Shahnamè

Shanamè: Mezzo Daiva

Una camera grande come la grotta che aveva diviso con altri negli ultimi anni. Un letto in legno di cedro, importato da terre lontane, con le gambe a forma di serpente arrotolato su di sé per poi sollevarsi maestoso, gli occhi erano giade incastonate. Un materasso di piume, ricoperto con stoffe morbide e delicate che nulla avevano a che spartire con i teli ruvidi e mal lavorati sotto cui si era riparata da quando era fuggitiva. Tavolo e sedie in ebano, cuscini soffici e dai colori sgargianti. Un treppiede in bronzo sosteneva un catino metallico, entrambi decorati in modo tale da sembrare avvolti da piante rampicanti. Le finestre, colmate da pannelli di legno decorati a traforo con motivi geometrici, lasciavano penetrare curiosamente la luce del Sole.

Da quanto Anahita non aveva quelle comodità!

Un tempo avrebbe giudicato quella stanza modesta, ora invece le sembrava di un lusso senza pari.

Da troppo tempo la sua schiena era abituata a un duro giaciglio e la sua pelle si scontrava con stoffe ruvide o ispide pellicce. Aveva dovuto adattarsi e lo aveva fatto, senza lamentarsi, ma adesso non poteva essere scontenta di ritrovare quei comfort a cui aveva rinunciato da tempo e che suo figlio non aveva mai visto.

Povero Atar! Costretto a vivere in una tomba, quando il suo rango, in altri tempi, lo avrebbe confortato con tante comodità. Aveva però le uniche due cose di cui si ha realmente bisogno: affetto e buon cuore, finché li aveva poteva dire di non essere privo del necessario.

Anahita pensava a lui e si dispiaceva nel saperlo preoccupato per il suo mancato ritorno. Sia lui che Rustem dovevano essere in pensiero. Qualcuno li avrebbe avvertiti del fallimento della missione? Oppure, non ricevendo notizie, si sarebbero spinti a cercarle, andando incontro a guai?

Doveva avvisarli. Doveva dire loro di non temere per lei, di restare nascosti e attendere.

Attendere cosa, poi? Il suo ritorno? Nuove istruzioni? Nemmeno lei sapeva quale sarebbe stata la sua sorte.

Mithra le era sembrato amichevole, per nulla intenzionato a nuocerle ma per quanto sarebbe durato?

L’aveva imprigionata e tenuta nascosta a Dahak per una qualche ragione o scopo, ma quali?

Si sarebbe accontentato di tenerla segregata in una stanza per il resto della vita oppure avrebbe preteso qualcosa? Lei come avrebbe reagito alle sue richieste? Che cosa voleva ottenere lei? A quali compromessi sarebbe potuta scendere? A cosa avrebbe potuto rinunciare e a cosa no?

Inutile chiederselo, fino a ché non avesse avuto maggiori informazioni.

Il bussare sulla solida porta scosse la donna dai propri pensieri. Si limitò a dire Avanti ed attese.

Entrò Mithra, indossava la corazza da cerimonia in oro, un toro imbizzarrito era stato rappresentato a sbalzo su di essa. La spada che portava appesa al fianco aveva l’elsa tempestata da gemme preziose che scintillavano e la lama era più lucida che affilata. L’elmo, pure, richiamava la testa di un toro, era di metallo raro e due zanne di elefante erano state poste come corna. Un mantello per metà color porpora, per metà bianco gli scendeva dalle spalle ai piedi.

“La stanza è di tuo gradimento?” domandò l’uomo, dopo qualche istante di silenzio, passato a scrutare la giovane, in cerca di qualche emozione.

“Perché sei vestito da parata?” chiese, invece, Anahita, incrociando le braccia al petto.

“Sono appena stato ad una cerimonia molto importante. Lo Shahinshah ci ha voluti in alta uniforme.”

