Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli Occhi del Crostolo: Prigioniera in casa

CAPITOLO 19: Prigioniera in casa

 

Il mattino dopo l’uomo riportò la cugina nell’appartamento sopra la libreria, le ribadì che non le avrebbe permesso di uscire né di comunicare coi suoi amici durante quella settimana, che avrebbero pensato lui ed Gabriele ad organizzare tutto, ella doveva rimanere lì in casa e rilassarsi, nient’altro. Silvestro si fermò meno di mezz’ora con lei, poi uscì e lasciò un paio di uomini davanti alla porta e alcuni altri nei dintorni dell’edificio, in modo che tenessero tutto sotto sorveglianza: erano i pesci più piccoli dei Sublimi Maestri Pefetti.

Durante tutta la domenica Albina non ricevette visite, passò solamente il fiorista a consegnarle un bel mazzo da parte di Gabriele; la giovane passò il tempo pensando a una soluzione ed ebbe qualche idea. Guardò alcune volte l’anello che il giovane le aveva regalato: era molto bello e prezioso, con un bel diamante affiancato da due smeraldi e la montatura, ovviamente, d’oro.

A confronto di quello, l’anello che le aveva donato Patroclo sembrava un ridicolo giocattolo: di ferro e con della semplice ambra, tuttavia era ovvio che ella lo preferisse di gran lunga.

Il lunedì mattina, di buon ora, non più tardi delle nove, la campanella suonò, Albina aprì la porta e vide entrare un uomo, seguito da Dora.

“Buongiorno.” disse l’uomo “Il Direttore Bellerio manda la sarta a prendere le misure per il vostro abito, io sono qui per sorvegliare che tutto vada bene.”

La libraia fu piacevolmente stupita, ma trattenne l’emozione e, con fare distaccato, si rivolse alla sarta: “Buongiorno. Lei per quale boutique lavorerebbe? Mi sembra un po’ giovane, è sicura di saper cucire un abito da sposa? Non vorrei che il mio vestito fosse fatto grossolanamente.”

Albina, pronunciando la frase, sbatté le palpebre in modo tale da comunicare i segnali di pericolo e di silenzio.

Dora rimase sconcertata per pochi attimi, il tempo di avere la conferma che qualcosa non andava, come già aveva intuito, e che era bene fingere di non conoscersi, per cui rispose con tono professionale e iniziò a prendere le misure col suo metro. Dopo un paio di minuti, chiese con disinvoltura, come se stesse facendo le solite chiacchiere intavolate coi clienti mentre si lavora: “Ogni tanto vengo nella vostra libreria, avete qualche nuovo libro?”

“No, ultimamente tornano di moda i testi antichi.” la voce era ferma, ma in cuor proprio Albina gioì per il fatto che l’amica le avesse fatto la domanda giusta “Essendo che tra una settimana partirò in viaggio di nozze, voglio consigliarle un bel testo che mi è molto caro, l’Iliade, l’ha mai letto?”

“No, mi manca. Ditemi, di cosa parla? Mi interessa…” rispose rapidamente Dora, sperando di cogliere qualche spiegazione di quanto stava avvenendo.

“Oh, parla di eroi che assediano una città per salvare una donna. Elena, la moglie di Menelao, rapita da Paride. Il mio personaggio preferito in assoluto è però Patroclo, un uomo che riesce a trovare soluzioni decisive per i problemi più gravi. Una volta si travestì da Achille per impaurire i nemici… Ulisse escogitava stratagemmi ed inganni più raffinati, Patroclo era più risoluto nell’azione, tuttavia non voglio rivelarle molto della trama, sa, ci sono colpi di scena impressionanti. Prenda pure la mia copia, è lì sulla libreria, le do quella e non una nuova perché si tratta di un testo complesso, che necessita di delucidazioni: infatti, troverà a margine i miei commenti, le mie spiegazioni a quanto accade. Penso che le sembrerà un libro molto interessante e ricco di informazioni e spunti per riflessioni e nuove idee. Le piacerà, le piacerà.”

