondo non turbava la dotta conversazione “Dario, lo shainsha, era considerato come l’emblema del tiranno che opprime, gli uomini non erano visti più come cittadini, ma come sudditi, schiavi. Egli era il nemico dell’intera Grecia, ne era il difensore, invece, il democratico popolo ateniese. Atene dunque divenne il simbolo della democrazia, della libertà e al suo interno è quindi fiorita una copiosa letteratura sulla tirannide, pensate solo alle tragedie!”

“Giustissimo” concordò Balletti ed iniziò una lunga elencazione, contando i nomi sulle dita: “Lico ne L’Eracle di Euripide, Creonte per l’Antigone, Agamennone ne l’Aiace.

Proseguì citando altri esempi, finché non venne interrotto da Naborre che osservò: “Non vi era solo questo, però, c’erano persone che si accorgevano di queste esagerazioni, prendi per esempio Aristofane che ne Le vespe dice, cito a memoria: Tutto per voi è tirannide e congiure, si denunci un fatto grande o piccolo. Per cinquant’anni non ne ho mai sentito il nome e ora va più del pesce conservato.

“Se poi è diventata una psicosi collettiva, è un problema di Atene!” ribadì acidamente Andrea “Noi non si stava discutendo sulla fondatezza del timore dell’ascesa di un tiranno, bensì su che cosa esso sia di preciso.”

“Il mio insegnante mi ha insegnato” intervenne di nuovo la libraia con voce calma e soddisfatta di tale conversazione, lisciando con le mani la tovaglia bordeaux “Che il tiranno, almeno nelle tragedie, è caratterizzato da questi elementi: autocompiacimento del potere, sfrenatezza, paura, empietà, cupidigia e crudeltà.”

Giangiove, annoiato, anzi allibito nel vedere i suoi amici dilettarsi in simili discorsi, si alzò per riempire il piatto presso il buffet.

“Specifica meglio il termine paura” chiese Balletti, accarezzandosi le basette “Si tratta di incutere paura o di aver timore?”

“Ambedue, direi.” rispose la giovane, dopo averci pensato un attimo “Perché, da una parte, il tiranno, non essendo benvoluto dal popolo, l’unico modo che ha per controllarlo è di tenerlo nel terrore, è esemplare il verso che Accio mette in bocca ad Atreo: Oderint dum metuant[1]. D’altro canto chi detiene il potere ha paura di perderlo e questo lo porta a diffidare di chiunque, a vedere cospirazioni in ogni dove. Eschilo scrive: da questo morbo è afflitta la tirannide: non doversi fidare degli amici.”

“E questo lo rende infelice” la interruppe Naborre, che aveva sia il piatto che lo stomaco vuoti, ma non voleva abbandonare quella conversazione “Già nell’antichità ci si interrogava circa se il potere fosse felice o miserevole. Senofonte, nello Ierone, sostiene che il tiranno è triste perché deve adempiere ai doveri di stato e dunque non è più libero ed essendosi abituato al lusso, non ne riesce più a godere.” con un sorriso e uno sguardo trionfante dichiarò, illudendosi di concludere la discussione: “Lo storico, però, faceva senz’altro riferimento a un tiranno buono e saggio, che ubbidisce alle leggi e si prende cura del popolo, quindi ho ragione io a dire che il termine ‘tiranno’ può essere usato in chiave positiva.”

“Senofonte diceva ciò perché era amico di Ierone e ne stava scrivendo un elogio, il suo era un testo encomiastico e celebrativo!” si stava un poco infervorando Andrea “Pensa a quando ha scritto la Ciropedia, in cui ha addirittura stravolto il modo in cui è defunto Ciro: l’ha fatto morire in un letto, anziché sul campo di battaglia! A questo punto mi viene da supporre che in realtà l’Anabasi non sia altro che l’esagerazione di un picnic. I tiranni erano felici e pensavano solo a sé, nient’altro.”

Ruggero diede una lieve gomitata ad Antonio e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio. Il medico trattenne un riso e si batté la fronte con la mano.

