EPTAPOLEIS

Eptapoleis: Il canto di una vecchia notte

“Cucina o tavoli questa sera?”

“Come vuoi tu. Sai, però, che i clienti preferiscono i tuoi piatti.”

L’imponente e omone con orecchie e naso da panda rosso e coi peli di tale animale al posto di capelli e barba, scoppiò in una fragorosa risata e commentò: “Tanti anni fuori dalle polis e dici di non saper ancora soddisfare lo gusto di noi somazoi?”

“No, ma chi viene qui lo fa per i tuoi condimenti e io proprio non ho idea di come si faccia a dosare tutte l’erbacce che coltivi nell’orto.”

“Non offendere le mie creature” celiò l’omone, fingendosi offeso “Le spezie che tengo io non sono come quelle di Eptapoleis, che spaccano lo cervello e rimbambiscono. Le mie sono uno toccasana per uno mucchio di cose.”

“Eh, queste sembrano parole del Dottor Pizzo, vuoi metterti in competizione con lui e sostituire il cartello qui fuori: Le Lifferie, con uno che recita: Da Ritio, studio medico?”

Sia l’umano che il somazoo si misero a ridere.

“Va bene, va bene, ho capito.” disse l’omone, alzandosi dalla sedia impagliata e andando a cercare il grembiule, ancora sporco dal pranzo “Mi prenderò io la responsabilità di eventuali indigestioni.”

Anche il giovanotto aveva lasciato il tavolo e si spostò verso un vecchio armadio tarlato per prendere le posate. Nell’aprire il cassetto, sentì il mobile tremare per qualche secondo e d’istinto controllò se stava per cedere il sasso che sostituiva uno dei piedi. Per fortuna, nemmeno quella volta gli crollò tutto addosso: aveva già mezza faccia sfigurata da una cicatrice, non gli piaceva l’idea di ritrovarsi l’altra metà schiacciata e piena di schegge, butterata come una grattugia.

Ritio si era appena finito di lavare le mani in una bacinella, sfregandole con una saponetta fatta in casa con grasso di animale; mentre se le asciugava, urlò verso la scala a chiocciola che portava al piano superiore: “Meuccio, scendi che è ora di lavorare! Aiuta ‘Rasmo ad apparecchiare e poi vieni in cucina e dammi una mano con le verdure, per favore.”

Pochi istanti dopo, un ragazzino con grosse ali piumate e grigie e un becco da gufo scese le scale e si affrettò a sistemare i bicchieri sul tavolo, lanciando occhiate nervose verso la porta. Appena ebbe finito, sembrò sollevato di rifugiarsi nella cucina, dove nessuno lo poteva vedere.

‘Rasmo sorrise amaramente e lo ringraziò per l’aiuto e gli augurò buon lavoro. Non se la prendeva per i modi frettolosi del piccolo somazoo: Ritio gli aveva raccontato delle difficoltà patite da Meuccio e lui non si stupiva che il ragazzino preferisse evitare lo sguardo di chiunque. Lui stesso aveva impiegato alcuni mesi per conquistare la sua fiducia e ciò era stato possibile solo grazie all’intercessione dell’oste. Le uniche volte in cui aveva visto Meuccio rilassato e sorridente, era stato quando lo aveva lasciato in compagnia di Rivo e Luzio, i suoi figli piccoli. Aveva avuto l’impressione che il ragazzino riuscisse a sentirsi più sicuro di sé in compagnia di bambini; ‘Rasmo si era ripromesso che avrebbe incentivato quegli incontri: avrebbero giovato sia ai suoi pargoli che al somazoo e la sua autostima.

La campanella sulla porta tintinnò mentre si apriva; arrivavano i primi clienti, era ora di mettersi al lavoro.

Alcune erano le solite facce di tutti i giorni o quasi: gli abitanti dell’Avamposto erano pochi e sempre gli stessi, tutti si conoscevano e si vedevano quotidianamente.

Altri visi, umani o di somazoi, erano meno famigliari o del tutto sconosciuti, appartenevano ad apolidi, mercanti e cacciatori di taglie. Qualche volta c’erano anche dei banditi di passaggio, non sempre distinguibili dagli altri viaggiatori ma spesso pronti a tentare di ottenere il pasto gratis.

