Sotto gli occhi del Crostolo

Sotto gli occhi del Crostolo: Rassegnazione

CAPITOLO 21: Rassegnazione

 

Erano gli ultimi giorni di marzo. Le giornate si erano fatte a poco a poco più luminose e meno fredde, sugli alberi iniziavano a germogliare le foglie, alcuni uccelli migratori facevano ritorno in città. Le strade si facevano più affollate e i mercanti ritrovavano la loquacità e la voglia di gridare i propri annunci, quella voglia che avevano perso durante l’inverno.

Albina e Dora sedevano al Caffè Milano: oramai, da quando la libraia aveva stretto amicizia con Andrea Balletti, avevano abbandonato il Perli e si recavano sempre lì, spesso trovavano Irene con la piccola Barberina e si mettevano a discorrere con lei.

Quel pomeriggio, tuttavia, erano sole sedute al tavolino, sorseggiavano una bevanda fresca pensando già all’estate. Parlavano principalmente di matrimoni: di quello di Tombolino, avvenuto un paio di settimane prima, e di quello imminente di Dora e Ivano.

“Finalmente abbiamo trovato un bel posticino dove andare a vivere” spiegava la sarta, tutta eccitata “Dobbiamo ristrutturarlo un poco, ma tutti hanno già promesso di aiutarci, quindi per giugno dovrebbe essere tutto pronto. Dobbiamo però scegliere la chiesa e dove fare il ricevimento… I miei genitori vorrebbero organizzare tutto in campagna, ma è un po’ scomodo, adesso vedremo.”

Continuava a parlare e a descrivere come si sarebbe svolta la cerimonia, chi avrebbero scelto come testimoni, quale torta ci sarebbe stata e così via.

Albina ascoltava non troppo attentamente, aveva già sentito quei discorsi decine di volte, ma era paziente: in fondo, era naturale che la sua amica fosse tanto felice e continuasse a parlare di quel grande giorno.

Mentre stava a sentire quei discorsi, la libraia ripensò a Patroclo e si rattristò: era partito due settimane prima per adempiere ad un nuovo compito affidatogli dal Duca. Il ragazzo era riuscito a inviarle un paio di lettere, tuttavia non gli era facile comunicare. La fanciulla era in pensiero per lui e ogni sera pregava affinché non gli accadesse nulla di male e potesse tornare a casa sano e salvo.

Non si erano ancora sposati, avevano ritenuto fosse meglio attendere qualche mese, per non destare sospetti od inimicarsi gli amici di Gabriele, che nulla conoscevano della verità.

Nel pieno del discorso di Dora, la porta del locale si aprì bruscamente, Duccio entrò a gran passi; preso dalla fretta, lanciò una rapida occhiata per la stanza e immediatamente raggiunse le due amiche. Aveva il volto scuro, si sedette privo di grazia sulla sedia, rimase qualche attimo in silenzio e poi, con un che di rabbioso nella voce, prese a dire: “Si sono decisi a farlo saltare fuori.” era proteso verso il tavolo, teneva il gomito piegato sullo schienale della seggiola “Hanno fatto comparire il cadavere nel modenese.”

Scosse la testa irato.

Fino a quel momento, il bancario era stato detto scomparso, poiché era della salma di questi che il giornalista stava parlando.

“Quei bastardi assassini la faranno franca e noi dobbiamo tacere…” afferrò il bicchiere di Albina e bevve un lungo sorso, mentre la ragazza lo guardava allibita.

“Stai parlando di Gabriele?” chiese poi conferma Dora.

“Certo!” proruppe Duccio al colmo del nervosismo “Della sua salma, del suo scheletro ormai, di cosa se no?”

Apriva e chiudeva i polpastrelli cercando di calmarsi, ma indarno, per cui continuò a dire: “Dovrò pure scriverci un articolo sopra! Dovrò mentire e parlare di briganti o di non so cosa. Sarò costretto a mettere la gente in guardia da pericoli inesistenti e a nascondere la verità, a proteggere i veri criminali…”

Quasi ringhiava, parlava coi denti stretti, poi con un gesto violento indicò Albina dicendo: “Tutta colpa di tuo cugino!”

