Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Nello studio di Silvestro

CAPITOLO 18: Nello studio di Silvestro

 

10 gennaio 1878, lutto nazionale.

Nel pomeriggio del giorno innanzi, si era spento il Re Galantuomo: Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia, padre della patria.

Da Roma era partito un telegramma che aveva portato la mesta notizia in tutta la nazione, esso così recitava:

Un’immensa ed inattesa sciagura ha colpito l’Italia.

  1. M. VITTORIO EMANUELE II cessò di vivere alle ore 2, 30 pom., ricevuti i conforti della religione.
  2. M. UMBERTO suo augusto figlio è salito al trono ed ha confermato nell’ufficio gli attuali ministri.

 

Ogni città fu scossa dalla sorpresaae dai lamenti; quel re, più amante della caccia che del governo, e i suoi baffi a manubrio avevano saputo conquistarsi uno spazio nel cuore di ogni italiano, indipendentemente dalle opinioni politiche.

Reggio Emilia non rimase insensibile a tale perdita e il dieci gennaio, L’Italia Centrale scriveva in prima pagina:

Quando ieri sull’imbrunire la funestissima notizia recata dal telegrafo si sparse come baleno nella città, la commozione, anzi la costernazione, fu universale; molte voci tremarono nel ripeterla, moltissimi tentarono invano di trattenere le lagrime. Come fosse beneamato quel RE che ora non è più, lo dimostrò l’ansiosa trepidazione che si dipinse in volto a tutti, e quei silenzi non vincibili per non breve momento che sono la più splendida eloquenza del dolore. Tutti, senza distinzione di parte, sentirono l’immensità della perdita: mai fu più evidente il lutto di una popolazione. […] L’Italia per la morte di VITTORIO EMANUELE sa che l’è rapito quell’uomo nel quale si riassumeva tutta la gloriosa storia del nostro risorgimento. Dal 23 Marzo 1849 al 9 Gennaio 1878! Quanti e quali fatti si sono compiuti, che destini si sono maturati, e soprattutto per il senno, la lealtà, il coraggio, i sacrifizi del RE GALANTUOMO. Che cumulo di memorie, di angoscie, di speranze, di ardimenti! Bisogna risalire col pensiero al giorno della terribile disfatta di Novara, allorché il figlio di Carlo Alberto, colla divisa lacera e imbrattata, con il cuore in affanno indicibile per le supreme parole dell’abdicazione e dell’abbandono paterno, si presentava all’austriaco vincitore a segnare una tregua. Dopo tanto disastro chi non avrebbe vacillato? Ma non vacillò la magnanimità del nuovo Re, né minacce o lusinghe poterono mutare in lui la virile risoluzione di raccogliere dal fango e di tenere alta al cospetto dell’Europa la bandiera tricolore.

 

Continuava l’articolo con encomi ed elogi circa l’operato del defunto sovrano, fino all’apoteosi nelle parole: Un faro nella notte illumina le genti, un uomo di carattere può trarre a sé tutta una nazione, un mantenitore de’ patti è il più spaventoso avversario a’ fedifraghi. Tutto questo sentì VITTORIO EMANUELE, perch’egli anzitutto ragionò col cuore, perché, prima che re, fu un galantuomo.

 

Ancora qualche riga più sotto proseguiva: La storia dirà come nei momenti più pericolosi per una gente che voleva farsi nazione, e che tutta pendeva da lui, quasi aspettando il fato, quel piccolo re sapesse additare anche a’ più sapienti consiglieri della corona la via da tenersi, sapesse indire l’audacia e la prudenza, l’opera e l’aspettazione; dirà come sapesse combattere e regnare, conquidere uomini e parti, legare in una epopea l’eroismo dei mille e del loro Duce e il genio del grande Statista rimpianto da omai diciassette anni[1]. Nello scrivere queste parole, la fantasia ci ridipinge la maschia figura di quel RE GALANTUOMO  che non vedremo più! Aborrenti da ogni idolatria, ma anche da ogni debolezza, non abbiamo vergogna di lasciar correre liberamente le nostre lagrime. Ci si lasci piangere, poiché la morte di VITTORIO EMANUELE merita questo pianto!

E nella memoria e nel nome di lui possano acquatarsi le parti, ritemprarsi il carattere della giovine nazione, possa uguagliarlo nel senno e nelle virtù l’erede della Corona d’Italia.

