Shahnamè

Shanamè: Ritrovarsi

“Se procede per venti stadi in quella direzione, troverà il fiume Aban, poco più a valle si imbatterà in un gruppo di capanne e palafitte di pescatori e barcaioli. Chieda di Vishaspe e, quando lo avrà trovato, gli dica: L’alterno rinnovar mai l’affatica, né il tocca di quaggiù, né mai l’offende terreno affanno. Dagli eterni giri Ei non riposa né sta soggetto a corruzion. Capirà che la mando io e la traghetterà ovunque.”

La giovane, avvolta in un mantello color della notte, stava indicando all’uomo che aveva aiutato ad evadere quali fossero i sentieri più sicuri da percorrere onde evitare che nuovamente cadesse nelle mani di Dahak.

L’uomo la ascoltava con attenzione, il cuore gli batteva ancora a ritmo incalzante: la paura e l’emozione della fuga non lo avevano abbandonato e stentava a credere di essere libero, ora però doveva mantenersi tale.

“Se invece preferisce fare opposizione, si diriga verso la foresta e vi girovaghi finché non verrà circondato e minacciato, a quel punto ripeta la stessa frase che vale per il barcaiolo e non le verrà torto un capello. Tutto chiaro?”

“Sì, sì …” farfugliò l’uomo “Grazie … grazie d’avermi salvato, io …”

“Shhh, non è necessario aggiungere altro.” lo tranquillizzò la donna, mettendogli una mano sulla spalla “Ora vada.”

Il fuggiasco annuì fece per mettersi in cammino, poi ci ripensò, si voltò verso la sua salvatrice per domandarle chi fosse ma lei era svanita.

Un altro uomo era salvo. Quanti ne aveva sottratti alla morte? Non abbastanza.

Anahita non si sentiva mai felice, dopo un’evasione, le sembrava di aver fatto troppo poco.

Era perennemente insoddisfatta: voleva fare di più, non contro Dahak ma per aiutare i sudditi che sottostavano alle sue angherie.

La guerra era stata la causa di tanta sofferenza e dell’ascesa al potere dell’uomo dalle braccia di serpente, se uomo si poteva definire. Lei non aveva intenzione di prendere parte ad un nuovo conflitto, tanto meno di provocarlo.

Quante volte Koroush le aveva offerto protezione e l’aveva invitata ad unirsi a lui e ai suoi uomini, celati nella foresta, in attesa del momento adatto per sollevarsi in armi contro l’usurpatore?

Tante, troppe volte.

Lei aveva sempre rifiutato: ben sapeva che la sua presenza avrebbe eccessivamente galvanizzato gli animi di quegli uomini e che li avrebbe illusi di una vittoria che non poteva nascere.

Era errato chiamare Dahak usurpatore: non solo non era più vivo nemmeno un famigliare maschio di Ghemshid, l’ultimo dei discendenti del primo Shahinshah, Gayomar, ma anche si era appropriato dello Kvarna che, per quanto la sua luce si fosse fatta fioca, legittimava comunque il suo sedere sul trono.

La giovane non voleva sfidare il sovrano, né cacciarlo, ma non poteva fare a meno di preoccuparsi per tutte le morti che quel regno mieteva, né poteva lasciar perire la fede e la devozione nell’unico vero dio: Ahura Mazda.

Quel che non poteva perdonare Dahak era stato il porre Angra Manyu al centro della devozione degli uomini e di riverire lui e i Daiva, cercando di annientare il culto di Ahura Mazda e dei suoi Amesha Spenta, distruggendo o convertendo i templi e punendo con la morte chiunque osasse pronunciarne il nome.

Questo era il patto che Dahak aveva stretto con Angra Manyu: gli aveva garantito il dominio, il riscatto dei Turani contro Ghemeshid e tutti gli Arya, in cambio della condanna all’oblio di Ahura Mazda.

Questo Anahita non poteva permetterlo. Lei era l’ultima degli Shesaspidi rimasta in vita, tutti i suoi parenti erano stati uccisi e i loro cervelli erano diventati il pasto per i serpenti. Restava solo lei a custodire i segreti divini di Ahura Mazda, solo lei a ricevere visioni e messaggi dagli Amesha Spenta. Non poteva permettere che Asha (la verità) perisse con lei. Doveva combattere Druj (la menzogna) ma non poteva farlo con le armi.

