Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli Occhi del Crostolo: Il segreto di Naborre

CAPITOLO 15: Il segreto di Naborre

 

Qualche giorno più tardi, non era ancora arrivata l’Epifania, Camillo Prampolini, che presto sarebbe tornato all’università a Roma, assieme agli amici Goffredo, Ugo Rabbeno e i Franchetti, passeggiava in tranquillità per i giardini pubblici, lamentando la tristezza delle piante in inverno. Ettore seguiva da vicino il gruppetto di giovani i cui caldi abiti con parti in pelliccia mostravano l’origine altolocata. Il piccolo Balletti indarno tentava di essere coinvolto nei loro discorsi.

Stavano dilettandosi in questo modo, quando, passando vicino all’ippodromo, videro venire loro incontro Luigi che, allegro come al solito, agitando la mano, salutava: “Ettore! Ciao, Ettore!”

Il quattordicenne non seppe se esser lieto di vedere un amico o se vergognarsi di tale frequentazione, ad ogni modo non aveva una grande scelta: Parmigiani gli fu addosso, lo abbracciò e, vedendo in che compagnia si trovava, domandò: “Che ci fai in mezzo a questa gentaglia?”

Potete ben immaginare lo stupore e lo sconcerto che colsero i presenti, tanto che Prampolini, una volta ricomposto, riuscì solo a chiedere: “Come, scusa?”

“Non spreco fiato con quelli come te.” affermò, scanzonato, il giovane.

Certamente era buffo vedere quei ragazzi dell’alta società, pomposi e superbi, venire ignorati da un diciassettenne in maniche di camicia: di solito accadeva il contrario.

“Aspetta!” sbottò poi Camillo, riconoscendolo “Tu sei quel disgraziato che se l’è presa con me una decina di giorni fa.”

Era semplicemente scandalizzato.

“Può essere.” fu la calma ammissione di Luigi.

“Sì può sapere perché ce l’hai con me, mentecatto?!” urlò, sconvolto, l’altro.

“Non prenderla come una cosa personale, io ce l’ho con tutti i ricchi.”

Imbarazzato come mai prima d’allora, Ettore intervenne cercando di mantenere una parvenza di calma, mentre il suo animo era agitato, timoroso di farsi una cattiva reputazione: “Luigi, ascolta, non è il caso che tu te ne vada e smetta di importunare questa gente?” poi, volendolo allontanare, facendo ampi cenni con le mani, iniziò a dire: “Su, perché non vai da Pini? Dai, cerca Pini, cerca Pini!”

“Io non li secco, neppure gli parlo. Sono loro che scocciano me. Comunque non me ne vado senza di te; cara te, seguimi, ti sto salvando.”

Luigi era estremamente esuberante e parlava con naturalezza.

Ettore avrebbe voluto piangere per la disperazione e la vergogna. Mentre tutti gli altri conservavano un silenzio sbigottito, Prampolini, furente, non tacque: “Ascoltami bene, mascalzone, devi andartene e subito, altrimenti chiamo una guardia e ti faccio passare qualche sera in gattabuia. Sono stato sufficientemente chiaro?”

“Ovvia e scontata minaccia, tipica di voi borghesi.”

Luigi, in mezzo alla tranquillità, pronunciò quest’ultima parola con estremo disprezzo. Subito dopo aggiunse con tono canzonatore e velatamente intimidatorio: “Si cantano molte canzoni. Sono piene di rabbia e di ideali. Vi dico un pezzo di quella che mi piace di più, così che potete già avere paura:

I signori ci han rubato

il sudor dei nostri padri,

le sorelle ci han stuprato,

ogni gioia ci rapir

ma un sol grido: morte ai ladri,

sia dal campo all’officina

non più leggi di rapina,

non più l’onta del servir.

Pace, pace al tugurio del povero,

guerra, guerra ai palagi e alle chiese

non sia scampo all’odiato borghese

che alla fame e agli stracci insultò.

L’indignazione dei cinque giovanotti aveva raggiunto il colmo, non avrebbero tollerato altri insulti, altri vituperi.

L’avventato Luigi, soddisfatto e per nulla preoccupato delle conseguenze di ciò che stava facendo, stava per dire ancora qualcos’altro, ma, per sua fortuna, provvidenzialmente sbucarono fuori Ivano e Tombolino.

I due amici si stavano recando alla solita discarica, accompagnati da Dora per un breve tratto, quando avevano notato Parmigiani agitarsi vicino a quel gruppo di altolocati. Fiutando odore di guai, si erano avvicinati per capire meglio cosa stesse accadendo e, dopo aver ascoltato un attimo, avevano capito che era meglio intervenire.