 

Seguiva poi una brevissima biografia del Sire, alcuni telegrammi, altri articoli sempre inerenti al lutto. Vi era anche riportato un proclama emanato dal nuovo sovrano, Umberto I, del quale la frase più significativa era senza dubbio: Il vostro primo Re è morto: il suo successore vi proverà che le istituzioni non muoiono.

 

 

Il cameriere del prestigioso Caffè Cibotto portò le due tazze fumanti al tavolino a cui erano seduti un paio di uomini distinti. Uno stava pulendo le lenti dei propri occhiali, l’altro era stravaccato sulla seggiola e teneva stretto tra le labbra un sigaro da poco acceso.

Il fumatore, non appena il cameriere si fu allontanato, prese in mano la tazza, osservò la cioccolata calda che vi era dentro e poi la riappoggiò. Si portò la mano destra alla bocca e strinse il sigaro tra l’indice e il medio, buttò fuori una lunga boccata di fumo e chiese all’amico che, adesso, si stava sistemando gli occhiali sul naso: “Secondo te, dove lo seppelliranno?”

“Non so, forse con gli altri a Superga. Ti interessa?” replicò Gabriele.

Giangiove scosse negativamente il capo. Guardò il proprio sigaro e la tazza, era indeciso su cosa fare, alla fine decise di spegnere momentaneamente il sigaro, che avrebbe fumato più tardi, e di bere la cioccolata. Prese in mano il cucchiaino, guardò la propria immagine capovolta e si incantò, era talmente assorto che il bancario dovette ripetergli più di una volta: “Hai saputo di Andrea?” e scuoterlo.

“No.” fece una delle sue classiche pause immotivate, prese un poco di cioccolata e, prima di assaporarla, chiese: “Cosa…?”

“Finalmente sua moglie ha partorito.” rispose Gabriele che ancora non aveva neppure guardato la propria tazza.

“Uhm, corretta al rhum!” sospirò, godendo, l’ingegnere.

Si portò un altro cucchiaino di cioccolata alla bocca e se lo gustò come fosse il nettare degli dei. “Davvero sublime.”

“Hai sentito quello che ti ho detto?” chiese un poco irritato Gabriele afferrando l’avambraccio dell’amico e stringendolo.

“Ehi, così mi stropicci la camicia!” si lamentò l’altro.

Bevve un’altra cucchiaiata “Ho capito: Avvandrea è diventato padre. Allora?”

“Non sei contento per lui?” si meravigliò l’altro.

Si decise a prendere in mano la tazza e a sorseggiare l’infuso che aveva ordinato.

“Certo.” rispose con indifferenza Giangiove, guardando solo la cioccolata “Gli manderò un telegramma coi miei rallegramenti.” aggiunse dopo essersi perso qualche secondo ad ammirare chissà cosa sul fondo della tazza.

Rimase di nuovo in silenzio per qualche minuto, poi cambiò argomento e con un poco di vitalità nella cavernosa voce, disse: “So che domani andrai a cena da Silvestro.”

“Uh sì!” confermò entusiasta Gabriele “Ha invitato me ed Albina.”

“Non parlerete d’affari, immagino.” ora aveva appoggiato il cucchiaino sul tavolo e si limitava ad annusare la propria cioccolata.

“Affari privati, forse sì.” con le sopracciglia ammiccò e poi spiegò: “Voglio chiedere al Direttore la mano della sua pupilla. Sono certo che me la concederà.”

“Non credere che ciò ti possa avvantaggiare tra i…” si guardò attorno e mormorò “Perfetti.”

Gabriele ridacchiò. Si tolse gli occhiali, tenendoli per una stanga iniziò a ruotarli e disse: “Non ti preoccupate, Sublime Eletto, non ti farò concorrenza. Non cercherò di soffiarti il ruolo di luogotenente.”

“Ecco, volevo ben dire.” celiò Giangiove.

Riprese il sigaro tra le dita e lo riaccese.

“Grazie per avermi scelto.” disse d’improvviso, assai riconoscente, il bancario.

“E dire che non ti ho nemmeno raccomandato!” inspirò una lunga boccata di fumo e la buttò fuori lentamente “Era da tempo che Silvestro diceva di voler avere nell’Areopago, qualcuno che fosse nelle sfere alte delle banche della città.”

“E ha pensato proprio a me?” si meravigliò l’altro con lo sguardo perso nel vuoto “Con tutti gli altri più esperti e meglio sistemati…”

“Certo.” spiegò Giangiove “Sei giovane, con meno pretese rispetto a quelle che avrebbero potuto avere, che so, Manodori, prima, e ora Gherardini.”