Non era difficile per loro spaventare gli abitanti di Baraccopoli e Avamposti per ottenere ciò che desideravano: rissosi da sempre, addestrati nell’uso delle armi, chi poteva osare opporsi a loro? Nessuno che non fosse sciocco e imprudente.

Non tutti i briganti erano uguali: c’erano piccole bande autonome che cercavano di mantenere un basso profilo poiché sapevano che avrebbero pagate care sbruffonerie e prepotenze in pubblico; la maggior parte dei predoni, però, si era radunata sotto la guida di Sarawak l’Artiglio. La sua era un’organizzazione criminale i cui membri avevano un forte senso di appartenenza e si spalleggiavano a vicenda ed erano consci che avrebbero ricevuto pieno sostegno e aiuto, se qualcuno avesse osato tenere loro testa.

In quel locale, però, non potevano permettersi alcuno sgarro, non quando c’era lui, ‘Rasmo, in servizio.

Ritio era troppo buono, non si lasciava intimorire dalle minacce ma non reagiva nemmeno con forza: quando avevano provato a rapinarlo, era rimasto impassibile e aveva rabbonito i banditi con i suoi modi pacati e poi aveva consegnato loro un po’ di denaro facendolo sembrare un suo atto di generosità.

Lui, invece, aveva reagito in ben altro modo, quando si era ritrovato minacciato da tre uomini armati che volevano l’incasso. Si era finto spaventato e aveva raggiunto il bancone tremando e barcollando. Aveva fatto in necessario per recuperare i suoi due cari coltellacci lunghi con cui poi dare il fatto loro ai malviventi e li aveva messi in fuga.

‘Rasmo era fiero di saper combattere e non si faceva scrupoli di tirare fuori le armi e risolvere i problemi con la forza. Non era mai il primo ad aggredire, ma quando qualcuno tirava fuori gli artigli, lui non cercava una soluzione diplomatica e si gettava subito nella mischia.

Ritio lo aveva rimproverato, dicendogli che era avventato. Forse. La vita però gli aveva insegnato a combattere, sempre, con tutte le sue forze, fisiche, mentali e sentimentali, con ogni mezzo. La lotta era il solo modo per non soccombere contro le avversità, l’ingiustizia e la cattiveria. Nella sua polis da ragazzino, al villaggio da adolescente e poi girovagando da apolide, prima di ritrovare Ritio, ogni cosa che gli era accaduta gli aveva conficcato nella testa l’idea che la vita non sia altro che un’eterna guerra e che si deve essere disposti a combattere ogni battaglia.

Per fortuna, Scholavezzj era un posto tranquillo ed erano rare pesino le risse tra ubriachi. Lo avrebbe ritenuto quasi un luogo noioso, se non fosse stato contento di tenere moglie e figli lontani dalla violenza.

La campanella che annunciava l’ingresso di un avventore suonò ancora.

‘Rasmo guardò verso l’ingresso per inquadrare il nuovo arrivato: era alto e la sua postura lasciava supporre che un tempo avesse avuto un fisico piuttosto allenato ma ora era assai magro, sotto il lungo cappotto nero, in parte stracciato e sfilacciato in basso e sulle maniche, e sotto alla camicia e alle braghe in tela macchiate e maleodoranti, la pelle si stringeva gelosamente alle ossa, lasciando poco spazio alla carne. Il viso era scavato, ma non appariva emaciato o stanco: le labbra erano inclinate in un sereno sorriso e gli occhi erano vivi e brillavano. I capelli e la barba, lunghi e scuri, erano ormai un groviglio unico di nodi, polvere, ragnatele e chissà che cos’altro!

‘Rasmo era abituato a vedere poveracci e viaggiatori in condizioni pietose, ma non ricordava di aver mai visto qualcuno ridotto così. Non provò disgusto o repulsione ma solo una grande compassione.

L’uomo si accostò al bancone, vi appoggiò i gomiti sopra, si guardò attorno e poi chiese: “Non tengo uno soldo. Che cosa mi potreste dare per uno po’ di musica?”