Aveva detto tutto con voce formale, sottolineando le parole chiave.

Dora annuiva, intuendo molte cose. Terminato, il lavoro prese il libro e salutando uscì, scortata dall’uomo che aveva tenuto sotto osservazione tutta la scena e aveva ascoltato tutta la conversazione, forse senza capire il vero significato di quelle parole, sicuramente senza sospettare che la libraia avesse nascosto in quel volume le lettere che aveva sottratto a Silvestro due sere prima.

Passarono ancora alcuni giorni, Albina non vedeva nessuno se non persone che Silvestro mandava per definire qualche dettaglio circa la cerimonia e il ricevimento. Una sera la ragazza si lamentò col cugino di non aver potuto godere della compagnia di nessun amico in quei giorni. Il tutore le disse che avrebbe provveduto. Quella sera l’uomo era andato a trovarla accompagnato da Giangiove, per dirle che testimoni di nozze sarebbero stati quest’ultimo e la sorella della libraia, quella che abitava a Sassuolo, che era stata entusiasta nello scoprire che la sorellina stava per sposarsi. Che rabbia fremette nel petto della giovane!

Nel tardo pomeriggio seguente, il giovedì 17 gennaio, mentr’era assorta nella lettura di un libro, Albina sentì bussare alla porta, andò ad aprire sbuffando: chissà chi era questa volta! Fu piacevolmente stupita nel trovarsi di fronte Naborre ed Andrea il quale, appena l’uscio fu aperto, esclamò ricco di gioia: “Sono padre!!!”

Era accaduto una settimana prima e, come augurato, era nata una bambina da chiamare Barberina. Albina si congratulò alla notizia, poi i due uomini la salutarono cortesemente e lei li invitò ad entrare e ad accomodarsi, chiedendo scusa se si assentava un attimo, ma era solamente per mettere a bollire dell’acqua per poter loro offrire del tè.

Naborre non si era ancora rimesso del tutto, aveva un braccio al collo e doveva restare a riposo per evitare forti fitte al costato, per fortuna le ferite si erano rimarginate senza infezioni, né altre complicazioni. Versata la calda bevanda in una teiera e nelle tazze, seduti tutti su modeste poltroncine, i tre iniziarono a parlare. Andrea aveva cominciato a discorrere dell’imminente matrimonio: “Silvestro ci ha detto che ha prenotato la chiesa della Ghiara. Sarebbe piaciuto molto anche a me sposarmi lì, ma non ne ho avuto la possibilità, è proprio magnifica: ha degli affreschi stupendi e anche la pianta a croce greca anziché latina è una rarità! Inoltre di fianco c’è l’unico monumento al mondo al pedone degli scacchi.”

Si riferiva a un piccolo pilone in marmo a forma proprio della più umile pedina degli scacchi, posto accanto al santuario a memoria del luogo dove si trovava l’immagine sacra alla Madonna ove secoli prima il sordomuto Marchino aveva pregato ed era stato miracolato dalla Santa Vergine: proprio in seguito a tale eccezionale evento era sorta la chiesa.

Andrea sorseggiò profondamente il tè dalla sua tazza, poi continuò “Ho saputo che per gli addobbi della chiesa e della sala per il ricevimento si è rivolto ai migliori fioristi, come colori ha scelto il bianco e il blu, con le stoffe argentee o grigio chiaro. Lo trovo un ottimo abbinamento.”

Bevve ancora, prese in mano un biscotto, lo osservò, aspettava che qualcuno commentasse od aggiungesse altro, udendo solo silenzio, proseguì: “Io e Naborre stiamo lavorando ad alcune odi da pronunciare durante il ricevimento, vuoi sentire qualche verso?”

“No, ti prego: graziami.” si lamentò sbrigativamente la ragazza che immediatamente notò il giusto stupore che comparve sui visi dei due giovani, per cui si affrettò a sviare il discorso per evitare imbarazzanti domande: “Non avete qualche altra composizione da recitarmi? Non voglio rovinarmi la sorpresa del matrimonio, capirete bene immagino… Allora, che cosa potete declamarmi adesso?”