Entrambi si precipitarono su Parmigiani, scusandosi coi giovani di quell’inconveniente: “Scusate questo poveraccio: delira!”

Intanto lo afferrarono per le braccia e iniziarono a trascinarlo via dicendogli: “Calmati, Luigino, su. Non ti agitare, vieni con noi e rilassati.”

Mentre veniva trascinato via, Luigi non desistette dalla sua rabbia verso i ricchi e gridava filastrocche in dialetto che aveva imparto:

Al padroun ch’al ne fa’ gnint,

di salam e di cudghin,

e a chi pover cuntadein,

dla puleinta e di manein[1].”

Anche quand’era ormai lontano e non poteva essere più sentito, continuava furioso: “L’Italia l’è maleda, ch’a gh’vol di bon dutòr, per fer guarir l’Italia, taier la testa ai sgnòr.[2]

 

Dora, intanto, era rimasta presso gli altri giovanotti e, guardando Camillo ebbe una delle sue intuizioni profetiche e gli disse: “Perdonatelo, non può ancora sapere  quanto bene voi farete per il popolo. Voi saprete dare speranza e diritti alle plebi oppresse, mentre tuo grande avversario sarà…. Menada, imposto a Reggio per industrializzarla, da una banca e per compiacere i Tedeschi…”

La sarta si accorse delle espressioni stranite con cui veniva guardata, per cui decise di tacere ed andarsene.

Rimasti soli, i rampolli dell’alta società si ripresero dallo stupore, mentre il povero Ettore si scusava per l’inconveniente. Riprendendo la passeggiata, tuttavia Prampolini pensò alle parole di quel giovane e, soprattutto, a quella canzone e qualcosa iniziò a muoversi nel suo animo: l’energia che, da quando era a Roma, aveva cominciato a far tremare di tanto in tanto il suo spirito conservatore, ora andava rafforzandosi.

Ivano e Tombolino, invece, avevano portato Parmigiani poco più in là nel parco, il diciassettenne protestava invano, dopo essere stato gettato a terra si mise a sedere e domandò: “Ma che vi prende? Perché non mi avete lasciato dire altre due parole a quella manica di bricconi?”

“Perché non ne vale la pena. Figurati se ti danno retta.” gli disse Ivano irritato dall’avventatezza dell’amico.

“Ma almeno si capiscono che c’è qualcuno che alza la testa, che non è disposto a subire come col Duca.”

Luigi era arrabbiato, credeva veramente di essere nel giusto. I suoi amici, in realtà, condividevano pienamente i suoi ideali, ma proprio non potevano tollerarne i metodi così violenti e poco attenti alle conseguenze.

Il fabbro si sistemò i capelli, domandandosi se l’amico credesse di essere un giustiziere o cos’altro.

“Invece non bisogna insospettirli, così non saranno pronti a respingere il nostro attacco.” scherzò Tombolino.

Ivano continuava a rimproverarlo: “Devi smetterla di frequentare quel gruppo di Internazionalisti, ti mettono troppe idee strane in testa. Dora mi ha confidato che il suo sesto senso le dice che presto o tardi farai un attentato a quel poveraccio con cui ami attaccar briga ultimamente.”

Ivano disse ciò scuotendo la testa, poi aggiunse: “Duccio vuole vederti in questi giorni. Spera che tu abbia da fornirgli altro materiale per un articolo, almeno.”

“Non credo.” si alzò in piedi e si scosse un poco la polvere dai vestiti “L’unica cosa interessante e che posso dirvi è che stamattina ho visto Patroclo uscire dalla caserma del centocinquantesimo artiglieria.”

“Inventatene un’altra.” lo rimproverò il fabbro.

Luigi si alzò in piedi dicendo: “Non credermi, se vuoi, ma ricorda che quando ti dissi che era tornato, tu non mi hai dato retta, però era vero.”

Se ne andò via un poco indispettito.

Il fabbro guardò l’amico rimasto e chiese: “Patroclo nella caserma del centocinquantesimo artiglieria? Che ci va a fare?”

“Boh, forse ha ancora da sbrigare delle faccende burocratiche circa il congedo dal servizio di leva.” ipotizzò Tombolino incamminandosi verso la via Emilia.

Seguendolo il compare replicò: “Può darsi, ma lui non era in quel corpo militare, o sbaglio?”

Non rimuginarono molto di più sull’argomento e lo accantonarono, quasi dimenticandosi della questione.

 

“Di cosa volevi parlarmi?” domandò Patroclo.