Salvare qualche condannato e narrare Yasht (inni) o cantare Gatha alle persone che incontrava per le campagne o sulle strade che congiungevano le città, era tutto ciò che riusciva a fare, in quel momento. Era poco e se ne vergognava, sentiva di potere e dovere fare di più ma ancora non era riuscita a comprendere quale fosse la via da intraprendere.

Si era incamminata verso il proprio rifugio: un luogo poco distante dalla capitale, ma in cui era severamente vietato recarsi, perfino i soldati di rado lo perlustravano e non era difficile sottrarsi ai loro sguardi.

Una collina rocciosa, priva di vegetazione, dalle pareti rossastre e ripide. In essa erano stati scavati i sepolcri dei primi Shahinsha: Gayomar, Hosheng, Tahumaras, infine anche quello di Ghemeshid, lasciato incompiuto.

Erano stanze cubiche scavate nella pietra a qualche metro d’altezza, attorno alla grande apertura era scolpita la facciata del palazzo reale, nel timpano erano effigiate le imprese più importanti della vita dei sovrani, sormontate dall’immagine dello Shahinshah che riceveva lo Kvarna, simboleggiato da un cerchio, dalle mani stesse di Ahura Mazda che emergeva da un disco alato.

Gli altorilievi erano molto rovinati, danneggiati da una fitta sassaiola che li aveva investiti: trovandosi in una posizione troppo scomoda per essere prese a martellate, le effigi

Gli interni erano completamente spogli, depredati dei ricchi corredi da Dahak e i suoi seguaci, ben prima della caduta della capitale. Si raccontava avesse dato ai propri cani le ossa degli antichi sovrani e avesse usato le ricchezze delle loro tombe per pagare i propri sostenitori affinché non lo tradissero nell’assalto finale.

Tutto ciò che era rimasto erano i letti scolpiti nella roccia su cui erano stati adagiati i corpi.

Anahita raggiunse la terza tomba, quella di Tahumaras, in una delle scene che la decoravano era anche raffigurato il nonno della giovane, Shedaspe che era stato il più importante consigliere dello Shahinshah e aveva guadagnato per sé e la propria famiglia un ruolo di rilievo nel governo, almeno fino alla ribalta dei Turani.

La donna si arrampicò sulla parete, appoggiando mani e piedi sugli spuntoni di pietra che aveva ricavato già alcuni anni prima, lavorando la roccia con tanta fatica. Salì fino all’apertura, scostò la grossa tenda nera, sottesa da un lato all’altro, alta appena una spanna in meno rispetto alla grotta: serviva per nascondere il falò acceso nell’antro, ma doveva lasciare una fessura per permettere al fumo di uscire.

Non era una soluzione delle più sicure, ma lo stratagemma funzionava grazie al fatto che la zona non fosse battuta abitualmente.

“Mamma, mamma!” esclamò un bambino di circa cinque anni, correndo in contro alla donna.

Anahita sorrise, si inginocchiò e si lasciò abbracciare dal pargoletto che poi rimproverò amorevolmente: “Atar! Perché sei ancora sveglio?”

“Volevo dirti buonanotte!” si giustificò il figlioletto.

“Era preoccupato per te, come sempre.” spiegò un uomo maturo, seduto vicino al focolare “Come me, d’altra parte.”

“Sei troppo apprensivo, Rustem. Su, Atar, adesso a dormire.” esortò Anahita.

Il bambino, un po’ controvoglia, si coricò su un giaciglio di pelliccia di castoro e presto si addormentò, mentre la madre gli carezzava la testa.

La donna andò poi a sedersi vicino al fuoco. L’uomo le allungò una scodella di legno con dentro delle verdure cotte e domandò: “Allora, com’è andata?”

“Tutto bene, come sempre.” rispose lei, sbrigativa, togliendosi il mantello che l’aveva avvolta.

L’uomo la scrutò per lunghi istanti per assicurarsi che non avesse graffi o lividi, infine constatò: “Non hai il sigillo.”