“Immagino …” borbottò la donna, voltandosi dall’altra parte.

Mithra andò a sedersi sull’orlo del letto e raccontò: “Tra i prigionieri dell’altra sera, abbiamo trovato anche un nome molto prestigioso che, a quanto pare, è anche la guida dei banditi che si ostinano ad osteggiare Dahak.”

“Koroush …” sussurrò la giovane, portandosi una mano alla bocca.

“Esatto.” confermò l’altro, cercando di studiare la reazione di lei.

Anahita strinse i pugni e mormorò ancora: “Gli avevo detto che non c’era da fidarsi …!”

Si girò di scatto e con veemenza chiese: “Che cosa gli avete fatto?”

“Trattandosi di uno dei generali più stretti di Ghemeshid, abbiamo pensato a qualcosa che fosse adatto al suo prestigio, qualcosa di più che offrire il suo cervello ai serpenti di Dahak.”

“Che cosa?” ribadì la donna, sibilando a denti stretti.

Mithra abbozzò un vago sorriso e continuò: “Anche suo padre era stato Generale di Ghemeshid, all’inizio del suo regno, lo aveva aiutato più di ogni altro a sottomettere i Turani, ha contribuito a rendere i Daiva schiavi di un re umano.”

“Che esagerazione!” lo interruppe Anahita “I Daiva erano tenuti in grande considerazione alla corte, sono stati eccellenti consiglieri di Ghemeshid, prima di tradirlo.”

“Se vuoi definire così il fatto che siano stati costretti a cedere le loro conoscenze e a mettere esse e se stessi al servizio di chi li aveva catturati, per avere salva la vita.”

“Non credo affatto fossero indifesi come li dipingi. Hanno saputo sfruttare la situazione finché non hanno visto che il vento cambiava e così hanno mutato la loro lealtà.”

“Abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco, finché non abbiamo avuto l’opportunità di riappropriarci del nostro vero posto.” ribatté Mithra con fierezza.

“Il vostro vero posto?” replicò la donna con sarcasmo “Già, adesso i Daiva si fanno considerare come divinità: i potenti figli di Angra Manyu. Eppure un semplice umano è bastato per sottometterli … a quanto dite voi, visto che perseveri nel dichiarare che la loro collaborazione con Ghemeshid fu forzata e non volontaria.”

“Non sarebbe successo se lui non avesse avuto lo Kvarna Regale!” sbottò l’uomo.

Anahita sorrise: gli aveva fatto ammettere che lo Kvarna fosse la chiave del potere.

“Ora esso appartiene a Dahak, dimostrando di non essere legato a nessun Manyu.” sottolineò Mithra, riacquistando la calma.

La giovane evitò di fargli notare che lo Kvarna Regale non splendeva più come un tempo; in realtà nemmeno lei lo aveva visto al massimo della luminosità poiché si era già offuscato negli ultimi anni di regno di Ghemeshid.

“Volevi sapere che cosa abbiamo fatto a Koroush?” incalzò Mithra che sentiva il bisogno di riguadagnare una posizione di controllo “Lo Shahinshah, che è savio e venera i Daiva, lo ha offerto loro in sacrificio. C’è stata una gran cerimonia pubblica, chiunque ha potuto assistere all’immolazione e al banchetto.”

Anahita rimase bloccata, sgranò gli occhi e per lunghi secondi non seppe cosa dire: solo nelle vecchie storie aveva sentito di Daiva avvezzi a pranzare con carne umana, aveva creduto fossero esagerazioni di propaganda nemica, invece …

“Hai mangiato un uomo?” balbettò la donna, incredula; la mandibola le tremava e gli occhi erano lucidi.

Poi aggiunse a rimprovero: “Un uomo che ti ha insegnato a combattere.”

“Io … no.” rispose il Generale, cupo, ma subito si giustificò: “Solo perché non mi considerano uno di loro a tutti gli effetti.”