I due amici si scambiarono qualche occhiata rapida, poi Naborre si sistemò meglio sulla poltroncina, più dritto, stringendo con la destra il manico della tazzina e tenendo il piattino appoggiato sulle ginocchia, spiegò: “Durante la mia convalescenza non sono certo rimasto inattivo, la notizia della dipartita del nostro amato re mi ha ispirato e ho composto un Carme in morte di Vittorio Emanuele, spero che tuo cugino me lo pubblichi tra qualche giorno su L’Italia Centrale. Se volete, ve lo leggo, ancora non l’ha sentito nessuno, quindi il vostro parere è importante.”

Tirò fuori da un taschino interno della giacca un foglio, lo aprì, si schiarì la voce e iniziò a leggere con enfasi:

Inni e serti tributa a la recente

tomba del Re che ti redense, o grande,

pur nel duol che ti prostra, itala gente;

intreccia ai fiori de le pie ghirlande

rami d’alloro, e a gl’inni concitati

affida de l’eroe l’opre ammirande.

Cadeano a cento a cento fulminati

da la folta Novara oste straniera,

Magnanimo Piemonte, i tuoi soldati,

e dove più ruggia squallida e nera

la strage Ei saldo nel comun periglio

lacerata reggea la tua bandiera.

Poscia, nei giorni del dolor, consiglio

di feconde virtù trasse dal forte

sdegno e dal lutto del paterno esiglio.

Già pugna e vince un’itala coorte

ne le valli crimee; pugna un invitto

popol di prodi entro le tue risorte

province, o Italia; ed Ei t’affrena: a un dritto

solo t’astringe, ed al regal ti guida

soglio dai fati al tuo valor prescritto.

Dai vasti fori e dal Tarpeo l’affida

ch’egli è dal cielo a tener Roma eletto

il popolo ch’esulta e plaude e grida.

Stringean le madri i figli esuli al petto,

e inusati fremean l’aure tribune

liberi canti di fraterno affetto.

Tremar ne le dirute arche e ne l’urne

l’ossa de gli avi, e Cesare sorpreso

si rizzò, per le dense ombre notturne

guatando il Re che, al campidoglio asceso,

senza leggi violate e senza aiuto

d’armi mal compre, trionfava illeso;

si torse e sparve, e con dolor più acuto

sentì nel cavo de la plaga antica

entrar la punta del pugnal di Bruto.

Quante genti il tuo suolo almo nutrica

libere, o Italia, a la tua Roma eterna

or vengon taciturne e le affatica

un crudele pensiero, ed una interna

cura le opprime, che tenace e sola

le menti e le commosse alme governa.

Non più dal labro disiato vola,

animatrice di vittorie dove

ferve la pugna, la real parola;

non più la spada sguainando Ei move

audaci schiere, né più il cor gli freme

impaziente di gagliarde prove;

ahi, giace estinto! e come amor la preme

posa l’Italia reverente e mesta

su la sua tomba e lacrimando geme.

Ei sparve come sol che l’ardua cresta

lascia de l’alpe e con l’eterno raggio

sé ne’ pianeti scintillando attesta.

Sorgimi innanzi nel fecondo maggio

de la tua cara libertà, latina

progenie audace, e l’immortal retaggio

m’apri di gloria per che a te s’inchina

Europa e plaude e ti saluta intera

fra il doppio amplesso de la tua marina.

Ricca d’industrie e d’arti e di severa

virtù d’esempi, di commerci e biade,

Ei la commette di sua sorte altera,

UMBERTO, a Te: né, se valor non cade

in alma infida, tu farai deluse

l’alte speranze de la nostra etade.

Non per dritto divin le plebi illuse,

cui l’umano pensier novo ed aperto

la coscienza de’ lor diritti infuse,

t’acclaman Re; non delittuoso o incerto

favor di guerre al capo tuo consente

lo splendor del turrito italo serto,

ma voto popolar, solo possente

a regger troni, che s’innalza pio

dal sepolcro del tuo sacro Parente

come solenne giuramento a Dio.

