Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Un’ombra di sospetto

CAPITOLO 16: Un’ombra di sospetto

 

Albina si era data per malata per evitare di vedere nei giorni successivi Gabriele, il quale tuttavia le aveva inviato un paio di lettere e dei fiori. La ragazza era un poco nervosa, non aveva idea di come porre fine a quella frequentazione: l’uomo non si sarebbe accontentato di un no, avrebbe continuato a corteggiarla con insistenza e, se si fosse visto respinto, avrebbe trovato vie traverse per ottenerla, prima fra tutte si sarebbe rivolto al suo tutore.

Albina avrebbe voluto chiedere aiuto a Silvestro, ma a Capodanno aveva capito che il cugino avrebbe fatto di tutto per spingerla tra le braccia del bancario e difficilmente avrebbe dato ascolto alle sue proteste. Aveva quindi scritto un biglietto a Dora, che le aveva promesso di ragionare sulla faccenda per trovare una soluzione e aveva pure mandato una lettera alla sorella e al padre, il quale chissà quando l’avrebbe ricevuta.

Era il sette gennaio, quasi mezzogiorno, quando la libraia sentì bussare alla porta, andò ad aprire e si meravigliò nel vedere sulla soglia Patroclo. Il giovane indossava una camicia bianca, pantaloni neri, un vecchio e rovinato tabarro grigiastro; era appoggiato allo stipite della porta e fissava intensamente la fanciulla.

“Buondì” gli disse ella.

Egli sorrise e sollevò la tuba in segno di saluto, poi entrò e si sedette sulla sedia a dondolo e, dopo qualche istante, esordì placidamente: “Si dice che tu non sia stata bene in questi giorni. Mi pare che ti sia ripresa completamente.”

“Era una messa in scena, lo sai. L’ho detto a Dora e sicuramente l’avrà riferito a te e a tutti gli altri.” ribatté seccamente Albina, poi chiese: “Come mai sei venuto qui?”

“Mi hai detto tu di dimostrarti che ti amavo.” dichiarò l’altro imperturbabile.

“Perché hai aspettato così tanto allora?” chiese con forza la libraia, dopo un sospiro spazientito.

“Non sapevo come comportarmi.” non si trattava di una giustificazione, ma di un semplice e pacato elenco dei fatti “Non avevo idea di cosa avrei dovuto fare per dimostrarti che il mio è un sentimento sincero e profondo. Alla fine ho trovato la soluzione ideale.”

Si alzò in piedi e porse il braccio alla libraia “Non qui, però. Mi seguiresti?”

La sua voce era calda e rassicurante, forse era una voce comune, ma riusciva a placare e rasserenare l’animo della fanciulla.

Albina non poté rifiutare, in realtà aveva una gran voglia di trascorrere del tempo con lui; indossò velocemente una mantella di lana per proteggersi dal freddo, poi uscì con Patroclo.

I due innamorati si tenevano a braccetto. A passo svelto andarono ai giardini pubblici, camminarono un poco lì, quasi senza parlare, finché il giovane non trovò il posto ideale dove sedersi, ai piedi di un platano, a pochi metri dal teatro.

Sedevano sul terreno secco per il freddo, Patroclo teneva il braccio sinistro intorno alle spalle dell’amata, la teneva stretta e iniziò a dire con profonda sincerità: “Albina, tu mi sei cara come la vita. Le nostre anime sono talmente unite ch’io non mi potei accorgere della tua importanza finché non siamo stati separati. Solo allora mi resi conto che lontano da te era come se mi mancasse un pezzo. Sei tu quella di cui ho bisogno e di cui voglio prendermi cura. Per sempre.”

Albina era commossa da quelle parole, ma temeva non fossero vere, aveva sempre tanta paura in amore, ma presto ogni suo dubbio fu dissipato.

Patroclo, con la mano destra, prese una scatolina che teneva in tasca, la mostrò alla fanciulla, l’aprì: un anello.

“Vuoi essere mia moglie?”