Anahita corrugò la fronte, perplessa, si portò una mano al collo ed ebbe la conferma che non aveva più il ciondolo che portava sempre così: la cordicella a cui lo teneva appeso doveva essersi usurata a tal punto da spezzarsi.

Un sospiro e uno scuotere di testa fu la reazione della donna.

“Capisci, vero, quant’è grave la cosa?” chiese Rustem, apprensivo “Se lo hanno trovato, hanno capito chi sei.” si innervosì “Quante volte ti ho pregato di non portarlo?!”

“Sai bene che mi è stato molto utile, invece, mi ha anche salvata in qualche occasione.”

Ripensò a quelle volte in cui, inseguita dai soldati, era riuscita a nascondersi in qualche casa, ottenendo ospitalità mostrando quel sigillo.

“Dovresti smetterla con queste incursioni.” insistette l’uomo “Dovrei andare io: ero una delle guardie scelte di Ghemeshid, chi meglio di me potrebbe condurre queste missioni?”

“Se volessi dei soldati, li chiederei a Koroush, non metterei certo in pericolo te.”

Rustem sorrise amaramente, un sospiro uscì dal petto ancora robusto e osservò: “Metti in pericolo te stessa, però. Sono anni che non combatto seriamente.”

“Non posso rimanere ferma, devo fare qualcosa.”

“A cosa ti sta portando tutto ciò?” l’uomo cercava di farla ragionare.

“Forse a niente.” ammise Anahita, spostò lo sguardo verso la tenda, come se potesse guardarci attraverso “Gli Amesha Spenta non mi parlano da mesi … ma lo faranno di nuovo, ne sono sicura.” la voce le tremava “Credo mi stiano mettendo a una prova, non so se di costanza o che altro. Non dubito di loro. Devo solo essere paziente e il quadro mi sarà più chiaro.”

“Lo spero.” replicò Rustem, comprensivo “Adesso riposa, sarai stanca.”

“Tu no?”

“Io posso vegliare ancora per qualche ora, tranquilla.”

“Grazie.”

Anahita andò a stendersi accanto al figlio, chiuse le palpebre e si addormentò.

Trascorsero alcuni giorni tranquilli. La loro quotidianità consisteva nel semplice pascolare alcune capre e raccogliere frutti ed erbe, lo stretto necessario per sfamarsi. Rustem qualche volta andava a caccia con il proprio arco e tornava sempre con un coniglio o un grosso volatile e nulla di più, non per incapacità o pigrizia ma per non far mai avanzare carne.

Nelle lunghe ore al pascolo, Anahita cantava inni al figlio e glieli faceva ripetere più volte affinché li memorizzasse.

Erano intenti in questa attività quando, una tarda mattina, udirono lo scalpiccio degli zoccoli di alcuni cavalli dirigersi verso di loro.

“È Koroush!” esclamò il bambino, sorridendo.

“Probabile” convenne la madre “Ma noi siamo prudenti, nascondiamoci.”

Non curandosi delle capre, si affrettarono a raggiungere un gruppo di massi che parevano essere stati raggruppati da dei giganti. Si nascosero tra essi, appiattendosi per bene. Anahita cercò una posizione da cui potesse osservare la piana davanti a sé, senza essere notata.

Poco dopo, furono in vista tre uomini a cavallo. Non avevano le insegne di Dahak, anzi non portavano alcuno stendardo e parevano indossare abiti logori.

“Te l’avevo detto che era Koroush.” commentò Atar.

Anahita ribadì che, nonostante fosse quasi sempre quell’uomo che li andava a trovare, non dovevano mai dare per scontato che solo lui potesse passare da quelle parti.

Uscirono dal nascondiglio e si avviarono verso i cavalieri. La donna fischiò per attirare la loro attenzione. Koroush e i suoi li videro e voltarono i destrieri nella loro direzione.

Giunti a pochi passi gli uni dagli altri, si salutarono allegramente. Prima di discutere del motivo della visita, Anahita radunò le capre e le riportò nel loro recinto, accanto alla collina rocciosa. Invitò poi gli ospiti a salire nella grotta. Intanto era sopraggiunto anche Rustem che salutò i visitatori appoggiando il proprio palmo destro sulla loro spalla destra, alla maniera dei militari.