Attese un attimo, stava per domandare ai presenti che cosa ne pensassero, ma prima che potesse aprir di nuovo bocca, l’amico e la libraia liberarono un applauso. Entrambi erano rimasti immobili qualche secondo, avevano esitato sia perché non erano certi che il carme fosse terminato, sia perché era stato talmente bello che non volevano rovinare l’emozione che si era creata.

“Notevole, davvero notevole.” si congratulò Albina ancora rapita da quelle parole “Mi piace molto, è carica di sentimento, di passione. Bellissimo il finale: figlio dell’Illuminismo, proprio. E anche i versi su Cesare sono magnifici: diamine, pensare al fantasma di Cesare che soffre perché si accorge che Vittorio Emanuele ha conquistato Roma senza infrangere leggi o soldati mercenari.” commentava briosamente “Inoltre, pur essendo in onore di un re, il vero protagonista è il popolo italiano: si sente che sei nato prima dell’Unità e cresciuto con l’educazione del Risorgimento.”

Ridacchiò un  poco, più che altro per sfogare la tensione che aveva accumulato in quei giorni.

Andrea prese la teiera per versarsi un’altra tazza di tè e domandò all’amica: “Erro, o anche tu sei una pre-unitaria?”

“Giusto” ammise e subito con brio aggiunse: “Ma di poco. Io l’Italia me la ricordo solo unita. Comunque, professore” il tono era leggero e un poco canzonatore “Da esperto, esprimi il tuo parere.”

“Versi pregevoli, assai pregevoli, forse questi, il tuo amico Giosuè potrebbe invidiarteli: pubblicali prima di farglieli leggere.” scherzò Balletti, osservando il fondo della tazza ormai vuota “Geniale il latinismo ammirande, per dire da ammirare.” con una punta d’orgoglio, aggiunse: “Comunque, non voglio essere da meno rispetto al mio amico. Essendo diventato padre da una settimana, capirai bene che non ho avuto il tempo di scrivere un componimento, mi limiterò a questa frase: Austria e Germania spiavano dalle rive del Mincio e del Reno: bisogna ammirare la fermezza del nocchiero e la fede del popolo in lui, in quel mare tempestoso. Altro che Scilla e Cariddi!

“Complimenti anche a te!” lo elogiò sorridente Albina e gli versò altro tè nella tazza.

“Zitti! Ascoltate” esclamò d’improvviso Naborre.

Tutti tacquero, tesero le orecchie e sentirono provenire da fuori dell’uscio alcuni strani rumori: percosse sorde e rantolii, poi più nulla. Si udirono, poi, diversi colpi forti contro la porta; al quarto, l’uscio venne sfondato. Irruppero nella stanza tre uomini, coi volti coperti da grossi fazzoletti, stringevano in mano bastoni o coltellacci, mentre altri due rimasero di guardia fuori. Quello che sembrava essere il capo si guardò intorno, poi si scoprì il volto: era Patroclo.

Naborre ed Andrea, sorpresi, ma quasi per nulla intimoriti, erano quasi subito scattati in piedi ed avevano rapidamente sfoderato i pugnali, che portavano sempre con loro. Campanini, però, barcollò, faceva fatica a rimanere in piedi: infatti, dopo poco cadde a sedere sulla poltroncina; ciò nonostante, non rinunciò a puntare lo stiletto verso i sopraggiunti.

Albina, riconoscendo l’uomo che amava, si alzò a sua volta e subito fece cenno agli altri due di deporre le armi, affermando fermamente: “Calmi, non vi è pericolo, rinfoderate pure le vostre lame.”

La ragazza, con un grande sorriso e le silenziose lacrime di felicità che le rigavano il volto, andò verso Patroclo e subito lo abbracciò. Il giovane, la strinse tra le proprie braccia e la rassicurò. Si avvicinò loro uno degli altri ragazzi coi visi coperti: era Duccio e fece notare che non potevano perdere tempo.