Albina rimase felicemente sbigottita: proprio non si aspettava quella proposta. Aveva fortemente dubitato dei sentimenti di Patroclo; aveva voluto dubitarne, poiché aveva avuto tanta paura di soffrire. Il suo animo aveva tanto sperato e desiderato l’amore di quel giovane che, quand’egli glielo aveva offerto, ella aveva tremato di paura, temendolo uno scherzo. Se, però, ora egli era lì davanti a lei e le chiedeva di sposarlo… beh allora non potava più dubitare di quell’affetto, Patroclo non avrebbe mai compiuto un simile gesto, senza sincero amore. Se lui la domandava in sposa, allora lei poteva essere certa che era tutto vero, che non ci sarebbero più state dolorose illusioni, che finalmente poteva essere lieta e tranquilla.

La contentezza iniziò a salirle lungo il corpo e, una volta spezzato lo stupore iniziale, con un sorriso immenso e radioso, gridò: “Sì, sì, sì! Certo che lo voglio.”

Che gioia immensa! Gli gettò le braccia al collo e lo baciò sulla guancia. Patroclo, a sua volta, sorrideva ed era contento, la strinse ancor di più, carezzandole i capelli. Avvinti nell’abbraccio, i loro cuori si sincronizzarono, battendo all’unisono. Albina sollevò il volto per guardare il viso amato, vide le labbra incorniciate dalla barba.

Patroclo fermò la mano dietro la sua nuca, si avvicinò con delicatezza e la baciò.

La giovane sentì mille vampe che dalla propria bocca si diffondevano in tutto il corpo.

Si ricordarono, poi, di essere in un luogo pubblico e che dunque certi gesti dovevano essere evitati, per cui si limitarono a restare seduti vicini, lei teneva la testa appoggiata sulla spalla di lui. Non parlavano, non ne avevano bisogno, volevano solo godersi la felicità che la semplice reciproca presenza generava.

D’un tratto, però, Albina si rabbuiò e disse: “C’è un problema. Devi convincere il mio tutore ad accettare.”

“Sì.” constatò amaramente il giovanotto “Dora mi ha detto che ora sei sotto la custodia di Silvestro e che è intenzionato a farti maritare con uno della Società del Pito.”

“Posso sempre scrivere una lettera a mio padre e chiedergli di mandarmi il suo consenso, ma chissà quando arriverà la risposta, potrebbe essere troppo tardi.”

Albina era pensierosa, ma la preoccupazione non l’agitava granché: era certa che avrebbero trovato una soluzione.

“Allora mi guadagnerò la stima di tuo cugino.” dichiarò risoluto Patroclo.

“E come farai? Non sei ricco, non hai un mestiere… Non acconsentirà mai. Ho provato a parlargli di te, ma ha subito troncato l’argomento.” sbuffò delusa.

“Non temere. Io farò di tutto per renderti felice e, se tu mi dici che per te sarà una gioia essere mia moglie, allora non vi sarà nulla che potrà impedirmi di sposarti.” Patroclo era deciso.

Albina sospirò, nuovamente gli gettò le braccia al collo e, tenendo la testa sul suo petto, si abbandonò a un pianto misto di contentezza, paura e speranza.

Pochi minuti dopo si ricompose e domandò sorridente: “Visto che in un certo senso ufficialmente fidanzati, cosa ne diresti di dirlo ai nostri amici?”

“Lo sanno già, più o meno…”

“Come?” si sbalordì ella.

“Sapevano che ti avrei fatto la proposta oggi e tutti si aspettavano che tu accettassi. Ci stanno ora attendendo all’Osteria del Burattino, sai quella che c’è all’inizio di via Toschi, sotto l’arcata; andiamo, raggiungiamoli.”

I due giovani, tenendosi per mano, si allontanarono dal parco e andarono alla locanda, dove già erano seduti al tavolo i loro amici Dora e Ivano, Duccio e Ludovica i cui fratelli non erano potuti venire.

La gioia era comune, tutti erano lieti che finalmente Patroclo ed Albina stessero assieme: chi non li aveva visti fin da subito come una coppia perfetta?

Mangiarono e si divertirono serenamente. Quando il pranzo era ormai concluso, il fabbro disse: “Voglio farvi vedere la mia ultima creazione.”

Dalla bisaccia che aveva con sé, tirò fuori un panno arrotolato, lo appoggiò sul tavolo, lo aprì e mostrò un superbo pugnale cruciforme, finemente lavorato e con incisi alcuni simboli sull’elsa.