“Non so” dubitò Albina “Platone sostiene che l’autarca diventa tale per propria scelta, ma che poi è subordinato alle necessità del suo ruolo…”

“Fa sempre riferimento a un tiranno filosofo” la interruppe Andrea “Era un pensiero comune nell’antichità, quello di dire che il potere andrebbe esercitato solo dai savi, lo disse Platone e lo confermò Tacito; comunque, se mai vi sono stati tiranni saggi, sono stati pochissimi.” osservava le proprie basette riflesse nel cucchiaio “In fin dei conti non vi è una forma di governo migliore di altre, dipende sempre dalla virtù di chi detiene il comando.”

“Ah sulla costituzione di governo ideale, si è discusso lungamente nell’antichità!” esclamò con contentezza feroce Naborre, reinserendosi nel discorso “Erodoto riporta il dibattito avvenuto tra Otane, Dario e gli altri cinque che smascherarono l’inganno dei Magi. Vi è poi la teoria di Polibio, ripresa da Cicerone nel suo trattato sulla repubblica. Ogni forma di governo ha la sua degenerazione: la monarchia sfocia in tirannide che genera un’aristocrazia la quale a sua volta decade in oligarchia, sostituita dalla democrazia, che inevitabilmente si trasformava in demagogia e alla fine il demagogo diventava un tiranno.”

“Visto?!” esclamò Balletti con l’indice puntato in alto “La tirannide è la forma corrotta della monarchia, dunque è negativa.”

“Quello che dice Cicerone non è legge.” si lamentò quasi scherzosamente Campanini e bevve un sorso d’acqua per rinfrescare la gola secca.

“Polibio per primo, tuttavia, dichiara che vi è una forma di governo perfetta.” fece notare la libraia serena nella voce, ma entusiasta dentro di sé “Ossia la democrazia romana, che raccoglieva in sé tutte le forme di governo: la monarchia, anzi diarchia a voler essere pignoli, nella figura dei due consoli, l’aristocrazia, che era costituita dal senato, mentre la democrazia era rappresentata dalle assemblee e dai tribuni della plebe.”

“Plebe…” ripeté con un filo di voce, tra sé e sé, Ruggero.

“Se era così perfetto, perché è crollato?” domandò d’improvviso Giangiove che non ne poteva più di tutti quei discorsi, parlò con disinvoltura e poi con la forchetta si portò alle labbra un boccone di tacchino.

“Innanzitutto è caduto l’impero romano e non la repubblica” puntualizzò severamente, quasi offeso, Andrea “Lo stato divenne debole e si affidò ad un imperatore, quando il popolo venne rotto ai vizi e alle mollezze.”

Gabriele si tolse gli occhiali e iniziò a pulirne le lenti.

“Esattamente” concordò Naborre, ormai i due amici si stavano coalizzando contro l’ingegnere “Lo strapotere ottenuto e gli agi guadagnati infiacchirono la popolazione che smarrì la strada del mos maiorum e dunque perse le virtù e il valore che l’avevano resa grande in passato.” vi erano rabbia e rimprovero nelle sue parole, come un padre che sgrida il proprio figlio che ha appena compiuto una marachella “Non per nulla Ottaviano Augusto, ottenuto l’imperium, tentò indarno di ripristinare una qual certa etica, il che gli fece guadagnare il soprannome di Moralizzatore.”

“Concordo in pieno” confermò Albina, mentre accanto a lei Gabriele sbadigliò annoiato e si grattò un orecchio “Ma aggiungo una sola cosa che hai dimenticato: i Romani si abbandonarono al vizio quando si sentirono al sicuro dai nemici esterni, quando venne a mancare il metus hostilis, come mette in evidenza Sallustio.”

“No, Sallustio no!” si lamentò a gran voce Giangiove, fingendo dolore “Vi prego, graziateci. Tenetevi i vostri cari amici intellettuali ed estinti per voi. È Capodanno non una lezione di storia!”