“Hai ragione, dobbiamo andarcene subito.” concordò Patroclo, poi chiese alla fanciulla, indicando i due uomini con cui aveva bevuto il tè: “Albina, con loro come ci dobbiamo comportare? Chi sono?”

La libraia ragionò rapidamente; dopo di che si volse a Naborre ed Andrea che erano rimasti perplessi ed allibiti da quanto stava accadendo e non erano ancora riusciti a chiedere spiegazioni.

“Voi mi siete simpatici, forse un giorno potremmo anche essere amici. Vi posso chiedere un immenso favore?” era estremamente disinvolta.

I due annuirono.

“Solo se ci dai una spiegazione.” aggiunse velocemente Balletti.

“È molto semplice: io non amo Gabriele, mi stavano costringendo a sposarlo, ma lui non lo sa. Questi” indicò i suoi liberatori “sono i miei amici che mi vengono a salvare. Se Silvestro o qualcun altro parlerà di rapimento, voi saprete che non è vero, dato ch’io vado mea sponte con loro. Vi prego di non dare allarmi, né di informare nessuno: tornatevene a casa e se mai vi faranno domande, voi risponderete che, quando questo è avvenuto, voi vi eravate già congedati da me.”

Le disposizioni erano chiarissime.

“Molto volentieri.” disse Campanini con un sorriso, chissà perché, compiaciuto,  ed entrambi acconsentirono.

Avuta questa sicurezza, Albina afferrò la mantella di lana e seguì gli amici; essendo già l’ora del tramonto ed avvicinandosi l’ora di cena, per le strade non vi era più quasi nessuno, quindi non diedero nell’occhio. Mentre Patroclo scortava la ragazza, gli altri si preoccuparono di legare, imbavagliare e chiudere in casa gli sgherri di Silvestro. Presto raggiunsero un carro con aggiogati quattro cavalli, predisposto nella viuzza Prevostura dietro la torre della chiesa di San Prospero e vi salirono a bordo, Biagio prese le redini e lanciò i palafreni al galoppo. Le strade erano quasi deserte, per cui si poteva mantenere una velocità sostenuta, attraversarono in un lampo  via San Carlo, la piazza del mercato bovino, via del Guazzatoio, arrivarono davanti a quel che restava di una vecchia porta della città, per la precisione porta Castello, dove vi era ancora un bastione, ormai inutile. Voltarono a destra, si immisero nel circondario, ossia il vecchio tracciato delle mura abbattute pochi anni prima, in un baleno raggiunsero la piazza dove una volta vi era il baluardo di Sant’Agostino, da lì svoltarono a sinistra lungo la strada del cimitero, vi passarono accanto, attraversarono un ponte sul Crostolo e proseguirono sempre dritto. Avevano una meta e non si sarebbero fermati prima di arrivarci, dovevano giungere alla casa di campagna di Dora, lì si sarebbero organizzati. Allontanatisi dalla città, ritenendosi ormai al sicuro, i cinque ragazzi si tolsero i fazzoletti che coprivano i loro volti e si rivelarono; come si aspettava, Albina vide i suoi amici Duccio, Ivano, Biagio e Tombolino. Parlarono un poco di come erano trascorsi gli ultimi giorni, discorsi seri e spiegazioni sarebbero avvenuti dopo, intorno ad un tavolo una volta giunti al sicuro. Patroclo si teneva vicina Albina, l’accarezzava e le parlava, mormorandole romanticherie all’orecchio, tra cui anche una classica frasetta dolce in dialetto: Tesor ed la china, quand at ved, t’e la mé ruvina.

Arrivarono a destinazione quando la notte era già scesa da un poco, tuttavia non avrebbero saputo dire che ora fosse, né quanto tempo fosse trascorso. Entrarono nella casa, ormai si sentivano tranquilli e protetti, trovarono la tavola apparecchiata ed imbandita: Dora e Ludovica avevano provveduto a preparare la cena per rifocillare gli amici. Mangiarono tutti allegramente, come se si trattasse di una cena qualsiasi, come se non si fossero appena inimicati il Grande Astro. Dopo aver cenato, seduti su tappeti e cuscini vicino al caminetto, finalmente i giovani iniziarono a discutere di quel che stava accadendo, in realtà l’unica persona da aggiornare era Albina, gli altri erano già al corrente di ogni cosa. Patroclo iniziò a dire: “Scusaci se non siamo intervenuti subito, ma abbiamo dovuto studiare la situazione nel suo complesso, pianificare tutto di conseguenza e procurarci biroccio e cavalli.”