“Una ciotola di zuppa e un po’ di pane posso darteli anche gratis, purché non lo racconti in giro.”

“Ci tengo a pagare. Se mi dai uno goccio d’acqua, suonerò per un’oretta, poi prenderò un poco di fiato e mangerò, infine riprenderò con la musica finché vorrete.”

‘Rasmo gli sorrise, apprezzava quella buona volontà. Prese un bicchiere e lo riempì con acqua attinta con un mestolo da una botte.

Lo sconosciuto la bevve lentamente, gustandosela per bene; poi si voltò verso i tavoli, infilò la mano in una tasca e tirò fuori un’armonica ossidata, se la portò alla bocca e iniziò a suonare.

Mantenne la parola e per un’ora soffiò nello strumento senza interrompersi e le sue melodie furono un allegro sottofondo per tutti quanti.

Ritio si sporse qualche minuto dalla cucina per ascoltarlo e, quando fu il momento di servirgli il pasto, ci aggiunse anche un bicchiere di vino che lo sconosciuto gradì parecchio.

Rimesso in forze dal cibo, lo straniero decise di cantare, pescando da un ampio repertorio di canzoni popolari, provenienti sia dai bassi quartieri di Eptapoleis, sia dalle Baraccopoli.

Era ormai tardi, erano rimasti solo alcune persone a giocare a carte a un paio di tavoli e ‘Rasmo stava iniziando a pulire, quando l’uomo intonò: “Anche se alla nostra protesta,

voi avete voltato la testa,

se la paura di rischiare

ai diritti vi fa rinunciare,

se sopportate ogni umiliazione

per dovere di costituzione,

anche se vi credete graziati,

siete comunque implicati.”

‘Rasmo rimase immobile per qualche momento: erano anni che non sentiva quella canzone. L’aveva ascoltata molte volte dal fratello e dai loro amici, era come l’inno degli aspiranti Radicali della sua Polis.

Se credete che nulla stia accadendo,

che l’indignazione stiam solo fingendo,

che l’ordine zittirà immantinente

la voce di ogni nostro imprudente,

convinti fosse solo uno scherzo,

destinato a finire presto,

anche se vi credete graziati,

siete comunque implicati.

‘Rasmo si sentì tremare e per poco non gli cadde il bicchiere di mano: per anni i suoi concittadini erano stati divisi tra chi voleva lottare per ottenere un trattamento più equo e giusto, pronti a sfidare il governo e le forze dell’ordine, e chi invece preferiva la tranquillità e sopportare la vita opprimente ma quieta.

Anche se avete le porte sbattuto

in faccia a chi chiedeva aiuto,

quando i Fulakoi quella notte

correvano per picchiarci a frotte,

lasciando che con lance e mazze

ci massacrassero per strade e piazze,

anche se vi credete graziati

siete per sempre implicati.

‘Rasmo sentì il fiato bloccarsi in gola: ricordava alla perfezione quella notte.

All’epoca, lui aveva appena undici anni e non era davvero consapevole di ciò che stava accadendo in quei mesi, ne aveva sentito parlare dai genitori e dal fratello, ma non poteva ancora rendersi davvero conto. Da qualche tempo si parlava di pericolosi criminali, chiamati Radicali, che vivevano fuori da Eptapoleis e subdolamente agivano al suo interno per rubare risorse e, più grave, convertire le persone al loro stile di vita: andavano dicendo che non solo i Filosofi erano i detentori della verità, che essa era accessibile a chiunque e che le persone avrebbero potuto governarsi da sole.

Sofismi! Kolakeia! Così erano tacciati quei discorsi dalle autorità.

Molti uomini, però, non trovavano così assurdi e nocivi quei discorsi. Erano incuriositi e allettati da quelle strane parole: libertà, democrazia.

La propaganda Radicali, a fortuna alterna, riscuoteva successi nei ceti più bassi di Eptapoleis e anche tra qualche personalità di spicco. Questo, però, avveniva in gran segreto: ogni simpatizzante scovato all’interno dello stato avrebbe subito gravi conseguenze, a volte pagate dall’intera famiglia.

