Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Il falsario

CAPITOLO 17: Il falsario

 

Il giorno successivo, Silvestro uscì puntuale dagli uffici de L’Italia Centrale, trovò ad attenderlo, davanti al portone, un agitatissimo Gabriele.

Il giovane attendeva da almeno venti minuti, si era passato le mani sui vestiti così tante volte da stropicciarli e ora tentava di rimettersi in ordine.

“Direttore, posso parlarvi, un attimo?”

“C’è qualche difficoltà, Gabriele?” domandò seraficamente l’uomo, guardando pacatamente il giovanotto.

“Sì. No! Non lo so.” farfugliò l’altro.

“Riguarda i Perfetti?” ipotizzò il quarantenne, fermo sul marciapiede, di fronte al portone del palazzo da cui era appena uscito.

“No, no.” assicurò il bancario “È per vostra cugina.”

“Oh, in tal caso.” consultò rapidamente l’orologio da taschino “Direi che possiamo discuterne in cammino, seguimi.”

“Avete un impegno? Non voglio disturbarvi se…”

“Tranquillo.” lo rassicurò il Direttore, iniziando ad incamminarsi verso Piazza del Monte, erano dal lato senza portici della via Emilia.

“Ho in programma di prendere un aperitivo con Giangiove: accompagnami pure, poi, se vuoi, puoi unirti a me e lui.”

“Molto volentieri.” rispose Gabriele entusiasta.

“Bene: ti ascolto, dimmi tutto.” lo spronò Silvestro.

“Ecco, è da Capodanno che non vedo, né ho notizie di Albina e sono preoccupato…”

“Buonasera, Direttore!” salutò un passante.

Silvestro ricambiò, poi si volse al ventiseienne che gli camminava dietro: “È influenzata, non te lo avevo riferito?”

“Veramente, no.” rimase un attimo sconcertato Gabriele.

“Devo essermene dimenticato.” ragionò l’uomo “Curioso, non è da me, ma, mi capirai, con tutto quello di cui mi occupo, ogni tanto può sfuggirmi qualcosa.”

Si fermò davanti a una vetrina e vi si specchiò per essere certo di essere ancora perfettamente in ordine.

“Non risponde neppure alle mie lettere…” osservò il giovanotto.

“Non ti preoccupare.” lo tranquillizzò Silvestro “Domani andrò a parlarle io e chiarirò la situazione. Sono sicuro che c’è una spiegazione plausibile e che non ti ferirà.”

I due gentiluomini raggiunsero presto l’isolato della Santa Trinità e il Caffè Camminati; strada facendo avevano incrociato Gianferrari che li trattenne qualche minuto, dilungandosi in sperticate lodi verso il Direttore.

Giangiove era arrivato pochi minuti prima e si era già seduto, teneva un sigaro in mano nella speranza che un cameriere si accorgesse che sul suo tavolo mancava il posacenere e, dunque, glielo portasse.

Il Direttore e il bancario si avvicinarono all’amico e si salutarono vicendevolmente.

“Buonasera!” esclamò l’ingegnere “Non ti aspettavo, Gabriele, come va?”

“Come ieri sera. Tu?” domandò accomodandosi su una sedia, presa da un tavolo vuoto, lì accanto.

“Sono un po’ irritato.” si lamentò l’altro.

“Come mai?” si meravigliò l’amico.

“In comune ci sono dei nuovi problemi con la questione delle ferrovie.”

“Davvero?” volle informarsi Silvestro.

“Già.” mormorò Giangiove “Non con quelle principali.” specificò subito dopo “Ma con quelle a binario ridotto, per collegare la città coi paesotti della provincia.”

“Volevi impossessarti anche di quelli?” chiese scherzosamente il bancario.

“Certo! Del lavoro fa sempre comodo.” passò lì vicino un cameriere “Ehi, tu, fermati! Dobbiamo ordinare. Innanzitutto occorre un posacenere, poi mi porti un caffè.” guardò gli altri due “Per voi?”

“Idem.” disse Gabriele.

“Per me macchiato.”

Il cameriere prese nota e si allontanò.

“È singolare.” fece notare Silvestro “La polemica della ferrovia, a quanto pare, è l’unica questione che mette seriamente l’uno contro l’altro i membri della Vecchia Camarilla.