“C’è una cosa che non capisco” intervenne d’improvviso Dora che stava ricamando, era basita “Se tuo cugino non voleva che avessi contatti coi tuoi amici, perché ha chiamato me come sarta? Non lo sapeva che ci conosciamo? Sei pure venuta in vacanza qui meno di un mese fa.”

“Fortunatamente, chi frequento è un dettaglio di poco interesse per Silvestro e quindi non lo memorizza. Comunque sia vi ringrazio di essere intervenuti, che cosa avete scoperto? Le lettere contenevano qualcosa di importante?” era ansiosa di sapere.

“Sì.” sentenziò Patroclo con un sorriso “Ci hanno rivelato che il tuo caro tutore è in combutta direttamente con Minghetti ed altri politici della Destra Storica. Per non essere prolisso: Silvestro ha avuto contatti coi membri del governo caduto nel 1876, ha stretto dei patti che lo arricchiranno e gli faranno guadagnare un certo potere, se piloterà le azioni dei Sublimi Maestri Perfetti a favore della Destra, per aiutarne il ritorno al governo.”

“E quindi? Ciò cosa comporta?” domandò Albina senza ben capire.

“Ho chiesto la stessa cosa quando l’ha raccontato a noi.” la rassicurò Biagio sorridendo.

Patroclo spiegò: “Presumo che questi accordi siano segreti, ignoti agli altri membri della setta, per cui probabilmente il Sassi aveva scoperto qualcosa e Silvestro lo ha messo a tacere uccidendolo.”

“E per farsi dare il permesso dagli altri adepti e avere dunque le spalle protette contro ogni accusa, ha fatto creare quei documenti falsi da Evaristo, per avere la prova da mostrare alla setta che Erio andasse ucciso.” ragionò in un baleno ad alta voce la libraia.

Poi tacque un attimo pensosa e quasi allibita, infine con tono energico, battendosi il pugno destro sul palmo sinistro, esclamò: “Lo sapevo che mio cugino era un genio!”

Patroclo la guardò con una meraviglia stizzita, poi proseguì: “Domattina Silvestro riceverà una lettera che gli ho inviato in cui gli spiego che so che è il Grande Astro, che ho altre informazioni su di lui che non vorrebbe venissero rivelate (ho fatto cenno al nome di Minghetti) e gli ho riferito pure che tu sei con me. Presumo arriverà qui entro domani sera, allora lasciatemi trattare con lui. Ci mostreremo soltanto io e te, Albina, gli altri saranno nascosti in luoghi che ho già stabilito, pronti ad intervenire se ce ne fosse bisogno, Ivano ha armato ognuno di noi. Tutto chiaro?”

I presenti annuirono, fiduciosi nell’amico e nel suo piano, animati da seria determinazione. Ci fu un poco di silenzio, ognuno era assorto nei propri pensieri, Duccio stringeva Ludovica. Ad un tratto Albina domandò una cosa di cui non riusciva proprio a capacitarsi: “Ma almeno in origine, i Sublimi Maestri Perfetti non erano stati fondati da Buonarroti, basandosi su idee illuministe e giacobine?”

“Hai ragione.” confermò Patroclo “Invero, però, gli anni passano e le ideologie mutano. Dell’associazione originaria non rimane che la struttura e la nomenclatura; per quanto riguarda il resto, i suoi componenti sono più vicini all’antico regime. Non importa ciò che erano all’inizio, noi dobbiamo affrontare quello che c’è adesso.”

Tombolino, poco dopo, chiese: “Ma come ha fatto questo Silvestro, che io non avevo mai sentito nominare prima di conoscere Albina, ad avere contatti con politici così in alto?”