Koroush fece tirare fuori le focacce d’orzo e cipolla che aveva portato dietro e le distribuì.

“Allora, che notizie ci rechi?” domandò la donna.

“Ne porto una che potrà essere buona o pessima a seconda di se avremo successo o meno.”

“Che cosa avete intenzione di fare?” chiese Anahita, dubbiosa.

“Lo decideremo assieme, noi e te.”

“Sai che non voglio essere coinvolta in …”

“Ascolta.” la interruppe l’uomo “Si tratta di un’evasione e noi vogliamo aiutarti perché non possiamo permetterci che qualcosa vada storto.”

“Ho sempre avuto successo.”

“Sì, ma questa volta sarà diverso, la sicurezza sarà di gran lunga maggiore, avrai bisogno di noi per non correre rischi.”

La donna si accigliò e chiese: “Chi vuoi liberare, esattamente?”

Koroush lanciò un’occhiata complice ai compagni, sorrise e con voce tremante rispose: “Darayaosh.”

“Cosa?!” esclamò Rustem, sorpreso a tal punto che la focaccia gli cadde dalle mani.

“Sì, proprio lui.” confermò Koroush “L’ultimo figlio di Ghemeshid. Si è sempre detto che non fosse morto e che Dahak non fosse riuscito a catturarlo. È d’obbligo il liberarlo, con lui al nostro fianco potremo finalmente scacciare i Turani e ritornare padroni delle nostre terre.”

“Poni troppa fiducia in un ragazzino.” osservò Rustem “Ammetto, però, che la sua sola presenza potrebbe rincuorare i soldati e spingere altri Arya ad impugnare le armi e insorgere.”

“Come fate ad essere sicuri che sia Darayaosh?” domandò Anahita, per nulla contagiata dall’entusiasmo altrui.

“Dahak ha fatto grandi annunci.”

“Lui come ha fatto a riconoscerlo? Era un bambino di dieci anni, quando la capitale è caduta, adesso ne avrà quindici, sarà cambiato parecchio, se davvero è ancora vivo.”

“Molti lo ritenevano già morto” fece notare Koroush “Dahak non avrebbe motivo di inventare una cosa del genere.”

“Perché non lo ha fatto uccidere subito, allora? Perché lo tiene prigioniero?” incalzò la donna.

“Vuole sacrificarlo ad Angra Manyu al prossimo solstizio.”

Anahita non replicò, rimase assorta nei propri pensieri per lunghi istanti, prima di dire: “Potrebbe essere una trappola.”

“Potrebbe essere vero.” ribatté Koroush con determinazione, non capendo il motivo di tale reticenza “Io e i miei soldati cercheremo di salvarlo con o senza di te.”

La donna sospirò: che fare? L’opportunità era ghiotta, ma la situazione troppo sospetta. Guardò Rustem in cerca di un consiglio.

Il guerriero annuì e disse: “Anche a me la faccenda non sembra limpida, ma è un rischio che sarei disposto a correre. Andrò io al tuo posto.”

“No!” esclamò la giovane di scatto “Tu devi proteggere mio figlio.” sospirò “Va bene, Koroush, verrò con voi. Conosco ormai molto bene le prigioni e la loro sicurezza, vi sarò d’aiuto sia che si tratti di un inganno o della verità.”

“Grazie, sapevo che non ci avresti lasciati soli.”

“Ringrazia piuttosto Rustem. Quando pensi di agire?”

“Il prima possibile, li coglierà di sorpresa, dubito che si aspettino un’azione così rapida.”

Finito il pranzo, Anahita salutò Rustem e il figlio con cui si raccomandò di continuare a ripassare gli inni. Salì a cavallo con Koroush con cui parlò per tutto il tragitto per iniziare a pianificare l’evasione

Giunsero nel villaggio nella foresta di Koroush prima del tramonto. Lì la donna rivide i volti di diverse delle persone che aveva liberato e che, riconoscendola, la salutarono festosamente.

Il giorno seguente, si definirono tutti i dettagli del piano e si scelsero gli uomini che avrebbero preso parte alla spedizione. Anahita avrebbe preferito un piccolo gruppo, al contrario di Koroush che lo voleva numeroso, nonostante le difficoltà nel tentare di passare inosservati. Alla fine avevano optato per una squadra di dieci guerrieri più loro due.

