Shahnamè

Shanamè: Il passato che ritorna

Le campane avevano dato l’allarme.

La sequenza di un suono lungo seguito da tre brevi, ripetuta varie volte, indicava che era in atto un’evasione.

Troppo spesso quell’allarme riecheggiava nelle notti degli ultimi mesi.

Possibile che ci fossero così tante falle nella sicurezza?

No, impossibile!

Egli stesso aveva svolto accurati controllo nelle settimane precedenti e il sistema si era dimostrato efficiente.

Dunque, con chi avevano a che fare?

L’illuminazione delle strade era stata potenziata: ora ogni via e persino ogni vicolo erano dotati di lampade ad olio ma ciò non aveva scoraggiato l’impudente che si ostinava a liberare i prigionieri.

Gli uomini destinati alla gogna o ad essere esposti per alcuni giorni, prima dell’esecuzione, non erano più tenuti in piazza, durante la notte, bensì tratti nelle celle.

Questa risoluzione aveva arrestato le evasioni solo per una manciata di giorni, poi il misterioso liberatore aveva trovato un altro modo per operare.

Lo Shahinshah Dahak era furioso: il suo dominio era sempre stato solido, non poteva tollerare che ora qualcuno lo sbeffeggiasse in tal modo, mettendo in dubbio la sua autorità e la sua forza.

All’ultima riunione coi suoi ministri, Dahak aveva fatto una terribile minaccia: se entro un mese non fosse stato posto rimedio all’increscioso inconveniente, avrebbe iniziato a scegliere i loro figli, o altri famigliari, per il pasto quotidiano a base di cervella per i due neri serpenti che sbucavano dalle sue spalle.

Il giovane Generale nonché ministro della difesa, rabbrividì, ripensando a tali parole: non lo turbava che, ogni giorno, due persone fossero uccise per sfamare le bestie che integravano il corpo del suo signore, ma l’idea che fosse la sua testa ad essere aperta in due non gli piaceva per nulla. Non aveva né figli, né fratelli, dunque sarebbe stato egli stesso a rimetterci la vita.

Aveva deciso, quindi, di non prendere parte all’inseguimento e di rimanere sulla torre centrale della cittadella per osservare dall’alto la caccia e ottenere una visione insieme che gli permettesse di studiare le tattiche del nemico.

Aveva dato precise istruzioni alle pattuglie per tagliare ogni possibile via di fuga e cercare di precedere i fuggitivi, anziché braccarli. Le torce che alcuni dei soldati portavano, gli permettevano di tenere la situazione sott’occhio.

Osservò dunque le tante luci che si spostavano per le strade, tenevano una posizione per alcuni minuti e poi si spostavano. Cercava uno schema. Per una mezzora i moti furono coordinati e parevano effettivamente dare la caccia a qualcuno, poi le pattuglie cominciarono a muoversi maniera più casuale, come se girassero a vuoto. Infine suonò la conchiglia che richiamava i soldati alle caserme, dichiarando conclusa la ricerca.

Il giovane Generale sospirò e rimase nella propria postazione ad osservare la città sottostante e a rimuginare sull’accaduto, ricostruendo nella mente quelli che dovevano essere stati gli spostamenti dell’evaso e del suo salvatore.

“Generale Mithra.”

Una voce richiamò la sua attenzione, si voltò per trovarsi di fronte ad un paio di suoi subordinati.

“Mi dispiace informarvi che purtroppo non siamo riusciti a …”

“Lo so, lo so.” lo interruppe il giovane “Vi ho osservati, non è necessario che riferiate l’ovvio.”

L’occhiataccia del Generale, colma di frustrazione, intimorì i due soldati che fecero un paio di passi indietro, temendo di essere bersaglio dei suoi sfoghi.

L’uomo che aveva già parlato, deglutì e raccolse il proprio coraggio per aggiungere: “Abbiamo però una buona notizia.”

“Me ne stupirei.” fu la lapidea risposta “Sentiamo.”

“Abbiamo rinvenuto un oggetto che dev’essere caduto al sovversivo.”

L’altro soldato mostrò l’oggetto che fino a quel momento aveva tenuto celato, stretto nella mano: un sigillo a cilindro, di quelli bucati affinché potessero essere infilati in una corda e portati appesi al collo.

Mithra lo afferrò con un brusco gesto e lo fece ruotare nelle proprie mani, scrutandolo per capire quale simbolo recasse: poteva indicare l’identità del criminale.

“Lo abbiamo fatto scorrere su una tavoletta d’argilla” spiegò il soldato “Mostra un triangolo con i vertici raggianti, al centro di esso c’è un anello.”