“Faremo grandi cose, nevvero?” chiese pieno di speranza Gabriele, poi si portò alla bocca la tazza con l’infuso.

“Certamente.” lo rassicurò l’amico “Abbiamo già il controllo sull’intera città e non solo.” tacque un poco, forse vagheggiando il futuro “Ma nessuno lo saprà. Possiamo fare ciò che vogliamo senza risponderne a nessuno, se non a Silvestro.”

Gabriele appoggiò sul tavolo la tazza vuota, sorrise e mormorò: “Nessuno ci potrà giudicare.”

“Precisamente.” Gianngiove prese in mano la tazza e la sollevò come ad evocare un brindisi, poi domandò: “Sai come Silvestro è diventato direttore?”

“So che ha preso il posto di Don Volpe, dopo che questi aveva subito un attentato.”

“Esatto. A Fausto, il padre di Silvestro, il Grande Astro di quei tempi…”

“Dodici anni fa, giusto?”

“Sì. A Fausto non piaceva lo stile e gli editoriali di Don Volpe. Non riuscì a piegarlo. Decise, allora, di istigare i repubblicani, garibaldini contro di lui. Vi riuscì. Costoro accoltellarono, quasi a morte, il prete. Egli, spaventato, si dimise e, pochi mesi dopo, lasciò la città.”

“Sì, sì, ricordo bene” annuì, attento, Gabriele “Ricordo che Don Volpe era per la strada con una donna che lo stava riaccompagnando a casa, quando è stato aggredito. Sono state le sue urla a richiamare l’attenzione delle guardie che balzarono fuori dalle finestre della locanda lì vicino, per difendere l’uomo. Paradossalmente, gli attentatori sono stati tutti assolti per mancanza di testimoni; Avvandrea, che era uno studente del prete, c’era rimasto malissimo.”

“Sono stati assolti, perché così abbiamo voluto noi.”

“Davvero?” si meravigliò l’amico “Quindi siete stati voi a chiamare Crispi in persona, come loro avvocato difensore?”

“Esattamente. Aveva alloggiato presso uno della Loggia di Reggio, l’avvocato Borsiglia.”

“Ho ben presente, è considerato un ferocissimo progressista. Ad ogni modo, capisco come avete potuto ottenere l’avvocato in gamba, ma come avete fatto per comprare il silenzio dei testimoni?”

“Era notte. Nessuno poteva aver ben visto gli aggressori. Inoltre, i presenti temevano di subire la stessa sorte di don Volpe. Bini, pure, collaborò. Fausto, poi, mise Silvestro a dirigere il giornale.”

“Siete tremendi con i nemici, ma chi è vostro alleato può stare ben tranquillo.”

“In linea di massima, sì. Il bene dei Sublimi Maestri Perfetti, prima di tutto.”

 

Passati due giorni, ormai il lutto era terminato: benché se ne parlasse ancora, tuttavia già si riprendeva a scherzare sulle avventure amorose del defunto re, gli si rimproverava l’abitudine di accendere i fiammiferi sui pantaloni, a cui il sovrano usava ribattere: Lo so, non è regale, ma è tanto comodo!

Sempre a proposito dei suoi calzoni si bisbigliava la frase detta da un giornalista francese che dichiarava che “v’era meno astio tra l’Italia e l’Austria che tra il ferro da stiro e le braghe del re.”

I più nostalgici preferivano dunque parlare delle abitudini, nel bene o nel male, del dipartito monarca; chi invece era più volto al futuro iniziava già a parlare di Umberto I e a dire di cosa si sarebbe dovuto occupare e come avrebbe dovuto trattare i ministri e gli affari: sembravano tutti grandi politici esperti, anche quelli che sapevano a mala pena cosa accadesse nel proprio quartiere.

Era quindi arrivato il sabato per il quale era stata fissata la cena a casa di Silvestro.