“Tu credi?” domandò l’ingegnere, per poi esclamare: “Oh, finalmente il posacenere.”

Il cameriere ne aveva infatti appena appoggiato uno davanti a lui che subito si accese, contento, il proprio sigaro.

“Ne sono sicuro.” confermò Silvestro “Le mie osservazioni sono messe in dubbio?”

“No di certo. Tuttavia i nostri governanti sono tanto amici e imparentati tra loro, che mi sembra strano possano litigare sul serio e non solo per ingannare l’opinione pubblica.”

“Ti dico che per le ferrovie è diverso.” insisté il Direttore “Si tratta di un giro di soldi talmente vasto che metterà davvero in crisi il sistema della Vecchia Camarilla. Assessori, Consiglieri Comunali e dirigenti di banche e organi vari, si ritroveranno, nei prossimi anni, a scontrarsi per questa questione, te lo garantisco.” parlava come se stesse facendo delle profezie “Non dico che la Camarilla si smembrerà o che perderà il proprio ruolo predominante, ma che ci saranno litigi e, forse, rovesciamenti e cambi di potere. Dovremo stare attenti e vedere come muoverci, per continuare a manovrare tutto e tutti a nostro piacimento. Dobbiamo tenere gli occhi aperti e prestare molta attenzione: non può e non deve sfuggirci nulla.”

 

Più tardi, sempre quella stessa sera, appena dopo l’ora di cena, intorno alle venti e trenta, Patroclo e Duccio si ritrovarono sotto l’arco del municipio, dove via Farini finiva nella Piazza del Duomo. Il cielo era terso, di un blu intenso, non notte, ma molto particolare, che dava una sensazione di calore, benché la stagione fosse assai fredda. I due amici si guardarono un poco negli occhi, poi Duccio esordì: “Luigi dovrebbe passare di qua a momenti. Pronto a fermarlo?”

L’altro annuì. Attesero ancora un poco, avvolti nei loro vecchi tabarri sgualciti, infine arrivò Parmeggiani, che se ne andava camminando tranquillamente, senza sospettare nulla, e come vide i due amici salutò: “Buonasera! Come mai a zonzo a quest’ora?”

“Ti cercavamo” rispose Patroclo “Tu ci porterai a fare un giretto dalle tue parti, nei posti in cui bazzichi la sera.”

“Oh, non so se posso, ai miei amici non piacciono molto gli sconosciuti, sono un po’ chiusi.” tentò di dissuaderli con ironia il diciassettenne, celando una leggera preoccupazione.

“Ma dai, Luigi, di cosa hai paura?! Vogliamo solo conoscere un nuovo ambiente, vogliamo vedere se nei tuoi giri si riesce a trovare un modo migliore per guadagnare, rispetto alla vita onesta…” cercò di persuaderlo Duccio.

“Non mi fido di voi. Tu sei un giornalista e a te invece, ti ho visto uscire dalla caserma dei Dragoni, sarei un sempione a portarvi dalla mia gente.” ribadì Luigi deciso.

Patroclo si spazientì, lo afferrò per i baveri del cappotto vecchio e consumato, trovato chissà tra quali rifiuti, lo guardò ferocemente e gli disse: “Tu, ora, ci porti dove vai di solito e non replicare. Hai ragione, sono stato nella caserma dei Dragoni e questo ti dovrebbe convincere che non ti conviene contrariarmi.”

“Non so se avere più paura dei soldati del re o dei miei capi.” affermò spaventato ed in difficoltà Parmeggiani, pur rimanendo scontroso.

“Se ti può tranquillizzare” disse Patroclo tornato più affabile “Cerco solo delle informazioni su delle alte sfere, credo che i miei nemici abbiano sfruttato qualcuno dei tuoi amici, voglio scoprire chi e soprattutto perché. Per il resto, vi lascerò in pace.”