Infine tentò di trovare la quiete passandosi le dita della mano sinistra sugli occhi.

La libraia guardò compassionevole il proprio amico e gli accarezzò la spalla, cercando di dargli conforto. Capiva bene come egli si sentisse: ella stessa era stata divorata dalla rabbia e da quel senso di impotenza, quando aveva scoperto che i Sublimi Maestri Perfetti non sarebbero stati puniti per le loro ignobili azioni, bensì avvantaggiati. Ella pure si era chiesta dove fosse la giustizia, ma si era dovuta rassegnare ad accettare il fatto che la ragione e la giustizia stanno dalla parte del più forte, di chi detiene il potere. Ella che tanta fiducia aveva sempre riposto nelle istituzioni, si era sentita tradita e pian, piano aveva accettato la filosofia che le aveva proposto l’amato Patroclo: vivere e lasciare che i potenti facciano i loro giochi. Si sarebbe sentita decisamente meglio, però, se fosse rimasta nell’ignoranza: chi l’ha detto che la verità è sempre la cosa migliore? Forse era meglio un’illusione che accorgersi della propria incapacità di cambiare le cose.

Come Duccio, invero, riteneva che la cosa peggiore fosse quella di nascondere il vero e rendersi, in una certa misura, complici di tutto ciò.

Albina non si sentiva affatto bene, voleva tornare a casa e stare da sola a riflettere, non voleva la compagnia di amici amareggiati quanto lei, per cui si alzò in piedi, salutò velocemente, pagò il conto e si mise  a percorrere la via Emilia. Camminava a passi corti e rapidi, guardava il suolo, ripensava a tutta quella faccenda e si torturava sapendo di non poter reagire. Urtò contro qualcuno, alzò il capo per scusarsi e si accorse che si era scontrata con Giangiove: d’improvviso le morirono le parole in gola. Benché ormai sapesse che l’ingegnere era alle dipendenze di Silvestro e che era il proprio cugino a tirare tutti i fili, quell’uomo la inquietava ugualmente, sempre e comunque. Giangiove salutò con uno dei suoi sorrisi meccanici, non si soffermò a parlarle, con una mano le arruffò i capelli e proseguì per la propria strada. Albina rimase ferma a fissarlo mentre s’allontanava, provò un moto d’odio verso l’ingegnere, ma senza un motivo preciso; a farle rabbia era sempre il sapere che il vero potere era accentrato nelle mani di pochi uomini incontrastabili. Riprese a camminare, ma la bile non scemava.

In Piazza del Comune, seduto sui gradini del sagrato del Duomo, scorse Naborre con un braccio intorno alle spalle di Andrea: sembrava cercasse di fargli coraggio. Albina si avvicinò ai due amici per capire meglio cosa stesse accadendo, benché in parte lo avesse intuito. Una volta a pochi passi da loro, si accorse che Balletti era in lacrime e dunque ebbe conferma di ciò che sospettava. Si chinò anch’ella verso il professore e mormorò: “Ho saputo di Gabriele. Sono addoloratissima.”

Era sinceramente contrita.

Andrea alzò la testa e la guardò, aveva gli occhi rossi e gonfi, il viso bagnato deformato dalla tristezza. Le labbra gli tremavano, aprì alcune volte la bocca, ma non gli usciva la voce; alla fine, di nuovo col capo chino stretto tra le mani, riuscì solo a farfugliare sconvolto: “L’hanno ammazzato… ammazzato…”

Non riusciva a capacitarsi.

Albina pensò un poco amareggiata, poi si alzò in piedi e guardando Naborre gli disse: “Sollevalo. Venite in casa mia, gli darò qualcosa da bere e cercheremo di calmarlo. Almeno non saremo in mezzo a tutta la gente.”