Era seduto assieme a Dora a un tavolino del Caffè Perli. Quella mattina, la sarta lo aveva visto passare per strada, si era dunque precipitata fuori dalla boutique per chiedergli di vedersi alla sera, poiché voleva parlargli di una certa questione.

“Di Albina.” rispose la giovane con sguardo severo.

“Cosa c’è da dire?” chiese duramente l’uomo, fingendosi indifferente, ma poi non si trattenne e, preoccupato, domandò: “Non le è successo nulla, vero?”

“No, tranquillo.” lo rassicurò l’altra.

“Allora cosa c’è?” si spazientì il giovane, guardandosi intorno alla ricerca di un cameriere: ce n’erano solo due per tutto il locale che era affollato, pertanto avrebbero dovuto aspettare un poco.

“Se non mi lasci parlare…” finse di lamentarsu Dora “Comunque sia, il punto è questo: tu la ami oppure no?”

“Che razza di domanda è?” rimase sbalordito Patroclo.

“Che razza di risposta è la tua!” lo sgridò l’amica “Devi semplicemente dirmi se ami Albina, oppure no. Non è difficile.”

“Ma che importa? Tanto si è lanciata tra le braccia di quello del Pito.”

Patroclo si era fatto scontroso e agitato nel rispondere.

“Preferisce lui, ha scelto di andare da lui a Capodanno… La tua è una domanda inutile!”

“Alla quale tu stai evitando di rispondere.” gli fece notare Dora con voce cantilenante.

Finalmente, si fermò al loro tavolo un cameriere a prendere le loro ordinazioni. Entrambi optarono per un tè.

Dora incrociò le braccia sul tavolo e si mise a fissare in modo torvo e severo Patroclo che, in un primo momento, sostenne lo sguardo, ma poi, mandandosi al diavolo dentro di sé, sbottò dicendo: “Sì, diamine! Sì, sì, sì! È vero io la amo.” aveva un poco la voce stridula per il nervosismo e per il dolore che celava dentro di sé “E sono stato così ottuso e beota da non accorgermene prima, quando era mia, solo mia, tutta mia.” si fermò un attimo e fece alcuni respiri profondi.

Aveva chinato il capo, per evitare che si vedessero gli occhi luccicanti per le lacrime trattenute.

“Ma forse lei non mi ama più, o in realtà non mi ha mai amato.” la voce si era fatta aspra “Perché se lei mi amasse, non sarebbe scappata, non sarebbe andata al Capodanno con quello, mi verrebbe a cercare…”

“Non capisci proprio nulla.” constatò Dora, vagamente amareggiata, scuotendo la testa.

Arrivò il cameriere che adagiò sul tavolo le due tazze fumanti.

“L’amore che Albina prova per te è inconfutabile. Se si è comportata così come ha fatto, è stato solo perché non si fida di te!” spiegò la sarta che, ormai, conosceva a menadito i sentimenti dell’amica “Ha paura di soffrire, ecco tutto. Vuole una prova che anche il tuo, per lei, sia amore.” soffiò sulla bevanda per raffreddarla un poco e bevve un sorso “Scusa, ma non te lo aveva detto che avresti dovuto dimostrarle di essere sinceramente innamorato di lei?”

“Sì, certo.” si difese Patroclo, stupito di trovarsi sotto accusa “Infatti, avevo avuto una bellissima idea per la notte di Capodanno, ma lei se n’è andata!” si lamentò infine.

“L’avrei fatto anch’io: praticamente l’hai ignorata per tutto il tempo della vacanza.”

“Era per rendere ancora più speciale la sorpresa.” si giustificò il giovane.

“Non puoi mettere in atto il tuo piano, adesso?”

“No, ma penserò a qualcos’altro, se mi assicuri che ne vale la pena.”

“Fidati: Albina non aspetta altro che tu le dimostri il tuo amore.”

 

Naborre e Andrea uscirono dal Caffè Milano, briosi come ai vecchi tempi, come quando da adolescenti passavano le notti lungo le strade della città, all’insaputa dei genitori ovviamente, e spensierati si divertivano, cantavano, filosofeggiavano e saltavano da una parte all’altra, pieni di entusiasmo e di voglia di vivere, liberi come quando non facevano ancora parte della Società del Pito e non dovevano essere costantemente posati.

Quella sera, seduti a un tavolo del caffè della famiglia Balletti, avevano ritrovato l’antica sconsideratezza innocua e, imposta la chiusura del locale perché suonate le ventidue e trenta, avevano deciso di non rientrare subito in casa e di vagare ancora per Reggio.