La lotta a questa corrente di pensiero, che rischiava di minare le basi del regime dei Filosofi, era stata inesorabile: i consueti controlli e sorveglianza sulla popolazione si erano fatti più opprimenti, le leggi e il regolamento straordinari erano rigidi percorsi dai quali guai ad allontanarsi!

Sussurrare qualche parola di dubbio o tentare di far presente il disagio e lo stress suscitati dalle nuove norme, causava l’arresto e un’inchiesta.

‘Rasmo, poco più di un bambino, in quei primi anni di agitazioni, non aveva compreso la gravità della situazione, fino a quella notte, almeno; quella notte di cui lo straniero stava cantando.

Era da parecchio tempo che non ripensava a quel momento in cui aveva aperto gli occhi, ma ora le immagini gli scorrevano nella testa ed era scosso dalle stesse emozioni e una più di tutte dominava sulle altre: la paura.

Nelle prime ore era stata solo apprensione. A metà pomeriggio i suoi genitori erano rientrati in casa, in anticipo di almeno un paio d’ore rispetto al termine del lavoro. Infatti, un messaggio era stato diramato per tutti gli uffici, officine e negozi: dei facinorosi si erano radunati nella piazza antistante al palazzo dell’Arconte a urlare e creare problemi (non meglio specificati ne dispaccio), per questioni di ordine pubblico, dunque, ognuno doveva ritirarsi nelle proprie abitazioni e non uscire fino a nuovo ordine in modo da non essere scambiati per i sediziosi e non ostacolare le operazioni dei Fulakoi.

I genitori di ‘Rasmo, quindi, erano rincasati come tutti, ma il loro figlio maggiore, Anzekil, era ancora fuori.

Il bambino si era domandato dove potesse essere il fratello ed era restato alla finestra per oltre due ore, sperando di vederlo arrivare e aprirgli in fretta la porta. Nessuno, però, si era visto e la strada era rimasta deserta per tutto il tempo.

La madre si era preoccupata e aveva cercato di non lasciarsi sopraffare dal nervosismo, tenendosi occupata con le innumerevoli faccende domestiche che aveva in arretrato.

Il padre aveva cercato conforto nel fumare la pipa e parlare al bambino ripetendo a lui e a se stesso che non c’era nulla di cui preoccuparsi e che Anzekil stava bene: forse si era rifugiato da un amico che abitava più vicino alla tipografia dove lavorava.

Avevano cenato nel silenzio più assoluto e ‘Rasmo aveva detto di voler andare a dormire presto così da dormire durante l’attesa e trovar buone notizie al risveglio.

La verità, però, era un’altra e il bambino non aveva avuto il coraggio di confidarla ai genitori. Già da un paio di settimane, aveva scoperto che Anzekil era uno dei simpatizzanti dei Radicali. Dormivano nella stessa camera e il bambino si era accorto di un cassetto che il fratello teneva sempre chiuso a chiave. La curiosità di scoprire che cosa ci fosse là dentro era stata martellante per giorni nella testa di ‘Rasmo finché un giorno non aveva trovato il cassetto lasciato accidentalmente aperto; non si era lasciato sfuggire l’occasione e vi aveva frugato dentro, imbattendosi così in alcuni volantini di propaganda Radicale. Anzekil era rientrato d’improvviso e, vedendolo con quei fogli, glieli aveva subito strappati di mano e riposti nel cassetto che provvide a chiudere con più giri di chiave. Lo aveva sgridato aspramente per aver ficcanasato e la sua rabbia era motivata soprattutto dalla preoccupazione per il fratellino. Infine gli aveva fatto promettere di non far paura a nessuno di quanto aveva visto e letto.

‘Rasmo non aveva ben capito il perché di tutta quella preoccupazione, ma aveva accettato e giurato.

Non aveva però potuto fare a meno di domandarsi che cosa quei volantini significassero e perché il fratello ci tenesse tanto.

Non vedendo Anzekil rientrare a casa quel pomeriggio, il bambino era stato assalito da un dubbio: che il fratello fosse tra le persone asserragliate nella piazza e che le autorità avevano definito delinquenti?