Albina aveva lungamente pensato a come agire quella sera, a come comportarsi, a come riuscire ad esplorare l’abitazione senza destare sospetti. Doveva trovare una scusa, un pretesto per allontanarsi, da sola, certo non era semplice, infine si convinse dell’inutilità di pianificare, l’unica cosa che poteva fare era aspettare di trovarsi là ed improvvisare, cogliere e sfruttare le occasioni che ci sarebbero state. Stabilì ciò quando mancava poco più di mezz’ora all’incontro, rapidamente scelse cosa indossare, si vestì e si imbellettò abbastanza in fretta, ma a malapena fu pronta quando sentì suonare alla porta. La giovane si aspettava uno dei domestici del cugino; con propria meraviglia si accorse, invece, che era venuto a prenderla Gabriele in persona, che, come sempre, le offrì un mazzo di fiori freschi e profumati. Il ventiseienne la prese sottobraccio, la condusse alla carrozza e le fece aprire la porta dal cocchiere, poi salì a propria volta.

“Constato con gioia che ti sei completamente rimessa dalla malattia.” esordì con voce calma e calda il bancario, tuttavia tradendo un velo di contentezza.

“Oh, sì, certo.” rispose rapidamente la libraia, poi proseguì con una leggera tensione nella voce “Ma d’altra parte non era un male grave, era solo un poco di febbre e raffreddore.”

Gabriele non notò il disagio della giovane, era troppo concentrato su di sé, come al solito. Era convinto che Albina fosse innamorata di lui e che le incertezze che percepiva nella voce di lei fossero meramente dovute a un femminile pudore e ad una fanciullesca timidezza: dava per scontato che la giovane dovesse ricambiare i suoi sentimenti. Il bancario non vedeva l’ora di poter sposare quella ragazza, forse più che per amore di lei, lo desiderava per imparentarsi con Silvestro.

Arrivarono alla dimora dell’uomo, la quale si trovava in centro, in via Toschi, pertanto ci si sarebbe potuti andare tranquillamente a piedi. Si trattava di un grande edificio viola: Albina non sapeva se appartenesse tutto al cugino, o se invece vi risiedessero anche altre famiglie. Il grande portone nero venne aperto, i due giovani scesero dalla carrozza e attraversarono un atrio aperto, che si affacciava sul cortile interno, salirono lo scalone che vi era in fondo e arrivarono al primo piano. Nel piccolo ingresso trovarono un domestico, che li accompagnò nella sala da pranzo in cui li attendeva di Silvestro, che era già seduto a tavola e indossava un completo elegante come al solito.

Nella stanza vi era un tavolo rotondo, coperto da una verde tovaglia spessa e apparecchiato di tutto punto: piatti di ceramica di fattura modenese, bicchieri di vetro di Murano, posate d’argento. Erano già stati serviti gli antipasti. Le sedie erano in legno scuro, il lampadario a gocce che pendeva elegantemente dall’alto soffitto veniva pur’esso da Venezia, le pareti erano azzurre con qualche decoro, vi erano inoltre alcune colonnine su cui erano appoggiati vasi con piante, infine vi era una bella credenza in noce che ospitava tutte le più eleganti stoviglie della dimora.

“Benvenuti” salutò posatamente il padrone di casa “Prego, accomodatevi.” disse indicando le sedie libere.

I due giovani ricambiarono il saluto e si sedettero.

“Allora, come procede il lavoro?” domandò quasi subito Silvestro a Gabriele.

“Oh, molto bene. Dovete sapere che…”

Il giovane si abbandonò ad un lungo discorso sulla finanza, del quale Albina non capiva nulla, mentre il padrone di casa lo seguiva attentamente annuendo ed intervenendo di tanto in tanto.  Il discorso terminò con l’arrivo di un caldo piatto di cappelletti in brodo, forse avanzati dalle festività.

“Dovresti incontrarti a disquisirne con Balletti, non credi? So che è un appassionato di economia, ha sempre scritto al riguardo e la insegna.” poi si volse alla ragazza, sempre con tono assai posato “E tu, cara cuginetta, che cosa mi racconti?”

La giovane sgranò gli occhi non sapendo cosa rispondere, poi iniziò a dire: “Ho iniziato a rileggere le Storie di Erodoto, è molto interessante, non solo per le vicende narrate, ma soprattutto per le descrizioni degli usi e dei costumi dei popoli antichi nel Vicino Oriente.”

“Oh, sì, una lettura davvero piacevole.” commentò con noncuranza Silvestro “Benché l’autore sia un po’ di parte nel riferire i conflitti tra Persiani e Greci. In verità non è evidente la sua parzialità, tuttavia è presumibile che abbia preferito esaltare il valore dei suoi compatrioti.”

“Può darsi, d’altra parte, però, nel prologo all’opera, Erodoto dichiara che si propone di raccontare tutte le gesta degne di voler essere ricordate, compiute sia dai Greci, che dai barbari.”