“E va bene” sbuffò rassegnato il diciassettenne “Seguitemi…”

I tre si incamminarono, andarono in via Emilia e la percorsero in direzione di Porta Santo Stefano, passarono vicino a via dell’Aquila, dove c’era il ghetto, poi arrivarono in Piazza Aldegonda; da lì svoltarono a destra per arrivare vicino al vecchio teatro abbandonato. Luigi fece cenno agli amici di rimanere in silenzio, poi si avvicinò ad una porticina e bussò in una maniera particolare, riproducendo un determinato ritmo e aggiunse due colpi. L’uscio venne aperto da un uomo di mezz’età coi capelli e la barba grigi ed incolti, il volto segnato da rughe; costui lasciò entrare tutti e tre. Il trio si trovò in un ambiente scuro: le lampade ad olio non rischiaravano molto e l’aria era impregnata del fumo di decine di pipe, anche Patroclo si accese la sua, dopo che, con gli altri, si fu seduto ad un tavolo. Luigi chiese ai compagni che cosa volessero da bere, poi si allontanò un attimo e tornò con tre bicchieri, una bottiglia di lambrusco e un mazzo di carte, mescolando le quali prese a spiegare: “Oggi è una serata calma, non ci sono robe particolari. Non so nemmeno quando ci sarà la prossima corsa, dato che il Fustigatore si è fatto male all’ultima competizione…. Speriamo non sia morto, ho puntato su di lui un gruzzoletto, ma non troppo perché non c’ho soldi.”

“Cosa si fa in sere come questa?” domandò Duccio.

“Nulla di che, si sta tra amici. Qualcuno cura le proprie cose private, altri cosano qualche bisca, senza impegno, nulla di ufficiale.”

Patroclo non parlava molto, guardava la stanza e le varie persone, prostitute, bari, ubriaconi, oppiomani, scommettitori incalliti e ogni genere di feccia erano lì raccolti. Dopo un po’ la sua attenzione si focalizzò su un particolare individuo: era sulla sessantina, indossava abiti distinti, benché non di qualità, se ne stava seduto ad un tavolo, da solo. Ogni tanto gli si avvicinavano una persona o due, gli dicevano qualcosa, allora lui si alzava; andavano in una stanzetta privata e, dopo un quarto d’ora circa, uscivano, l’uomo tornava al suo posto, gli altri si allontanavano soddisfatti.

Dopo un paio d’ore, Patroclo domandò: “Chi è quell’uomo seduto da solo nel tavolino in fondo, accanto a quella porta?”

Luigi guardò e rispose subito: “È Evaristo, lui sì che sta bene, il suo lavoro gli porta un mucchio di grana.”

“Di cosa si occupa?” chiese ancora seriamente il giovane, senza smettere di fissare l’ometto.

“È un falsario, falsifica i documenti o ne fa di nuovi, può imitare ogni tipo di scrittura. Tutti lo cercano per ogni tipo di robe: testamenti, accordi, debiti, crediti…”

“Andiamo a trovarlo.” dichiarò Patroclo alzandosi in piedi.

“No, no! Ti prego, lascialo in pace… Ci vado di mezzo io, se…”

Inutile, le sue lamentele non furono ascoltate e Luigi seguì sconsolato i due amici.

Arrivati al tavolo di Evaristo, questi li studiò e chiese che cosa volessero.

Patroclo rispose: “Luigi, qui, ci ha detto che tu puoi aiutare me e mio fratello ad essere riconosciuti dal nostro padre naturale.”

“Uh, capisco, questo potrebbe richiedere un costo elevato…” si era fatto molto interessato.

“Non ti preoccupare dei soldi, ne abbiamo.”

“In questo caso, andiamo nel mio ufficio.” concluse con un ghigno soddisfatto l’uomo, accennando col capo alla porta alle proprie spalle.

Si alzò e li guidò nella stanzetta attigua: era spoglia vi erano solo una scrivania e tre sedie. Evaristo sedette dietro alla cattedra su cui erano appoggiati inchiostri, calamai, penne, fogli di carta, di pergamena e di ogni genere, e domandò: “Allora, ditemi tutto: nome, cognome…”

“Sei tu che ce lo devi dire.” ordinò imperioso e con una nota di ferocia Patroclo.

Il sessantenne si stupì ma non si spaventò e chiese a cosa si riferisse.

Il giovane lo interrogò: “Non mi interessano i tuoi servigi, voglio un’informazione. È mai venuto da te un uomo dell’alta società?”