Quell’idea si era conficcata sempre di più nella testa di ‘Rasmo e in lui era cresciuta ad ogni respiro la preoccupazione per la sorte di Anzekil.

Aveva quindi detto di voler dormire subito per non destare sospetti nei genitori, ma si era infilato sotto le coperte ancora vestito ed era rimasto in attesa. Aveva aspettato che entrambi i genitori fossero in una stanza davanti a cui non sarebbe dovuto passare durante il tragitto dalla camera all’ingresso, poi era sgattaiolato rapidamente fino alla porta, l’aveva aperta con accortezza per non farsi sentire e poi era uscito, chiudendola silenziosa dietro di sé.

Ora poteva andare a cercare il fratello. Forse era in pericolo, forse aveva bisogno d’aiuto. Doveva trovarlo e riportarlo a casa.

Aveva camminato per svariati minuti per strade deserte, i lampioni non erano stati accesi e quindi il buio della notte riduceva la visibilità, nonostante Socrate fosse pieno e donasse la sua massima luce.

‘Rasmo aveva iniziato ad avere paura e a pensare che dopotutto forse non era stata una buona idea uscire di casa, ma poi pensava al fratello e ritrovava la determinazione.

Sentì delle voci, anche se non capiva che cosa dicessero. Si diresse in quella direzione e presto si imbatté in gente che correva. Erano una decina di persone, per lo più giovane, si incoraggiavano l’un l’altro per affrettarsi a scappare.

Alcuni si fermarono per dare tempo agli altri di fuggire. Avevano raccolto delle pietre e, dopo qualche istante, cominciarono a scagliarle contro i Fulakoi che li stavano inseguendo.

I militari avevano sollevato gli scudi per ripararsi e poi erano ripartiti alla carica contro i fuggitivi.

‘Rasmo era rimasto bloccato ad osservare la scena, cercando di capire se il fratello fosse in quel gruppo. Non era rimasto immobile a lungo ma tutto era accaduto troppo rapidamente.

I soldati erano arrivati contro i giovani e li stavano colpendo con le loro mazze.

Altri Fulakoi risalivano la strada dall’altro lato, costringendo ad indietreggiare quelli che avevano continuato a correre, senza scagliare sassi.

Il bambino era proprio nel mezzo schiacciato da entrambi i lati. Si appiattì contro il muro, sperando di non essere coinvolto, ma un Fulakoi, dopo aver lasciato a terra in una pozza di sangue uno dei manifestanti, lo vide e si diresse verso di lui con la mazza sollevata.

‘Rasmo incrociò gli avambracci sopra la propria testa e chinò il capo, supplicando di fermarsi, gridando che era lì per caso. Inutile.

La mazza del militare si abbatté due volte sulle sue braccia e poi sul fianco.

Il bambino era scoppiato a piangere ed era caduto a terra, cercando sempre di proteggere la testa e temendo il colpo successivo. Stringeva gli occhi per non vedere e sentiva il dolore riecheggiargli nel corpo.

Aveva udito delle grida, dei rumori. Aveva preso il coraggio di guardare e aveva visto una fitta sassaiola che stava travolgendo i Fulakoi, costringendoli ad arretrare e allontanarsi per chiamare rinforza.

Alcuni dei civili che erano stati picchiati si stavano rialzando, altri rimanevano a terra inerti.

Uno dei giovani si era avvicinato a lui sorpreso e perplesso e gli aveva chiesto: “Che cosa ci fai qui? Sei piccolo!”

“Anzekil …dov’è mio fratello?” era stato tutto ciò che era riuscito a farfugliare, tra le lacrime.

Lo sconosciuto gli aveva allungato la mano per aiutarlo a rialzarsi e lo aveva esortato: “Dai, seguici, prima che quelli tornino.”

‘Rasmo non se lo era fatto ripetere e aveva corso assieme a quel gruppo di manifestanti per le strade della Polis.

Presto, però, sentirono i passi dei rumorosi calzari dei Fulakoi che stavano cercando di colmare la distanza tra di loro.