Un brivido attraversò la schiena del Generale che si irrigidì e commentò sottovoce: “Il sigillo di Shedaspe e dei suoi discendenti.”

Un’ombra cupa aveva velato il suo viso.

“C’è dell’altro” specificò il subalterno “Ai lati dell’immagine ci sono due colonne di fuoco e sopra e sotto ci sono onde, probabilmente acqua.”

Occhi sgranati, sopracciglia sollevati, labbra semi-aperte: il volto di Mithra si pietrificò in un’espressione di stupore.

“Ne siete sicuri?” li incalzò con asprezza.

“Sì, signore.” confermarono entrambi i soldati, cercando di non tremare.

“Lo vedremo. Avete raccontato a qualcuno di questa scoperta?”

“No, siamo venuti direttamente da voi, come ci avevate ordinato.”

“Molo bene. Mantenete il segreto finché non ne saprò di più.”

“Ai vostri ordini, signor Generale.”

“Bene, andate.”

I soldati fecero il segno di saluto e si voltarono.

Appena gli diedero le spalle, il generale sguainò la spada e con un unico rapido movimento staccò di netto le teste dei due subalterni.

Pulì sui loro corpi il poco sangue che aveva macchiato la lama, passò oltre i cadaveri e scese la scalinata della torre. Al primo servitore di palazzo che incrociò, disse: “Va’ in cima, troverai due teste: portale in cucina, così i serpenti del sovrano avranno già il pasto pronto, domani.”

La torre era al centro della cittadella, connessa con il palazzo reale. Quest’ultimo edificio era suddiviso in due parti: quella pubblica dove si governava e l’area privata con gli appartamenti del sovrano e della sua famiglia. Gli alloggi dei Ministri e Generali erano tante villette, ampie ma attaccate le une alle altre, che formavano un semicerchio che abbracciava e proteggeva il palazzo reale cui erano collegati con quattro ponti coperti. Davanti a questo complesso c’era una grande piazza per le esecuzioni e le esercitazioni militari. Dal lato opposto, sorgeva il grande tempio ove erano adorati Angra Manyu e i suoi Daiva, o almeno queste erano gli esseri lì venerati, dopo che Dahak aveva preso il potere.

Il resto della cittadella era costituito dalla caserma, dalle prigioni, magazzini per le scorte alimentari e le mura difensive.

Mithra passò per corridoi secondari: aveva fretta di raggiungere i propri appartamenti e non voleva rischiare di imbattersi in qualcuno che gli chiedesse il rapporto dell’inseguimento.

Scivolò fino alla propria camera privata, senza essere scorto da alcuno. Prese una tavoletta d’argilla, la bagnò appena per ammorbidirla e poi vi fece rotolare sopra il sigillo, esercitando una lieve pressione per imprimere bene l’immagine. La osservò qualche istante: corrispondeva alla descrizione.

Sussultò e si affrettò a sfregare con la mano l’argilla, in modo da cancellare ogni traccia del simbolo. Non aveva bisogno di confrontarlo con altri: conosceva alla perfezione quel sigillo e il suo proprietario.

Che cosa poteva significare?

Si rigirò il cilindro tra le mani, vagliando tutte le possibili ipotesi. Forse non apparteneva al sovversivo, ma era un oggetto caduto nella terra già da tempo e ritrovato per caso solo quella sera; in fondo c’erano state fitte piogge nei giorni precedenti e dunque l’acqua poteva avere smosso il terreno e fatto riaffiorare quel sigillo.

Oppure, il criminale lo aveva rubato o acquistato da qualcuno; il sigillo era stato ricavato in uno zaffiro, dunque aveva un valore piuttosto elevato e non c’era da stupirsi se aveva fatto gola a qualche ladro o se era stato venduto per necessità di denaro o viveri.

C’era, però, un’altra opzione: la legittima proprietaria era ancora in vita ed era lei l’autrice delle evasioni.

Sì, effettivamente, se c’era lei dietro alle fughe, allora era più che comprensibile che ogni sforzo per fermarla si fosse rivelato vano. Avevano sempre pensato di avere a che fare con un uomo comune e lei di certo non lo era.

Se questa era la verità, che cosa avrebbe dovuto pensarne?

Appena aveva visto il sigillo, Mithra aveva sussultato internamente; sentendone la descrizione, il suo cuore aveva levato un grido di gioia che egli aveva deciso di trattenere finché non avesse visto coi propri occhi il simbolo.