Gabriele si aggiustò gli occhiali.

“Sicuro, sicuro, ma invero mi piacerebbe poter leggere la versione persiana dei fatti delle Termopili.” Silvestro appoggiò gli avambracci sul bordo della tavola ed intrecciò le dita.

“Non tocchiamo Leonida, per carità del Cielo! È stato uno dei condottieri che hanno ispirato gli eroi del nostro Risorgimento.” ribatté, con un poco di veemenza, la giovane.

“E si vede la fine di Pisacane a partire con soli trecento uomini.” un po’ ironico, si intromise nel dibattito Gabriele, che fino ad allora si era limitato a concentrarsi sul suo piatto.

“Hai ragione” disse freddamente Albina, poi ribadì con voce pungente, colma d’orgoglio: “Ti ricordo, però, il nostro Carlo Zucchi che con ottocento uomini ha fatto il diavolo a quattro per tutta l’Emilia e la Romagna e ti ricordo che erano circa mille e cinquecento i Milanesi che hanno messo in fuga i quattordicimila soldati del Radetzky.”

“Gli Austriaci hanno solo eseguito gli ordini di Cecco Beppe; alla fine, sia nel ’48 che nel ’49 hanno vinto gli Asburgici.” rispose brusco il bancario.

“Suvvia, non mi pare appropriato agitarsi per questo.” intervenne Silvestro per calmare l’atmosfera, poi rapidamente cambiò discorso, parlando della salute di Naborre e di come nessuno avesse capito che cosa gli fosse accaduto.

La cena proseguì tranquillamente, il cibo fu squisito e la conversazione gradevole; dopo aver mangiato, Silvestro invitò gli ospiti a trasferirsi in salotto. Il camino era acceso, la fiamma era alta, i divani foderati di velluto verde, con cuscini adagiati sopra, erano disposti a semicerchio intorno al focolare, alle pareti erano appesi un paio di quadri, uno forse era addirittura di Fontanesi. Vi erano, inoltre, scaffali ricolmi di libri di ogni sorta, tanto che mentre i due uomini si erano seduti a discutere, Albina aveva preferito scrutare quei volumi per vedere di quali argomenti trattassero. La giovane, mentre passava in rassegna i testi, si ricordò del motivo principale per il quale si era recata a casa del cugino, si voltò un attimo e vide i due uomini che ridevano e discorrevano fumando ciascuno la propria pipa.

“Scusate” li interruppe lei “Mi devo assentare un attimo, ho bisogno di rinfrescarmi.”

“Ti ho già detto dov’è il bagno?” chiese Silvestro.

“Lo troverò.” rispose in fretta la ragazza, uscendo dalla porta e portandosi dietro una lampada ad olio per illuminarsi la strada.

Albina iniziò dunque la sua esplorazione, non era facile aggirarsi per quella casa, non vi era infatti un corridoio su cui si aprissero le stanze, ma in parte si susseguivano, poi si arrivava in una sala in cui vi erano diverse porte che conducevano ad altre spirali. Non vi erano molti vani: in realtà, forse poco più di dieci, ma erano disposti in modo complicato.

Non erano trascorsi molti minuti quando la ragazza si trovò in una stanza non molto grande e buia, la rischiarò con la lampada e poté constatare che si trattava dello studio privato del cugino: capì che lì poteva esserci ciò che cercava. Albina si diresse subito alla scrivania, vi appoggiò sopra la lampada per vedere tutto tranquillamente e per avere le mani libere; la cattedra era in ebano, cesellata in avorio bianchissimo, aveva molti cassetti che partivano da terra e terminavano con il piano principale, la parte superiore era divisa in due zone che si innalzavano di cinquanta centimetri ai lati della scrivania, ma avevano funzione puramente decorativa. Albina iniziò ad aprire i cassetti, a sfogliare le carte: quasi tutto riguardava L’Italia Centrale. Trovò pure un cofanetto in cui erano conservate le lettere che ella aveva inviato al cugino e altra corrispondenza privata, tra cui anche un fitto carteggio con Antonio Panizzi, bibliotecario a Londra, che aveva ritrovato il testo originale de L’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo.

La giovane si accorse che nella parte superiore sinistra della scrivania c’era qualcosa di strano; la esaminò meglio e si accorse che gli intarsi decorativi erano mobili. Erano, infatti, raffigurati i segni zodiacali, ma l’ordine era errato, la libraia ruotò il pannello e, posizionatolo in modo corretto, sentì lo scatto di un meccanismo o di una serratura che si sblocca; sorrise.