L’ingegnere guardò Gabriele, Antonio, Ruggero e qualcun altro del tavolo cercando un’approvazione che gli venne largamente concessa. Il tono era saldo, con un retrogusto di minaccia: “Né a me, né agli altri interessano questi discorsi. Ne avete parlato, ma ora basta. Cambiamo argomento. Parliamo di qualcosa che coinvolga tutti!”

I tre amanti di letteratura rassegnati tacquero, soccombendo al volere della maggioranza, a Naborre rimase il dispiacere di non aver potuto citare Machiavelli.

Intorno alle dieci e trenta si era finito di mangiare e gli ospiti si spostarono nell’attigua sala da ballo[2], dove una piccola orchestra suonava, per darsi alle danze. Gabriele chiese immediatamente ad Albina di concedergli un ballo, ella acconsentì.

Dopo appena due sonate, tuttavia, il giovane si fermò, consultò l’orologio da taschino e le disse: “Scusami, ma mi devo assentare per una decina di minuti.”

Gabriele si guardò attorno: Antonio danzava con la propria fidanzata, Ruggero stava flirtando con la figlia di un assessore, Andrea teneva compagnia alla propria moglie Irene, Goffredo era preso da un’animosa conversazione con Camillo. Infine, vide Naborre seduto da solo in disparte su una sedia, intento ad osservare le coppie che danzavano e gli ospiti.

“Ti lascerò in compagnia di Campanini, d’accordo? Ho visto che non ti dispiace conversare con lui.”

La ragazza non obiettò, per cui si lasciò accompagnare presso il professore che accettò di scambiare due parole con lei.

“Stai passando una buona serata?” domandò l’uomo dalla fronte spaziosa e gli occhi sereni e penetranti.

“Discreta. Questo non è certo il mio mondo.” rispose l’altra con un amaro sorriso, ma l’animo quieto.

“Neppure il mio, neppure di Andrea. Anche il mio amico, come te, non era nato nell’agio, suo padre e suo nonno erano cappellai, ma ora i suoi genitori gestiscono il Caffè Milano.” la gente intorno a loro ballava “Tuttavia ha studiato molto, siamo stati compagni prima al liceo, poi all’università, a Giurisprudenza. È un uomo intelligente, appassionato a tante cose, dalla storia all’economia. Pensa che, a poco più di venti anni, aveva scritto due trattati: Salario e pure Diritto al lavoro. È un uomo di grande valore e un carissimo amico. Né io, né lui frequenteremmo questa gente se non ci fosse l’altro.” disse disinvolto Naborre.

“Allora perché venite?” chiese la giovane meravigliata, ma allo stesso tempo ammirata.

“Per lo stesso tuo motivo, suppongo, il fascino dell’eleganza, della raffinatezza e di una conversazione colta.”

Guardò il vino che agitava nel calice che teneva in mano, alla fine si era lasciato a convincere a berlo prima della fine delle feste.

“Colta finché Giangiove non la interrompe.” aggiunse ridendo.

“Queste persone, secondo te, sono liete di conoscersi? Di trascorrere il tempo assieme?” domandò in modo serio Albina.

Forse quel mondo e l’ipocrisia l’affascinavano proprio perché non li capiva e quindi risvegliavano in lei il desiderio di indagarli.

Il poeta rise amaramente a bocca chiusa poi sentenziò con pacatezza: “Solo formalità, cortesia convenzionale. Usano il galateo e la buona creanza come una seduzione, per nascondere il proprio smisurato ego e le proprie brame, per abbindolarsi a vicenda e trarre vantaggi gli uni dagli altri. Sono qui solo per sfruttarsi a vicenda, per convincersi gli uni gli altri a dare l’appoggio per un tale o un tal’altro progetto. Se tra i ceti più bassi si usa la forza per persuadere qualcuno a collaborare, qui si usano l’educazione, le lusinghe, le promesse di un guadagno futuro.” tacque, poi, come ricordandosi all’ultimo momento di una questione, aggiunse: “Non vanno poi scordati i regali.”

“In che senso?” si stupì Albina arricciando il naso.