Nel pomeriggio si diressero verso la capitale e si divisero: sarebbero entrati da porte diverse, non più di due per volta, per evitare controlli e sospetti da parte delle guardie.

Koroush sarebbe entrato da solo: purtroppo il suo volto era noto a molti soldati e dunque non voleva rischiare di mettere nei guai qualcun altro, se fosse stato riconosciuto. Si era rasato il volto e si era attaccato su una guancia grumi di fango, macchiati con curcuma affinché sembrassero dei bubboni colmi di pus: di solito le guardie preferivano non avvicinarsi troppo ai malati.

L’inganno riuscì e anche lui entrò in città senza problemi e raggiunse gli altri con cui si era dato appuntamento dentro una locanda, il cui gestore era un suo buon amico e non temeva eventuali ritorsioni da parte di Dahak.

Cenarono e bevvero come normali avventori. Anahita gustò volentieri un buon bicchiere di vino: da tempo non si bagnava le labbra con il succo della vite e le piacque ritrovare quel sapore.

Mancavano un paio di ore a mezzanotte, la maggior parte degli abitanti si era già ritirata nelle proprie abitazioni, lasciando deserte le strade.

Koroush prese i sette uomini sotto il suo comando e uscì dal locale: il loro compito era quello di sparpagliarsi a coppie in alcuni punti strategici per osservare i movimenti dei soldati ed intervenire per trattenerli, se necessario. Erano tutti luoghi fuori dalle mura della cittadella: tentare di oltrepassarle avrebbe attirato l’attenzione delle guardie, rovinando l’effetto sorpresa e mettendo in allarme le prigioni.

Koroush avrebbe preferito far entrare tutti quanti per la strada segreta usata da Anaita, ma lei era stata irremovibile circa l’introdursi da sola e a malincuore aveva accettato di essere scortata da tre persone che avrebbe lasciato lungo il tragitto, in modo che potessero essere a portata di voce l’uno dall’altro e dare l’allarme e correre in soccorso se ci fossero state delle complicazioni

La donna attese che la notte si inoltrasse ancora un poco, aveva calcolato i tempi: sarebbero entrati in azione circa trenta, quaranta minuti prima del cambio delle guardie: a fine turno i soldati erano sempre assopiti o poco reattivi. Aveva portato una lampada ad olio riempita affinché bruciasse per un quattro ore. L’aveva accesa al tramonto e aveva tenuto d’occhio il livello dell’olio in modo da stabilire quando fosse il momento giusto.

Condusse dapprima i tre uomini vicino al canale artificiale che faceva defluire le acque sporche fuori dalla cittadella e che poi correva attraverso la capitale per raccogliere ogni altro scarto e portarlo lontano con la corrente.

Risalirono il corso del canale fino alle mura, da cui usciva scorrendo sotto a un piccolo arco. Lì fu lasciato il primo soldato.

Anahita mosse la mano e sussurrò alcune parole, subito l’acqua si strinse tutta su un lato, innalzandosi da una parte e lasciando una striscia asciutta dall’altra.

La donna e i due guerrieri rimasti scesero nel letto del canale e camminarono per una ventina di metri, si trovavano sotto gli edifici delle caserme. Trovarono sulla sinistra un altro tunnel da cui scorreva acqua che si gettava nel canale di scolo. Anahita aprì un varco anche in esso e proseguì accompagnata da un solo compagno. Giunsero infine in una piccola vasca a gradoni: l’immondezzaio delle prigioni. Usciti da lì, completamente asciutti, il guerriero fu lasciato in attesa e la giovane proseguì da sola.

Sull’ultimo gradone della vasca poggiava una parete in cui si apriva una porticina che si affacciava su un corridoietto. Quelle erano già parte delle prigioni, vi erano ben sei uomini di guardia, il doppio del consueto. Si meravigliarono nel vedere la donna e uno stava già portando il corno alla bocca per suonare l’allarme.