Aprì lo sportello segreto che era riuscita a trovare, guardò rapidamente i documenti che vi erano dentro: erano tutti inerenti alla Massoneria, più specificatamente alla frangia dei Sublimi Maestri Perfetti, c’era molta della corrispondenza, tra cui anche missive da parte di due zii di Silvestro: Giuditta Sidoli e Carlo Bellerio, la prima era stata amante e stretta collaboratrice di Mazzini, il secondo si era occupato dei patrioti italiani, esuli in Svizzera

Tra i vari fogli si trovavano pure le lettere prodotte dal falsario, ma nulla che potesse spiegare perché Silvestro avesse voluto uccidere Erio Sassi. Dentro vi erano, inoltre, timbri e sigilli per imprimere i simboli della società segreta ed era riposto anche il pugnale forgiato dal maestro di Ivano. Spostando le varie carte, la libraia si accorse di un ulteriore scompartimento segreto, un doppio fondo, lo aprì e dentro vi trovò una piccola chiave: a cosa serviva?

Ragionò un attimo, poi si rese conto che la scrivania era simmetrica, anche nel lato destro c’era una parte rialzata che sembrava decorativa, questa volta rappresentava i ventuno arcani maggiori dei tarocchi col matto al centro del cerchio, ma anche lì, probabilmente, si celava qualcosa. Albina riuscì ad aprire anche quello scompartimento, dentro vi trovò solo uno scrigno chiuso con un lucchetto, immediatamente usò la chiave che aveva appena trovato. Dentro al cofanetto c’erano solo lettere, le sfogliò e vide in calce firme di uomini, di politici importanti: Gerolamo Cantelli, Gaspare Finali, Cesare Ricotti e addirittura l’ex primo ministro Minghetti.

Senza leggerle, ma intuendo che si trattasse di una prova o un indizio rilevante, si nascose un paio di lettere sotto le vesti, poi richiuse scrigno e scomparto di destra; dopo di ciò, ripose la chiave nel doppio fondo a sinistra. Stava per serrare anche l’ultima anta, quando sentì la porta aprirsi e vide un’altra luce entrare. Si voltò di scatto e vide Silvestro sulla soglia.

Placido l’uomo disse: “Ti sei allontanata quasi mezz’ora fa, mi stavo impensierendo.”

Osservò un attimo la scena, poi aggiunse, con una calma che dava i brividi: “Adesso capisco il motivo di tanto ritardo. Cosa fai qui?”

“Niente, mi ero persa e girando sono capitata qua, stavo solo dando un’occhiata…” mentì la giovane, ma non riusciva a sembrare credibile nemmeno a sé stessa: la bugia era palese.

“Un’occhiata a qualcosa che non dovresti.”  concluse, con la medesima calma inquietante, l’uomo.

Si avvicinò, raggiunse la scrivania e chiuse l’anta dello scompartimento segreto di sinistra, poi passò il braccio intorno alle spalle della cugina e disse: “Immagino tu abbia visto cose che non avresti dovuto vedere, affari che non ti riguardano.”

Il suo tono era tranquillo, ma comunque terribile: era talmente sicuro di sé che non si era neppure arrabbiato scoprendo che il suo segreto era stato appreso dalla giovane.

“Vieni, sediamoci.” indicò il divanetto lì vicino e vi si sedette, Albina si mise al suo fianco, il cuore le batteva fortemente in petto e aveva paura.

“Che cos’hai visto lì dentro?” domandò serafico Silvestro, neppure era serio: sorrideva.

“Poche cose” mentì la giovane con voce tremante “Non ho avuto il tempo di guardare a modo e per quel poco che ho visto, non ho capito granché…”

“Su, su, non voglio che tu abbia timore, dimmi tutto quello che hai visto.” la incoraggiò lui, ma invece di tranquillizzare la giovane, le faceva solo crescere la preoccupazione e la paura. Le strinse le mani e le accarezzò.

“Simboli strani, timbri e sigilli… non so che altro.” la voce era acuta, affrettata, si sentiva che stava trattenendo un pianto isterico e che era spaventata “Tanti fogli, sì, ma non li ho guardati, giuro! Nient’altro, nient’altro.”

“Hai visto fin troppo dei Sublimi Maestri Perfetti. Queste sono cose proibite a chi non è un iniziato.” proseguì Silvestro, sempre con quel tono sicuro e terrificante, passandole una mano sul mento.