“Sono tutti originari dei dintorni” spiegò Patroclo “Minghetti è di Modena, Cantelli di Cesena, Finali è parmense, mentre il Ministro della Guerra non è di queste parti, ma sarà stato lo stesso Minghetti a metterli in contatto.”

“Ma perché dei grandi politici avrebbero dovuto chiedere aiuto a una frangia della Massoneria così piccola?” si incuriosì Duccio, pensando già all’articolo che avrebbe potuto scrivere.

“Non sottovalutarli.” lo ammonì Patroclo “Sono pochi, nascosti, ma molto potenti. La Loggia Reggiana Uno per tutti, tutti per uno risponde a loro. In modo più o meno diretto, controllano la Vecchia Camarilla. Inoltre, hanno fondato loro la Società del Pito, per ottenere più agganci ed appoggi senza dover avere nuovi affiliati, lo immaginavi?”

“Tu come fai a saperlo?” chiese Dora, sempre intenta al suo punto croce.

“Forse lo scoprirete domani.” fu la laconica risposta del giovane, prima di proporre di andare a dormire, dato che l’ora era tarda.

Tutti salirono e si divisero per riposare nelle due stanze che li avevano ospitati due settimane prima. Solo Patroclo rimase nella stanza al piano terra, seduto su un tappeto davanti al camino, fissando la fiamma che andava indebolendosi sempre più fino a sparire del tutto, lasciando posto solo alle braci rosse e alla cenere. Albina si era accorta del suo trattenersi in quella sala; infatti, la ragazza si era fermata sulle scale per aspettarlo e parlargli un poco a quattr’occhi. Non vedendolo salire, decise di tornare al piano di sotto. Lo vide seduto a terra, che si stringeva le gambe piegate con le braccia. La giovane gli si avvicinò, si mise in ginocchio dietro di lui, gli appoggiò le mani sulle spalle e iniziò a fargli un massaggio. Rimasero in silenzio per qualche minuto, poi la ragazza gli domandò con voce amareggiata, ma priva di rimprovero: “Perché hai voluto indagare su questa faccenda dei Sublimi Maestri Perfetti così a lungo? Perché hai voluto scoprire la verità? Hai visto in che situazione ci ha precipitati?”

“Mi è stato ordinato, altrimenti non potevo fare.” disse malinconicamente, dopo una breve pausa il giovanotto e sospirò; poi, prima che Albina potesse chiedergli spiegazioni, le domandò: “Manterrai il mio segreto se te lo rivelerò?”

“Certamente” lo rassicurò ella con voce limpida “Presto ci sposeremo e saremo un cuor solo, un’anima sola. Nulla dell’uno sarà sconosciuto all’altro.”

“Bene” dichiarò Patroclo, poi spiegò con voce secca: “Io non sono stato congedato. Ho ricevuto istruzioni ben precise dal Duca Amedeo di Aosta: dovevo scoprire i dirigenti dei Sublimi Maestri Perfetti di Reggio Emilia e verificarne le intenzioni. Ho il mio referente presso la caserma dei Dragoni. È per questo che non vi ho rivelato il mio ritorno, che son rimasto nascosto finché non mi hanno trovato Tombolino e Ivano: ho una missione da portare a termine e non volevo coinvolgervi, ma poi le cose sono andate in altro modo.”

“Forse è stato meglio così” ribatté Albina sorridendo dolcemente e abbracciando da dietro l’amato “Se tu te ne fossi rimasto in disparte, nascosto, probabilmente avrei finito con lo sposare Gabriele, invece così mi hai salvata!”

Era allegra, quelle rivelazioni non l’avevano turbata, anzi la confortavano, le facevano sperare nella giustizia.

Albina baciò la guancia sinistra del giovane. Patroclo le afferrò le braccia e la tirò in modo tale che delicatamente cadesse davanti a lui, ella rise, egli le passò poi una mano dietro il collo, la sollevò leggermente verso di sé, la guardò intensamente negli occhi e la baciò.

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