Anahita non si lasciò intimorita, ormai era abitata. Il suo corpo si fece luminoso, lei sussurrò alcune parole e le guardie caddero a terra, addormentate: al risveglio, non avrebbero ricordato di averla vista.

Attraversò il corridoio rapidamente: aveva una pessima sensazione e voleva uscire al più presto. In fondo, sulla sinistra si apriva una sorta di atrio su cui si affacciavano le porte delle tre celle di massima sicurezza.  Anche lì c’erano molti più soldati del solito.

Anahita non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che pure alle sue spalle si trovavano guardie e che stavano tutte quante stavano per assalirla.

Così tanta sorveglianza … c’era davvero Darayaosh, prigioniero, oppure volevano assicurarsi di catturarla?

Non aveva tempo per pensarci.

Il suo corpo si illuminò di nuovo, questa volta più intensamente. Le stesse parole di prima.

Le guardie stramazzarono al suolo.

Anahita barcollò e allungò una mano per sorreggersi al muro, si portò l’altra al petto per controllare il respiro affannato: aveva usato molto del proprio potere e si sentiva indebolita. Si scosse, decisa a porre fine alla missione.

“C’è qualcuno?” domandò una voce d’adolescente, dietro alla porta di destra “Aiutatemi, fatemi uscire, vi prego!”

Anahita non rispose, si avvicinò alla porta e allungò la mano. Esitò ad afferrare la maniglia, l’istinto le suggeriva di tornare indietro all’istante.

Ormai, però, era arrivata fin lì e se si fosse ritirata, Koroush non glielo avrebbe permesso.

Avrebbe accettato quel che sarebbe venuto.

Appoggiò la mano sulla maniglia, la strinse. Il palmo si illuminò e dopo qualche momento la serratura scattò e la porta si aprì.

La cella era stretta e spoglia, sul fondo si trovava un ragazzo, incatenato alla parete.

La donna lo raggiunse e iniziò a slegarlo, sempre ricorrendo al proprio potere, mentre lui si profondeva in ringraziamenti e cenni a come fosse stato trattato.

Anahita quasi non ascoltava, sentiva la testa pesante per gli sforzi. Sciolte le catene, la giovane si voltò ed ebbe un tuffo al cuore: altre guardie erano sbucate dalle celle e si erano riversate lì.

Cosa fare? Ricorrere di nuovo alla magia? C’erano troppi uomini, non ci sarebbe riuscita o avrebbe rischiato di uccidersi.

Prima che potesse decidere come agire, un colpo alla schiena la fece cadere in avanti: il ragazzo! Non era un vero prigioniero ma un’esca complice.

Anahita era troppo affaticata, non poté resistere all’assalto dei soldati. Tentò di fare appello al proprio potere, ma ormai era esausta e svenne. Mentre perdeva i sensi, le parve di udire una voce famigliare ordinare: “Portatela nelle mie prigioni e non una parola.”

Quando si risvegliò, la donna si trovava in una stanza più grande delle celle che aveva visitato nei mesi precedenti. Solo una piccola lampada donava una fioca luce.

La prigioniera si avvicinò alla porta di legno e batté alcuni colpi per far capire che si era destata.

Quella voce che aveva sentito prima di svenire … era davvero la sua? Doveva scoprirlo subito, non poteva e non voleva aspettare!

Una voce ignota, da oltre la porta, le intimò di calmarsi e l’avvertì che presto sarebbe arrivata il Generale ad occuparsi di lei.

Generale? Questo confermava i suoi sospetti, almeno se le informazioni che aveva raccolto negli anni erano corrette.

Si sedette su un pagliericcio ricoperto da un telo e rimase in attesa. Il suo corpo era scosso da tremori e il suo fiato era corto. Non era la paura ad agitarla, era l’emozione.

Si sarebbe davvero ritrovata davanti a lui? Era cambiato? Che cosa si sarebbero detti?

Ah, che sciocchezze interrogarsi su ciò, in ogni caso lei era una prigioniera, non avrebbe dovuto aspettarsi un trattamento diverso da quello riservato a un qualsiasi carcerato, soprattutto dopo aver causato tante evasioni.

Sentì dei passi, il rumore della chiave che si infilava nella serratura, gli ingranaggi che ruotavano. Lo scatto.