“Non dirò niente a nessuno, lo giuro. Lo giuro!” esclamò Albina parecchio intimidita.

“Oh, io di questo sono certo. Io sono sicuro che non rivelerai nulla.”

La fanciulla trasalì e, più scandalizzata che angosciata, chiese: “Non vorrai uccidermi?”

L’uomo rise divertito, poi rispose placido: “Ma no, sciocchina, come ti viene in mente una cosa simile?”

L’abbracciò, come per rassicurarla, e le accarezzò i capelli “Tu sei la mia cuginetta, non ti farei mai del male. Mai.”

Le baciò la fronte. Lasciò passare quasi un minuto prima di proseguire. Nel mentre la ragazza aveva iniziato a piangere silenziosamente per scaricare la tensione, anche perché non credeva completamente a quelle parole.

Silvestro, dopo un poco, aggiunse flemmatico: “Come precauzione, per essere certo del tuo silenzio, tuttavia, ti impongo una cosa.”

“Quale?” domandò allarmata la libraia.

“Devi sposare Gabriele.”

Il tono non ammetteva repliche, eppure Albina protestò: “Ma… Ma io non voglio. E poi perché? Non capisco.”

“Pure lui è coinvolto, è un nuovo accolito. Desidera sposarti e lo sai. Egli non ti dispiace, quindi vinci le tue paure, le tue ritrosie e maritati con lui: non ti farà mancare nulla, si prenderà cura di te come si conviene. Credi a me, sarai felice; e io sarò più sicuro che manterrai il segreto mio e di tuo marito.”

Proprio la sua imperturbabilità lo rendeva spaventoso.

Albina si sentì in trappola, ragionò velocemente, decise di accettare, così da poter guadagnare il tempo necessario per trovare una soluzione migliore. Sentito il consenso della cugina, l’uomo dichiarò, mantenendo il solito tono: “Ottimo, io farò in maniera che, tra un mese, tu ed Gabriele possiate convolare a giuste nozze.”

“Cosa? Tra un mese? Ma non è un po’ presto?” contestò la giovane.

“No, no, non ti preoccupare. Naborre avrà abbondantemente il tempo di scrivere qualche poesia in vostro onore, magari si farà dare un aiuto anche da Andrea.” fece una breve pausa, forse per osservare la reazione della libraia che semplicemente rimase allibita e con gli occhi sgranati- “Inoltre, fino al giorno del matrimonio non potrai uscire di casa e sarò io ad autorizzare o meno chi vorrà venire a trovarti.”

“Come? E questo perché?”

A quel punto non si curò più di nascondere la rabbia che la stava prendendo tutta.

“Hai amici impiccioni, che, a quanto pare, ti hanno fatta cacciare in una brutta situazione.” replicò l’uomo, usando il tono con cui si parla di zanzare, mosche e altri insetti tediosi, ma pur sempre insignificanti.

Per stuzzicarla o ferirla, o più probabilmente per rompere le reticenze della ragazza, aggiunse: “Esigo la verità: stavi frugando nel mio studio perché te lo hanno chiesto quel Duccio e quell’altro tizio che era nella libreria con te tre giorni fa.”

Capì di aver indovinato vedendo lo stupore sul volto della cugina “Io ho i miei informatori.” spiegò, facendole una carezza sulla guancia “Ho saputo che qualche sera fa quei due tuoi amici hanno fatto troppe domande a chi, invece, avrebbero dovuto lasciare in pace. Li ho fatti tenere d’occhio in questi giorni: quello che non conosco deve celare qualcosa, è stato visto diverse volte presso il centocinquantesimo artiglieria, non mi piace per niente.” c’era disapprovazione nella sua voce- “Capirai bene, dunque, che io non voglio che tu li veda ancora da nubile e, magari, ti lasci sfuggir detto qualcosa.”

Silvestro si alzò in piedi soddisfatto, si avviò verso la porta e con le spalle voltate alla ragazza le disse: “Seguimi, torniamo in salotto. Gabriele vuole farti la grande proposta: non farlo aspettare, non deluderlo e non deludere me.”