Nel dir ciò, strinse un lembo del mantello bicolore che mostrava la sua vergogna.

“Capisco.” replicò Anahita, fredda “Il tuo tradimento e tutto quello che hai fatto per Dahak non basta a farti considerare un Daiva: la colpa di essere per metà umano non potrà mai essere lavata. Non ti permettono nemmeno di indossare un mantello tutto porpora.”

“Sta zitta!” ringhiò aggressivo Mithra.

Come osava quella donna parlare in tale maniera? Approfittava del fatto di conoscere le ferite della sua anima per colpirlo. Lui si era fidato di lei, in passato, aveva messo a nudo i suoi pensieri e i suoi sentimenti, il tormento di essere disprezzato dai Daiva e temuto dagli umani. A lei aveva confidato tutto e ora la sentiva usare le sue confidenze come una frusta su di lui.

D’altra parte, però, che altro poteva fare, lei? La stava tenendo prigioniera, le sue uniche armi erano la parola e lo kvarna. Se fosse ricorsa a questa seconda soluzione, sarebbe significato che aveva perso le speranze e che considerava lo scontro l’unica strada possibile.

Per quanto quelle parole gli recassero dolore, erano anche la prova che lei non si era arresa con lui, che voleva ancora salvare qualcosa del loro passato.

“Mi sto guadagnando il loro rispetto e la loro fiducia. È naturale siano diffidenti: sono giovane, per metà umano e … non sono stato dei primi a giurare fedeltà a Dahak. Benché non sia stata una mia scelta tardare in ciò: sono stato avvertito in un secondo momento della posizione presa dai Daiva.”

“Ti hanno chiamato probabilmente perché avevano bisogno di carne da macello e non credevano saresti sopravvissuto alla guerra e tu ti ostini a glorificarli e ad ambire alla loro approvazione.”

“Non è vero. Non mi hanno coinvolto prima poiché mi credevano un sostenitore di Ghemeshid a causa … tua. Un semi-Daiva legato a una Shesaspide? Assurdo!: ecco quello che pensavano. Se i Daiva sono figli di Angra Manyu, allora io sono suo nipote eppure il mio amore è rivolto a te, che sei del clan dei servitori di Spenta Manyu e Ahura Mazda. Sembravo un traditore, che fiducia potevano avere in me?”

“Allora consegnami a loro.” lo sfidò Anahita “Divorate anche a me. Forse finalmente ti accetteranno come uno di loro.”

Mithra ebbe un moto di stizza: come poteva essere ritenuto capace di un gesto simile?

Poi capì: la donna lo stava provocando di nuovo.

Si alzò in piedi senza dire nulla, ma tenendo lo sguardo fisso nei di lei occhi, le si avvicinò, le prese il volto tra le proprie mani e le mormorò: “No. Ho un progetto migliore. Avrò tutta la loro stima e approvazione, quando ti avrò convertita e diverrai sacerdotessa di Angra Manyu.”

“Mai.” scandì Anahita, facendo un lungo passo indietro.

Mithra si accostò di nuovo, con le braccia le cinse il busto e la trasse a sé. Senza distogliere lo sguardo dal suo, le disse dolcemente: “È il solo modo che ti mantenga in vita e ti permetta di restare al mio fianco.”

La donna non si mosse, il suo sguardo brillò di fierezza e dichiarò: “Preferirei morire, piuttosto che rinnegare l’Asha e divenire vittima della Druj.”

“Lo so.” rispose lui con calma “Non permetterò che ti sia fatto del male.”

“Allora lasciami andare.” intimò la giovane per poi usare un tono solo leggermente più docile “Non verrò più in città, lo prometto. Non vi sarò ostile, continuerò in altro luogo e modo la mia missione.”