Campanini fece cenno di sì con la testa, poi afferrò un bavero della giacca e una spalla dell’amico, dicendogli a bassa voce: “Dai, alzati, andiamo in posto più tranquillo.”

I tre svoltarono subito in via Toschi e rapidamente raggiunsero l’appartamento della libraia. L’archeologo mise l’amico a sedere su una poltroncina, mentre la ragazza si apprestava ad accendere il fuoco.

“Pericle appestato!” esclamò Naborre vedendola far ciò “Il tè non servirà a nulla! Non hai qualcosa di forte? Altrimenti scendo io a comprare qualche liquore in piazza.”

“Dici sia meglio?”

Campanini la guardò con occhi sgranati e col palmo destro indicò l’amico.

“Va bene, faccio come vuoi tu.”

Albina aprì il mobiletto in cui teneva gli alcolici da offrire agli amici e tirò fuori una bottiglia di Tullamore. Prese un bicchierino, lo riempì e lo appoggiò sul tavolo, davanti ad Andrea che, dopo qualche attimo, lo afferrò e lo mandò in gola in un fiato. Senza dir nulla, fissando con gli occhi spalancati la parete dinnanzi a sé, fece cenno con la mano di versargli altro liquore. Il bicchiere rimase pieno per un paio di secondi a malapena.

Naborre era in piedi dietro all’amico, lo guardava e non sapeva cosa dire, era cupo e pensava a quali parole usare per confortarlo.

Albina, invece, impietrita, teneva la bottiglia stretta nelle mani; la notizia del ritrovamento del cadavere di Gabriele non la turbava di certo: a sconvolgerla era il vedere Andrea così distrutto e la consapevolezza che egli  non avrebbe mai conosciuto la verità.

Balletti si scolò altri due giri di Tullamore, appoggiò con violenza il bicchiere sul tavolo; faceva respiri corti e vicini, a denti stretti ringhiò: “Maledetti quei cani che l’hanno ammazzato! Per cosa, poi? Rubargli due spiccioli e poco altro?…” aveva di nuovo gli occhi lucidi.

“La pagheranno!” gridava “Quei briganti la pagheranno. Verranno tutti appesi!”

Con un brusco gesto della mano scaraventò a terra il bicchiere che andò in frantumi. Proseguì nel suo turpiloquio, insultando e maledicendo gli assassini del cugino: usò tante e tali di quelle offese ed ingiurie che non è bene riferirle.

Naborre ascoltava e annuiva, bisbigliando qualche volta: “Certo” e anche “Li arresteranno”.

Albina taceva ma ogni parola che udiva era come una pugnalata che le penetrava nell’anima; si stringeva la gonna nervosamente, si sentiva in colpa nell’essere complice di quella menzogna. Quando, per l’ennesima, volta sentì Campanini dire: Li arresteranno, non si trattenne più e, prima che se ne potesse rendere conto, gridò: “Non è vero!”

Naborre e Andrea si ammutolirono di un colpo e la fissarono, stupiti e severi. La ragazza si morse la lingua e voltò la testa per distogliere lo sguardo, infine balbettò: “Scu… scusate, io non volevo…”

“Tu ne sai qualcosa?” domandò Andrea, arginando una furia che premeva d’uscire.

Si alzò in piedi e iniziò ad avvicinarsi alla fanciulla con incedere deciso.

“Gabriele è scomparso il giorno dopo in cui sei fuggita coi tuoi amici.” prepotentemente le mise le mani sulle spalle, gliele strinse, la scosse.

“Cosa nascondi?”

Lo sguardo era furente.

“Io… io” Albina era andata nel panico.

Naborre intervenne, separò Balletti dalla ragazza e gli disse: “Sei un po’ troppo alterato. Lascia parlare me.”

Si volse alla libraia sollecitandola: “Albina, non so chi stai proteggendo, ma ormai ti sei tradita.”

Ordinò perentoriamente: “Dicci ogni cosa.”