“Andiamo in una farmacia, Nino, così ce ne restiamo al caldo?” propose Andrea carico di entusiasmo.

“Sì!” approvò briosamente l’amico “In quale però? Ficarelli o Dottor Rossi?”

“No, andiamo a quella Dell’Oca, mi piace di più come nome e poi è più vicina.”

Chi li avesse visti girare per la via Emilia, in quelle condizioni, probabilmente li avrebbe scambiati per ubriachi, ma in realtà non avevano bevuto nemmeno una goccia d’alcol, semplicemente quella era la loro vera natura. Si incamminarono.

“Ah, non ti ho detto!” esclamò Naborre “Oggi è finalmente uscito il primo numero dell’anno del Pruspron.”

“Il foglio di Ramusani?” chiese conferma l’amico “Non mi convince molto, anzi quell’uomo non mi sta molto simpatico.”

“Ah, ma questa ti piacerà, ne sono sicuro: ha scritto un’ode in onore di Nicotera …e quando dico onore, intendo dire che l’ha canzonato per bene. Ha fatto praticamente la parodia del 5 Maggio. Vuoi sentirla?”

“Dire di no ti impedirebbe di citarla a memoria?” domandò Andrea, fingendosi rassegnato.

L’amico scoppiò a ridere, si sfregò le mani inguantate e declamò: “Ei fu siccome immobile,

compì cl’avé il suo giro,

resté deinter al telegrafo

la gamba ed Vladimiro,

così percossa e attonita

l’Italia al nunzio stà,

muta pensando all’ultima

ora dal pover Zvann;

né sa quando una simile

scarpazza da tirann

i diritti del suo popolo

a capelstar verrà.

I tenebrosi calcoli

d’na meint mèl avvezzeda,

l’ansia d’un cuor che indocile

al tem una fritteda

e giunge al portafoglio

ch’era follia sperar.

Tutto ei provò: la gloria

d’averi mudè bandera,

i fisc’ e la baldoria,

la reggia e la galera,

al còren dla Repubblica

ed i favor d’un Re.

Ei si nomò: battevansi

pr’ingiuria, legalmente,

al minister Nicotera

e un povero gerente,

Egli intervenne ed arbitro

s’assise in mezzo a lor.

Ei sparve, e ai dì dell’ozio

l’è già turnè al minister,

dei destri con l’anatema,

con l’ira dei sinister,

senza il conforto (ahi misero!)

di sò commendator.

E l’avviò sui poveri

sintèr di decadù,

ove sommessa inutonagli:

Baron, e semm fottù,

qui è silenzio e tenebre,

la gloria che passò.

Bella, ma d’or famelica,

borsa ai tributi avvezza,

scrivi ancor questa e sgannati,

ché a più superba altezza

sì gran Baron eccetera

giammai non arrivò.

Fu vera gloria? Il dicano

le comice sue imprese

e il gaudio inesprimibile

di tutto il bel paese.

Quando dall’alto seggio

fu visto tombolar.

Tu con tue arti magiche

sperdi ogni ria parola;

l’obblio che atterra e annichila,

che i tristi ancor consola,

sulla deserta carica

un pari a lui piantò.[3]

 

Andrea, pur controvoglia, non poté trattenersi dal ridere e ammise che la sagacia e la frizzantezza di Ramusani fossere indiscusse, sebbene non sempre ben direzionate.

I due amici continuarono a camminare e a discorrere.

Si erano presi qualche ora di pausa dalla loro vita normale: per quella sera la logica era bandita: si sarebbero fatti guidare solo dall’istinto e dalla fantasia e, se avessero fatto riferimento alla letteratura o alla politica, sarebbe stato solo per trarne uno spunto per qualche volo pindarico. Al bando la seriosità e la forma, quella sera sarebbero stati sciolti da ogni vincolo dell’alta società e sarebbero stati semplicemente loro stessi.

Cantando e piroettando, giunsero finalmente alla farmacia, che era all’angolo della via Emilia con vicolo Trivelli, quello in cui si ergeva una vecchia torre medievale appartenuta alla famiglia dei Sessi, poco prima di piazza Del Monte. Tale luogo portava codesto nome da pochi anni e solo in modo non ufficiale, non perché fosse nel punto più alto della città, ma poiché vi si trovava il Monte di Pietà, istituito dai francescani, poi passato nelle mani di Pietro Manodori. Pur essendo passato dalla direzione di un gruppo religioso, a quella di un privato, aveva mantenuto l’usanza di offrire in beneficienza il guadagno dei prestiti concessi.