“Non posso consentirtelo, lo sai. Il mio sovrano ha dichiarato che ogni traccia di Ahura Mazda e Spenta Manyu deve essere cancellata, nessuno ne dovrà tramandare il ricordo. La missione degli Shesaspidi è in netto contrasto col volere dello Shahinshah. Dahak è anche il tuo re, ora, se non obbedisci alla sua Legge, sei una criminale.”

“I monarchi della terra non hanno alcuna autorità su di me. L’Asha è l’unica Legge a cui ho obbedito, obbedisco ed obbedirò.”

Mithra strinse più forte l’abbraccio: tale risolutezza era una delle cose che lo avevano fatto innamorare di quella donna. Ora, però, la decisione rischiava di divenire ostinazione e portarla alla sventura: non poteva permetterlo.

“Perché vuoi continuare a percorrere una strada ormai deserta? Tutti si sono convertiti, fallo anche tu, entra nella nuova società.”

“Dovrei perdermi solo per seguire chi ha smarrito la strada? Il mondo potrà anche essere caduto nella tenebra, ma io continuerò a brillare e, se potrò, col mio fuoco ne accenderò altri.”

“Verrete spenti.”

“Non si può spegnere il fuoco di Ahura Mazda: potrete anche ucciderci, ma arderemo per sempre.”

Mithra sospirò.

“Ti lascerò un po’ di tempo per riflettere. Ti prego, non costringermi a consegnarti a Dahak.”

“Perché per te è così importante compiacerlo?” gli domandò Anahita che ancora lo conosceva abbastanza profondamente per aggiungere: “È perché lui è nato umano ed è stato Angra Manyu a sceglierlo e tramutare la sua natura in quella di un Daiva?”

Per la prima volta da quando quella conversazione era iniziata, il giovane abbassò lo sguardo e spiegò: “Sì. Dahak, nato umano, è divenuto il capo dei Daiva, pur riverendoli come superiori. A lui devo la mia posizione e, forse, la vita. Non mi ha mai trattato come un inferiore, non mi ha mai fatto pesare la mia metà umana. Non può costringere gli altri a considerarmi loro pari, però mi ha reso Generale come molti di loro. Ha stima di me e io non voglio tradirlo.”

“Lo hai già fatto, non consegnandomi a lui.” gli fece notare la donna.

“Non è vero. Sto solo gestendo la situazione in modo da proteggerti fin quanto mi è possibile. “ tornò a guardarla “Ti ripeto, rifletti a fondo nei prossimi giorni, considera tutte le eventualità.”

Sciolse la presa attorno ai fianchi della donna, le carezzò una guancia e le baciò la fronte, prima di lasciare la stanza, senza aggiungere altro.

Rimasta sola, Anahita fissò per lunghi istanti l’uscio chiuso, provando una gran compassione per l’uomo che la teneva lì rinchiusa. Sapeva che non era stato facile per lui crescere da solo con un padre che non lo aveva mai voluto e con una matrigna che lo disprezzava.

Il genitore, un alto ufficiale dell’esercito di Ghemeshid, gli aveva a mala pena detto chi fosse sua madre: la Daiva Az, con la quale aveva passato alcune notti, dopo banchetti o festini organizzati dal vecchio Shahinshah.

Az era rimasta incinta e, nato il bambino, lo aveva subito fatto consegnare al padre e non se ne era più curata. Non lo aveva abbandonato per paura, repulsione per la parte umana o altri motivi, se non quello che lei non teneva presso di sé nessuno dei suoi numerosissimi figli della cui esistenzaa si dimenticava, poco dopo averli messi al mondo. Ora, sotto il governo di Dahak, lei era venerata come personificazione della bramosia, della motivazione e del desiderio che spinge gli umani a compiere ogni genere di impresa o azione pur di sentirsi felice per qualche minuti, prima che Az sussurri nuove cose ai loro animi e li spinga alla ricerca di nuove soddisfazioni che non li appagheranno mai appieno.