“Pericle appestato! Qui si ricoprono di doni, ma è soltanto un modo per ostentare la propria ricchezza. È un’eterna competizione per dimostrare di essere più facoltosi degli altri e dunque per vedersi riconoscere un ruolo di maggior prestigio. In pratica, più uno elargisce presenti costosi, più elevata si fa la sua posizione all’interno della Società.”

Fece una brevissima pausa, poi cacciò la malinconia che lo stava prendendo e disse vivacemente: “Fermo restando tutto ciò, non nego che taluni siano legati da amicizia, seppure si tratti di un’amicizia del tutto particolare.”

Sorseggiò dal calice che teneva in mano, era a giglio, rosso, con i bordi e la parte più alta decorata con oro zecchino; poi chiese: “Ti ho sconvolta?”

“No. Era l’idea che mi ero fatta anch’io.”

Albina guardò le coppie che danzavano: sembrava tutto così finto ed irreale.

Naborre aspettò un attimo, osservò la sala da ballo e il soffitto e disse: “Sai chi ha affrescato questa stanza? Ferdinando Manzini, il padre del cognato di Andrea.”

Chiacchierarono per oltre mezz’ora, poi, accorgendosi che la mezzanotte non era lontana e che era stato via molto più tempo di quello che aveva annunciato, Albina decise di andare a cercare Gabriele, sebbene il luogo fosse abbastanza grande, lo avrebbe trovato presto.

Passò vicino a una saletta privata, subito non ci fece caso, ma poi si accorse che la porta era socchiusa e che una flebile luce usciva da essa. La giovane sentì che qualcuno stava parlando lì dentro, si accostò per ascoltare meglio: distinse alcune voci e le riconobbe tutte e tre: lì dentro c’erano Gabriele, Giangiove e Silvestro.

Proprio quest’ultimo stava dicendo solennemente al bancario: “Molto bene, sono soddisfatto di te. Da neofita hai superato entrambe le prove e hai prestato giuramento, ti sei guadagnato di non rimanere molto come Apprendente, infatti, già da ora ti nominerò Compagnone.

Gabriele baciò la mano dell’uomo che aveva davanti e disse: “Grazie infinite, oh Serenissimo.” disse con reverenza chinando il capo, dopo un attimo, però, lo rialzò e chiese: “Perdonate se ora vi parrò indiscreto, tuttavia vorrei sapere chi vi è, in questa congrega, oltre noi tre.”

Con la stessa grave solennità di prima, Silvestro rispose: “Come ben sai io sono il Grande Astro, Giangiove invece è un Sublime Eletto, in particolare un Sorvegliante, fa le mie veci quando non vi sono. Giancarlo, che già ti abbiamo presentato, è un Maestro Eletto, per la provincia e non solo ci sono alcuni altri con tali cariche o con la tua od inferiore, li riconoscerai da come saluteranno: tre tocchi del loro pollice sul tuo indice. Loro saranno informati della tua affiliazione.”

“Ma… non capisco, posso sapere chi sono?”

“Non ha importanza” gli disse Giangiove  con un cenno della mano, sedeva rigido ed impettito di fianco a Silvestro, mentre Gabriele era su uno sgabello di fronte a loro “Lo scoprirai man mano, gli altri sono comunque a te subordinati, perché, benché tu ora sia solo un Compagnone, sei comunque inserito nella cerchia dei dirigenti, nell’Areopago.”

Albina non capiva di cosa diamine stessero parlando, sbirciò dentro meglio e vide che era tutto normale erano seduti attorno a un tavolino su cui c’era un bicchiere d’acqua e, unico particolare strano, una scodella con dentro acceso un fuocherello. Erano appunto disposti in modo tale che Silvestro e Giangiove fossero da un lato con le spalle al muro, con i pugnali cruciformi ben in vista, Bellerio teneva stretto in mano il proprio bastone, come se fosse uno scettro. Gabriele, invece, era di fronte a loro dall’altra parte del banco.