I due amici entrarono e si misero in un angolo a parlottare e ridacchiare. Vi erano altri uomini radunati in piccoli capannelli di massimo quattro o cinque persone, ma non erano molti, in fondo lo spazio era limitato, perché, benché il posto fosse abbastanza ampio, ospitava molti scaffali pieni di medicinali, erbe, intrugli strani e quant’altro. Il farmacista non diceva niente: era abituato ad avere il negozio pieno di ciarlieri che non compravano nulla; stava solo attento che non ci fosse qualche furbastro che tentasse di rubare qualcosa.

Ogni tanto Naborre o Andrea alzavano la voce senza accorgersene, o scoppiavano in fragorose risate, attirando gli sguardi, spesso perplessi, dei presenti: un uomo col cappello in particolare gettava loro occhiatacce. Quando se ne rese conto, Balletti diede una gomitata al compare e gli borbottò scherzosamente: “Nino questa è l’ultima volta che esco con te. Non dobbiamo stare in  pubblico assieme, altrimenti ci prendono per pazzi.”

“Che credano ciò che vogliono!” esclamò l’altro tirando fuori la pipa “Non mi importa: alla fine è quel che siamo che conta, non quello che sembriamo.”

Con un fiammifero accese il tabacco nel camino.

Andrea rise per approvare, come volendo dileggiare tutti coloro che erano legati all’apparenza, poi sospirò: “Si vede che non siamo in compagnia di quelli della Società del Pito.” si accarezzò i baffi “Ancora non capisco come siamo finiti lì in mezzo.”

“Perché siamo più intelligenti di loro, è ovvio. Siamo i dotti, gli istruiti nelle supreme discipline umanistiche, siamo quelli di cui si possono vantare con le associazioni delle altre città.” diceva convinto, ma ugualmente esuberante, Naborre, dando qualche tiro di pipa.

La gente parlottava per proprio conto, ma l’uomo col cappello continuava a guardare in cagnesco i due professori, ogni tanto li indicava ai propri compari e scuoteva la testa, disgustato o formulando chissà quali turpi osservazioni.

“Siamo arguti?” fece finta di meravigliarsi l’amico, guardandosi le basette in uno specchietto “Ti sottopongo un indovinello, allora. Per strada è piena, in casa è vuota. Di cosa si tratta?”

L’archeologo rifletté qualche attimo, diede due lunghe boccate di fumo, poi, serafico e orgoglioso, rispose: “La scarpa.”

Andrea schioccò le dita, deluso di non aver saputo metterlo in difficoltà.

Naborre aggiunse: “Ora, però, è il mio turno di provare la tua acutezza, benché non dubiti di essa.” pensò un poco poi domandò: “Non ha né ossa, né ali, eppure salta tutti i canali.”

Balletti corrugò la fronte nel trovare la soluzione, dopo non molto gli si illuminarono gli occhi ed esclamò allegro: “La nebbia!”

Ripresero le loro celie, ma presto vennero interrotti dallo sconosciuto col cappello che, ormai irritato dal sentirli continuamente ridacchiare e discorrere così animatamente e gesticolando, li rimproverò e li schernì:

A gh’è un ch’al porta al cùch,

al le porta dapertùt,

al le porta inséma a n’asa

a gh’è al Dievel ch’al le sculasa.[4]

I due amici non si arrabbiarono, anzi provarono compassione per quell’uomo infastidito dalla loro spensieratezza, così, con un rapido scambio di sguardi, decisero di uscire, ma nel farlo si presero sottobraccio, saltellarono e rivolti un po’ a tutti, ma in particolare a colui che li aveva richiamati, declamarono sorridenti:

La puleinta ed furmintoun,

a la magna i più caioun,

a nueter a sòm ed qui

ch’a s’berlecòm anca i dì.[5]

Uscirono dalla farmacia ridendo.

Era quello il bello della loro amicizia, divertirsi infischiandosene del giudizio altrui e intendersi tra loro con pochi cenni, senza bisogno di parlare.

Si avviarono verso Piazza del Monte, da lì passarono in quella del Duomo, fecero un giro intorno e, quando diedero le spalle al municipio e videro l’orologio segnare un quarto a mezzanotte, Naborre trasalì, si voltò verso l’amico e gli disse: “Scusami, ma ora devo salutarti. Non mi posso trattenere oltre.”

“Ti accompagno, Nino?” chiese premuroso Andrea, mascherando la preoccupazione per quello strano cambio d’umore repentino.

“No, no, grazie. Irene sarà impensierita, ti starà aspettando.” si affrettò a rispondere Campanini, poi si fece ancor più serio e tetro “Per favore non seguirmi.”