Il militare, ritrovandosi con un neonato che in parte apparteneva a quella schiatta demoniaca tanto disprezzata dagli Arya, aveva provato un gran ribrezzo ed era stato tentato dall’idea di trapassarlo con la propria spada e poi gettarlo ai cani in modo da non lasciare traccia di tale orrore. Poi, però, aveva temuto che i Daiva potessero scoprirlo e che si vendicassero, quindi aveva rinfoderato la lama e aveva affidato il bambino ad una serva che aveva da poco partorito, affinché lo crescesse come suo.

Per molti anni Mithra aveva creduto di essere un orfano, di cui una donna di basso ceto si era presa vagamente cura: non lo aveva mai trattato come un figlio, gli aveva solo dato da mangiare e presto lo aveva fatto entrare a servizio della famiglia di suo padre. Nonostante la sua tenera età, la padrona di casa era stata molto severa con lui, gli aveva impartito ordini ben superiori alle sue capacità di bimbetto e non aveva mai perso l’occasione di punirlo.

Mithra aveva cinque anni, quando fu fatto frustare per la prima volta; non ricordava neppure quale fosse stato il suo sbaglio, ma il dolore era ancora impresso nella sua mente e le cicatrici sulla schiena glielo ricordavano. A rendere ancora più vivida quella memoria, però, c’era un altro fatto: il padrone di casa, scoperto quanto stava accadendo, si era affrettato a interrompere la fustigazione, asserendo che ciò era troppo.

Oh, non ti preoccuperesti così tanto per un servo, ma lui è il tuo bastardo. Avresti dovuto seguire il tuo primo istinto e ucciderlo, anziché costringerci a vivere con questa vergogna!

Così la donna aveva rimproverato il marito. Così Mithra aveva scoperto la verità sul proprio padre.

Dopo quel giorno le cose non erano particolarmente migliorate per lui. Era rimasto un servo, ma almeno non doveva più sopportare le continue angherie della signora.

I contatti con gli altri bambini non erano motivo di gioia o spensieratezza per lui, non lo aiutavano a dimenticare le sue difficoltà: gli occhi viola con le pupille rosse, i denti aguzzi e altri tratti Daiva che aveva ereditato dalla madre, come una forza e velocità notevoli, lo rendevano inviso ai possibili compagni di giochi umani. Erano stati proprio altri bambini che, insultandolo, gli avevano fatto notare la sua somiglianza con i Davia. Mithra, allora, aveva provato a cercare amici tra quest’ultimi, ma neppure là era stato ben accolto.

Aveva allora iniziato a passare il suo poco tempo libero fuori dalle mura, dove raramente incontrava qualcuno. Allora fantasticava, immaginava genitori amorevoli, oppure di essere protagonista di qualche grande impresa che gli permetteva di guadagnarsi onore e ammirazione da parte di tutti. Aveva un lungo bastone e fingeva fosse una spada, con cui si esercitava a combattere, cercando di imitare i movimenti che vedeva eseguiti dal padre, quando ne spiava gli allenamenti.

Il ritorno alla realtà, però, era sempre più amaro e i suoi pensieri erano diventati sempre più cupi.

Attorno ai dieci anni, quando ormai lavorava per gran parte del tempo in cui era sveglio, le sue uscite fuori porta si erano trasformate in sospiranti pensieri di morte. Andava ogni giorno su un ponticello in legno, guardava le onde del fiume che scorreva sotto di esso, ed era tentato da gettarsi di sotto e lasciarsi trascinare via, sperando nella morte o di trovare un luogo migliore.

Alla fine, il desiderio di rivalsa, di dimostrare a tutti il proprio valore, di diventare più grande di ogni altro, lo aveva sempre trattenuto da quel proposito.

Nei pressi di quel fiume, si recava spesso anche la piccola Anahita, con fratelli, sorelle, cugini e amici vari. La bambina aveva notato quel ragazzino taciturno e dall’area mesta che si aggirava da solo in quei paraggi. Dopo averlo visto più e più volte, si era decisa ad allontanarsi dal proprio gruppo per avvicinarsi a lui. Si era incuriosita e voleva riempirlo di domande.