“Sii felice; sei appena entrato a far parte di coloro che salveranno il mondo compiendo la volontà del Grande Architetto dell’Universo, altresì noto come Gadu.” concluse Silvestro con un sorriso che gettò i brividi addosso ad Albina. L’uomo poi cambiò repentinamente tono, con naturalezza sollecitò gli altri due: “Su, andiamo a festeggiare questo Capodanno volgare.” -si volse ad Gabriele: “Ricorda: per noi l’anno inizia il primo marzo e saremo nell’anno 5878 dell’era di Vera Luce.”

Si alzarono e andarono verso la porta.

Albina, rapidamente, si allontanò e decise di non far parola con nessuno di quanto aveva visto ed udito. Si precipitò immediatamente nella sala da ballo: Ruggero era in chiacchiere con una fanciulla diversa da quella di prima, Naborre faceva compagnia a Balletti e a sua moglie, Goffredo era in piedi da solo. La giovane, così, si avvicinò a quest’ultimo e iniziò a parlargli in modo tale da non destare sospetto quando Silvestro e gli altri sarebbero rientrati.

Forse si erano scordati di un punto da discutere, in quanto trascorsero altri dieci minuti prima che i tre facessero la loro ricomparsa. Gabriele andò subito accanto alla ragazza e, anziché scusarsi dell’attesa, le domandò se le fosse mancato e ripresero poi a danzare.

Il bancario teneva una mano sul fianco della giovane, l’altra sulla sua spalla, la guardava con uno sguardo che ardeva di un misterioso fuoco e il suo sorriso era particolare.

Albina ebbe un brivido, iniziava a sentirsi come prigioniera, avrebbe voluto smettere di ballare, ma non poteva, sebbene cominciava ad essere disgustata dal fatto che quelle mani la stessero toccando. Resistette meno di un quarto d’ora, poi, con la scusa che davvero la mezzanotte era prossima (mancavano una decina di minuti) disse che preferiva darsi una rinfrescata e sistemarsi un poco prima del conto alla rovescia.

Guadagnò così un po’ di tempo, poi, al momento del brindisi, approfittò della confusione tra gli scambi di auguri per stare lontana da Gabriele. Tra una persona e l’altra arrivò ad incontrare Silvestro, gli sorrise e l’abbracciò, dicendo esuberante: “Buon anno!”

In realtà stava parzialmente fingendo quella contentezza: quel che aveva visto poco prima l’aveva turbata anche nei confronti del caro parente, ma non voleva destare sospetti.

“Felice 1878 anche a te.”  le augurò il tutore con serena cortesia, poi le si mise accanto e le passò un braccio intorno alle spalle, chiedendole: “Voglio sapere se la mia cuginetta si sta divertendo quanto me?”

“Insomma…”  fu la vaga risposta prima di aggiungere con parlata rapida e tono tranquillo “Forse non sarei dovuta venire. Non mi fraintendere è tutto magnifico, ma non è proprio il mio ambiente.” ormai era tutta la sera che lo andava ripetendo a sé o ad altri.

“Non dire scempiaggini” volle quasi rimproverarla l’uomo con un sorriso, poi con una punta di orgoglio proseguì: “Tu sei perfetta ovunque, come me del resto, ma il tuo sito ideale è qui, sei sprecata in quella libreria. Io vedo come sei splendida, sembri nata per vivere nell’alta società: bella, intelligente, colta, sai come muoverti. Meriti di vivere in un ambiente di classe.”

“Non so, se lo dici tu…” borbottò incerta ella, poi proseguì spiegando i propri dubbi: “Qua mi sembra tutto finzione.”

“È solo perché non sei abituata. Tra un po’ di tempo ti ci troverai bene, ti farai amici, verrai senza dubbio stimata.” diceva queste cose con tale sicurezza che le faceva sembrare profezie divine.

“Buon anno, Direttore!” augurò un uomo passando lì vicino.

Silvestro ricambiò cortesemente, cercando di rammentare chi fosse.

“Può anche darsi. Non mi pare, però, di riuscire a legare molto bene, ma è pure vero che questa è solo la terza volta che partecipo.” obiettò con calma la ragazza, incredula di riuscire a dar voce ai propri pensieri: infatti, di solito faticava ad esprimersi.