“Può essere” rispose, calmo e sempre sorridente, l’altro “In realtà, vengono molti uomini ricchi che vogliono diventare ancora più ricchi.”

“Questo deve essere venuto un mese e mezzo fa o due. Poteva essere Erio Sassi?”

Nel frattempo, Duccio camminava per la saletta.

“Ho lavorato per lui, in passato, sì, ma non di recente, erano passati molti mesi, forse un anno, dalla sua ultima visita, quando è morto.”

Evaristo non era più calmo, capiva che doveva cercare di collaborare, ma non voleva rivelare troppo.

“Allora è venuto qualcuno a chiederti di scrivere qualcosa in sua vece.” osservò Patroclo, dando la questione per ovvia.

“Oh, questo è coperto dal segreto professionale.” fu la diligente risposta.

“Chi è venuto? Che cosa ti ha chiesto di redigere?” lo incalzò con asprezza.

“Segreto professionale, ti ho detto. Ora, se non avete bisogno che vi scriva qualcosa, vi prego di andarvene.” affermò flemmaticamente ma deciso.

Con tranquillità allungò il braccio destro per aprire un cassetto, ma non appena lo ebbe dischiuso, Duccio vide la pistola che vi era dentro: con un calcio rinserrò il cassetto, schiacciando le dita dell’uomo, poi con uno scatto ferino gli fu addosso e lo immobilizzò.

Patroclo sorrise soddisfatto, da sotto il tabarro estrasse un revolver e lo puntò al petto del falsario.

“Scusami, Evaristo.” farfugliò Luigi terrorizzato “Non ne sapevo nulla.”

“Ora dicci che cosa hai scritto che possa aver decretato la condanna a morte di Erio Sassi.” ordinò l’armato.

Evaristo sentì la gola secca e la paura salirgli lungo la spina dorsale, perciò si decise a rivelare: “Un uomo, non so chi, saggiamente ha preferito mantenere l’anonimato, è venuto a chiedermi di scrivere delle lettere da parte del Sassi in cui minacciava di tradirlo e consegnarlo alle soldatesche regie se non avesse acconsentito ad alcune cose e così avrebbe fatto con gli altri.”

“A chi erano indirizzate? Tradire cosa?” domande rapide e taglienti.

“Dal testo che ho scritto, mi pareva si trattasse di una società segreta, Sublimi qualcosa, non ricordo, forse…”

“A chi erano indirizzate?” la furia e la concitazione erano estreme nelle parole di Patroclo.

“Non lo so. Le avrebbe mostrate dicendo che le aveva ricevute lui medesimo.”

“Ci sarà ben stato un nome.” incalzò Duccio, esaltato da quella situazione.

“No, voleva che si rivolgesse a lui usando il titolo di Grande Astro. Non so altro, lo giuro.”

Patroclo lo fissò un attimo, poi rinfoderò il revolver, fece cenno all’amico di mollare la presa e disse: “Perfetto, ci hai rivelato quanto volevamo.”

I tre, poi, uscirono dalla stanza, lasciando Evaristo da solo.

L’uomo attese qualche attimo, poi prese carta e penna e scrisse un rapido messaggio, lo imbustò, infine tornò al proprio tavolo, chiamò un suo ragazzino di fiducia e gli ordinò di portare quella lettera a casa Bellerio.

 

Il mattino seguente, di buon ora, Duccio e Patroclo si recarono alla libreria di Albina e le raccontarono tutto quello che avevano appreso la sera prima. Il giornalista concluse: “Per cui, stando a quello che ci hai riferito, il Grande Astro è Silvestro, ergo presumibilmente è stato tuo cugino a chiedere al falsario di scrivere quelle lettere per incastrare Sassi, così poi ha potuto decretarne la condanna a morte.”

“Secondo me, è stato lui ad ucciderlo, dopo aver ottenuto il consenso dagli altri: un altro affiliato avrebbe potuto scoprire la verità. Inoltre credo che il pugnale che ha ora tuo cugino, sia in realtà quello del Sassi.” Patroclo illustrò la propria tesi come se stesse parlando non di un crimine reale, ma di uno letto in un libro.