“Non è un capolavoro?” chiese, vantandosi del proprio manufatto.

Tutti lo osservarono e ammirarono la fine opera.

Duccio lo esaminò con particolare attenzione, come se cercasse qualcosa, poi trasalì e farfugliò incredulo: “Ma… ma quello è tale e quale al pugnale usato per l’omicidio del Sassi… e pure di Don Ronzoni.”

Gli altri lo guardarono sbigottiti, così il giornalista spiegò concitatamente: “Sì, dovendo scrivere gli articoli sul primo omicidio, ho potuto osservare con cura la scena del delitto e i vari reperti” riprese un attimo fiato “Prima di venire sollevato dall’incarico, ero pure riuscito ad esaminare abbastanza da vicino il cadavere del prete e mi sono infatti meravigliato nel constatare che il pugnale era molto simile a quello del primo omicidio. Tramite un paio di conoscenze sono poi riuscito a guardarlo per bene e mi sono reso conto che non solo era simile: era identico.”

Tacque un attimo per lasciare alle proprie parole il tempo di fare effetto. Concluse: “È per questo che ho pensato si potesse trattare di un unico assassino, oltre al fatto che Ronzoni era stato l’ultimo a vedere il Sassi e aveva rilasciato alcune dichiarazioni, però nessuno mi ha dato retta.”

“Aspetta un attimo!” esclamò Albina, ricordandosi qualcosa all’improvviso “Silvestro mi ha detto che il Sassi è stato ucciso col suo stesso pugnale, per questo si era pensato anche a un suicidio.”

“Ivano” intervenne Patroclo rapidamente, avendo avuto un’intuizione “Hai fatto altri pugnali di questo genere?”

“A dire il vero sì, cioè non proprio io; stavo per dirvelo, ma Duccio non mi ha lasciato il tempo. Quattro anni fa ne aveva forgiati cinque identici il mio maestro.”

“Ricordi per chi?” lo incalzò Patroclo con una punta di nervosismo.

“Sì, certo.” rispose con calma, senza capire l’agitazione degli amici “Li aveva commissionati il Colonnello Bini, non sapevamo a chi fossero destinati, tuttavia nel corso del tempo ho potuto rivederne due: uno appeso al fianco del Direttore Silvestro, l’altro a quello di un tale di nome Giangiove, li ho visti diverse volte assieme.”

Albina, con uno sforzo di memoria, confermò che il cugino aveva un pugnale se non uguale, almeno molto simile a quello che il fabbro stava mostrando loro in quel momento. Ivano tentò di dire qualcosa ma non fu abbastanza veloce.

“Quindi sappiamo che i possessori di quei pugnali erano: Silvestro, Bini, Giangiove, Sassi e, presumibilmente il prete.” dichiarò Patroclo cercando di fare mente locale, poi velocemente domandò: “Questo sesto pugnale sai per chi sia?”

“Sì, fortunatamente. Questa volta me lo ha commissionato il Direttore Silvestro, chiedendomi di forgiare uno stiletto tale e quale al suo. Era in compagnia di Giangiove e ho accidentalmente origliato una conversazione tra loro, scoprendo che questo pugnale è destinato ad un tale Gabriele, suppongo si riferissero a quello che frequentava Albina.”

Patroclo, misteriosamente appassionato alla faccenda, prese il pugnale e lo esaminò, guardò i vari simboli incisi e affermò: “Si tratta di una società segreta, una frangia particolare della Massoneria, per la precisione. Vedete, si capisce da questi disegni: squadra, compasso, pendolo, righetto, una falce di luna crescente e un sole. Questa gente nasconde di certo qualcosa di grosso.” tacque un momento, poi domandò cupo: “Albina, non ti sei mai accorta di niente? Non hai mai osservato atteggiamenti strani?”

La ragazza esitò un attimo poi raccontò ciò che aveva visto e sentito la notte di Capodanno. Finita la narrazione, dopo qualche attimo di riflessione, Patroclo disse: “Questo conferma la mia teoria: è tipico avere l’acqua e il fuoco sul tavolo durante le riunioni. In base ai titoli con cui hai detto che si sono appellati, potrei quasi affermare con certezza che si tratti di una frangia speciale, quella dei Sublimi Maestri Perfetti, vale a dire coloro che dirigono tutte le attività delle varie Logge.”