Mithra si era stupito del fatto che qualcuno volesse avere a che fare con lui e, in un primo momento, aveva temuto si trattasse di uno scherzo. In seguito, resosi conto che la bambina era spontanea, era stato ben felice di parlare con lei e di giocare assieme.

Nei giorni successivi, poi, aveva conosciuto anche i parenti e gli amici di Anahita i quali erano stati diffidenti solo per pochi minuti e poi lo avevano accettato tra di loro. Certo non instaurarono subito un forte legame, quello si formò col tempo, ma finalmente Mithra non si sentiva più solo, aveva trovato qualcuno a cui non importava la sua natura ibrida.

Tra quei giovani aveva conosciuto anche Rustem, ben più grande di loro, che aveva il compito di sorvegliarli e tutelare la loro sicurezza; a lui si era attentato, dopo qualche tempo, a chiedere consigli su come usare le armi. Rustem era stato contento di insegnargli qualcosa e, vedendolo dotato, era riuscito ad intercedere a suo favore per farlo ammettere tra i giovani soldati addestrati da Koroush.

Quindici anni erano passati da quegli eventi, più o meno.

Anahita sentì tutti quei ricordi riaffiorarle nella mente, il tempo trascorso con Mithra e tutte le loro confidenze.

Non sapeva che cosa pensare. Voleva credere che Mithra non fosse perduto, avviluppato nella Druj, ma non voleva nemmeno lasciarsi ingannare o essere troppo indulgente. Aveva sentito molti racconti di ciò che aveva compiuto il mezzo Daiva, dopo essersi messo al servizio di Dahak. Aveva saputo delle innumerevoli uccisioni e altro ancora.

In quegli anni, passati nascosta, si era convinta che Mithra si fosse ormai perduto e che fosse divenuto, irrimediabilmente, un seguace di Angra Manyu. L’incontro appena avvenuto, però, aveva acceso una speranza in lei. Aveva visto il vecchio compagno sensibile e sofferente e non un feroce Daiva, affamato di potere e distruzione. Non l’aveva uccisa, si era mostrato premuroso e preoccupato per lei.

Cosa pensare? Aveva agito così per amore o per la bramosia di cui era figlio?

Ancora non aveva risposte. Aveva bisogno di altro tempo e di ulteriori conversazioni.

Prima, però, doveva comunicare con Rustem ed Atar e rassicurarli.

Dopo aver ragionato su come quale fosse la maniera più discreta per inviare proprie notizie, optò per usare un messaggero di kvarna. I palmi della sue mani brillarono e da essi uscì della luce che si raggruppò dapprima in forma di sfera, poi si plasmò, assumendo le sembianze di una colomba.

La donna gli affidò alcune parole che invitavano il figlio e l’amico di non preoccuparsi per lei e restare nascosti.

Infine la luce si condensò fino a perdere la propria luminosità per prendere corpo e sostanza, divenendo una colomba in carne e ossa. Riuscì a passare tra le fessure dei pannelli decorativi in legno e volò via, attraverso il cielo della capitale.

Anahita, poi, si diresse sul letto e si sdraiò per riposare un poco: inviare un messaggio in quel modo, richiedeva l’impiego di una discreta dose di energia.

Trascorsero pochi minuti, forse un decina, quando iniziò a sentire del movimento e del vociare provenire dalla strada. Si alzò e andò alla finestra per controllare che cosa accadesse, ma non riusciva a vedere di sotto. Sentiva però delle voci.

“Facci passare, se non vuoi essere accusato di tradimento.”

“Non prendo ordini da te, Indara.”

Era stata la voce di Mithra a pronunciare con fermezza e orgoglio quella frase.