Alcuni dei giovani, stanchi di correre, ormai fuggivano da ore, si fermarono per bussare alle porte con insistenza, supplicando gli abitanti di nasconderli, ma nessuno ascoltò le loro richieste d’aiuto e poco dopo furono travolti dalle pattuglie dei tutori dell’ordine che rallentarono il loro inseguimento.

Questo diede il tempo agli altri, compreso ‘Rasmo, di guadagnare terreno, fino a un quartiere le cui strade erano state bloccate da barricate, erette portando fuori e ammassando mobili e qualsiasi cosa d’ingombrante si potesse trovare per le case.

C’erano alcune persone su quelle fortificazioni improvvisate, come sentinelle di guardia. Alcuni stringevano delle lance strappate ai soldati.

Vedendo che i sopraggiunti erano alleati, queste sentinelle concessero loro di arrampicarsi sul cumolo di mobilia per trovare riparo dall’altro lato.

Quando si era trovato al sicuro, ‘Rasmo si guardo gli avambracci su cui stavano comparendo grossi lividi e si domandò dove avesse trovato la forza di ignorare il dolore e scalare la barricata che ora gli sembrava altissima. Si era seduto e rannicchiato, era fradicio di sudore e il suo cuore non accennava a rallentare per riprendere il consueto ritmo cardiaco. Era rimasto immobile e nella sua mente aveva rivisto i soldati colpire spietatamente, senza percepire il tempo che scorreva.

“Ehi, ‘Rasmo! Che sofismo ci fai qui?!”

Era stata la voce di Anzekil a rimproverarlo e a scuoterlo da quelle immagini di sangue.

Il bambino non aveva risposto, si era solo alzato in piedi e lanciato tra le braccia del fratello per stringerlo forte, piangendo.

Anzekil lo aveva lasciato sfogare e poi gli aveva chiesto di nuovo che cosa ci facesse lì. Il bambino si era giustificato tra i singhiozzi e aveva ripetuto più volte il proprio terrore e come volesse solo tornare a casa.

Il fratello aveva cercato di fargli coraggio, raccontandogli che anche lui era stato malmenato, indicando l’occhio nero e il labbro rotto e nascondendo altri segni, e aggiungendo che non si doveva preoccupare. Sapeva, però, di stare mentendo e a sconfessare le sue parole, presto sopraggiunsero Fulakoi a dorso dei loro drachi volanti, rendendo del tutto inutili le barricate.

“Disperdetevi!” aveva gridato a gran voce uno dei manifestanti, forse uno dei capi “Pensate a salvarvi. La storia la faremo un altro giorno, restando vivi.”

Il fuggi fuggi generale si era scatenato. Uomini e donne correvano in ogni direzione o cercavano ripari per evitare che i soldati si abbattessero su di loro.

Anzekil si era caricato il fratellino sul dorso per evitare che rimanesse indietro o che potessero essere separati.

La paura e il dolore avevano offuscato i ricordi di quei frangenti a ‘Rasmo. Non sapeva con esattezza come si fossero salvati. Quando provava a rievocare quei momenti, vedeva solo frammenti di immagini delle strade, di gente che correva, soldati che calavano dall’alto, urla, odore di fuoco per le barricate che bruciavano, puzza di sangue che scorreva.

Alla fine Anzekil aveva rotto la finestrella di un seminterrato che si affacciava sulla via, vi aveva calato dentro prima ‘Rasmo e poi se stesso. Erano rimasti lì per tutto il resto della notte, stretti l’uno all’altro, senza riuscire a dormire e rimanendo in ascolto di ogni rumore che poteva annunciare un nuovo pericolo.

Il nascondiglio non fu violato e con il giorno trovarono il modo di uscire da lì e mescolarsi alla folla, senza destare sospetti, il tempo necessario per raggiungere la propria casa e riabbracciare i genitori disperati.