Sublimi Maestri Perfetti?” ripeté Ivano “Gente modesta!” rise.

“Rimane, però, da stabilire se effettivamente si siano uccisi a vicenda e per quale motivo.” disse Dora, pensò un attimo e un ricordo le riaffiorò: “A ben pensarci, il giorno dopo l’omicidio di Sassi, o lì appresso, Silvestro era venuto nella boutique per un lavoro, inoltre ha chiesto di ricucirgli un bottone che, a suo dire, si era scucito, ma piuttosto a me era parso che fosse stato strappato. Inoltre, mi ero stupita nel vederlo abbigliato così elegantemente, come per una serata importante: forse era l’abito che aveva indossato alla cena della Società del Pito!” esclamò Dora soddisfatta della propria intuizione, poi aggiunse: “Era stato molto brusco quel giorno.”

“Quella sera era, però, arrivato presto alla festa, mi han detto, e ha passato una buona mezz’ora a parlare in privato con Giangiove.” disse Albina, non volendo credere che il caro cugino fosse un assassino.

“Potrebbero aver mentito.” osservò Duccio “Magari, mentre il Direttore Silvestro compiva l’omicidio, Giangiove si è nascosto per poter affermare di aver discorso con l’amico e quindi procurargli un alibi. Inoltre, don Ronzoni aveva detto che il Sassi aveva definito l’uomo che stava aspettando un grafomane, quindi Silvestro, che, essendo direttore dell’Italia Centrale scrive molto e spesso, potrebbe averlo messo a tacere uccidendolo.”

“Ma è assurdo!” protestò Albina un poco alterata “Potrebbe essere stato il Colonnello il quale, sempre stando alle dichiarazioni del prete, non aveva interesse a risolvere il caso. Ci hai riferito così, vero Duccio?”

“Hai ragione, mi aveva detto proprio così. Tuttavia, se fosse stato un omicidio decretato dalla Massoneria, Bini, che ne fa parte, avrebbe comunque cercato di depistare le indagini.”

“Se così fosse” intervenne Ludovica che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio “Perché don Ronzoni avrebbe dovuto fare la spia?”

“Forse perché dissentiva dai mezzi utilizzati dai suoi compari. Essendo lui un prete, forse non era favorevole all’assassinio di qualcuno.” le rispose Duccio “Sperava, dunque, che le sue dichiarazioni avrebbero spinto qualcuno a far luce su tutta la faccenda.” diede un bacio sulla fronte di Ludovica.

“Se l’assassino fosse invece qualcheduno che ha un conto in sospeso con i massoni?” ipotizzò Ivano.

La conversazione si faceva sempre più concitata, i ragazzi si stavano entusiasmando per quelle rudimentali indagini.

“Improbabile, altrimenti il Commissario farebbe il suo lavoro.” ribadì con forza il giornalista.

“A meno che il trovare l’assassino avrebbe anche voluto dire svelare l’esistenza della società segreta.” notò la sarta, la quale d’improvviso cambiò idea, una nuova ipotesi le balenò nella mente e prese a incanalare i sospetti verso un’altra persona: “Se invece si trattasse di Gabriele? Se i due omicidi fossero le due prove di cui Albina li ha sentiti parlare? Inoltre Albina, se ben ricordi, la notte di Santa Lucia hai visto Gabriele tutto agitato uscire da San Prospero. Forse Sassi e don Ronzoni iniziavano a creare dei problemi, allora Silvestro ha ben pensato di farli fuori ma, per evitare che le vittime si insospettissero e reagissero nel caso l’attentato fosse fallito, ha commissionato gli assassinii a un aspirante membro. Oh cielo, mi sono spiegata bene?”

Gli altri fecero cenno di aver capito.

“Direi palese che don Ronzoni sia stato ucciso perché aveva parlato troppo.” disse Ivano battendo un pugno sul tavolo per dar maggiore forza alle proprie parole “Tuttavia finché non scopriamo il movente del primo omicidio, non potremo capire chi sia l’assassino.”

“Ma come fare a scoprirlo?” domandò impensierita la libraia.