Il cuore iniziò a batterle sempre più rapido.

La maniglia si piegò. I cardini cigolarono.

Il respiro si bloccò nella gola della giovane.

La porta si aprì e …

“Mithra!” esclamò lei, alzandosi in piedi.

Il cuore aveva esultato nel vederlo, per tutto il tempo aveva temuto di essersi illuso.

La testa, invece, le ricordava che per quanto dolci ricordi fossero legati a quei ricci capelli neri, a quegli occhi grandi e profondi e a quel volto ricamato da barba rada, non doveva lasciarsi ingannare: la situazione era mutata fin dalla radice.

Il Generale non disse nulla. Chiuse la porta dietro di sé. Avanzò verso la donna, con una mano le afferrò la gola con l’altra la spinse contro il muro. La premette con tutto il proprio peso alla parete.

I suoi occhi si erano fissati in quelli della giovane e non si muovevano. Accostò il volto al suo, premette le labbra contro le sue la baciò con una passione che da anni non lo infiammava più.

Anahita sentì il petto fremere, le gambe tremare. Ricambiò il bacio solo per qualche istante. Si scosse per ritrovare la lucidità; voltò la testa di lato, portò le mani al petto e spinse via l’uomo.

Mithra la guardò, sorpreso e confuso.

La donna era turbata, avrebbe voluto urlare, ma si sforzò di mantenere il contegno e si limitò a domandare, fredda: “Così trattate i prigionieri?”

“Un’eccezione per te.” spiegò il Generale, per poi giustificarsi: “Ricordavo che ti piacesse un tempo.”

“Un tempo lo facevamo per gioco, questa è la realtà, adesso.”

“Molte cose sono state stravolte dall’ultima volta che ci siamo parlati, ma non è necessario che tutto cambi. Promettimi di non tentare la fuga e io ti darò un alloggio più confortevole. Potrai essere considerata un’ospite e non una prigioniera.”

Anahita corrugò la fronte: parlava sul serio? E lei che cosa voleva? Poteva sopportare di essere ospite dei Turani e di chi aveva distrutto la sua famiglia e il suo mondo? L’idea di trascorrere di nuovo del tempo con Mithra la allettava ma lui era ancora il giovane con cui era cresciuta oppure la sua parte Daiva aveva preso il sopravvento su di lui? Le voci che Koroush le aveva riferito non erano certo confortanti. Se anche fosse stato davvero ancora gentile e buono con lei, lei quanto avrebbe potuto rimanere lontana dal figlio? Rustem sarebbe andato a cercarla … beh, quello era un problema che sarebbe rimasto sia da prigioniera che da ospite.

“Non dovresti consegnarmi a Dahak come responsabile delle numerose evasioni?” domandò infine Anahita con un certo tono di sfida nella voce.

“No. I responsabili sono già stati consegnati. È stato un bene che tu, ieri, abbia agito in compagnia. Sono riuscito a far catturare almeno qualcuno dei tuoi complici e su di essi è ricaduta ogni colpa.”

“Cosa?!” esclamò la donna, sentendosi in colpa per la sorte di quegli uomini.

“Sarebbero morti lo stesso, visto che si ostinano a non accettare il nostro Shahinshah.”

“Quanto sono rimasta priva di sensi?” domandò la giovane, dopo un lungo silenzio.

“Parecchie ore. Sapevo che c’eri tu dietro alle evasioni, ho fatto in modo di costringerti ad usare il tuo kvarna fino all’estremo per poterti catturare senza dover combattere: non avrei permesso che ti ferissero.”

“Sapevi che ero io? … Il sigillo?”

Mithra annuì, tirò fuori il cilindro di lapislazzulo e lo consegnò alla donna.

Anahita guardò l’oggetto con gran contentezza e poi sorrise con gratitudine a chi glielo aveva restituito.

Il Generale allora domandò: “Vuoi dunque essere ospite o prigioniera?”

 

 

Nota d’autrice

Anche questo capitolo è scritto di getto per vedere l’effetto che suscita la prima stesura.
Ditemi secondo voi su cosa dovrebbe concentrarsi la revisione e cosa ve ne pare di questa ambientazione.
Grazie di cuore per seguirmi ^_____^

 

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