Tornarono quindi nella sala, dove il giovane bancario, vagamente emozionato, si era preparato a fare la proposta di matrimonio, era preoccupato, ma non perché temesse un rifiuto, questo era assolutamente fuori discussione, bensì perché voleva che tutto fosse perfetto, secondo i canoni. Tutto andò come previsto: Albina venne fatta sedere su un divanetto, il giovanotto rimase in piedi, era volto verso di lei ma era quasi come se non la guardasse. Silvestro si accomodò sulla propria poltrona preferita e rimase ad osservare la scena.

Gabriele respirò profondamente per trovare la giusta concentrazione e iniziò a dire: “Io sono un uomo molto fortunato: vengo da una buona famiglia che non mi ha mai fatto mancare nulla. Ho avuto un’ottima istruzione, ho ottenuto un lavoro redditizio, appartengo alla Società del Pito, ho amici stimati. Posso dirmi una persona felice. Tuttavia arriva un momento nella vita di ogni uomo un momento in cui ci si rende conto che soldi, carrozze costose, alleati e divertimenti da soli non bastano. Ci si accorge che questi successi debbono essere coronati da un matrimonio.” Si interruppe per constatare come fossero state accolte le proprie parole, guardò rapidamente Silvestro che annuendo gli fece capire che poteva proseguire: “Una vita bella come la mia non può accogliere una donna comune, bensì ne esige una speciale.” finalmente si decise a guardare negli occhi la fanciulla “Tu, Albina, sei la più speciale che potessi incontrare.” con la destra le prese una mano e l’accarezzò, con la sinistra si frugò in tasca, prese un anello e glielo infilò nell’anulare sinistro, chiedendole: “Vorresti essere mia moglie?”

Albina si sforzò di sorridere, tacque, non aveva la forza di far uscire il fiato dalla gola. Spostò lo sguardo, incrociò quello del cugino che la sollecitò con un cenno delle sopracciglia.

“Sì” riuscì a dire infine “Ne sarei ben lieta.” aggiunse poi cercando di essere più credibile.

Gabriele, soddisfatto e contento, si sedette immediatamente accanto a lei e la strinse tra le braccia, iniziando a descrivere l’assai imminente matrimonio, la casa in cui sarebbero vissuti, i figli che avrebbero avuto e anche la cappella di famiglia in cui sarebbero stati sepolti l’uno accanto all’altra. La ragazza era alquanto sconcertata ma cercava di tenerlo nascosto e spesso annuiva.

“Sono proprio contento per voi.” annunciò poi Silvestro “Bisogna festeggiare il vostro fidanzamento.”

Prese una campanella e la suonò; quando, poco dopo, un domestico entrò nella sala, gli ordinò di portare tre bicchieri e dello champagne per un buon brindisi.

Essendo passata la mezzanotte, Gabriele decise di congedarsi, si offrì di riaccompagnare la novella promessa sposa a casa, ma Silvestro glielo negò, dicendo che preferiva ospitare la ragazza presso di lui quella notte.

Il Direttore diede ordine ad una cameriera di predisporre una stanza per l’ospite e di mettersi a sua disposizione. Prima di andare a coricarsi, Silvestro passò a dare la buona notte alla cugina e la trovò già sotto le coperte che stringeva in mano un libro chiuso, fissandone la copertina.

“Non sei felice? Tra una settimana ti sposerai.” disse l’uomo tranquillo.

Albina quasi lo fulminò con lo sguardo.

“Suvvia, non fare così.” quasi la rimproverò egli, sedendosi sul bordo del letto “Benché tu ora non sia convinta, ti garantisco che questa tua decisione è stata la migliore che potessi prendere.”

La giovane si sentì quasi schernita nel sentirlo dire: tua decisione. Lei non aveva deciso proprio nulla!

“Tu credi veramente che sia per il mio bene?” la voce esitava, ella voleva davvero conoscere la risposta.

“Certo. Io voglio che tu sia felice e so cosa sia meglio. Tu sei ancora giovane, non hai la mia esperienza: lasciati guidare da me.”

Albina non disse nulla e tenne lo sguardo basso.

Silvestro si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte.

“Buona notte.” disse e se ne andò.

La ragazza sospirò un paio di volte, appoggiò il libro sul comodino rinunciando alla lettura: non era proprio dell’umore adatto. Spense la lampada ad olio, si sistemò a modo nel letto, tuffò la testa nel soffice cuscino e rimase a pensare finché il sonno non la vinse. Nelle considerazioni che andava facendo, continuava a dirsi che, nonostante tutto, il cugino stava agendo nei suoi confronti con le migliori intenzioni.

[1] Ovviamente si sta alludendo a Garibaldi e al Conte Cavour

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