“Direttore, auguri!” esclamò l’architetto Gianferrari che teneva in mano una bottiglia di champagne e riempì i calici dei due prima di andarsene.

“So che ti ha sempre accompagnata quel giovane, Gabriele, giusto?” cambiò argomento d’improvviso Silvestro, mantenendo la solita imperturbabilità nella voce. Osservava il proprio riflesso nel calice, questi erano trasparenti.

“Sì, esatto.” si innervosì un poco “Lo conosci?”

“Non tanto a dire il vero, solamente di vista, gli ho parlato talvolta, nulla di che invero.”

Silvestro scorse a pochi metri un tale che conosceva, per cui alzò il calice nella sua direzione e lo salutò.

Tutore e ragazza si incamminarono verso l’esterno per ammirare i fuochi artificiali organizzati in piazza Cavour. Silvestro, proseguendo il discorso, assunse poi un tono particolare, simile vagamente al persuasivo.

“È un bravo ragazzo.” spiegò: “Quando mi sono accorto che ha certe mire su di te, ho iniziato ad informarmi: me ne hanno parlato soltanto bene. So che viene da una buona famiglia, ha un lavoro ben remunerato e che gli offrirà possibilità di carriera, mi dicono sia arguto e, da quel che io ho potuto constatare personalmente, è pure simpatico. È un buon partito.”

“Sì, lo è.” ammise non troppo convinta, poi alzò lo sguardo per osservare lo spettacolo pirotecnico.

“Ritengo che presto mi chiederà la tua mano. Devo dare il mio consenso, oppure no?”

Era palesemente una domanda priva di interrogatività.

“Digli che ci devi pensare.” gli disse la giovane con un pizzico di irritazione nella voce: stavano decidendo della sua vita senza interpellarla e questo, ovviamente, non le piaceva per nulla.

“A me siete parsi molto intimi, credevo nutrissi un sentimento speciale per lui. Voglio sapere che cosa c’è che non va.”

Era difficile parlare ed ascoltare, disturbati dai tuoni dei fuochi e dai commenti e dai sospiri stupiti della folla.

“Non so, non mi convince. C’è qualcosa che gli manca,…non c’è sintonia.” mormorò Albina cercando una risposta da dare soprattutto a sé stessa.

“Dimmi a me. Spiegami cosa non ti quadra e io dissiperò i tuoi dubbi.” la rassicurò Silvestro pazientemente.

“A volte, spesso, ho l’impressione che non sia innamorato.” spiegò incerta.

“Stravede per te.”

“Sì, certo” confermò rapidamente e un po’ seccata da quell’operazione di persuasione che suo cugino stava mettendo in atto “Il fatto è che accanto a lui mi sento come un oggetto, cioè come se lui mi tenesse vicina solo per esibirmi… Capisci?”

“Scempiaggini!” disse quasi ridendo Silvestro.

Albina avrebbe voluto arrabbiarsi e gridare: Che diamine ne sai tu?!, ma non ne ebbe il tempo.

Infatti, subito l’uomo proseguì: “Io sono certo che è solo una tua impressione, di sicuro sbagli. È senza dubbio un uomo ideale. Secondo me hai semplicemente paura di un cambiamento così grosso, quindi devi superarla.”  parlava come se avesse la verità in tasca “Tra qualche mese compirai venti anni, è giusto, anzi doveroso, che tu inizi a pensare al matrimonio. Credi a me ti farà bene, finalmente riuscirai ad avere una certa stabilità nella vita, una famiglia sicura e solida.”

“Hai ragione, ma non è detto che Gabriele sia la persona giusta.” ribatté ella con forza: voleva farsi valere, specialmente con sé stessa.

“Uh, capisco!” esclamò Silvestro sorridendo perché soddisfatto della propria intuizione; poi affabile domandò: “In realtà hai qualcun altro per la mente, di chi si tratta? Io lo conosco?”

“No, è un mio amico. Ha un paio d’anni in più di me, l’ho conosciuto a scuola, è appena tornato dal servizio di leva…” era incerta nella voce: si sentiva talmente a disagio!