“Tu dovresti trovare il modo di entrare in casa di Silvestro, non ti sarà difficile, e di cercare qualche indizio legato alla Massoneria.” consigliò in modo alquanto imperioso Patroclo, prima di bere un lungo sorso di vino.

“Certo, secondo te mio cugino è uno sprovveduto che tiene prove di crimini e congiure alla portata di chiunque.” replicò un poco irritata Albina, poi aggiunse, cercando di farlo ragionare: “Di certo non posso mettermi a girare per la sua casa e frugare nei cassetti senza che lui se ne accorga.”

“Trova un modo per farlo. Menti se necessario.” scandì queste parole in modo tale che nessuno poté replicare, si interruppe un attimo, riordinò le idee, infine disse: “Duccio io e te, una di queste sere, ci facciamo accompagnare nei bassifondi da Luigi.”

“D’accordo, anche se dubito troveremo informazioni utili a questa faccenda: questa non è roba da canaglie di basso borgo” rispose tranquillamente il giornalista “Ma almeno forse troverò qualcosa d’interessante per un articolo.”

Non si trattennero ancora a lungo, anche perché l’orario era ormai avanzato, per cui si salutarono, pagarono il conto e ognuno andò per la propria strada. Albina tornò a casa, decise di aprire la libreria quel pomeriggio e, nel frattempo, pensava a un modo per compiere ciò che Patroclo le aveva chiesto.

 

Quella sera, al Circolo del Casino, i giovani Pitesi erano meno del solito. Ovviamente mancavano Naborre ed Andrea, il primo ancora ferito e il secondo a prendersi cura di lui.

I quattro giovani, che si erano, invece, ritrovati, avevano deciso di giocare al tiro a segno. Avevano, dunque, fatto posizionare il bersaglio e ciascuno si era preso tre freccette di un colore, differente da quello degli altri. A turno lanciavano poi una freccia per volta e chi colpiva il centro del bersaglio, doveva bere un bicchierino di grappa. Mentre giocavano, ovviamente non mancavano le chiacchiere e discorrevano piacevolmente.

“Antonio!” sollecitò Giangiove, con un sigaro acceso tra le dita “Raccontaci per filo e per segno che cosa è accaduto a Naborre.”

“Ah, se lo sapessi ve lo racconterei ben volentieri, tuttavia neppure io ne ho idea.” si alzò e si posizionò di fronte al bersaglio “È conciato piuttosto male: ferite e ossa rotte non mancano, dovrebbe accendere almeno un centinaio di candele a ogni santo, appena si rimette. Comunque non c’è stato verso di convincerlo a raccontarmi quanto accaduto.” lanciò la freccetta che non raggiunse il centro per pochi millimetri “Sostiene di non ricordare nulla, ma forse si sarà confidato con Avvandrea.”

“Ma esaminando i tagli e quella roba lì” insisté Ruggero “Avrai capito come può esserseli procurato…”

“Una caduta da una certa altezza” suppose il medico “Oppure, cara te, potrebbe essere caduto da cavallo o qualcosa del genere, però a quell’ora di notte, mi pare assai improbabile.” si guardò intorno “Suvvia, a chi tocca ora?”

Ruggero si scosse, ricordando che era il proprio turno e si affrettò a prendere posizione.

“Non mi importa granché di come si sia fatto male.” sbottò Gabriele innervosito “Conoscendolo, sarebbe stato capace di fare un’arrampicata notturna a Canossa. Dicci, piuttosto, come sta adesso: non è in pericolo di vita, vero?”

“Scusate” si lamentò Ruggero “Dovrei concentrarmi!”

Fu ignorato.

“No, no, tranquillo: se la caverà. Per le prime ore, quando non era cosciente, ho avuto paura, ma, dopo che si è svegliato, ho potuto constatare che le sue condizioni non sono gravi. Non ha neppure la febbre.” rassicurò tutti quanti Antonio “Si riprenderà in pochi giorni, ha un fisico robusto, il nostro Campanini: Dio l’ha voluto così.”

Intanto, Ruggero si era deciso a scagliare la propria freccia che si era andata a conficcare sul bordo del bersaglio.

“Certo è che sei proprio negato.” notò Giangiove, dopo aver buttato fuori una boccata di fumo.