Lo abbracciò rapidamente, poi si volse e iniziò a correre verso Piazza Cavour.

 

Era notte fonda, sicuramente era passata l’una e mezza, quello successivo sarebbe stato il primo giorno di lavoro dopo l’Epifania, che tutte le feste porta via, per cui la gente pensava bene di coricarsi presto e di dormire profondamente per tutta la notte, così da essere riposata e pronta a ricominciare le varie attività; eppure qualcuno non dormiva. Proprio così, qualcuno aveva disdegnato il letto, ma probabilmente si trattava di un’emergenza, di qualcuno che stava male. Antonio andava ripetendosi queste cose mentre indossava velocemente la vestaglia e si precipitava al piano di sotto, al portone di casa; era placido e sereno nel mondo dei sogni quando vi fu strappato di soprassalto da forti colpi alla porta e da voci che gridavano: “Dottore! Dottore!”

Non si era subito reso conto di quanto stesse accadendo, ma appena scacciato il torpore, si alzò immediatamente in piedi e in un baleno si precipitò a vedere di quale dei suoi tanti pazienti si trattasse, non ne aveva proprio idea, dato che li aveva lasciati tutti in salute. Prima di aprire l’uscio, rimproverò tra sé la domestica col sonno pesante che non si era accorta di nulla e ancora dormiva. Preoccupato spalancò la porta: vide un uomo a terra, riverso con la faccia verso il suolo, scorse alcune figure che correvano, intrufolandosi nelle viuzze per non essere scorte. Antonio si avvicinò al ferito, ciò lo si deduceva dalla copia di sangue sul lastricato, intanto urlò: “Clarice! Clarice, alzati! Vieni a darmi una mano!”

La serva finalmente si destò e si precipitò ad aiutare il padrone a trasportare l’uomo, privo di conoscenza, in casa. Al medico, nel sollevare l’offeso, parve di scorgere dei lineamenti famigliari, sotto quel mare rosso, ma allontanò da sé quella malaugurata impressione; sdraiò l’uomo sulla branda apposita, poi ordinò alla domestica di pulirgli e disinfettargli le ferite, mentre lui sarebbe andato a prendere tutto il necessario per effettuare le suture e le altre medicazioni necessarie. Tornò nella stanza dopo circa cinque minuti, perfettamente lucido e armato del necessario, si accostò al letto e vide ciò che aveva sperato di non scorgere: l’uomo ferito era chi aveva supposto, era il suo amico, era Naborre. Una mano invisibile gli strinse la gola, sudò freddo, non avrebbe mai voluto avere la responsabilità della salvezza di un suo caro compagno, ma non c’era tempo per cercare un altro dottore, doveva intervenire e subito. Aiutato dalla domestica che, col tempo, aveva imparato a destreggiarsi un poco anche come infermiera, Antonio iniziò a tamponare tutte le ferite, a fasciarle e a ricucire le due più profonde che, per fortuna, non avevano leso organi vitali ed erano sulla schiena, quindi non visibili. Passò poi a mettere a posto le ossa rotte: il radio sinistro e pure un paio di costole fracassate per le quali c’era poco da fare. Terminate le medicazioni, il dottore scrisse di suo pugno un messaggio, lo sigillò in una busta e lo consegnò alla serva, dicendole: “Clarice, quando viene mattina, prima ancora di prepararmi la colazione e quant’altro, va immediatamente a consegnare questo ad Andrea Balletti, intesi? Fallo come prima cosa, senza indugi, senza fermarti a chiacchierare, quello lo potrai fare dopo che avrai portato il messaggio a destinazione, mi raccomando è importantissimo.”

Detto questo, tornò in camera e cercò di riaddormentarsi, ma invano: la preoccupazione per la salute dell’amico lo agitava troppo. Come avesse fatto, poi, a conciarsi in quella maniera era un mistero. Aveva esaminato le ferite ed era certo non si trattasse dell’assalto di briganti, ma allora cos’era stato?Sperava di scoprirlo una volta che Naborre fosse rinvenuto. Non riuscendo a darsi pace e a dormire, decise di recitare un rosario a favore dell’amico.

La mattina seguente, non erano ancora le otto, Andrea, vestitosi in tutta fretta, piombò in casa di Antonio e subito, agitato e concitato, chiese: “Dov’è? Dov’è?”