“È qui su mio ordine.” replicò la voce forse di un uomo che si era appena fatto largo tra una piccola folla o un drappello.

“Vizaresh?”

Lo stupore di Mithra tradiva una certa inquietudine.

Anahita ebbe un sussulto nell’udire quel nome: era lo stregone e primo consigliere di Dahak fin dalla giovinezza, tramite di lui parlava Angra Manyu ed era stato lui a istigare il Turano prima contro il proprio padre e poi contro Ghemeshid.

“Sì, è proprio lui, di cosa ti stupisci?” incalzò il primo che aveva parlato.

“Calmati, Indara, sono certo che il Generale, ora, ci lascerà passare. Vero?”

“Sommo Vizaresh, perdonate, potrei saper per quale ragione volete ispezionare la mia casa? Sono accusato di qualcosa?”

“Hai qualcosa da nascondere?” domandò Indara, con scherno.

“No, ma …”

“Lo Shahinshah l’ha ordinato.” tagliò corto Vizaresh “La scorsa notte, mentre tu catturavi i cospiratori, io ho avvertito un massiccio e misterioso uso di kvarna da parte di qualche estraneo e dunque sono stato incaricato di indagare. Poco fa ho avvertito la medesima energia, provenire da qui. Dobbiamo controllare che non ci siano intrusi.”

Accidenti!

Anahita strinse i pugni: la notte prima aveva usata aveva attinto troppo al proprio kvarna e aveva attirato attenzioni indesiderate. Viazaresh aveva iniziato a monitorare le attività energetiche e doveva aver percepito la colomba.

Oh cielo, il suo messaggio era stato intercettato? Aveva messo in pericolo il figlio e l’amico?

“Spostati, ho detto!” urlò Indara dalla strada.

Rumore di passi di uomini armati, si sentiva il bronzo delle protezioni che tintinnava e i calzari pesanti battere sul pavimento.

Erano entrati. Li sentiva cercare per le stanze, spostare mobili.

Che cosa doveva fare? Rimanere ad aspettare di essere scoperta, oppure fuggire?

Il non mettere in pericolo Mithra era l’ultimo dei suoi pensieri, la sua preoccupazione riguardava il fatto che nessun altro sarebbe stato tenero o gentile con lei: se fosse stata catturata da altri, avrebbe potuto considerarsi già morta.

Sentì i passi su per le scale, ormai era tardi, non poteva fare nulla. La presenza di Vizaresh rendeva inutile il kvarna contro i soldati poiché lui l’avrebbe contrastata. L’unica cosa che le venne in mente, fu di usare il proprio potere per legarsi i polsi e le caviglie con pezzi delle lenzuola e cercare di fingersi prigioniera. Sarebbe stata credibile? Ne dubitava, ma doveva fare un tentativo per cercare di non far apparire Mithra come un traditore: se lui manteneva la propria libertà, avrebbe potuto aiutarla.

La porta si spalancò. Tra gli stipiti comparvero due Daiva. Il primo era alto quasi due metri e mezzo, muscoloso, volto e cranio completamente rasati, occhi gialli con la pupilla rossa. Indossava una corazza e stringeva una lancia, estremamente minaccioso.

Il secondo era più basso solo di mezzo metro, aveva lunghi capelli lisci color rame, in parte raccolti in una crocchia sul capo, in parte scendevano lungo la schiena. Gli occhi arancioni ghignarono assieme alla bocca, quando disse: “Ecco la fonte di tanto scompiglio. A quanto pare non mi ingannavo nel percepire l’impronta spirituale degli Shesaspidi.”

Si avvicinò di qualche passo e aggiunse: “Basta con questa messa in scena, non è un mistero il deprecabile legame tra Mitra e te.”

Schioccò le dita e Anahita si ritrovò con polsi e caviglie libere.

Era di fronte a Vizaresh. Lo aveva immaginato più vecchio.

Ora sì che era nei guai.

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