L’estrema calma e disinvoltura del cugino la mettevano in soggezione e facevano traballare le sue certezze.

“Ha un mestiere?” chiese rapido ed aspro l’uomo.

“Non ancora, ma adesso lo cercherà senza dubbio.”

La voce era forzatamente salda: in presenza di Silvestro si sentiva quasi sempre fragile e non riusciva a mostrare il proprio carattere forte.

“Dimenticalo” le ordinò “Mantieni una cordiale amicizia e nulla di più.” -vide l’irritazione sul viso dalla cugina, per cui tornò sereno: “Ti fidi di me?”

Albina non seppe cosa rispondere, poi disse di sì.

“Allora devi dare retta a me: Gabriele è senza dubbio il meglio in cui puoi sperare: non fartelo sfuggire. Vinci questa tua ingiusta riluttanza. Adesso, appena rientriamo, torni subito da lui, intesi?”

La ragazza si lasciò convincere, il cugino alla fine riusciva sempre a persuaderla. Ella nutriva da sempre grande stima e fiducia in lui e, nonostante i loro rapporti fossero sporadici, gli dava sempre grande ascolto e pure quella volta gli obbedì.

Terminato lo spettacolo pirotecnico, quando ricominciarono le danze, fu Silvestro stesso a riconsegnare Albina ad Gabriele che fu ben lieto di stringerla nuovamente fra le proprie braccia.

“Ti restituisco la mia cuginetta” disse Silvestro “Ho voluto godermela un poco anch’io, giacché per queste festività è fuggita in campagna. Mi raccomando, trattala bene!”

“Ne avrò la massima cura, Direttore.” rassicurò il bancario.

I due giovani ballavano, lei non era ancora convintissima, ma si lasciava tener serrata, ogni tanto si fermavano ed egli le annusava i capelli, talvolta anche il collo, un paio di volte si azzardò anche a baciarglielo, ella non protestava, ma neppure ricambiava quel calore.

Trascorsero ancora un paio d’ore tra le danze, i drink e quant’altro c’era a disposizione degli ospiti; poi, facendosi ormai la notte tarda, i galantuomini presero ad accomiatarsi: vederli sfilare nei loro abiti signorili era uno spettacolo superbo. Ogni volta che li vedeva, Albina rimaneva affascinata da quell’eleganza: tutti sempre in perfetto ordine, ogni bottone infilato nella propria asola, gemelli luccicanti, panciotti, cravatte di pregiata stoffa e fattura, colletti inamidati. Quest’abbigliamento li faceva in un certo qual modo risplendere e a rafforzar ciò, inoltre, c’era il loro atteggiamento di ostentata sicurezza, forse era per tutto questo che apparivano superiori alle persone dei ceti più bassi.

Gabriele riaccompagnò la libraia a casa, andarono a piedi, avevano voglia di prendere una boccata d’aria nonostante il freddo, il giovane aveva quindi ordinato al cocchiere di precederlo. Il bancario teneva stretta la mano della ragazza, le parlava, le raccontava delle varie faccende della sua vita e ogni tanto le faceva un complimento o le domandava qualcosa. Non appena furono sotto la porta dell’abitazione, Gabriele passò le proprie braccia sotto quelle della fanciulla, con le mani cinse gli opposti fianchi, l’avvicinò a sé, la strinse, la guardò negli occhi e le mormorò: “Questa volta non mi sfuggi.”

Dopo di che, la baciò. Memore della chiacchierata col cugino, ella non si ritrasse. Quando si staccarono, Gabriele continuò a guardare dolcemente la ragazza, tenendole una mano sulla spalla e accarezzandole i capelli con l’altra. Albina rimase un attimo impietrita, poi s’affrettò a salutare, a dare la buona notte al proprio cavaliere e rientrò rapidamente in casa.

Serrato a modo l’uscio, si disse che era convinta di una cosa: la vanesia e la banalità di quell’uomo la disgustavano e a niente sarebbero più servite le parole di Silvestro.

[1] Mi odino, purché mi temino

[2] oggigiorno è il ridotto del teatro

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