Il dottore gli indicò la stanza in cui aveva effettuato le cure, Balletti volò. Rimase impietrito vedendo il caro amico bendato e dormiente, tremò dentro di sé, i denti gli battevano, si morse il labbro inferiore, la mandibola era scossa da fremiti come per i brividi del freddo, la fronte  corrugata, gli occhi infossati luccicavano, trattenendo le lacrime; infine, con voce tremula mormorò: “Nino…! Naborre…”

“Non può sentirti.”-sentenziò lapidario, con voce grave e triste, Antonio.

“No… Non stai dicendo che…?”

Era ansante e sconvolto, gridò con quanta più voce aveva in petto: “No!”

“No, tranquillo, non è morto. Non dovrebbe essere in pericolo di vita.”

“Non dovrebbe?” urlò disperato Andrea, irato per l’incertezza, poi fece qualche respiro profondo per calmarsi, si lasciò cadere su una sedia, si teneva la testa tra le mani, e sempre sull’orlo di piangere chiese: “Quando si sveglierà?”

“Non lo so. Potrebbero volerci ore o giorni… Dio lo aiuti!”

“Giorni? E come farà senza cibo, senza acqua?”

Con uno scatto d’ira, sollevò il capo e il suo sguardo furente si fissò sul dottore.

“Calmati: noi medici sappiamo come fare. Certo potrei darti maggiori risposte se solo sapessi che cosa gli sia capitato, che tipo di trauma sia.”

Andrea si alzò in piedi ed iniziò a passeggiare avanti ed indietro per la stanza cercando di scaricare la tensione, parlava velocemente e con ansia: “Hai detto che te lo hanno portato qui questa notte, ma non hai neppure visto chi?”

Antonio scosse la testa, dispiaciuto.

“Lo sapevo. Me lo sentivo che si stava andando a perdere in giri strani. sarei dovuto stargli più vicino, più col fiato sul collo e scoprire… Allora tutto questo…” strinse le mani a pugno, tanto che le unghie gli fecero male.

“Non addossarti colpe che non hai. Non è detto che…”

“Hai informato qualcun altro? I parenti?” si informò graffiandosi il volto per scaricare tutta l’agitazione che lo turbava.

“No, l’ho fatto dire solo a te. Adesso, però, è meglio comunicarlo anche agli altri. Dirò a Clarice di andare a casa di sua madre.”

Antonio era rimasto relativamente tranquillo per tutto il tempo, onde evitare di arrecare maggior preoccupazione a Balletti.

“Mandala anche dalla mia Irene, per dirle che resto qui finché Naborre non si sveglierà.”

“Ma….” tentò di dissuaderlo perplesso l’altro.

“Ti prego…” lo supplicò quasi piangendo, tanto era preoccupato.

Antonio acconsentì e lasciò solo nella stanza Balletti che, presa una sedia, si sistemò accanto all’amico ed attese. L’ultima cosa che disse con voce tremante tra le lacrime, come per sdrammatizzare, fu: “Nino, giuro che, se mi fai perdere il primo parto di mia moglie, appena ti riprendi ti strangolo io stesso.”

Trascorsero un paio d’ore, poi Campanini iniziò a rantolare, poiché cominciava a sentire il dolore. “Antonio! Antonio; presto vieni!” esclamò speranzoso Andrea.

Il medico si precipitò e constatò la situazione, vide le palpebre tentare di aprirsi, tra sé e sé ringrazio il Signore, quindi ordinò alla domestica di portare un bicchiere e una caraffa d’acqua.

Dopo pochi minuti, Naborre aprì gli occhi, si guardò attorno smarrito, cercando di capire dove si trovasse e come ci fosse arrivato, poi riconobbe gli amici e, con un filo di voce, mormorò: “Andrea…… Antonio……”

Il medico gli porse il bicchiere colmo d’acqua, il ferito bevve. Si riprese un poco, si mise a sedere, tenendo la schiena sollevata per alleviare il dolore alle ferite, domandò come fosse arrivato lì, che giorno e che ora fossero e così via. Date le risposte, fu poi la volta di Antonio ad interrogarlo: “Cosa ti è capitato?”

Naborre ruotò gli occhi per la stanza, infine disse solo: “Non ricordo.”

Il dottore rimase deluso e si accomiatò, poiché doveva dedicarsi ad altre questioni, tra cui informare i famigliari che la salute di Campanini era migliorata. Una volta solo con l’amico, Andrea disse: “Nino, puoi anche mentire ad Antonio, ma non a me. Come hai fatto a ridurti così?”

“Non ricordo, ho detto.” si innervosì un poco il ferito. Gemette per una fitta al costato.

“Nino, hai rischiato di morire, te ne rendi conto? Appena ho saputo, mi sono precipitato qui, sono stato più in ansia per te che quando mio padre si è sentito male.”