“Non è vero!” protestò l’altro, celiando “Stavo ascoltando anch’io cosa diceva circa Naborre e mi sono distratto.”

“Ad ogni modo, questa primavera, io, a caccia con te, non ci vengo!” ribatté l’ingegnere, sempre scherzando “Mirando a un fagiano di fronte a noi, potresti colpire me, che ti sto di fianco.”

“Spiritoso…” rispose Ruggero “Ti ricordo che l’anno scorso, in una sola giornata, ho preso la bellezza di quattro lepri, otto quaglie, sei fagiani e un capriolo!”

“Sì, peccato che subito dopo ti sei svegliato.”

“È la verità! Comunque, quando viene la bella stagione, ti dimostrerò la mia abilità di cacciatore, garantito.” si vantò “Le donne sono le mie prede preferite, ma non sono da meno con uno schioppo in mano, quando si tratta di selvaggina.”

“Abbiamo capito!” gli disse, ironico, Gabriele “Ma ora, spostati, che tocca a me.”

Ruggero scimmiottò un inchino e si fece da parte.

Gabriele impugnò la propria freccetta, osservò il bersaglio qualche attimo, poi fece il lancio.

“Ruggero, se è possibile, c’è qualcuno con la mira pessima quasi come la tua.” si fece beffe di entrambi Giangiove.

“Dici tanto” intervenne a punzecchiarlo Antonio “Ma qui, quello che si è più avvicinato al bersaglio, sono io, non tu.”

“Mi devo un attimo scaldare.” si giustificò l’ingegnere “Adesso sintonizzerò perfettamente la coordinazione occhio-mano e ti umilierò.” appoggiò il sigaro nel posacenere “Quando mancherò i prossimi centri, sarà perché mi sarò ubriacato con la grappa del vincitore.”

Pochi istanti dopo, la freccetta scagliata da Giangiove andò a conficcarsi nel centro del bersaglio.

“Visto?” si vantò l’ingegnere.

Andò poi al tavolino su cui era appoggiata la bottiglia di grappa e si riempì un bicchierino che mandò giù in gola in un sorso. Gli altri tre erano esterrefatti. Non era certo la prima volta che vedevano qualcuno centrare il bersaglio, ma erano meravigliati del fatto che Giangiove avesse annunciato il proprio successo e fosse andata proprio come aveva predetto.

“Voi, amici miei, non vi rendete conto chi io sia!” gongolò l’ingegnere “Tre anni fa, ero andato con mio padre a caccia in Piemonte.”

“Avete visto Sua Maestà?” domandò, dileggiando, Ruggero.

“No.” riprese tra le dita il proprio sigaro “Dicevo. Ci siamo fatti una settimana di caccia da quelle parti. Non abbiamo incontrato altri esseri umani per tutto il tempo. Dormivamo in tenda. Riempivamo le borracce nei fiumi. Mangiavamo ciò che cacciavamo.”

Giangiove proseguì per oltre un quarto d’ora a raccontare quella sua esperienza, poi finalmente si riprese a giocare. L’ingegnere e il medico si contendevano il dominio del centro del bersaglio; Ruggero era migliorato, dopo gli scarsi tiri iniziali, aveva iniziato a colpire l’interno della sagoma. Gabriele, invece, continuava a fare lanci deludenti.

“Amico, che diamine ti succede, questa sera?” domandò Giangiove “Questa misera prestazione non è da te. Sei turbato?”

Il bancario esitò un attimo, poi cupamente disse: “Già. È da Capodanno che non vedo Albina, non mi risponde neppure alle lettere.”

“Valla a trovare.” lo esortò Antonio.

“Non so, forse non mi vuole vedere…”

“Perché dici così? Ha detto o fatto qualcosa che…?” stava chiedendo il medico.

“No, no.” lo interruppe Gabriele “Non è successo nulla in particolare, non di negativo. Anzi, l’ultima volta l’ho anche baciata.”

“Era ora!” esclamò Ruggero.

“Solo che, appunto, è una settimana che non ho più contatti… e sono un po’ amareggiato, ecco tutto.”

“Parlane con Silvestro” gli consigliò Giangiove “E ci penserà lui a chiarire la faccenda.”

“Hai ragione.” concordò Gabriele, rallegrandosi “Domani gli parlerò.”

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