La giovane esitò, si guardò attorno spaesata, sapeva che non avrebbe dovuto parlare, ma alla fine la rabbia ebbe il sopravvento e disse: “Se volete la verità, ve la racconterò. Vi avviso, però, che è peggiore della finzione e che, conoscendola, quasi sicuramente sarete in pericolo.”

“Parla!” incalzò iroso Andrea.

Naborre gli ripeté di star tranquillo, poi disse alla giovane: “Oramai la frittata è fatta: devi rivelarci ogni cosa. Dal pericolo ci sapremo difendere.”

Albina li guardò compassionevole: quei due non immaginavano il peso che si stavano tirando addosso, esigendo la verità.

“Sedetevi, è meglio.” dichiarò infine sconsolata.

Naborre e Andrea obbedirono, ma non smisero un solo secondo di fissarla severamente. Pure la libraia si accomodò, esitò ancora pochi istanti cercando le parole più consone; aveva la bocca secca, ma iniziò a dire: “Gabriele era nei Sublimi Maestri Perfetti ed è stato ucciso dal suo Grande Astro.”

Si fermò in attesa della reazione degli ascoltatori, che non si fece aspettare a lungo. Dopo qualche secondo di silenzio, Andrea scoppiò a ridere nervosamente, isterico, farfugliando: “Ma è ridicolo! È assurdo!”

“È la verità.” ribadì la giovane; poi raccontò tutta la storia, omettendo solo il particolare che Patroclo facesse parte dei servizi segreti.

I due amici ascoltarono attentamente ogni parola: perplessi, stupiti, angustiati. Udita tutta la vicenda, tacquero entrambi, ragionando su quanto riferito e cercando di metabolizzare quel che era successo.

“Pericle appestato…. La Società del Pito non è altro che un inconsapevole prolungamento della Massoneria…” ripeté tra sé e sé, allibito, Naborre.

“Ma che mi importa!” esclamò, con la bile, in bocca Balletti “Quel maledetto di Silvestro…”

“Già, chi avrebbe mai sospettato fosse un assassino a sangue freddo?” osservò Campanini non troppo lucido a causa dello sconcerto.

“Io stento ancora a crederlo” spiegò Albina “Se non l’avessi visto con i miei occhi…”

“Perché hai taciuto? Sei loro complice!” l’accusò Andrea.

“No” lo contraddisse Naborre, tornato abbastanza in sé, ma con una voce cavernosa “Pure ella è una vittima. Non può dir nulla: se lo facesse verrebbe eliminata.” fece un’amara pausa “E questo, purtroppo, vale anche per noi.”

Balletti rifletté un poco prima di annuire.

Albina fu delusa per la seconda volta e con rabbia meravigliata domandò: “Ma come?! Non vi vendicherete?”

“A che varrebbe?” controbatté Campanini “Sarebbe inutile. È stupido mettersi contro chi ha il potere: perdere è inevitabile.”

“A meno che non si usino le sue stesse regole.” si dolse il professore “Bisognerebbe fingersi suo amico, insinuarsi nella sua cerchia, apprenderne segreti e metodi e poi iniziare a corrompere e rendersi alleati i suoi collaboratori, in modo tale da ottenere un potere maggiore… Proprio come per la Vecchia Camarilla: essa non può essere combattuta a viso aperto, tanto meno la si può distruggere, tutt’al più vi si può aderire e poi manipolarla.”

Tacque qualche secondo, era tormentato.

“Non ne vale la pena.” sospirò in ultimo.

“Come non ne vale la pena? La giustizia dove la mettiamo?” chiese agitata la libraia, che non si spiegava la pacatezza degli amici.

“L’ingiustizia ci sarà sempre e comunque.” sentenziò con forza Andrea.