Andrea era molto severo ed addolorato nel parlare e tutta la sua sofferenza la si poteva intuire anche dal solo sguardo.

“Tu sei il mio migliore amico, sei come un fratello per me. Io mi sto molto inquietando per te in quest’ultimo mese: è palese che tu sia turbato, che c’è qualcosa che ti agita e non me ne vuoi parlare. Non so a chi tu creda di stare facendo del bene col tuo silenzio, a me no di certo perché soffro a vederti così. Ti prego, se sei mio amico, dimmi che cosa stai passando. Lascia ch’io ti aiuti.”

Naborre aveva ascoltato con molta attenzione, era commosso nel vedere confermati l’affetto e la lealtà dell’amico. Campanini non aveva moglie, non aveva una promessa sposa, gli unici grandi affetti su cui poteva contare erano quello della madre e quello del suo carissimo amico Andrea. Si sentì improvvisamente così stupido e sciocco.

“Sono un corridore” confessò amaramente l’archeologo dopo averci pensato un attimo “Mi annoiavo, bramavo di un’esperienza nuova, di qualcosa che desse del brivido alla mia vita. Così, il giorno di San Prospero, mentre venivo alla cena della Società del Pito, incontrai degli uomini, loschi, poco raccomandabili in realtà, questi mi parlarono delle gare di bighe clandestine e ne rimasi affascinato. Decisi di provare.”

Gemette nuovamente, questa volta erano stati i tagli brucianti a dargli dolore. Ripresosi, aggiunse per alleggerire un poco la situazione: “Sono bravo, sai?”

Andrea ebbe un’intuizione: “Quindi quei due tizi che ti avevano chiamato Fustigatore…?”

“Sì, sono degli scommettitori.” riprese la spiegazione: “Ero molto nervoso, non solo per le competizioni in sé, ma pure perché avevo paura che tu e gli altri della Società del Pito lo veniste a scoprire, me ne sarei vergognato immensamente, non avrei potuto reggere all’umiliazione e allo scherno… Quindi per paura delle gare e che il mio passatempo fosse scoperto, ho iniziato a bere.”

“Ah, ecco, questo spiega la tua nuova passione per gli alcolici!”

Riuscì ad essere ironico; tacque un attimo poi lo riproverò con le lacrime agli occhi: “Stupido, stupido, stupido! Solo un idiota poteva pensare che i suoi amici lo avrebbero deriso se…”

“Tu avresti capito, gli altri no.” qualche ferita gli dolse di nuovo.

“Ma allora almeno a me potevi dirlo. Non sai quanto sono stato in pena.”

Sospirò: finalmente rammarico e preoccupazione si erano placati e nacque a sostituirli la curiosità. Con ritmo più vivo, Andrea domandò: “Comunque sia, il passato è passato, piuttosto: come hai fatto a ferirti così?”

“Un incidente. Credo di aver dovuto frenare all’improvviso, oppure uno scontro… sono stato sbalzato via e credo di essere pure finito sotto gli zoccoli dei miei cavalli… o forse no…” rimasero in silenzio “Comunque non c’è bisogno che tu mi dica di non partecipare più alle corse. Questo l’ho già deciso io: basta ho chiuso, la mia carriera è finita.”

“Grazie, è la cosa più bella che abbia mai sentito dire.”

Per celia, fingendo dispiacere e delusione, Naborre mormorò: “Peccato, Pericle appestato, sarei senza dubbio diventato il Gran Bigatore.”

I due amici si guardarono un attimo prima di scoppiare a ridere. Nonostante le ferite e le ammaccature, Campanini riuscì a scherzare con l’amico per una mezz’oretta, ma poi fu sopraffatto dalla stanchezza e dalla debolezza, per cui Andrea lo salutò, promettendogli di fargli visita il giorno seguente, e lo lasciò alle cure di Antonio.

[1] “Al padrone che non fa niente (danno) salami e cotechini e al povero contadino polenta e avanzi”

[2] “L’Italia è ammalata, ci vogliono dei buoni dottori, per fare guarire l’Italia, (bisogna) tagliare la testa ai signori.”

[3] Questa è la versione ridotta della poesia che appare sul Pruspron del 6 gennaio 1878. Se desiderate la versione integrale, fatemelo sapere e farò un post apposito

[4] “C’è qualcuno che porta il cucco, lo porta dappertutto, lo porta sopra a un’asse, c’è il Diavolo che lo sculaccia.”

[5] “La polenta di grano duro, la mangiano i più coglioni e noi siamo di quelli che ci lecchiamo anche le dita.”

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