Quell’esperienza non aveva scoraggiato Anzekil, bensì aveva rafforzato la sua avversione verso il governo. Ora che il suo fratellino sapeva la verità, non aveva più motivo di tenergliela nascosta e iniziò a condividere con lui le dottrine dei Radicali e a renderlo partecipe delle attività clandestine sue e dei suoi compagni di lotta. Avrebbero aspettato a manifestare di nuovo, ma non si sarebbero mai arresi.

‘Rasmo si accorse che delle lacrime gli erano scese lungo le lacrime, ripensando a quei momenti e gli strinse il cuore il ricordo del fratello. Nei giorni successivi a quella notte, Anzekil aveva guardato con orgoglio i propri lividi sulla schiena e il torace, asserendo con orgoglio che non temeva le mazzate dei Fulakoi.

‘Rasmo sospirò: a quei tempi, non potevano immaginare quale sarebbe stata la fine di Alehajkt, la loro polis.

 

E se credete ora che nulla sia cambiato

perché l’Ordine d’Ildemiurgo è confermato,

sappiate che la lotta, seppur silenziosa,

continua per la libertà, senza posa.

Verremo ancora alle vostre abitazioni

e urleremo senza esitazioni:

anche se vi sentite graziati

siete per sempre implicati.

La canzone era finita. Il viaggiatore chiese un bicchiere d’acqua per bagnarsi la gola, prima di andarsene. Dovette ripetere la domanda un paio di volte poiché ‘Rasmo era ancora assorto nei ricordi.

Il giovanotto gli diede da bere e, dopo qualche esitazione, gli domandò: “Vuoi riposare qui? Possiamo prestarti un giaciglio per questa notte.”

“No, grazie” rispose l’altro “Mi avete già dato molto e fuori ho la mia botte che mi attende.”

Botte? ‘Rasmo non era sicuro di aver capito bene, ma sorvolò sulla questione e chiese ancora: “La canzone che hai appena cantato …”

“L’Inno di Alehajkt?”

“Sì, esatto. Dove lo hai imparato?”

“In giro.” spiegò l’altro, scuotendo le spalle “Vado, buona notte!”

“Aspetta.” lo fermò ancora il giovane “Non mi hai detto il tuo nome.”

“Non ho un nome, non più.” replicò l’altro, già rivolto alla porta.

“Se dovessi rincontrarti, come posso chiamarti?”

Ehi tu di solito funziona. Ma se proprio vuoi un nome, c’è chi mi appella Nyktopolion. Addio.”

Lo straniero uscì e ‘Rasmo rimase pensieroso, dietro al bancone. Non si era nemmeno accorto che Ritio aveva lasciato la cucina già da un paio di minuti.

“Nostalgia di casa?” domandò il cuoco, comprendendo lo stato d’animo dell’amico.

“In un certo senso. Avevi mai visto quell’uomo?”

“Non credo, perché?”

“Non so. Ha qualcosa di … Insomma, la maggior parte della gente che conosceva quella canzone è morta. Doveva essere di Alehajkt, oppure un Radicale, ma non mi pare di averlo mai conosciuto prima.”

“L’avrà imparata da qualcuno negli ultimi anni. Se proprio sei curioso, prova a chiedere a Maz se ne sa qualcosa, al prossimo raduno.”

“Riuscirò a convincerti a venire, questa volta?” domandò ‘Rasmo, scacciando i dubbi e cercando di tornare alla normalità.

“Non insistere, lo sai che per me i Radicali sono un capitolo chiuso e voi non dovreste tentare di riaprirlo. Il passato è finito, pensate al futuro. Comunque, qui troverete sempre un buon amico.”

“Grazie.”

Per ‘Rasmo, però, il passato era ancora presente nella sua mente. Il pensiero di suo fratello gli riaffiorò di nuovo ed egli capì che lo avrebbe accompagnato fino a che non avesse dormito.

“Ti dispiace se vado?”

“No, vai pure.” lo rassicurò Ritio “Salutami tua moglie e ricordale di non affaticarsi, ora che aspetta il terzo bambino.”

“Glielo ripeto sempre, ma sai che lei è instancabile e non riesce a stare ferma. Buona notte.” poi aggiunse a gran voce: “Buona notte, Meuccio!”

Il giovane raccolse le proprie cose e lasciò il locale.

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