Accorgendosi dei visi perplessi degli amici, spiegò: “Silvestro ha usato il proprio stiletto per uccidere Erio, poi gli ha lasciato l’arma confitta nel petto e ha sottratto quella del cadavere. Tanto i due pugnali erano uguali e dunque tutti avrebbero pensato che il politico fosse stato ucciso col proprio. Non so se ben mi spiego.”

I due amici annuirono: il ragionamento era stato un poco contorto, ma si era compreso il concetto. Patroclo aggiunse: “Bisogna, cara te, capire perché Silvestro volesse la morte di Sassi. Albina, devi assolutamente trovare un modo per frugargli in casa.”

La fanciulla pensò qualche attimo, tutta quella faccenda non le piaceva per nulla, non capiva l’ostinazione dei suoi amici nel voler smascherare l’assassino del Sassi: non si rendevano conto che si stavano imbarcando in una questione potenzialmente pericolosa?

“Va bene, farò il possibile.” acconsentì infine, rassegnata “Non credo, però, che riuscirò a cavare un ragno dal buco.”

Suonò la campanella attaccata alla porta, quindi qualcuno stava entrando. I due giovani salutarono rapidamente, Patroclo accarezzò lestamente la mano della giovane. Entrambi i ragazzi si voltarono, Duccio ebbe un sussulto nel vedere chi era entrato: Silvestro.

L’uomo li salutò cortesemente, tuttavia li scrutò con uno sguardo cupo, vagamente incline al minaccioso.

Usciti i due ragazzi, avvicinatosi al bancone, Silvestro guardò Albina e, con un sorriso privo di gioia, esordì: “Buongiorno! Chi erano quelli? Clienti?”

“No. Non oggi almeno.” rispose Albina con vistosa allegria per celare l’interna preoccupazione che la turbava, l’idea che il cugino potesse essere un omicida non la convinceva, tuttavia le aveva tolto la calma.

“Sono miei amici, hanno saputo che sono guarita e quindi mi sono venuti a trovare.”

“Capisco.” era tremendamente freddo “Ho alle mie dipendenze uno dei due.”

Tacque qualche secondo, sfiorando con le dita il bancone “Come stai?”

Ascoltò la risposta guardandosi intorno, con poca attenzione, poi dichiarò, sempre con severo distacco: “Gabriele mi ha detto che è rattristato e si duole perché non hai risposto alle sue missive.”

Albina prontamente mentì: “Da malata non avevo le forze per scrivergli e in questi due giorni ho avuto tanto da fare col lavoro che non ho potuto trovare il tempo per rispondergli. Questa sera, tuttavia, prenderò senz’altro in mano carta e penna.”

La fanciulla rimase in silenzio qualche attimo, poi le balenò nella mente un’idea. Si avvicinò al tutore, gli prese una mano e, assumendo un tono dolce, propose: “Perché non inviti me ed Gabriele a cena a casa tua? Così, dopo mangiato, potremo chiacchierare senza alcuna fretta e senza rischio di scandali.”

“È una buona idea.” ammise soddisfatto, meravigliato e d’improvviso più naturale Silvestro “Hai finalmente deciso di accogliere una sua eventuale proposta di matrimonio?”

“No” rispose trasalendo la ragazza, ma subito si ricompose ed usando un tono di ragionevolezza inventò: “Su questo devo ancora pensare a modo, non è una scelta semplice. Anche se il mio animo è fortemente incline per il sì, come giustamente hai osservato giorni fa, si tratta di una decisione che condizionerà il resto della mia vita e voglio ragionarci profondamente…. Ti ho chiesto di organizzare una cena perché ho desiderio di rivedere Gabriele, ma il mio pudore mi impedisce di chiedergli di vederci.”

“Oh, io lo so che la pudicizia è una tua virtù.” affermò Silvestro con uno strano tono di voce che poteva provocare inquietudine “Ora devo andare. Ti farò presto avere conferma per la cena, ci troveremo sabato, tra tre giorni.”

Si avvicinò e diede un bacio sulla fronte alla fanciulla, poi salutò ed uscì. Albina rimuginò qualche minuto sul da farsi, schiaritasi le idee, si mise a scrivere una lettera ad Gabriele, così da tranquillizzare il cugino.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...