“Prima, però, quando credevi si trattasse di briganti…”

“Lo so!” urlò egli “Lo so… Se Gabriele fosse stato ucciso da banditi, si poteva sperare in un’equa punizione, ma, stando le cose come stanno, è impossibile. Se dovessi castigare Silvestro per questi crimini, allora sarei costretto a macchiarmi anch’io di turpi atti e non voglio. Non diventerò un delinquente per perseguire una vendetta.”

Albina fremette: dunque non vi era possibilità di giustizia?

Tuttavia non disse nulla; anzi forse era meglio così, in questo modo non avrebbe dovuto inimicarsi il proprio cugino che, nonostante tutto, non riusciva a detestare, l’affetto che nutriva per lui non era stato intaccato.

“Parli bene, amico mio” concordò amareggiato Naborre “Le umane vicende, purtroppo sono piene di iniquità e per poter influire su di esse bisogna ricorrere ad altrettante bassezze. È sciocco sperare in un risanamento della società, l’animo umano è troppo rotto ai vizi, è corrotto nel profondo. Vi è qualcuno di savio ma è costretto a riconoscere la propria incapacità di migliorare le cose: giusti son due e non vi sono intesi. Si può perfezionare se stessi, ma è da presuntuosi pensare di poter cambiare tutti gli altri.”

“Inoltre” aggiunse Balletti “La storia ci dimostra che le vicende si ripetono sempre uguali o almeno simili. Qui sulla terra, le cose seguono un ordine che non è né giusto, né sbagliato, è semplicemente quello del più forte.”

“Ma la rivoluzione francese…” protestò la libraia.

“In quel particolare caso, il più forte era il popolo.” spiegò Campanini.

Seguì un altro silenzio malinconico; infine, l’archeologo disse: “Penso che sia proprio per questo che la gente pensi così di frequente alla fine del mondo.”

I due amici lo guardarono senza capire.

“Una volta ritenevo che gli uomini fissassero date per l’apocalisse, avendo come unico scopo quello di esorcizzarne la paura a forza di errare previsioni. Adesso, invece, reputo che l’umanità sia consapevole della propria miseria e della propria perversione e che per questo speri nel giudizio universale, in qualcosa che la purifichi.”

“Belle parole, ma inutili.” sospirò Andrea, ormai stanco di tutta quella questione.

Si alzò in piedi e disse: “Nino, per favore, accompagnami a casa, voglio tornare da Irene e Barberina.”

“D’accordo, subito.” acconsentì l’altro e si affrettarono a salutare Albina e ad uscire.

La ragazza non li trattenne, li guardò andarsene, richiuse la porta e sospirò. Si sentiva annientata, distrutta, vuota. Non era nulla, non era nessuno, era lì, al mondo, solo a vendere libri e nient’altro. Non poteva cambiare le cose, doveva restare e guardare i grandi giocare.

Diamine, perché non poteva partecipare anche lei?

Perché non poteva prendere parte a questa partita e divertirsi?

In fondo oramai c’era dentro, ormai conosceva la verità, perché limitarsi ad assistere, quando poteva agire?

Suo cugino era o non era il Grande Astro?

Sì: e allora, perché non chiedergli di renderla compartecipe?

Avrebbe potuto essere utile.

No, probabilmente non avrebbe portato alcun aiuto.

Diavoli, però non voleva starsene calma a lasciar correre gli eventi. Voleva essere protagonista non spettatrice….

Ma già immaginava la reazione di Silvestro, se gli avesse chiesto di farla entrare nei Sublimi Maestri Perfetti: avrebbe riso credendolo uno scherzo e poi l’avrebbe liquidata, dicendo che sarebbe stato troppo pericoloso e che non era una faccenda di cui dovesse preoccuparsi e che era troppo piccola.

Sbuffò e allontanò tutti quei pensieri.

Sperò che Patroclo tornasse presto in città.

Si chinò a terra e iniziò a raccogliere i cocci del bicchiere, mentre nella mente le riecheggiavano le parole che Manzoni aveva messo in bocca ad Adelchi: loco a gentile ad innocente opra non v’è, non resta che far torto o patirlo.

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