Era il suo! Era il suo … ora ne era certo. Non bastava a garantire che lei fosse viva, ma dubitava che lei si sarebbe mai separata da un oggetto tanto caro. Più volte si era detto che, se fosse stata uccisa, la notizia sarebbe sicuramente giunta a Dahak, più volte si era aggrappato a quel pensiero per impedire allo sconforto di coglierlo.

Erano trascorsi anni dall’ultima volta che si erano visti. La guerra li aveva separati. I discendenti di Shedaspe erano stati in cima alla lista dei proscritti e i cervelli di quasi tutti loro erano diventati il pasto dei serpenti dello Shahinshah. Non il suo, però, non quello di Anahita.

Di lei si erano perse notizie e tracce. Egli stesso aveva interrogato parecchie persone, dopo la presa della capitale, per avere informazioni su di lei, ma nessuno aveva saputo rispondergli, persino i collaborazionisti avevano asserito di non vederla da mesi, che aveva lasciato la città molto prima che l’assedio cominciasse.

Mithra non aveva saputo se incentivare le ricerche di lei oppure no: da una parte desiderava ritrovarla, dall’altra non voleva metterla in pericolo.

Erano trascorsi alcuni anni di silenzio assoluto. Ora, all’improvviso, era comparso quel sigillo, il suo.

Che pensare?

Essere felice di saperla viva, oppure preoccuparsi che il suo eventuale arresto l’avrebbe condotta a morte certa?

No, non poteva sopportare l’idea che il suo cranio fosse aperto per quei serpenti. Il solo pensiero lo riempiva di rabbia, tanto che sbatté i pugni sulla scrivania di marmo, crepandola.

Un delicato bussare lo scosse dai propri dubbi.

“Avanti.” mormorò seccato.

La porta si schiuse e si fecero avanti tre donne, vestite solo con un pareo di seta che cingeva i loro fianchi e scendeva fino alle caviglie.

“Signore, state bene?” domandò una, timida ma premurosa “Vi abbiamo sentito rientrare e dalla vostra stanza si udivano strani rumori … abbiamo pensato foste turbato e … e … abbiamo pensato che avreste gradito la nostra presenza.”

“Per rilassarvi … per svagarvi.” specificò un’altra.

Mithra osservò per qualche istante le proprie concubine e i loro seni pieni e tondi.

Erano quasi passati sei mesi da quando le aveva acquistate, ormai avevano fatto il loro tempo e le avrebbe rivendute. Pensò a quale prezzo avrebbe potuto metterle sul mercato: di solito, il fatto che l’avesse usata lui, faceva aumentare di valore la merce.

Non pensò affatto a come sostituirle. In quel momento non trovava attraente alcuna donna fuorché Anahita, la cui figura si era impossessata della sua mente. Quanti ricordi riaffioravano in quel momento!

“No.” replicò, tetro “Andatevene, non mi servito a niente. Statevene nelle vostre stanze e non uscite se non sono io a chiamarvi. Evitate questo genere di iniziative. Via!”

Le tre donne si guardarono confuse: non avevano mai visto il loro signore di malumore. Si limitarono a chiedere perdono e si ritirarono.

Rimasto di nuovo solo, Mithra tornò a guardare il sigillo ma non pensò più al da farsi bensì lasciò che il passato gli invadesse la mente: sorrisi, abbracci, passeggiate, conversazioni, baci appassionati. Queste immagini gli ricordavano i momenti più felici della propria vita, quelli condivisi con Anahita.

Infine si scosse e iniziò a svestirsi per mettersi a dormire, con un pensiero fisso nella testa: non sapeva chi fosse l’autore delle evasioni, ma avrebbe fatto in modo di catturarlo al più presto e che fosse condotto nelle sue segrete, prima che altri potessero intervenire. Se si trattava davvero di Anahita, non avrebbe permesso che le fosse fatto del male.

Non aveva idea di cosa le avrebbe detto, quando se la sarebbe trovata davanti, non riusciva nemmeno ad immaginare che cosa avrebbe potuto dire lei.

Lo amava ancora come lui amava lei? Oppure il suo schierarsi coi Turani, durante la guerra, l’aveva allontanata da lui?

Avrebbe dovuto parlarle per scoprirlo.

Si coricò e, avvolto tra le lenzuola, si addormentò col sogno di convincerla ad accettare la sovranità di Dahak e vivere con lui.

 

 

Nota d’autrice
Questo è un brano scritto di getto, sono curiosa di scoprire com’è il mio stile al naturale, se risulta più scorrevole o pesante di com’è dopo lunghe revisioni.
Vi piace l’ambientazione? Volete saperne di più con qualche digressione narrativa, oppure preferite più fatti e azione?
Attendo i vostri pareri e i vostri consigli su come impostare questa storia in itinere.

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